CAPITOLO IX.

»Coraggio, amici! anche un secondo assalto.»

_Enrico V._

Tutte le notizie potute nella sera di questo giorno raccogliersi da quei

del castello confermarono l'opinione, che l'esercito dei Presbiteriani

moverebbe sullo schiarire della domane alla volta di Tillietudlem.

Intanto Pique avea visitate le ferite di lord Evandale, che erano bensì

molte, ma niuna di esse pericolosa. La copia di sangue perduto fu

appunto quella che lo salvò dal sopravvenir della febbre; laonde a

malgrado della spossatezza, e comunque tuttavolta assai sofferisse,

volle nel mattino susseguente alzarsi di buonissim'ora. Nè essendosi

potuto persuaderlo tampoco a rimanere nella sua stanza, venne

sorregendosi ad un bastone laddove più ferveano i lavori della difesa, a

fine d'incoraggiare colla presenza propria i soldati, di esaminare le

fortificazioni ordinate dal maggiore, ed anche, poichè queste poteano

temersi troppo ligie agli antichi principj di far la guerra, a fine

d'indicare, ove fosse stato d'uopo, qualche utile cambiamento. Nè aveavi

al certo chi più atto fosse di lord Evandale a fornire in tal bisogna

ottimi suggerimenti. Datosi all'armi fin dalla prima sua giovinezza,

segnalato si era co' servigi prestati in Francia e ne' Paesi Bassi;

sicchè l'arte militare era stata lo studio principale della sua vita.

Nondimeno poche cose trovò da aggiugnere a quanto vide già apparecchiato

per fare una valevole difesa, e salvo un blocco che la mancanza di

vittuarie potea render fatale, giudicò che non vi sarebbe stato a temere

d'un assalto, regolato principalmente da tai nemici quali venivano

reputati que' raunaticci combattenti, già presti però a mostrarsi sotto

le mura.

Appena spuntava il sole che il ridetto lord stando insieme col maggiore

sopra la torre avea data l'ultima occhiata agli apparecchi di difesa, nè

più aspettavasi che l'avvicinar del nemico.

I due esploratori, de' quali Jenny fe' parola a miss Bellenden, aveano

già dato ragguaglio delle cose osservate a lord Evandale, che le

partecipò indi al maggiore; questi nondimeno ostinossi a non voler

credere che Morton avesse presa parte pei sollevati.

»Lo conosco meglio di voi, dicea Bellenden al lord: que' vostri due

mariuoli non avranno ardito innoltrarsi; gli ha forse ingannati da

lontano qualche tratto di somiglianza, o prestarono fede alla prima

storiella che venne lor raccontata.»

»Non sono io già del vostro avviso, o maggiore; e credo anzi che il

vedremo a capo de' sollevati; e ne proverò più rincrescimento assai che

sorpresa.»

»Voi non valete meglio di Claverhouse, gli rispose sorridendo il

maggiore. Anche egli ieri mi sosteneva in faccia che questo giovane,

fornito parimente di coraggio e di nobile orgoglio, questo giovane che

non la cede a chicchessia in buone massime, avea sol duopo d'una

circostanza opportuna per farsi capo di ribellione.»

»Quand'io considero in qual modo venne trattato, soggiunse Evandale,

quando penso ai sospetti che furono formati sopra di lui, non saprei

troppo dirvi se gli rimaneva miglior partito. Saremmo stati infine noi

stessi che l'avremmo lanciato, con mani e piedi legati in mezzo ai

ribelli: nè potrei dirvi se meritasse piuttosto biasimo o compassione.»

»Biasimo, milord! Che parlate voi di compassione? Se quanto dite fosse

vero, il capestro! nè mi disdirei quando anche fosse mio figlio.

Compassione?... Ma voi stesso, o milord, non la pensate così.»

»Vi do la mia parola di soldato, o maggiore, penso così; nè è da oggi in

poi solamente che penso essersi abbracciate provvisioni violente troppo

e rigorose a danno di questa infelice contrada. Noi, i primi, ci

portammo a riprovevoli estremi, noi inacerbimmo gli animi, non dirò

solamente della classe subalterna del volgo, ma anche di tutti quelli

più ragguardevoli che, spirito di parte o antica divozione ad una

dinastia, non incatenarono alle bandiere del re.»

»Io poi non so di politica, mio caro milord, e queste distinzioni son

troppo sottili per me. La mia spada non appartiene che al re, e son

pronto a sguainarla ogni volta ch'egli il comandi.»

»Spero, o maggiore, vi siate accorto che nemmen la mia sta incollata nel

fodero; bramerei però, e lo bramerei con tutto l'animo, non dover farne

uso che contra nemici stranieri... Ma lo vedo anch'io; non è buon

momento a discutere tale quistione, perchè il nemico si avanza.»

