La mattina seguente, Riccardo usciva di casa per tempo, e si dirigeva
verso lo studio dell'Avvocato d'Alberto. Riuscite vane tutte le
altre sue speranze di trovare un impiego al povero giovane, egli
s'era domandato se non fosse meglio il tentare di farlo riammettere
nello studio, procurandogli così, col pane di cui aveva bisogno, una
riparazione d'onore, alla quale aveva diritto. — L'avvocato — egli
pensava strada facendo — non ha ritrovato il biglietto, perchè, se ciò
fosse, Alberto m'assicura che avrebbe riparato all'errore. Si potrebbe
dunque fargli credere che è stato ritrovato molto tempo dopo, oggi
stesso, da un altro impiegato dello studio, col quale io mi metterei
d'accordo per inventare qualche storiella verosimile. Se il biglietto
vero è caduto in mano di qualcuno, questi non verrà certo a dirci: —
L'ho trovato io, e voi siete impostori; — perchè se non l'ha restituito
finora, non potrà più restituirlo. Ma bisogna trovare chi si presti
all'inganno. Ma chi si vorrà rifiutare, quando io vada là e dica: — Vi
do la mia parola d'onore, tutti i miei amici sono disposti a darvi la
loro parola d'onore che questo giovane non può aver rubato? E poi...
e poi, se anche la cosa non riesce, sarà sempre bene che l'avvocato
sappia che quel disgraziato giovane ha qualcheduno che lo stima e che
lo crede innocente.
Era una giornata umida e malinconica che pareva promettere una
settimana di pioggia. Arrivato in piazza del Duomo, Riccardo vide
molta gente affollata intorno al campanile di Giotto, particolarmente
ai due cancelli che chiudono lo spazio tra il campanile e la chiesa.
Senz'avvicinarsi, domandò a un tale che cosa fosse accaduto.
— S'è buttato giù un uomo dalla cima del campanile, — rispose
l'interrogato, con quell'accento forzato di pietà e quel sorriso di
compiacenza satanica, che si vede in faccia alla maggior parte dei
curiosi, in simili occasioni.
— È morto subito? — domandò Riccardo.
— Si figuri! — rispose l'altro, sorridendo di nuovo — s'è sformato! c'è
un lago di sangue! Vada a vedere.
Riccardo tirò via; ma non aveva fatto ancora dieci passi, che tornò
indietro in fretta e ridomandò con inquietudine alla persona di prima:
— Chi è quest'uomo che s'è buttato giù?
— Un tal Rivarolo, dicono; un impiegato, un uomo sui quarant'anni; se
vedesse come s'è conciato il viso! È una cosa che fa orrore. Io fui dei
primi a vederlo. S'avvicini prima che lo coprano.
Riccardo riprese la sua strada.
Dopo pochi minuti arrivò allo studio. Aveva già pensato con chi
parlare, e perciò, entrando, domandò addirittura al custode chi fosse
l'impiegato più giovane. Il custode gli disse il nome dello scrivano
che noi conosciamo, e Riccardo, dandogli un biglietto di visita, lo
pregò d'andarlo a annunziare.
Dopo un momento lo scrivano comparve. Era una figura meschina e
volgarissima, improntata di quella goffaggine sdolcinata dei giovani di
negozio, che sdottorano di mode colle signore. Attillato, come sempre,
e sorridente, s'inchinò, fece entrare Riccardo in una stanza, chiuse la
porta, e domandò con voce ossequiosa:
— In che posso servirla?
Riccardo era un bel pezzo di giovane, bruno e tarchiato, con un par
d'occhi che saettavano e quel fare vivo ed aperto del gentiluomo
napoletano, che mette in imbarazzo la gravità un po' tozza dei
settentrionali. Appena si trovò di fronte allo scrivano (sul quale però
non aveva il menomo dubbio), gli fissò in viso, secondo il suo costume,
uno sguardo fine e profondo, che lo costrinse a fare un leggerissimo
inchino.
— Io sono un amico d'un suo conoscente — disse poi in tuono pieno di
cortesia — il signor Alberto P., che fu per qualche tempo scrivano in
quest'ufficio.
Lo scrivano s'inchinò di nuovo.
— Son venuto qui — riprese Riccardo — non mandato da lui, ma a sua
insaputa, spontaneamente, per impulso di coscienza, a pregar lei di
aiutarmi a compiere un dovere.
Lo scrivano fece un atto interrogativo.
— Il signor Alberto, come lei saprà, — proseguì Riccardo — è stato
accusato d'aver rubato un biglietto di cento lire sul tavolino del suo
principale.
Il giovane mise un sospiro come per dire: — Pur troppo!
— Ebbene — soggiunse con accento risoluto Riccardo — l'accusa è falsa.
Lo scrivano gli fissò in viso uno sguardo turbato; ma non vedendo su
quel viso nemmeno l'ombra d'un secondo pensiero, si rassicurò, e fece
un cenno rispettoso che voleva dire: — Inclino a crederlo anch'io.
— Io conosco il signor Alberto, — Riccardo proseguì — lo conosco da
molto tempo, intimamente, e lo credo incapace di commettere un'azione
indegna; me ne rendo mallevadore come d'un mio fratello; altre cento
persone, se occorresse, sarebbero pronte ad affermare lo stesso, la
perdita del biglietto sarà una cosa inesplicabile; ma il signor Alberto
è innocente. Ora egli si trova ridotto all'estrema miseria, e per
di più disonorato. Di questa ingiustizia non avrà colpa che il caso,
voglio credere; ma tanto più è dovere di tutti quelli che conoscono
quel povero giovane, di fare tutto il possibile per restituirgli quello
che ha perduto. Bisognerebbe trovar modo di farlo riammettere nello
studio, persuadendo il signor avvocato che egli è innocente. Lei che
è giovane, che ha cuore, che conosce quel povero infelice, m'aiuti
lei. Facciamo fra tutti quello che si può far di meglio. Le assicuro
che sarà una buona e nobile azione. Vediamo di trovare un modo per
persuadere il suo principale.
