VII.

In quel tempo abitava in un quartierino elegante di via Santa Reparata

un giovanotto napoletano, venuto a Firenze a farvi studi di lingua,

e a consultare documenti per un'opera di critica letteraria, a cui

aveva posto mano da lungo tempo. Era in Firenze da più d'un anno e

vi conosceva molta gente; ma usava con pochi e a sbalzi, secondo lo

governava l'umore variabilissimo, e una passione violenta per gli

studii, interrotta di quando in quando da uno slancio impetuoso verso

la vita svagata. La sua casa era l'espressione fedele della sua indole

e della sua vita. C'eran molti libri, tutti in un monte sopra un

tavolino, slegati, con copertine e fogli sparsi; in cima al monte dei

libri la biancheria pulita, portata un'ora innanzi dalla stiratora;

sulla biancheria un cappello a cilindro colla traccia della spazzola

passata contro il verso del pelo; un gran ritratto di Lodovico Ariosto,

il suo poeta prediletto, appeso a una parete, e sotto il ritratto

una carta geografica, staccata da uno dei due chiodi che la tenevano,

coll'estremità inferiore immersa in un calamaio dimenticato sopra una

seggiola. Sulla stufa, sui tavolini, sul letto, da per tutto, vestiti,

fogli, brani di giornale, sopraccarte strappate; e un nuvolo di polvere

per tutto dove si désse un soffio o si battesse la mano.

Eran l'undici della mattina d'uno dei primi giorni d'aprile, e il

nostro giovane si alzava dal letto, cogli occhi gonfi, il capo pesante

e la bocca amara. Guardatosi un momento nello specchio, entrò nel

salotto che gli serviva di studio, buttò fuor della finestra una

forcina da capelli che trovò sul pavimento, tirò un lungo e sonoro

sbadiglio, e si abbandonò sopra una poltrona, con una gamba sull'altra

e le braccia incrociate, pensieroso. A un tratto vide una lettera sul

tavolino, la prese, l'aprì, guardò la firma, e cominciò a leggere.

Le prime righe non le capì, tanto aveva la mente intorpidita dal sonno.

Ma a poco a poco il senso gli si fece chiaro.

“.... Vediamo, — diceva la lettera; — di che si può dolere lei in

questo mondo? Che cosa le manca? La salute? ne ha da sciupare. Il

denaro? n'ha quanto basta. La stima pubblica? pochi alla sua età

n'hanno avuta di più. Gli amici? ne ha molti e sinceri. L'ingegno? è la

sua qualità più spiccata. L'amore? non ha che a cercarlo. Che le manca

dunque? Vuole che io glielo dica quello che le manca? La disciplina.

Lei è troppo padrone del suo tempo, per l'età che ha; è troppo

libero, ha troppo pochi doveri da compiere, troppo pochi sacrifizii

da fare; e di qui nascono le sue malinconìe, le sue svogliatezze e

le sue lamentazioni, che sono veri oltraggi alla Provvidenza. Me lo

creda: se lei avesse, come molti altri giovani, da guadagnarsi il pane

lavorando, se avesse una famiglia a cui pensare, una madre ammalata da

assistere, o che so io, non le resterebbe mica il tempo per iscrivere

lettere come quella che ha scritto a me in un abbandono di stanco

tedio leopardiano. Lei ha bisogno di disciplina, le ripeto, di freno.

Intraprenda uno studio severo, faticoso, che la costringa a pensare,

a star lì colla testa, come disse uno scrittore che le piace; e si

faccia una legge di studiare quelle tante ore il giorno, e in quelle

date ore; e vi si attenga, e si domini, e lasci da parte, almeno per

qualche tempo, i libri che le accendono l'immaginazione. E sopra tutto

si prefigga una regola di vita sicura e costante; non viva così alla

giornata, oggi col Musset tra mano, domani col Lamennais, la sera a

crapula cogli amici, la mattina dinanzi alla porta del convento di

Fiesole a meditare sulla vanità dei piaceri umani. Lavori molto e

ogni giorno, e non soltanto intorno a ciò che le piace; si formi il

disegno d'un'opera vasta che l'obblighi a ricerche lunghe e pazienti,

e cominci subito piantando un formidabile _voglio_ in mezzo all'anima,

_come salda colonna adamantina_. E si persuada una volta per sempre

che quel po' di felicità che si può godere in questo mondo sta nella

quiete, nell'ordine, nella sicurtà della coscienza; e che il volersi

ribellare a questa legge, gli è come dibattersi in una gabbia di

ferro, della quale si potranno fare scricchiolar le sbarre con uno

sforzo gigantesco, torcerle anche, insanguinarle; ma non uscirne mai.

