In quel tempo abitava in un quartierino elegante di via Santa Reparata
un giovanotto napoletano, venuto a Firenze a farvi studi di lingua,
e a consultare documenti per un'opera di critica letteraria, a cui
aveva posto mano da lungo tempo. Era in Firenze da più d'un anno e
vi conosceva molta gente; ma usava con pochi e a sbalzi, secondo lo
governava l'umore variabilissimo, e una passione violenta per gli
studii, interrotta di quando in quando da uno slancio impetuoso verso
la vita svagata. La sua casa era l'espressione fedele della sua indole
e della sua vita. C'eran molti libri, tutti in un monte sopra un
tavolino, slegati, con copertine e fogli sparsi; in cima al monte dei
libri la biancheria pulita, portata un'ora innanzi dalla stiratora;
sulla biancheria un cappello a cilindro colla traccia della spazzola
passata contro il verso del pelo; un gran ritratto di Lodovico Ariosto,
il suo poeta prediletto, appeso a una parete, e sotto il ritratto
una carta geografica, staccata da uno dei due chiodi che la tenevano,
coll'estremità inferiore immersa in un calamaio dimenticato sopra una
seggiola. Sulla stufa, sui tavolini, sul letto, da per tutto, vestiti,
fogli, brani di giornale, sopraccarte strappate; e un nuvolo di polvere
per tutto dove si désse un soffio o si battesse la mano.
Eran l'undici della mattina d'uno dei primi giorni d'aprile, e il
nostro giovane si alzava dal letto, cogli occhi gonfi, il capo pesante
e la bocca amara. Guardatosi un momento nello specchio, entrò nel
salotto che gli serviva di studio, buttò fuor della finestra una
forcina da capelli che trovò sul pavimento, tirò un lungo e sonoro
sbadiglio, e si abbandonò sopra una poltrona, con una gamba sull'altra
e le braccia incrociate, pensieroso. A un tratto vide una lettera sul
tavolino, la prese, l'aprì, guardò la firma, e cominciò a leggere.
Le prime righe non le capì, tanto aveva la mente intorpidita dal sonno.
Ma a poco a poco il senso gli si fece chiaro.
“.... Vediamo, — diceva la lettera; — di che si può dolere lei in
questo mondo? Che cosa le manca? La salute? ne ha da sciupare. Il
denaro? n'ha quanto basta. La stima pubblica? pochi alla sua età
n'hanno avuta di più. Gli amici? ne ha molti e sinceri. L'ingegno? è la
sua qualità più spiccata. L'amore? non ha che a cercarlo. Che le manca
dunque? Vuole che io glielo dica quello che le manca? La disciplina.
Lei è troppo padrone del suo tempo, per l'età che ha; è troppo
libero, ha troppo pochi doveri da compiere, troppo pochi sacrifizii
da fare; e di qui nascono le sue malinconìe, le sue svogliatezze e
le sue lamentazioni, che sono veri oltraggi alla Provvidenza. Me lo
creda: se lei avesse, come molti altri giovani, da guadagnarsi il pane
lavorando, se avesse una famiglia a cui pensare, una madre ammalata da
assistere, o che so io, non le resterebbe mica il tempo per iscrivere
lettere come quella che ha scritto a me in un abbandono di stanco
tedio leopardiano. Lei ha bisogno di disciplina, le ripeto, di freno.
Intraprenda uno studio severo, faticoso, che la costringa a pensare,
a star lì colla testa, come disse uno scrittore che le piace; e si
faccia una legge di studiare quelle tante ore il giorno, e in quelle
date ore; e vi si attenga, e si domini, e lasci da parte, almeno per
qualche tempo, i libri che le accendono l'immaginazione. E sopra tutto
si prefigga una regola di vita sicura e costante; non viva così alla
giornata, oggi col Musset tra mano, domani col Lamennais, la sera a
crapula cogli amici, la mattina dinanzi alla porta del convento di
Fiesole a meditare sulla vanità dei piaceri umani. Lavori molto e
ogni giorno, e non soltanto intorno a ciò che le piace; si formi il
disegno d'un'opera vasta che l'obblighi a ricerche lunghe e pazienti,
e cominci subito piantando un formidabile _voglio_ in mezzo all'anima,
_come salda colonna adamantina_. E si persuada una volta per sempre
che quel po' di felicità che si può godere in questo mondo sta nella
quiete, nell'ordine, nella sicurtà della coscienza; e che il volersi
ribellare a questa legge, gli è come dibattersi in una gabbia di
ferro, della quale si potranno fare scricchiolar le sbarre con uno
sforzo gigantesco, torcerle anche, insanguinarle; ma non uscirne mai.