Lo scrivano guardò attentamente Riccardo, e sentendosi sempre più
rassicurato, esclamò con voce sospirosa e pietosa: — Ma come trovarlo
questo modo, Dio buono! Non c'eran testimoni, il biglietto non s'è più
ritrovato, nessuno ha saputo dare una spiegazione.... Dio lo volesse
che si trovasse una spiegazione!
— Ma si può trovare — riprese Riccardo, incoraggiato dalla disposizione
benevola del giovane — si può inventare! Dal momento che lei ed io
siamo persuasi che il signor Alberto è innocente! Possiamo combinar
tutto fra noi due, senza che ne sappia nulla nessuno nè ora nè mai.
Creda, caro signore, che glie ne sarei grato per la vita!
E dicendo questo gli afferrò le mani e glie le scosse con uno slancio
del cuore.
— Ma cosa dire! cosa inventare! — rispose lo scrivano, grattandosi il
capo e fingendo di cercare.
— Si dice che il biglietto è stato ritrovato — esclamò Riccardo con
vivacità — e si presenta all'avvocato un biglietto di cento lire! Il
biglietto lo metto io; lei si presenta all'avvocato, fingendosi tutto
contento d'aver trovata la giustificazione d'un amico, e gli dice: —
Ecco il biglietto che lei credeva rubato, l'ho trovato io!
— ... Io? — domandò lo scrivano, turbandosi leggermente.
— Ma che cosa c'è di più naturale? — ripigliò Riccardo infervorandosi e
pigliando la mano del giovane.
— Ma... — rispose questi esitando — ... ritrovare un biglietto...
intatto... dopo tanto tempo... dove? in che maniera?... come spiegare
che sia scomparso?
— Ma si può spiegare benissimo! Combiniamo la spiegazione insieme.
Ecco qui, per esempio. Quando l'avvocato s'alzò per uscire dal suo
gabinetto, — dove il signor Alberto rimase solo per qualche momento,
— alzandosi, fece scivolare il biglietto giù dal tavolino. Vicino al
tavolino c'era il caminetto acceso. Il biglietto cadde sulla bragia
e si bruciò quasi intero. Il custode lo raccolse la sera con altri
pezzetti di carta, con cui era confuso, e buttò ogni cosa in una cesta.
Lei, cercando una lettera smarrita, è andato a metter mano nella... Ma
perchè le pare tanto strana? —
Riccardo, alzando improvvisamente gli occhi in viso allo scrivano, vi
aveva colto a volo un'espressione così inaspettata di turbamento, che
s'era lasciato sfuggire quella brusca interrogazione. Senza pensarci,
egli aveva proposto di dar per vero quello che era in fatti accaduto,
con la sola differenza che la mano nella cesta lo scrivano ce l'aveva
messa il giorno dopo lo smarrimento del biglietto, invece di mettercela
quel giorno stesso, come Riccardo proponeva.
— Perchè le pare tanto strana? — ripetè questi, fissando più
attentamente lo scrivano.
Ma costui aveva perduto affatto la bussola.
Invece di rimediare alla meglio alla prima imprudenza, stette un
momento senza rispondere, rosso, confuso, guardando qua e là per il
pavimento, e poi rispose di mala grazia:
— No... Io non voglio mettermi in questi impicci...; e non voglio...
far nascere dei sospetti!
— Dei sospetti? — domandò con grande meraviglia Riccardo. — Sospetti di
che? su chi?
— Sospetti... — balbettò lo scrivano, al colmo della confusione — sulla
mia onoratezza.
— Sulla sua onoratezza? — esclamò Riccardo guardandolo bene in faccia.
— Ma che diavolo dice?
— Sì signore! — rispose ad alta voce lo scrivano, che accortosi del
passo falso, avrebbe voluto rimettersi in piedi, ma non sapeva più
dove aggrapparsi, e parlava a caso. — Sospetti sulla mia onoratezza!
La mia onoratezza è al di sopra di tutti i sospetti! Sono abbastanza
conosciuto! Nessuno può dir nulla sul conto mio! Ne domandi ai miei
colleghi, al mio principale, a chi vuole! Non son discorsi da farsi!
Io non c'entro e non ci voglio entrare! Ha capito? E il signor Alberto
pensi ai fatti suoi e lasci in pace chi lo lascia in pace! E sia un
discorso finito!
Riccardo diede in una sonora risata.
— Ma sa — disse poi incrociando le braccia e allargando le gambe — che
si direbbe che il ladro sia lei?
Lo scrivano si fece smorto, e retrocedendo verso la porta, gridò con
voce soffocata:
— Badi a quello che dice!
— Ah! ora comincio a capire! — rispose Riccardo rimettendosi il
cappello, e slanciandosi avanti.
Ma a un tratto s'arrestò. Una mano sconosciuta aveva afferrato il
braccio dello scrivano sul limitare della porta. Questi si voltò
bruscamente e vedendosi in faccia l'avvocato, diede un guizzo indietro,
e rimase un momento colle spalle al muro —, impietrito.
— Ebbene.... sì — mormorò poi con un filo di voce — son io!
E s'allontanò lentamente, strisciando la schiena alla parete, come un
ragazzo minacciato d'una pedata.