Non isciupi la sua salute, il suo ingegno, e codesto cuore ardente

e gentile in una lotta inutile; si raccolga, si fortifichi, e le

malinconìe spariranno, e vi sottentrerà un'allegrezza operosa, che le

farà parer bella la vita.„

Il giovane scrollò le spalle. e buttata la lettera in un canto, riprese

l'atteggiamento pensieroso di prima. Dopo un po' si scosse, aprì un

libro e cominciò a leggere. Poi richiuse il libro e lo buttò nel muro;

prese un foglio pieno d'appunti e lo fece in pezzi; si alzò, e si mise

a passeggiare a passi rapidi. Poi si fermò e disse con dispetto: — Ma

che faccio io qui a rodermi l'anima? Animo, fuori, alla luce del sole,

in mezzo agli uomini, a vivere da uomo, maledetto topo di biblioteca! —

E corse nell'altra stanza per vestirsi. In quel punto sentì picchiare

all'uscio, s'infilò un vestito e tornò nel salotto, gridando: —

Avanti. —

La porta s'aprì e spuntò un viso ch'egli non conosceva.

— Avanti, — ripete in tono brusco il giovane, vedendo che lo

sconosciuto esitava.

— Perdoni, — domandò questi timidamente, — è lei il signor***? — e

disse il nome.

— Son io — rispose il giovane napoletano.

— Lei ebbe la bontà — mormorò umilmente il nuovo arrivato — di darmi il

suo biglietto da visita, giorni fa, nel giardino Massimo d'Azeglio.

— Come! — esclamò l'altro con allegra maraviglia — lei è quel signore

ch'era seduto sulla panca?

— Quello stesso, — rispose Alberto.

Il napoletano gli porse una seggiola, e gli disse con accento di

curiosità: — Mi dirà ora che cosa le era seguito! Ma prima di tutto, a

che debbo il piacere di vederla? In che la posso servire?

Alberto esitò un istante, e poi disse in fretta arrossendo: — Avrei da

farle un discorso lungo.... Prima però la debbo pregare di perdonarmi

se quella sera corrisposi così male alla sua bontà.... Non sapevo più

quel che mi facessi....

Il giovane lo costrinse a sedere.

— Mi dica quello che m'ha da dire, francamente.

— La ringrazio, — disse Alberto facendo l'atto di stender la mano

ma ritirandola subito; — io ebbi prima d'ora l'intenzione di venir

da lei; non me n'ero mica dimenticato, glielo assicuro; ma mi

mancò il coraggio, perchè.... il favore, di cui avrei avuto bisogno

nei giorni passati, mi sarebbe costato uno sforzo troppo grande a

domandarglielo.... Ora però.... È vero che forse ora vengo a darle una

noia anche maggiore....

— Non mi parli di noia; — disse con vivacità il giovane, a cui la

fisonomia aperta e severa di Alberto aveva ispirato fin da principio

una piena fiducia; — mi dica quello che m'ha da dire, liberamente, come

a un amico.

— Ebbene, le dirò ogni cosa, — cominciò Alberto, e detto prima il suo

nome, e com'era venuto a Firenze, e come vi era vissuto fino allora,

e dove stava e con chi, raccontò per filo e per segno, colla voce

tremante e il viso acceso, il fatto che gli era seguito nello studio.

Il giovane napoletano fece un atto di meraviglia e di dispiacere.

— Non conosco quest'avvocato, — disse poi, interrompendo Alberto

che voleva continuare; — ma perchè lei non è tornato, quando poteva

supporre che quel signore fosse più tranquillo? Perchè non è andato

almeno a vedere, o non ha almeno cercato di sapere se il biglietto fu

poi ritrovato o no?

— Sarebbe stato inutile — rispose Alberto. — Se l'avvocato avesse

trovato il biglietto, io lo conosco, è collerico, violento, ma

onesto: m'avrebbe fatto cercare e chiesto scusa. Il biglietto non

fu più ritrovato. Egli è certamente persuaso che l'abbia preso io, e

soltanto una prova palpabile potrebbe persuaderlo che s'è ingannato.