Non isciupi la sua salute, il suo ingegno, e codesto cuore ardente
e gentile in una lotta inutile; si raccolga, si fortifichi, e le
malinconìe spariranno, e vi sottentrerà un'allegrezza operosa, che le
farà parer bella la vita.„
Il giovane scrollò le spalle. e buttata la lettera in un canto, riprese
l'atteggiamento pensieroso di prima. Dopo un po' si scosse, aprì un
libro e cominciò a leggere. Poi richiuse il libro e lo buttò nel muro;
prese un foglio pieno d'appunti e lo fece in pezzi; si alzò, e si mise
a passeggiare a passi rapidi. Poi si fermò e disse con dispetto: — Ma
che faccio io qui a rodermi l'anima? Animo, fuori, alla luce del sole,
in mezzo agli uomini, a vivere da uomo, maledetto topo di biblioteca! —
E corse nell'altra stanza per vestirsi. In quel punto sentì picchiare
all'uscio, s'infilò un vestito e tornò nel salotto, gridando: —
Avanti. —
La porta s'aprì e spuntò un viso ch'egli non conosceva.
— Avanti, — ripete in tono brusco il giovane, vedendo che lo
sconosciuto esitava.
— Perdoni, — domandò questi timidamente, — è lei il signor***? — e
disse il nome.
— Son io — rispose il giovane napoletano.
— Lei ebbe la bontà — mormorò umilmente il nuovo arrivato — di darmi il
suo biglietto da visita, giorni fa, nel giardino Massimo d'Azeglio.
— Come! — esclamò l'altro con allegra maraviglia — lei è quel signore
ch'era seduto sulla panca?
— Quello stesso, — rispose Alberto.
Il napoletano gli porse una seggiola, e gli disse con accento di
curiosità: — Mi dirà ora che cosa le era seguito! Ma prima di tutto, a
che debbo il piacere di vederla? In che la posso servire?
Alberto esitò un istante, e poi disse in fretta arrossendo: — Avrei da
farle un discorso lungo.... Prima però la debbo pregare di perdonarmi
se quella sera corrisposi così male alla sua bontà.... Non sapevo più
quel che mi facessi....
Il giovane lo costrinse a sedere.
— Mi dica quello che m'ha da dire, francamente.
— La ringrazio, — disse Alberto facendo l'atto di stender la mano
ma ritirandola subito; — io ebbi prima d'ora l'intenzione di venir
da lei; non me n'ero mica dimenticato, glielo assicuro; ma mi
mancò il coraggio, perchè.... il favore, di cui avrei avuto bisogno
nei giorni passati, mi sarebbe costato uno sforzo troppo grande a
domandarglielo.... Ora però.... È vero che forse ora vengo a darle una
noia anche maggiore....
— Non mi parli di noia; — disse con vivacità il giovane, a cui la
fisonomia aperta e severa di Alberto aveva ispirato fin da principio
una piena fiducia; — mi dica quello che m'ha da dire, liberamente, come
a un amico.
— Ebbene, le dirò ogni cosa, — cominciò Alberto, e detto prima il suo
nome, e com'era venuto a Firenze, e come vi era vissuto fino allora,
e dove stava e con chi, raccontò per filo e per segno, colla voce
tremante e il viso acceso, il fatto che gli era seguito nello studio.
Il giovane napoletano fece un atto di meraviglia e di dispiacere.
— Non conosco quest'avvocato, — disse poi, interrompendo Alberto
che voleva continuare; — ma perchè lei non è tornato, quando poteva
supporre che quel signore fosse più tranquillo? Perchè non è andato
almeno a vedere, o non ha almeno cercato di sapere se il biglietto fu
poi ritrovato o no?
— Sarebbe stato inutile — rispose Alberto. — Se l'avvocato avesse
trovato il biglietto, io lo conosco, è collerico, violento, ma
onesto: m'avrebbe fatto cercare e chiesto scusa. Il biglietto non
fu più ritrovato. Egli è certamente persuaso che l'abbia preso io, e
soltanto una prova palpabile potrebbe persuaderlo che s'è ingannato.
