Quella stessa sera la famiglia dell'avvocato era tutta radunata nella
stanza da pranzo, intorno a una tavola coperta d'un tappeto verde e
rischiarata da un grande lume. Il padre scriveva senza alzar mai gli
occhi di sulla carta, la madre leggeva, e in un canto giocavano e
discorrevano i tre figliuoli: una bambina d'ott'anni, bionda, bianca
e rosea come una bambino inglese, e due ragazzini, l'uno di poco più
di sei anni, l'altro di cinque. La bambina avea i capelli sciolti,
e tratto tratto, ridendo, scoteva il capo con un atto grazioso per
ricacciarli dietro le spalle. Ad ogni movimento del padre taceva
all'improvviso, e faceva cenno ai fratelli che tacessero; poi
ripigliava a parlar sotto voce e a ridere. Nel punto che guardava
il padre cogli occhi intenti, la bocca socchiusa e una mano sospesa
nell'atto di dire: — Silenzio, — era bella come un angiolo; e la madre,
in quel punto, l'osservava.
Sulla tavola, dalla parte dei ragazzi, v'era un biglietto da una
lira; il bambino più grande lo prese, e avvicinandolo alla fiamma
della candela, e guardando timidamente suo padre, disse sottovoce alla
sorella: — E se lo bruciassi?
— Ebbene, — questa rispose ad alta voce, con un accento, in cui si
sentiva la soddisfazione di poter insegnare qualche cosa; — purchè non
lo bruciassi tutto, si potrebbe ancora spendere. —
Il ragazzo disse che non lo credeva.
— Ma certo! — ripigliò la bambina; — io lo so.
— Come fai a saperlo?
— Lo so, perchè l'ho sentito dire, e c'eri anche tu, il giorno che
s'andò al Poggio Imperiale; e se ti ricordi, quel signore che ci
accompagnò fino a Porta Romana, che discorreva con Carlotta, le diceva
appunto che un suo amico aveva trovato un biglietto da cento lire quasi
tutto bruciato, e gliel'aveva dato a lui, perchè andasse a farselo
cambiar alla Banca con uno intero. E quei della Banca avevano visto che
nel biglietto bruciato c'era un nome, che so? un numero, e il numero
mostrava che il biglietto una volta era stato buono, e per questo
glielo cambiarono. Hai capito?
— Signori che accompagnano Carlotta — pensò la madre, stringendo le
labbra.
L'avvocato guardò sua moglie e disse sottovoce: — Hai sentito?...
— Non è vero, babbo, — domandò la bambina, — che i biglietti bruciati,
quando ne rimane un pezzo, quelli della Banca li ripigliano?
Il padre accennò di sì, e ricominciò a scrivere. Di lì a un momento
guardò intorno come se cercasse qualcosa; poi s'alzò, prese un lume e
uscì dalla stanza.
Allora la madre si rivolse alla bambina: — Amalia, va a dire a Carlotta
che venga nella mia camera, perchè le ho da parlare. —
Ciò detto s'alzò e uscì anch'essa; Amalia corse a far l'imbasciata a
Carlotta, ch'era la governante.
Pochi momenti dopo rientrarono tutt'e due nella sala; l'avvocato non
era ancora tornato.
— O dove sia andato? — domandò la signora. — Amalia, va a veder
dov'è. —
Mentre l'Amalia s'alzava, suo padre ricomparve; lo guardarono: era
turbato.
— In che modo, — egli domandò, fissando ora sua moglie ora la bambina,
— in che modo si trova in casa nostra quest'oggetto? —
E mostrò non so che di forma quadrata e di color rosso che teneva in
mano.
Amalia si fece color di porpora.
— Amalia, — disse il padre, — vieni con me. —
La bambina s'alzò tutta tremante, ed egli la prese per mano e la
condusse fuori della sala, lasciando la signora e i due ragazzi
attoniti. Di stanza in stanza, il padre e la figliuola arrivarono in
uno stanzino basso, senza finestre, ingombro di mobili vecchi e di
casse, e lì si fermarono.
Il padre avvicinò il lume ad un angolo, e accennando un buco aperto nel
muro, domandò ad Amalia:
— Sei tu che hai nascosto qui quest'oggetto?
— .... Sì, — rispose la bambina.
— Quanto tempo fa?
— .... Un mese. —
Il padre stette un po' pensando; poi riprese Amalia per mano, la
condusse in una stanza vicina, sedette, e domandò:
— Come t'è venuta in mano questa busta? —
La bambina diede in uno scoppio di pianto.
— Di' la verità, — egli soggiunse.
Allora Amalia, tremando, piangendo, balbettando, raccontò che una sera,
nel correre con alcune sue compagne pei viali del giardino Massimo
d'Azeglio, e proprio nel momento in cui girava attorno a una panca,
aveva urtato col piede in quell'oggetto, e senza immaginare che potesse
essere altra cosa che un pezzo di cartone, se l'era messo in tasca,
perchè era rosso e le piaceva. Poi, ripassando da quella parte, aveva
visto un giovane che si lamentava con le governanti, perchè i bambini
gli avevano portato via una cosa, ed essa aveva capito che si trattava
appunto dell'oggetto preso da lei, e voleva restituirlo; ma s'era già
radunata tanta gente, e il giovane montava sempre più in collera, e
lei non si sentiva più il coraggio di farsi innanzi. A un tratto la
donna che l'aveva accompagnata al giardino, ch'era la governante dei
bimbi d'una signora vicina, l'aveva presa per mano e condotta via,
dicendo; — Andiamo, se no succede uno scandalo; — e allora lei s'era
pentita tanto tanto di non aver restituito l'oggetto, e avrebbe voluto
ritornare indietro; ma era tardi. Però, arrivando a casa, e scoprendo
che in quella cosa rossa c'era un ritratto, aveva deciso di restituirlo
a qualunque costo, e per molte sere, tornando nel giardino, se l'era
sempre portato in tasca, sperando di ritrovare quel signore. Ma quel
signore non s'era più fatto vedere, e lei, perduta ogni speranza,
aveva nascosto il ritratto nello stanzino, senza dir nulla a Carlotta,
pensando: — Chi sa! un giorno forse lo incontrerò, e allora glielo
potrò rendere.