Ma lei comprenderà che questa prova non si può dargliela. Io credo che

veramente il biglietto fosse sul tavolino poco tempo prima ch'entrassi

io nella stanza; sarà scivolato in mezzo ad altri fogli, e qualcuno

l'avrà scoperto poi e se lo sarà tenuto; sarà caduto nel fuoco e si

sarà bruciato; che vuole che io le dica? Si danno dei casi.... In ogni

modo andando a domandare una soddisfazione, non avrei ottenuto nulla.

Non c'era testimoni, egli era persuaso di quello che asseriva, io

non avevo amici in Firenze che potessero attestare la mia onestà; si

sarebbe creduto a lui e non a me....

— E poi, — domandò il napoletano con affettuosa premura, — che seguì di

lei?

— Poi.... — riprese l'Alberto, abbassando la voce — .... Eran gli

ultimi giorni del mese; io non avevo ancora preso lo stipendio, non

mi eran rimaste in tasca che poche lire.... Bisognava pensar subito al

modo di vivere.... Mandai un dispaccio a mio zio di Palermo, dicendogli

che avevo estremo bisogno di un pronto soccorso.... Non ricevetti

risposta. Cercai lavoro in parecchi ufficii, anche di giornali, che

mi dessero da copiare, da tagliar notizie, da correggere stampe; ma

dappertutto mi fu risposto che pel momento non avevano bisogno di

nessuno, e che ripassassi dopo qualche settimana. Si figuri! Io che

avevo, non dico i giorni, ma le ore contate.... Se mi fosse rimasto

almeno lo stipendio d'un mese, in un mese qualche cosa da fare avrei

trovato; ma non avevo più che ventisette lire, e mi toccava a pagare la

pigione della stanza, che solevo pagare posticipata, e piuttosto che

mancare.... Sarebbe stato un levare il pane di bocca a quella povera

donna e alla sua figliuola, che vivono a stecchetto, e desinano, si

può dire, colle mie diciotto lire; non ci pensai neppure un momento.

Che fare? Bisognava tirare a vivere il più che potevo con quelle

nove lire, e intanto continuare a cercare. Ebbi un momento l'idea

di ricorrere ai miei compagni, perchè non conoscevo altri; ma lei

capirà che in questi casi si metton tutti dalla parte del capo, e

chi sa! m'avrebbero voltato le spalle o fatto anche peggio; e poi mi

ripugnava di ricomparire dinanzi a loro senza potermi giustificare....

I primi due giorni desinai alla trattoria, perchè mi spettava ancora

la pensione che avevo già pagata, e poi.... Di continuare a mangiar

lì a credito non c'era neanco da parlarne, perchè nelle trattorie di

quella classe, dove non vanno altro che poveri diavoli e bricconi, se

non si paga non danno nulla. Dunque non c'era via di mezzo, bisognava

rassegnarsi. Ebbene, ora le dirò una cosa che lei stenterà a credere,

ma che pure è vera. Con nove lire non potevo tirare innanzi più di

sei o sette giorni, mangiando pane e frutta; lo capivo bene; sapevo

bene che sarebbe presto venuto il momento, che non avrei avuto più

un soldo. Eppure, non so, non ci potevo credere; mi pareva sempre di

sentirmi dentro una voce che diceva: — È impossibile! — Chi sa, dicevo,

che cosa può accadere in questo frattempo! — Man mano che quel giorno

s'avvicinava, io sempre più speravo in qualche avvenimento imprevisto

che mi venisse a togliere da quello stato. E quando mi domandavo: — Ma

quale avvenimento? — Ma mille, — mi rispondevo da me stesso. Poteva

capitare a Firenze lo zio, potevo ricevere una lettera con denaro,

dovevo trovare sicuramente qualcuno che mi facesse lavorar subito

e mi pagasse giorno per giorno. Ma più cercavo e meno trovavo, e il

viver così di pane e di frutta mi cominciava a far male, e quello che

mi rincresceva di più, in casa s'erano accorti che qualche cosa di

straordinario mi doveva essere seguito, e io non sapevo come liberarmi

dalle continue domande. Che cosa mi faceva soffrire quella ragazza,

quando veniva lì a pregare e piangere, lei non se lo può immaginare!