Ma lei comprenderà che questa prova non si può dargliela. Io credo che
veramente il biglietto fosse sul tavolino poco tempo prima ch'entrassi
io nella stanza; sarà scivolato in mezzo ad altri fogli, e qualcuno
l'avrà scoperto poi e se lo sarà tenuto; sarà caduto nel fuoco e si
sarà bruciato; che vuole che io le dica? Si danno dei casi.... In ogni
modo andando a domandare una soddisfazione, non avrei ottenuto nulla.
Non c'era testimoni, egli era persuaso di quello che asseriva, io
non avevo amici in Firenze che potessero attestare la mia onestà; si
sarebbe creduto a lui e non a me....
— E poi, — domandò il napoletano con affettuosa premura, — che seguì di
lei?
— Poi.... — riprese l'Alberto, abbassando la voce — .... Eran gli
ultimi giorni del mese; io non avevo ancora preso lo stipendio, non
mi eran rimaste in tasca che poche lire.... Bisognava pensar subito al
modo di vivere.... Mandai un dispaccio a mio zio di Palermo, dicendogli
che avevo estremo bisogno di un pronto soccorso.... Non ricevetti
risposta. Cercai lavoro in parecchi ufficii, anche di giornali, che
mi dessero da copiare, da tagliar notizie, da correggere stampe; ma
dappertutto mi fu risposto che pel momento non avevano bisogno di
nessuno, e che ripassassi dopo qualche settimana. Si figuri! Io che
avevo, non dico i giorni, ma le ore contate.... Se mi fosse rimasto
almeno lo stipendio d'un mese, in un mese qualche cosa da fare avrei
trovato; ma non avevo più che ventisette lire, e mi toccava a pagare la
pigione della stanza, che solevo pagare posticipata, e piuttosto che
mancare.... Sarebbe stato un levare il pane di bocca a quella povera
donna e alla sua figliuola, che vivono a stecchetto, e desinano, si
può dire, colle mie diciotto lire; non ci pensai neppure un momento.
Che fare? Bisognava tirare a vivere il più che potevo con quelle
nove lire, e intanto continuare a cercare. Ebbi un momento l'idea
di ricorrere ai miei compagni, perchè non conoscevo altri; ma lei
capirà che in questi casi si metton tutti dalla parte del capo, e
chi sa! m'avrebbero voltato le spalle o fatto anche peggio; e poi mi
ripugnava di ricomparire dinanzi a loro senza potermi giustificare....
I primi due giorni desinai alla trattoria, perchè mi spettava ancora
la pensione che avevo già pagata, e poi.... Di continuare a mangiar
lì a credito non c'era neanco da parlarne, perchè nelle trattorie di
quella classe, dove non vanno altro che poveri diavoli e bricconi, se
non si paga non danno nulla. Dunque non c'era via di mezzo, bisognava
rassegnarsi. Ebbene, ora le dirò una cosa che lei stenterà a credere,
ma che pure è vera. Con nove lire non potevo tirare innanzi più di
sei o sette giorni, mangiando pane e frutta; lo capivo bene; sapevo
bene che sarebbe presto venuto il momento, che non avrei avuto più
un soldo. Eppure, non so, non ci potevo credere; mi pareva sempre di
sentirmi dentro una voce che diceva: — È impossibile! — Chi sa, dicevo,
che cosa può accadere in questo frattempo! — Man mano che quel giorno
s'avvicinava, io sempre più speravo in qualche avvenimento imprevisto
che mi venisse a togliere da quello stato. E quando mi domandavo: — Ma
quale avvenimento? — Ma mille, — mi rispondevo da me stesso. Poteva
capitare a Firenze lo zio, potevo ricevere una lettera con denaro,
dovevo trovare sicuramente qualcuno che mi facesse lavorar subito
e mi pagasse giorno per giorno. Ma più cercavo e meno trovavo, e il
viver così di pane e di frutta mi cominciava a far male, e quello che
mi rincresceva di più, in casa s'erano accorti che qualche cosa di
straordinario mi doveva essere seguito, e io non sapevo come liberarmi
dalle continue domande. Che cosa mi faceva soffrire quella ragazza,
quando veniva lì a pregare e piangere, lei non se lo può immaginare!
