XVIII.

A mezzogiorno, Furio se ne stava nel giardino seduto all'ombra d'un

albero; ancora tutto commosso dalla scena della mattina. Splendeva

un sole ardentissimo e tutto era quieto. Non stridore di cicala, non

canto d'uccello, non volo di farfalla, non voce, non moto nè vicino nè

lontano: pareva che la natura dormisse. Allora la campagna si anima

d'una vita fantastica, come di notte. Si sentono suoni indefiniti

come di lunghe grida lontane; soffi, fruscii, bisbigli, ora a molta

distanza, ora nell'orecchio, qui, là, non si sa dove, da ogni parte.

Par che nell'aria ci sia qualcuno o qualcosa che fluttua e che s'agita,

che si avvicina, che si scosta, che ritorna, che ci rasenta, che

s'allontana. A un tratto si sente accanto un ronzìo d'insetto; passa,

e tutto tace. S'ha una scossa, ci si volta: è caduta una foglia. Sbuca

una lucertola, si ferma, che par che stia a sentire, e come impaurita

da quel silenzio, si rimbuca. La campagna ha non so che di solenne

e di triste come un mare solitario; e la testa si abbassa come per

forza, mentre l'occhio socchiuso vaga per le valli oscure e pei cupi

recessi che la fantasia languida gli rappresenta tra i fili dell'erba

e i granelli della terra. Furio solo vegliava a quell'ora. Il vecchio

impiegato dormiva in camera sua, supino sul letto, colla fronte tutta

in sudore e un andirivieni di mosche sul naso; e la zia, smessa la

calza, s'era anch'essa addormentata sulla seggiola, ritta interita sul

busto, colle braccia incrociate come un idolo e le labbra sporgenti in

atto dispettoso.

Furio non aveva visto Iride da più di due ore, e non sapeva dove fosse.

S'alzò da sedere e cominciò a girar pel giardino. Il giardino era vasto

e tutto piantato d'alberi fittissimi come un boschetto. Egli guardava

lontano fra tronco e tronco se biancheggiasse da nessuna parte un

vestito di donna, quando l'occhio gli cadde su poche foglie di rosa

sparse sull'erba. Dopo quelle, poco lontano, ce n'era dell'altre,

e via via a perdita d'occhi era una lunga striscia color di rosa.

Furio seguitò quella traccia, andò un po' innanzi diritto, poi svoltò

a destra, svoltò a sinistra, girò, rigirò, arrivò quasi in fondo al

giardino; all'improvviso non vide più foglie, rivolse gli occhi intorno

e diede una voce di sorpresa. Iride, stesa sull'erba ai piedi d'un

albero, dormiva.

Non dormiva; fingeva.

Furio rimase là a guardarla a bocca aperta, lontano sette o otto passi.

Era vestita di bianco, e intorno a lei tutto verde cupo; spiccava

come un cigno sulla sponda erbosa d'un lago. Stava distesa come sur

un letto, con un braccio nudo piegato sotto la testa, l'altro steso

lungo il fianco, e tutt'un piede scoperto. Teneva il viso rivolto dalla

parte di Furio, e il suo labbro inferiore abbassato scopriva i dentini

uniti e bianchi. Il volume delle treccie allentate pareva che fosse sul

punto di sciogliersi e di spandersi intorno a ondate d'oro. Respirava

frequente; aveva l'occhio semiaperto e fisso, come lo tengon molti

dormendo, e le gote color di rosa vivo.

Furio stava guardandola cogli occhi spalancati e le mani per aria in

atto di meraviglia. Egli non aveva mai visto dormire una bella donna, e

notava per la prima volta quella grazia più spiccata e più molle che il

sonno dà alle forme femminili, e l'atteggiamento infantile di quel bel

viso immobile. Il cuore gli tremò, gli corse una scintilla per tutte le

fibre e si stese come una nebbia fra Iride e i suoi occhi.

— Eccola, — mormorava colle labbra tremanti e cogli occhi umidi, —

Iride, la mia buona Iride, quella che mi vuol bene, che mi protegge,

e sta sempre con me, e mi fa passare tante ore contente; quella che mi

compatisce e mi perdona... io così in questo modo, che non sono nemmeno

degno di starle vicino, e lei così bella... Eccola là... Iride, dormi,

io ti guardo, sei tanto bella, sei il mio angelo, io ti voglio bene che

non so che cosa farei per te, guarda; io sono contento; io bacerei dove

tu metti i piedi, cara Iride. —

Tirò fuori in fretta il fazzoletto e lo baciò dicci o dodici volte

avidamente.

— Dormi, non ti svegliare, Iride; io ti guardo, starei sempre qui a

guardarti. —

Corse a un roseto là presso, strappò in furia molte rose e le andò a

gettare ai suoi piedi.

— To', prendi, ti copro di fiori, tu devi dormire in mezzo alle rose,

tu che sei così bella. —

S'inginocchiò ai suoi piedi e le baciò due o tre volte il vestito,

continuando a dire tra sè: — Cara Iride! mia bella, mia buona Iride!

Iride si mosse: Furio balzò in piedi e si fece tutto di fuoco. Essa

fingeva sempre di dormire; ma nel muoversi s'era sciolta da una specie

di mantiglia che parte le era stesa sotto e parte le avvolgeva il

seno. Furio indietreggiò a quella vista, con gli occhi fissi su di lei;

si passò una mano sulla fronte, si cacciò indietro i capelli con una

scrollata di capo, e poi si slanciò a traverso i campi di corsa. Andava

come se fosse inseguito, pareva che il terreno si facesse elastico

per dargli l'impulso, divorava la strada; arrivò a un fosso, cadde, si

bagnò, si rialzò, e via, via, come portato dal vento; sale il colle,

scivola, si rialza, si aggrappa agli sterpi, arriva sulla cima, e giù

dall'altra parte a lunghissimi salti, seguitato dalle pietre urtate

che franano, pestando piante e solchi, empiendo la valle silenziosa di

grida: — Animo! — Là! — Così! — Coraggio! — Ed eccolo in fondo, steso

sull'erbe, supino, spossato, cogli occhi al cielo e la mente smarrita

in una certa ebbrezza fantastica, come se fosse precipitato in fondo

all'abisso.

Novelle(#58341) · 第 56 / 95 题