Cento volte fui sul punto di dirle ogni cosa, ma mi trattenni; a

chiunque altri l'avrei detto; a lei non potevo; mi pareva che sarei

morto di vergogna. Venne finalmente il giorno, in cui spesi l'ultimo

soldo.... Ebbene, appunto quel giorno avevo più che mai la certezza

che qualche cosa mi dovesse capitare. — Patir la fame? — dicevo tra

me. — Ah! ho bisogno di provarla io, per crederci! — La sera andai

a casa più presto, dormii un po' agitato; ma la mattina mi svegliai

pieno di speranza, e uscii prestissimo. La coscienza di non aver fatto

nulla da meritare un'umiliazione come quella, mi dava una forza, un

coraggio, di cui lei non si può fare un'idea; uscii, e senza quasi

accorgermene mi diressi verso la Stazione. Non so perchè, m'ero fitto

in capo che dovesse arrivare mio zio, o un amico di Palermo. Il treno

arrivò, la gente uscì, e io guardai tutti, uno per uno.... Ma le dico:

una cosa strana! Se m'avesse scritto qualcheduno: — Arriverò il tal

giorno, alla tal'ora, viemmi ad aspettare, — io non avrei aspettato

con più speranza. Non vidi nessuno, tornai indietro, e cominciai ad

andare e venire dalla piazza del Duomo alla piazza della Signoria,

per via Tornabuoni, per via Porta Rossa, per via Cerretani, guardando

in viso tutti quelli che passavano, come se cercassi qualcuno. Venne

mezzogiorno, passò l'ora della colazione, non me n'accorsi neppure.

Solamente la mia immaginazione si faceva sempre più viva, e senza

accorgermene affrettavo sempre più il passo, come se mi premesse

d'arrivar presto a un appuntamento. Andai alla Posta, domandai se

c'eran lettere; non ce n'era. Uscendo dalla Posta, mi venne un'idea;

salii nella Biblioteca, chiesi un libro e mi misi a leggere. Non so

come, la lettura mi assorbì tanto che mi scordai del mio stato e il

tempo mi passò di volo. A un tratto sentii un rumore, che mi fece

quasi paura; la gente riponeva i libri e s'avviava verso la porta; si

chiudeva la Biblioteca. Me ne andai. Era l'ora del desinare. Per le

strade si cominciava a vedere quel movimento solito della sera; gli

impiegati uscivano dai Ministeri, e c'era un andirivieni di carrozze

per ogni parte. Cominciai a vedere la gente entrare nelle trattorie,

e quello fu il momento più triste; mi prese una malinconìa che quasi

mi sentivo voglia di piangere; era la prima volta in vita mia che non

potevo desinare! Pensavo a mia madre, a Palermo, a quand'ero ragazzo,

e mi pareva di non esser quella stessa persona di una volta, che

tornando dalla scuola a casa trovavo sempre la tavola apparecchiata.

Mi si cacciò addosso una smania, una febbre, mi misi quasi a correre, e

arrivai trafelato nel giardino della piazza d'Azeglio....

— Come! Era quella sera! — gridò con voce commossa il suo intento

ascoltatore; — e lei non mi disse nulla?

— Il giardino era pieno di bambini, e non le dico che sentimenti e

che pensieri mi facesse nascere la loro allegria. Cavai di tasca il

ritratto di mia madre e lo guardai un pezzo; poi, non so perchè, lo

nascosi colla sua busta nel cappello e mi misi il cappello in capo;

mi sentivo debole e stanco, volli provare a dormire, e m'addormentai.

Nel sonno il cappello mi cadde, il ritratto, credo, schizzò fuori;

passò qualche ragazzo; in una parola, quando mi svegliai, il ritratto

non c'era più. Domandai, pregai le donne ch'eran là presso che

interrogassero i bambini, che m'aiutassero a cercare: fu inutile, la

gente se n'andò ed io rimasi solo. La perdita di quel ritratto, in quel

momento, nello stato in cui mi trovavo, fu un dolore inesprimibile

per me, mi parve un cattivo augurio, mi sentii mancare il coraggio,

m'accorsi allora per la prima volta d'essere veramente solo nel mondo,

e molto disgraziato! Allora venne lei....

— Ma perchè non parlò? ripetè il giovane con slancio.