Di fatto l'esercito de' sollevati incominciava a scorgersi sopra d'una

collina poco distante dal castello, e a questa volta s'era indiritto, ma

fe' pausa prima d'essere a gittata delle batterie della torre, dando a

divedere perplessità circa l'avventurarsi a tale saluto. Il ridetto

esercito apparve più numeroso di quanto erasi immaginato e giudicandone

dal fronte e dalla profondità dei battaglioni, si dovette conchiudere

ch'esso aveva ricevuti parecchi rinforzi. Tre o quattro uomini a cavallo

che ne sembravano i condottieri s'avanzarono a capo di quelle schiere, e

raggiunsero una picciola eminenza vicinissima a Tillietudlem.

Gudyil che, come artigliere, avea qualche perizia in tal genere di

fazioni, puntò un cannone alla dirittura di questo gruppo di uomini

distaccato, e voltosi al maggiore. »Debbo trarre, mio comandante? vi

prometto che qualcun di costoro non si partirà più dal luogo dove è

venuto.»

Il maggiore die' un'occhiata a lord Evandale.

»Un momento! disse l'altro. Vedo che spiegano una bandiera bianca.»

Di fatto un di que' cavalieri scese da cavallo, e s'incamminò solo verso

il castello, portando una picca sopra cui sventolava un bianco vessillo.

Il maggiore e lord Evandale scesero dalla torre, e s'inoltrarono fino

all'ultimo palizzato a fine di ricever l'araldo; chè non pensarono

espediente cosa dargli accesso entro una fortezza ove erano deliberati a

difendersi. Nell'atto che partì il messo puritano, gli altri suoi

compagni tornarono ad unirsi all'esercito, quasi presagissero le buone

intenzioni che per riguardo loro avea manifestate Gudyil.

L'araldo de' Presbiteriani, giudicandone alla fisonomia e al portamento,

sembrava gonfio di quell'orgoglio spirituale, che è il caratteristico di

cotal setta. Una specie di sprezzante sorriso ne animava le labbra, e i

suoi occhi socchiusi volgendosi al cielo indicavano uomo che ha in non

cale le cose terrene, per darsi intieramente alle celestiali

contemplazioni.

Lord Evandale non potè starsi dal ridere in riguardando quella grottesca

figura, cui si fece a scandagliar meglio per traverso ai vani del

palizzato.

»Vedeste mai un simil automa, diss'egli al maggiore; non diremmo che si

move per un giuoco di suste? Crediamo che abbia il dono della parola?»

»Oh sì! rispose il maggiore. Colui mi rimembra vari antichi miei

conoscenti. Egli è un vero Puritano, dell'effettivo lievito farisaico. —

State attento. Tossisce; m'aspetto che fa un'intimazione al castello,

non già a suon di tromba, ma con un pezzo di predica.»

Nè s'ingannava nelle sue congetture il maggiore, che nelle precedenti

guerre civili aveva avute parecchie occasioni di conoscere il gergo e lo

stile di questi fanatici; la sola differenza si fu che in vece d'un

pezzo di sermone in prosa, lord Langfern (che era questo inviato) intonò

con voce stridula e acuta il seguente squarcio di salmo parafrasato.

»Vostre porte superbe si schiudano,

»Abbassate le vinte bandiere,

»Re mondani. Del re delle sfere

»Le falangi qui volgono il piè.»

»Non ci ho io indovinato?» disse il maggiore a lord Evandale.

Allora presentatisi entrambi all'uscio del cancello, il maggiore domandò

al messo a qual fine fosse venuto ululando dinanzi alla porta del

castello a guisa di cane che abbaia alla luna.

»Io vengo (si fe' a rispondere senza salutarli e tenendo sempre il tuono

medesimo quell'araldo) io vengo a nome dell'esercito religioso e

patriottico de' Presbiteriani per favellare al giovane figlio di Belial

Guglielmo Maxwell, detto lord Evandale, e al vecchio peccatore indurito,

Miles Bellenden di Charnwood.»

»E che cosa avete a dir loro?» chiese il maggiore.

»È forse ad essi ch'io parlo in questo momento?» soggiunse lord

Langfern.

»Sì, rispose il maggiore; qual'è la commissione che avete?»

»Eccovi l'intimazione che v'indirigono i comandanti dell'esercito (disse

il messo, consegnando uno scritto nelle mani di lord Evandale) ed ecco

altra lettera per Miles Bellenden. Glie la invia un giovine che ha

l'onore di comandare una fra le divisioni dello stesso esercito. —

Leggete alla presta, e possa il cielo far fruttare ne' vostri cuori le

parole che siete per leggere! cosa però sulla quale dubito grandemente.»

Era concetta ne' seguenti termini l'intimazione.