Cento volte fui sul punto di dirle ogni cosa, ma mi trattenni; a
chiunque altri l'avrei detto; a lei non potevo; mi pareva che sarei
morto di vergogna. Venne finalmente il giorno, in cui spesi l'ultimo
soldo.... Ebbene, appunto quel giorno avevo più che mai la certezza
che qualche cosa mi dovesse capitare. — Patir la fame? — dicevo tra
me. — Ah! ho bisogno di provarla io, per crederci! — La sera andai
a casa più presto, dormii un po' agitato; ma la mattina mi svegliai
pieno di speranza, e uscii prestissimo. La coscienza di non aver fatto
nulla da meritare un'umiliazione come quella, mi dava una forza, un
coraggio, di cui lei non si può fare un'idea; uscii, e senza quasi
accorgermene mi diressi verso la Stazione. Non so perchè, m'ero fitto
in capo che dovesse arrivare mio zio, o un amico di Palermo. Il treno
arrivò, la gente uscì, e io guardai tutti, uno per uno.... Ma le dico:
una cosa strana! Se m'avesse scritto qualcheduno: — Arriverò il tal
giorno, alla tal'ora, viemmi ad aspettare, — io non avrei aspettato
con più speranza. Non vidi nessuno, tornai indietro, e cominciai ad
andare e venire dalla piazza del Duomo alla piazza della Signoria,
per via Tornabuoni, per via Porta Rossa, per via Cerretani, guardando
in viso tutti quelli che passavano, come se cercassi qualcuno. Venne
mezzogiorno, passò l'ora della colazione, non me n'accorsi neppure.
Solamente la mia immaginazione si faceva sempre più viva, e senza
accorgermene affrettavo sempre più il passo, come se mi premesse
d'arrivar presto a un appuntamento. Andai alla Posta, domandai se
c'eran lettere; non ce n'era. Uscendo dalla Posta, mi venne un'idea;
salii nella Biblioteca, chiesi un libro e mi misi a leggere. Non so
come, la lettura mi assorbì tanto che mi scordai del mio stato e il
tempo mi passò di volo. A un tratto sentii un rumore, che mi fece
quasi paura; la gente riponeva i libri e s'avviava verso la porta; si
chiudeva la Biblioteca. Me ne andai. Era l'ora del desinare. Per le
strade si cominciava a vedere quel movimento solito della sera; gli
impiegati uscivano dai Ministeri, e c'era un andirivieni di carrozze
per ogni parte. Cominciai a vedere la gente entrare nelle trattorie,
e quello fu il momento più triste; mi prese una malinconìa che quasi
mi sentivo voglia di piangere; era la prima volta in vita mia che non
potevo desinare! Pensavo a mia madre, a Palermo, a quand'ero ragazzo,
e mi pareva di non esser quella stessa persona di una volta, che
tornando dalla scuola a casa trovavo sempre la tavola apparecchiata.
Mi si cacciò addosso una smania, una febbre, mi misi quasi a correre, e
arrivai trafelato nel giardino della piazza d'Azeglio....
— Come! Era quella sera! — gridò con voce commossa il suo intento
ascoltatore; — e lei non mi disse nulla?
— Il giardino era pieno di bambini, e non le dico che sentimenti e
che pensieri mi facesse nascere la loro allegria. Cavai di tasca il
ritratto di mia madre e lo guardai un pezzo; poi, non so perchè, lo
nascosi colla sua busta nel cappello e mi misi il cappello in capo;
mi sentivo debole e stanco, volli provare a dormire, e m'addormentai.
Nel sonno il cappello mi cadde, il ritratto, credo, schizzò fuori;
passò qualche ragazzo; in una parola, quando mi svegliai, il ritratto
non c'era più. Domandai, pregai le donne ch'eran là presso che
interrogassero i bambini, che m'aiutassero a cercare: fu inutile, la
gente se n'andò ed io rimasi solo. La perdita di quel ritratto, in quel
momento, nello stato in cui mi trovavo, fu un dolore inesprimibile
per me, mi parve un cattivo augurio, mi sentii mancare il coraggio,
m'accorsi allora per la prima volta d'essere veramente solo nel mondo,
e molto disgraziato! Allora venne lei....
— Ma perchè non parlò? ripetè il giovane con slancio.