— Avevi mai visto quel signore? — domandò il padre.
— Mai, mai — rispose la bambina — è stata quella la prima e l'ultima
volta.
Suo padre, dopo averla un po' fissata negli occhi, le fece cenno che
se n'andasse; ed essa col volto ancora lagrimoso, ma tutta contenta
di averla passata così liscia, scappò come un uccello. L'avvocato
rimase pensieroso, col ritratto in mano. Egli l'aveva trovato in
un buco dello stanzino, per caso, cercando un altro oggetto. Data
un'occhiata all'immagine, aveva guardato il rovescio del cartone, e
fatto subito un segno di viva sorpresa. Sul rovescio v'era scritto:
— A mio figlio Alberto. Maria P. — ; il nome dello scrivano ch'egli
aveva cacciato. Sotto questo nome v'era scritto in grossi caratteri: —
29 marzo, 27 lire. — Fitto, 18, pagato. — Resto: 9. — Queste nove lire
erano ripartite, cominciando dal primo giorno d'aprile, in sette parti
uguali, l'un numero sotto l'altro, come per fare una somma, e accanto
a ciascun numero era scritto in carattere minuto: — Pane e frutta. —
L'ottavo giorno d'aprile era ancora segnato con un 8, ma senz'altra
indicazione di spesa; v'erano scritte invece colla matita le seguenti
parole: — A vent'anni! Dio mio! —
Scorrendo quei numeri e quelle parole, l'avvocato era diventato
pallido; ma subito gli era venuto il sospetto che quel ritratto fosse
stato messo là a bella posta, perchè gli cadesse sott'occhio. Allora
era rientrato nella stanza da pranzo, aveva fatto quella domanda, e,
visto il rossore d'Amalia, chiesto e saputo ogni cosa.
— Dunque non è un artifizio! — disse tra sè, appena rimasto solo. —
Questo ritratto è capitato qui per caso! Questo scritto dice la verità!
Questo giovane non aveva denari, non poteva aver rubato, era innocente;
ed io l'ho offeso, umiliato, cacciato, condannato alla miseria e alla
fame! Ora bisogna ritrovarlo questo disgraziato! — soggiunse con voce
commossa, balzando in piedi. — Bisogna andarlo a cercare, subito,
dovunque sia! —
Qui si fermò, passandosi una mano sulla fronte. — Ma la prova, — disse,
— la prova che mi sono ingannato, la sicurezza intera e assoluta chi me
la dà? Che fu del biglietto? Chi può averlo preso fuorchè lui? —
E si rimise a sedere pensieroso. — Fosse caduto nel fuoco! —
soggiunse dopo un po'. — Si fosse bruciato, mentre io uscivo dal
gabinetto? —
Quella parola “bruciato„ gli richiamò alla memoria il discorso
d'Amalia, il giovane che aveva accompagnato Carlotta, l'amico, la
Banca;... gli balenò un vago sospetto. Si alzò per andare a chiamare la
bambina; in quel momento entrò sua moglie.
— Senti, — gli disse questa sorridendo, — ho parlato con Carlotta, e le
ho domandato chi fosse il signore che si dà la premura di accompagnarla
quando conduce al passeggio la bambina. Non si turbò nè punto nè poco,
e mi rispose, con una disinvoltura ammirabile, che quel giovane è una
persona per bene, e per provarmi ch'è per bene davvero, mi disse ch'è
intimo amico d'un tuo scrivano che gode della tua più grande simpatia.
— Quale scrivano? — domandò l'avvocato. La signora disse il nome
dell'antico collega d'Alberto.
— E le domandai pure — soggiunse — che cosa fosse quell'imbroglio
del biglietto. E lei mi ha detto che il fatto era veramente come
Amalia l'aveva raccontato; ma che neanco in questo non vedeva nulla
di male, perchè il biglietto era stato trovato in mezzo a una strada,
e quel signore, prima di farlo cambiare, aveva cercato inutilmente il
proprietario.
— Ma chi l'ha trovato il biglietto?
— Il tuo scrivano, quello che t'ho nominato. —
L'avvocato rimase sopra pensiero.
— Ma il ritratto? — domandò la signora.
— Va, — disse improvvisamente suo marito, — va a domandare ad Amalia
quanto tempo fa e in che giorno quel tale gli parlò del biglietto.
La signora andò.
— Il tuo riverito scrivano — tornò a dire dopo un minuto, affacciandosi
alla porta — ha fatto cambiare il biglietto uno degli ultimi giorni di
marzo.
— Ah! — gridò l'avvocato, — non c'è più dubbio, dunque!
Così dicendo, preso da un sentimento improvviso di pietà e di rimorso,
stropicciò colle mani convulse il ritratto, e poi, fissando gli occhi
nell'immagine di quella povera madre, le lasciò cader sopra una lagrima
e le chiese perdono.