Lo studio in cui lavorava Alberto, era in una delle strade più
solitarie di Firenze. Vi lavoravano con lui tre o quattro giovani,
tra praticanti e scrivani, coi quali aveva poca dimestichezza, perchè
troppo diversi da lui di natura e di abitudini. L'avvocato, a cui
apparteneva lo studio, era un uomo sulla cinquantina, d'aspetto
severo, di modi bruschi e di poche parole; ma buono, si diceva, e
giusto, e qualche volta anche affabile coi suoi sottoposti; a patto
però che non gli contradicessero mai, che aspettassero la riparazione
d'un torto, quando ne facesse, dal suo pentimento spontaneo, senza
sollecitarlo con richiami o con proteste; galantuomo, in una parola,
salvo l'orgoglio e l'indole irascibile, che lo facevan più temere che
amare. Nei suoi giovani, anche più dell'operosità e del raccoglimento,
gli piaceva la deferenza manifestata col contegno modesto e colle
parole ossequiose; e perciò non gli era mai andato molto a genio
Alberto, che soleva obbedire tacendo, salutare senza sorridere e
rispettare senza inchinarsi. L'altro scrivano (eran due) era più
nelle sue grazie, e a questo egli affidava di preferenza i lavori
straordinarii che davano qualche piccolo guadagno, oltre lo scarso
assegnamento mensuale. Questi era premuroso, sorridente, pieghevole;
preveniva, con una rapidità mirabile, ogni suo atto; rifletteva, colla
prontezza d'uno specchio, ogni suo sorriso; ripeteva, colla fedeltà
dell'eco, l'ultima parola d'ogni sua frase; vestiva con un certo
garbo; non portava quei soprabitini e quei calzoncini slavati e spelati
d'Alberto, che pareva tenessero i punti per miracolo, e rinfacciassero
continuamente all'avvocato la meschinità dello stipendio e la miseria
dello stipendiato. Questi era intimamente e apertamente il prediletto.
Per la qual cosa Alberto lo guardava bieco, non per invidia della
predilezione, chè non era anima capace d'invidia; ma per l'ostentazione
maligna che quegli faceva dei suoi privilegi, con un perpetuo
leggerissimo sorriso di benevolenza protettrice, più insolente che la
superbia. Aveva qualche anno più d'Alberto, era mingherlino, sempre
vestito da zerbinotto, gaio, parolaio, seccante.
Era una mattinata piovosa degli ultimi di marzo, sette giorni prima
che seguisse in casa di Giulia il fatto che s'è raccontato; faceva
freddo ed era stato acceso il fuoco in tutti i camminetti dello studio.
Alberto scriveva in una stanza accanto a quella del principale, poco
distante dall'altro scrivano, il quale si alzava di tratto in tratto
per andarsi a riscaldare. All'improvviso si presentò sulla soglia del
suo gabinetto l'avvocato, e col solito cipiglio accennò ad Alberto che
aveva bisogno di lui. Alberto s'alzò e corse nel gabinetto. L'avvocato
sedette davanti alla sua scrivanìa, ch'era di fronte al camminetto, e
cominciò a cercare tra i suoi fogli, dicendo: — Ho da darle una cosa
a copiare. — Alberto stava ritto nella posizione d'un soldato, un
passo discosto dalla sua seggiola. — Non c'è, — disse l'avvocato, e,
chiudendo con impeto un grosso libro di conti che gli stava dinanzi,
s'alzò ed uscì. Tornò poco dopo con un foglio di carta in mano,
dicendo: — Eccolo, — lo porse ad Alberto, e fece un atto della mano che
voleva dire: lo copii. Alberto ritornò nella sua stanza e cominciò a
copiare. Dopo pochi momenti sentì nel gabinetto dell'avvocato un romore
confuso come di libri e di fogli messi sossopra, voci d'impazienza,
sbuffi, e poi silenzio; di lì a poco di nuovo il romore, più forte e
più affrettato di prima, e poi daccapo silenzio; finalmente udì il suo
nome. Corse nel gabinetto e si piantò come sempre dinanzi al tavolino,
dicendo: — A' suoi ordini. —
L'avvocato lo guardò. Alberto, non abituato allo sguardo di quell'uomo,
a cui sapeva di non esser simpatico, arrossì.
— Mi dica la verità, — disse l'avvocato severamente, abbassando gli
occhi sulla scrivanìa.
Il giovane lo guardò stupito. L'avvocato fissò lui di nuovo, corrugò
le sopracciglia, parve un momento incerto, e poi ripigliò con tono
risoluto:
— Mi dica la verità.... e resterà sepolta fra me e lei per sempre.
— Non intendo! — rispose il giovane sorridendo.
Ci sono dei momenti sfortunati, pur troppo, in cui basta il più
fuggevole indizio a mutare un vano sospetto in una certezza profonda,
risoluta, cieca, che strappa dal labbro parole fatali.
— Qui — disse con vivacità l'avvocato — c'era un biglietto da cento
lire.
— Oh! — esclamò il giovane diventando pallido, e facendo un gesto
vigoroso come per respingere da sè quel sospetto.
L'avvocato lo fissò come per leggergli nell'anima.
— Signor avvocato! — gridò Alberto con una voce che non pareva più la
sua — le proibisco di guardarmi in quel modo!
— Ci sono io solo, — rispose imperiosamente l'avvocato, — io solo che
posso dire qui: proibisco! Ed io le proibisco di rimetter più piede nel
mio studio!
— Ma badi a quello che fa, in nome di Dio! — gridò Alberto con un
accento supplichevole e disperato.
L'avvocato, fremendo, gli accennò la porta.
Erano accorsi gli altri giovani; Alberto li guardò, guardò di nuovo
l'avvocato, fece uno sforzo per parlare, non potè, si diede un gran
colpo sulla fronte, ed uscì a passi concitati.
— Se ne vadano! — disse bruscamente il principale ai giovani; e fu
lasciato solo. Rimase immobile, pallido, cogli occhi fissi sulla
porta. L'ira sbollì presto, lo assalì un dubbio improvviso, si rimise
a cercare in fretta e in furia sul tavolino, sotto, intorno, tra i
libri; non trovò nulla, mise un respiro, si abbandonò sulla seggiola
ansando. — Era qui — mormorò battendo la mano su tavolino — qui, ne son
certo come della mia esistenza, non mi posso essere ingannato! — E poi
ricominciò a pensare e a cercare.
Dopo quel giorno Alberto non ricomparve più, e l'avvocato non ne fece
più parola. Credendo che nessuno avesse sentito le parole che erano
state la cagione del diverbio — qui c'era un biglietto da cento lire
— non rivelò questa cagione a nessuno. Ricercò il biglietto, ma sempre
inutilmente; perdette ogni dubbio; ebbe anzi a momenti l'intenzione di
far cercare il giovane per costringerlo a confessare. Ma quando gli si
presentava l'immagine di quel volto trasfigurato e pallido, e di quel
gesto imperioso, un senso di timore segreto, più forte quasi della sua
certezza, lo stornava dal suo disegno.
Questa era stata la cagione del cangiamento seguìto in Alberto, e
di tutto quello che gli era avvenuto dipoi. Non era più tornato
allo studio, e non aveva più incontrato nessuno di coloro che
v'appartenevano.
E Giulia, in quella sera della fame, aveva saputo ogni cosa.