— Ebbi la tentazione, ma mi mancò il coraggio; il solo pensare che

avrei dovuto cominciare col dire: — Ho fame, — mi faceva morire la

parola in bocca. Però le sue parole mi confortarono un poco. Tornai

verso il centro della città: v'eran già tutti i lampioni accesi, le

botteghe illuminate e le strade piene di gente. Molti uscivano dalle

trattorie allegri, col viso rosso, parlando forte. Io andavo e andavo,

senza saper dove nè perchè, come in sogno. Incontrai qualcuno dei

giovani che desinavano con me alla trattoria, mi salutarono ridendo,

e facendomi un cenno come per dire: — Come mai non ti si vede più? —

Uno mi domandò se volevo andare al teatro. Passeggiai fino a tardi,

poi decisi di tornare a casa, col proposito di farmi animo e di dire

ogni cosa alla padrona e alla figliuola. — È necessario, — dicevo

tra me. — Che diranno? Non lo so; diranno quello che vorranno, io non

voglio morire. — Ma via via che mi avvicinavo, sentivo sempre più che

non avrei ardito di parlare. Entrai, salutai, aprii la bocca per dire

la prima parola, ne dissi un'altra, e addio, andai a letto. Stentai

ad addormentarmi, ma poi dormii profondamente, e sognai mille cose

orribili. Mi svegliai ch'era ancora buio, e nel primo momento non mi

venne il pensiero dello stato in cui mi trovavo; mi colpì poi tutt'a

un tratto, e balzai a sedere sul letto, spaventato. Allora feci mille

progetti: andarmi a presentare al Sindaco, raccontargli la mia storia;

no, meglio al Prefetto; meglio ancora andar difilato dal mio antico

principale, e dirgli francamente, con quell'accento che viene dal

cuore: — Sono innocente! — Tutto mi pareva naturale, facile; mi prese

un'impazienza invincibile, mi vestii in fretta e uscii. Ma ahimè!

allo spuntar del sole tutti i bei progetti svanirono; passai davanti

al Municipio; guardai la sentinella, e tirai innanzi; andai fin sulla

porta di due o tre Uffici di giornali, ma non osai entrare; mi pareva

che, appena entrato, tutti insieme, guardandomi, avrebbero detto: — Ma

lei ha fame! — Decisi di fermare il primo conoscente che incontrassi,

e di domandargli in prestito qualche lira; ne incontrai parecchi,

li fermai, mi domandarono se non mi sentivo bene. — Che! — risposi,

fissandoli con sospetto; e mi lasciarono. Passò il mezzogiorno:

allora cominciai a sentirmi dentro uno sfinimento, un languore che

quasi non mi potevo più reggere; le gambe mi tremavano, e la fantasia

lavorava lavorava come se avessi la febbre; pensavo alle cose più

stravaganti, a persone, a luoghi, a fatti d'altre volte; avevo nel

capo una confusione e una vertigine che temevo di diventar pazzo. Poi,

a poco a poco mi prese come una rabbia, un odio contro tutti quelli

che vedevo; mi parevan tutta gente senza cuore, che m'avesse fatto del

male. — Ma è possibile? — dicevo tra me; — sono proprio io che mi trovo

ridotto a questi estremi? Ma chi sono io? Che ho fatto? io ho diritto

di mangiare! Io voglio vivere! — Più tardi mi prese un dolore acuto

al petto, un'oppressione, uno strazio, come se mi stiracchiassero le

viscere. Mi sedetti non so dove, mi rialzai, mi sentivo mancare, presi

una risoluzione disperata, andai incontro a un uffiziale, lo fermai,

gli dissi risolutamente: — Signore.... — Egli mi guardò, io ritornai

in me, gli domandai l'ora, me la disse, e continuai la mia strada. Mi

venne il pensiero d'uccidermi, lo scacciai, e vi sottentrò subito, non

so in che maniera, l'immagine della figliuola della padrona di casa,

la quale mi parve la mia salvezza. Era già notte, affrettai il passo

quanto potevo, rientrai in casa, lottai ancora un pezzo, finalmente

m'uscì di bocca quella maledetta parola: — Ho fame! — Fu una scena

straziante, caro signore; quelle due povere donne si misero a piangere

in un modo da schiantare il cuore.... Ma detta quella parola, non

si poteva più tirarla indietro... Fu ieri sera.... Stamani, appena

levato, pensai che dovevo mettermi a cercar lavoro, mi ricordai del suo

biglietto da visita, e son venuto a raccomandarmi a lei. Ecco la mia

storia, e perdoni se l'ho tediata con un discorso triste. —

Il giovane napoletano, che aveva ascoltato con profonda attenzione,

gli strinse la mano, e gli disse con voce commossa: — La ringrazio. —

Poi s'alzò in fretta, corse nell'altra camera, alla finestra, e alzando

gli occhi umidi al cielo, esclamò con voce commossa: — Ed io mi credo

infelice e mi rodo l'anima e trovo che la vita è una lotta, e non mi

sento la forza di sostenerla? Ah miserabile, insensato ed ingrato!

Novelle(#58341) · 第 75 / 95 题