»_Noi capi dell'esercito presbiteriano, radunato per la causa della

libertà e della vera religione, intimiamo a Guglielmo Maxwell lord

Evandale, a Miles Bellenden di Charnwood, e a tutti gli altri che ora si

stanno in armi entro la rocca di Tillietudlem, il prestarsi immantinente

alla dedizione della stessa rocca, concedendo loro il patto d'aver salva

la vita, e di poter ritirarsi colle loro armi e bagaglie. Caso che

ricusino: gli avvertiamo, come sapremo a ciò costringerli col ferro, e

col fuoco: nè vi sarà per essi altra speranza d'ottener quartiere._

S. Iohn Balfour di Burley, quartier

mastro generale dell'esercito

Presbiteriano per se e per gli altri

capi, d'ordine del Consiglio.»

La lettera che Enrico Morton indirigeva al maggior Bellenden era del

tenore che segue.

»Mio rispettabile amico

_Ho fatto un passo che può portarmi conseguenze sgradevoli, e quella, io

pavento soprattutto, d'avventurarmi alla vostra disapprovazione. Mi

trovai in carriera, senza averne avuto nè l'idea nè il desiderio nè la

previdenza, e costretto da quella oppressione, di cui chiamo in

testimonio voi stesso s'io non sono stato la vittima. Non posso però

pentirmi di quanto operai, e la mia coscienza è tranquilla sulle

conseguenze, quali esse siano, che deriveranno dalla mia presente

condotta. M'era egli lecito di vedere più a lungo calpestati i nostri

diritti, violata la nostra libertà, fatto oltraggio alle nostre persone,

sparso il nostro sangue senza motivo e senza l'appoggio d'alcun giudizio

legale? Le colpe de' nostri persecutori trarranno seco il termine della

loro tirannide._

_Nondimeno Dio, che vede nell'intimo del mio cuore, mi giudichi s'io

partecipo alle passioni violente ed odievoli della maggior parte di

coloro che combattono nelle nostre file. I miei voti i più ardenti sono

per vedere imposto un fine sollecito a questa guerra contro natura, i

miei voti sono perchè al lodevole scopo si adoperi l'intervento d'uomini

moderati e prudenti d'entrambe le parti, i miei voti sono affinchè si

ottenga il ritorno stabile di una pace, che senza diminuire in conto

alcuno i diritti costituzionali del re, ponga in vece del militare

dispotismo la giustizia delle civili magistrature, e permettendo a

ciascuno di onorar Dio giusta i dettami della propria coscienza,

incateni l'entusiasmo fanatico colla ragione e colla dolcezza anzichè

spignerlo alla frenesia cogli urti della intolleranza e della

persecuzione._

_Poichè tali sono i principj che mi guidano, voi dovete comprendere

quanto ella sia acerba cosa per me l'essere in armi dinanzi al castello

della rispettabile vostra parente. Veniamo assicurati ch'è vostra

intenzione il difenderlo contro di noi. Permettetemi il porvi innanzi

agli occhi che una tale deliberazione non condurrebbe se non se ad un

inutile spargimento di sangue. Voi non aveste il tempo bastante agli

apparecchi d'una convenevol difesa, e quand'anche i nostri non

pervenissero ad impadronirsi per assalto del castello, la mancanza di

vittuarie ben tosto vi costringerebbe, voi medesimi, a cederlo. Fosse in

un modo o nell'altro, il cuor mi si spezza in pensando alle sciagure ed

ai patimenti, cui si troveranno avventurate le persone che vi

soggiornano._

_Non v'avvisaste ciò non pertanto, rispettabile amico, ch'io volessi

vedervi accettar patti intesi in qualsisia modo ad oscurare l'inviolata

fama che vi siete e meritata ed acquistata. Adoperate ch'escano fuor del

castello quanti soldati reali or vi si trovano, ed io ne farò sicura la

ritirata, e mi riprometto che altro patto non si pretenderà da voi fuori

di quello d'una assicurazione di neutralità per tutto il corso di questa

guerra malaugurata. Voi non avrete l'onere di ricevere sorte alcuna di

guernigione, e i dominj di lady Margherita verranno rispettati al pari

de' vostri._

_Potrei allegarvi molt'altri motivi atti a persuadere sulla

ragionevolezza di mie proposte; ma nella tema, attesi i momenti in cui

siamo, di apparire colpevole dinanzi a voi, prevedo come ogni

ragionamento perderebbe forza sul vostro animo. Conchiudo pertanto

accertandovi che, comunque sul conto mio la pensiate, non si partirà mai

dal mio cuore la grata rimembranza di quanto io vi debbo, e che avrò per

l'istante il più felice della mia vita quello in cui mi riesca

convincervi meglio che con parole di tali miei sentimenti. Coerentemente

ad essi vi avverto affinchè, se mai, cosa ella pure possibile, nel primo

bollore delle idee che or vi commovono, rigettaste le mie proposte, indi

la natura degli avvenimenti vi rendesse proclive ad accettarle, non vi

stiate dal farmi note le vostre nuove deliberazioni, e crediate che avrò

sempre qual mia fortuna, il potervi essere di qualche vantaggio._

I Puritani di Scozia, vol. 2 · 第 10 / 19 题