— Ebbi la tentazione, ma mi mancò il coraggio; il solo pensare che
avrei dovuto cominciare col dire: — Ho fame, — mi faceva morire la
parola in bocca. Però le sue parole mi confortarono un poco. Tornai
verso il centro della città: v'eran già tutti i lampioni accesi, le
botteghe illuminate e le strade piene di gente. Molti uscivano dalle
trattorie allegri, col viso rosso, parlando forte. Io andavo e andavo,
senza saper dove nè perchè, come in sogno. Incontrai qualcuno dei
giovani che desinavano con me alla trattoria, mi salutarono ridendo,
e facendomi un cenno come per dire: — Come mai non ti si vede più? —
Uno mi domandò se volevo andare al teatro. Passeggiai fino a tardi,
poi decisi di tornare a casa, col proposito di farmi animo e di dire
ogni cosa alla padrona e alla figliuola. — È necessario, — dicevo
tra me. — Che diranno? Non lo so; diranno quello che vorranno, io non
voglio morire. — Ma via via che mi avvicinavo, sentivo sempre più che
non avrei ardito di parlare. Entrai, salutai, aprii la bocca per dire
la prima parola, ne dissi un'altra, e addio, andai a letto. Stentai
ad addormentarmi, ma poi dormii profondamente, e sognai mille cose
orribili. Mi svegliai ch'era ancora buio, e nel primo momento non mi
venne il pensiero dello stato in cui mi trovavo; mi colpì poi tutt'a
un tratto, e balzai a sedere sul letto, spaventato. Allora feci mille
progetti: andarmi a presentare al Sindaco, raccontargli la mia storia;
no, meglio al Prefetto; meglio ancora andar difilato dal mio antico
principale, e dirgli francamente, con quell'accento che viene dal
cuore: — Sono innocente! — Tutto mi pareva naturale, facile; mi prese
un'impazienza invincibile, mi vestii in fretta e uscii. Ma ahimè!
allo spuntar del sole tutti i bei progetti svanirono; passai davanti
al Municipio; guardai la sentinella, e tirai innanzi; andai fin sulla
porta di due o tre Uffici di giornali, ma non osai entrare; mi pareva
che, appena entrato, tutti insieme, guardandomi, avrebbero detto: — Ma
lei ha fame! — Decisi di fermare il primo conoscente che incontrassi,
e di domandargli in prestito qualche lira; ne incontrai parecchi,
li fermai, mi domandarono se non mi sentivo bene. — Che! — risposi,
fissandoli con sospetto; e mi lasciarono. Passò il mezzogiorno:
allora cominciai a sentirmi dentro uno sfinimento, un languore che
quasi non mi potevo più reggere; le gambe mi tremavano, e la fantasia
lavorava lavorava come se avessi la febbre; pensavo alle cose più
stravaganti, a persone, a luoghi, a fatti d'altre volte; avevo nel
capo una confusione e una vertigine che temevo di diventar pazzo. Poi,
a poco a poco mi prese come una rabbia, un odio contro tutti quelli
che vedevo; mi parevan tutta gente senza cuore, che m'avesse fatto del
male. — Ma è possibile? — dicevo tra me; — sono proprio io che mi trovo
ridotto a questi estremi? Ma chi sono io? Che ho fatto? io ho diritto
di mangiare! Io voglio vivere! — Più tardi mi prese un dolore acuto
al petto, un'oppressione, uno strazio, come se mi stiracchiassero le
viscere. Mi sedetti non so dove, mi rialzai, mi sentivo mancare, presi
una risoluzione disperata, andai incontro a un uffiziale, lo fermai,
gli dissi risolutamente: — Signore.... — Egli mi guardò, io ritornai
in me, gli domandai l'ora, me la disse, e continuai la mia strada. Mi
venne il pensiero d'uccidermi, lo scacciai, e vi sottentrò subito, non
so in che maniera, l'immagine della figliuola della padrona di casa,
la quale mi parve la mia salvezza. Era già notte, affrettai il passo
quanto potevo, rientrai in casa, lottai ancora un pezzo, finalmente
m'uscì di bocca quella maledetta parola: — Ho fame! — Fu una scena
straziante, caro signore; quelle due povere donne si misero a piangere
in un modo da schiantare il cuore.... Ma detta quella parola, non
si poteva più tirarla indietro... Fu ieri sera.... Stamani, appena
levato, pensai che dovevo mettermi a cercar lavoro, mi ricordai del suo
biglietto da visita, e son venuto a raccomandarmi a lei. Ecco la mia
storia, e perdoni se l'ho tediata con un discorso triste. —
Il giovane napoletano, che aveva ascoltato con profonda attenzione,
gli strinse la mano, e gli disse con voce commossa: — La ringrazio. —
Poi s'alzò in fretta, corse nell'altra camera, alla finestra, e alzando
gli occhi umidi al cielo, esclamò con voce commossa: — Ed io mi credo
infelice e mi rodo l'anima e trovo che la vita è una lotta, e non mi
sento la forza di sostenerla? Ah miserabile, insensato ed ingrato!