Alcuni giorni prima che seguisse il caso del giardino d'Azeglio,
una sera, un po' avanti l'ora solita, Alberto tornò a casa col viso
stravolto, e si chiuse nella sua camera senza dir parola. La mattina
seguente si levò per tempo, e cercò d'uscire non visto; ma la ragazza,
che stava in guardia, lo fermò in tempo, e prima con un piglio
scherzoso di comando, poi con un accento commosso di preghiera, tentò
di farsi dire quello che gli era accaduto. Alberto, più serio, ma anche
più affettuoso del solito, le rispose che non gli era seguito nulla,
che la sera innanzi sera sentito un po' male, e che il riposo della
notte l'aveva rimesso. Ma era ancora pallido, e aveva gli occhi rossi.
Giulia non credette. Pregò ancora, lo prese per mano, versò qualche
lagrima, ma inutilmente; il giovane le strinse la mano e la guardò con
tenerezza, e poi uscì senza dir parola. Da quel giorno in poi non parve
più quello di prima. Anche le sue abitudini mutarono; tornava a casa
ora molto più tardi, ora molto più presto che per il passato, parlava
più di rado; e quantunque facesse uno sforzo continuo per parere, se
non allegro, tranquillo, si capiva, al solo guardarlo, che era agitato
e triste. La ragazza lo supplicava: — Parli! mi dica che cos'ha! non
mi faccia soffrire! — E lui ancora più caldamente pregava Giulia che
non si desse pensiero di quel suo cangiamento, ch'era effetto d'un
malessere passeggiero. Ma intanto ogni giorno diventava più pallido e
più melanconico, e lo sforzo che faceva per sorridere e per parlare,
appariva sempre più evidente e più doloroso. La sera della scena
del giardino tornò a casa per tempo, e Giulia lo pregò ancora, più
teneramente che mai, di parlare; egli le rispose con voce stanca e
tremante; — Fra qualche giorno.... oggi è impossibile; — e si chiuse
nella sua camera, lasciando la povera ragazza desolata. La mattina
dopo, prima che le donne si destassero, era già fuor di casa.