VIII.

Riccardo (il giovane, di cui s'è taciuto il nome fin qui) cominciò

quello stesso giorno a parlare ed a scrivere ad amici e a conoscenti,

per veder di trovare un impiego ad Alberto. E vi si mise con tanto

ardore, e con un così fermo proposito di riuscirvi, che quasi non gli

rimase altro pensiero e altro desiderio nell'anima; e le sue malinconìe

sparirono, e gli rinacque l'allegrezza. Aveva uno scopo, nel quale

il cuore, la volontà e la coscienza si trovavano d'accordo; e non ci

voleva altro per ridestare la parte più nobile di lui, che da qualche

tempo sonnecchiava. L'immagine d'Alberto gli stava sempre dinanzi,

e oltre la pietà gentile che gl'ispirava, gli faceva comprendere

e stimare per la prima volta i grandi favori, di cui la natura e

la fortuna erano state larghe con lui. — Insomma, — diceva sovente

sorridendo, — questo giovine m'ha dimostrato matematicamente che io

devo esser felice! Ah, quella scellerata abitudine di guardar sempre

sopra noi stessi! — Ma benchè avesse molti amici, e facesse quanto era

in lui per conseguire il suo intento, fin dai primi passi intoppò in

tanti ostacoli e perdè tante illusioni, che si dovette persuadere che

l'impresa era assai più difficile di quel che sul primo momento aveva

creduto.

Da ogni parte egli trovava una concorrenza impreveduta e formidabile,

e andava man mano scoprendo, con un sentimento di meraviglia e di

spavento, l'immensa miseria larvata, decente, istruita, e ancora

pudibonda, che affluisce nelle grandi città capitali, e fluttua

alle porte degli Uffici e dei palazzi; una moltitudine, non prima

conosciuta da lui, di gente capelluta, barbuta e macilente, d'impiegati

destituiti, di professori disoccupati, di commessi licenziati, di

ufficiali espulsi, di scrittori falliti, di vecchi, di malati, di

rovinati, che presentano come documenti commendatizi libri, raccolte

di giornali, cicatrici, bambini, polizze del monte di pietà e lettere

di deputati e di senatori; bisogni, dolori, sventure, appetto alle

quali la condizione in cui si trovava Alberto, giovane, sano e senza

famiglia, poteva ancora parere una condizione fortunata. Su tutte le

vie in cui si metteva, trovava un serra serra d'affamati; e si perdeva

d'animo vedendo che non era quasi mai la raccomandazione dignitosa

d'un uomo stimato, quella che otteneva la preferenza; ma il sorriso

della signora leggiera, l'insistenza sfrontata del ciarlatano, la

paroletta detta in buon punto a tavola fra il dolce e lo Sciampagna,

l'armeggiamento, l'intrigo. Ma nel conoscere o nel sentir parlare

di tanta gente per cui era una grande fortuna il trovar modo di non

morir di fame, e in quella stessa difficoltà grandissima di trovare un

pezzo di pane per il suo protetto, egli provava una compiacenza nuova

ed acuta, un godimento saporito della sua pace e dei suoi comodi; un

maggior gusto nel rannicchiarsi nella sua poltrona, al caldo, dopo

un buon pranzo, col giornale in mano, pensando a quella povera gente

“capelluta, barbuta e macilente„ che aveva incontrato lungo il giorno

per le scale delle banche e dei ministeri; un sentimento che egli non

voleva spiegar bene a sè stesso, ma di cui qualche volta si vergognava

improvvisamente, sdegnandosi che gli fosse entrato nel cuore, a

intorbidargli la sorgente della pietà vera e nobile, la quale, egli

diceva, dev'essere un dolore. Ma per quanto facesse, egli non riusciva

a scernere, in quella nuova contentezza di sè medesimo, ciò che gli

veniva dalla coscienza, da ciò che gli veniva dall'egoismo, per poter

respingere la parte impura, e godere soltanto della soddisfazione

legittima, serenamente. E se ne rodeva. “Così fatto è questo

guazzabuglio del cuore umano„.

Novelle(#58341) · 第 76 / 95 题