XV.

Sulla facciata della villa, al primo piano, ricorreva un terrazzino

lungo e continuo, sul quale davano le finestre della camera di Furio;

a sinistra, quelle della camera d'iride; a destra, nel mezzo, quelle

del padre. Dinanzi all'ultima finestra d'Iride, nell'angolo, c'erano

quattro o cinque grandi vasi di fiori, e un buon tratto della ringhiera

era coperto dagli ultimi pampini d'una vite piantata nel giardino.

Era un cantuccio tutto coperto di foglie, nel quale non penetrava mai

raggio di luce; una persona vi si sarebbe potuta rimpiattare senza

essere vista nè dal giardino nè dalle finestre.

Furio, una sera ch'era andato a dormire, mentre tutti gli altri stavano

ancora sotto a discorrere, si svegliò, oppresso dal caldo, dopo due

ore di sonno, e si fece alla finestra mezzo vestito per respirare un

po' d'aria fresca della notte. La notte era quieta e chiara che pareva

giorno. Gli alberi del giardino, illuminati dalla luna, apparivano

distinti, foglia per foglia, fino ai più lontani, come alla luce del

sole. Furio, all'aspetto di quella splendida pace del cielo, si sentì

entrare nel cuore una dolce malinconia; guardò lungamente il giardino,

i sentieri lontani, le case sparse, i colli; poi incrociò le braccia

sul parapetto della finestra, chinò la testa, e stette un pezzo così.

Quando si riscosse, credette che fosse molto tardi e che tutti

dormissero. Come spinto da una mano misteriosa, scavalcò il parapetto,

e senza quasi pensarvi andò avanti sul terrazzino. A un tratto si

accorse d'esser vicino alla finestra della camera d'Iride, e gli corse

un brivido da capo a piedi; ebbe paura. Le finestre erano aperte e la

camera buia; pensò che già dormisse, gli parve di udire il respiro, si

sentì salire una fiamma alla testa, si mosse per tornare indietro...

Magli mancò l'animo: avrebbe potuto far rumore e svegliarla; era vicino

ai fiori, sedette, e si nascose. In quel punto sentì un suono confuso

di voci giù nella sala da pranzo. Gli si agghiacciò il sangue. Non

erano ancora andati a dormire, andavano allora, si davano la buona

notte; che fare? tornare a letto? farsi scorgere? No, impossibile;

fermo lì, e zitto. Il cuore gli batteva forte. Dopo un minuto, sente

un passo leggiero venir su per le scale, due o tre porte si aprono

e si chiudono l'una dopo l'altra, man mano più vicine; ecco il lume;

l'ultima porta s'apre, Iride è nella sua camera, mette il candelliere

sul tavolino, s'affaccia alla finestra. Furio trattiene il respiro, si

preme una mano sul cuore dalla paura ch'essa lo senta battere; Iride

è lì, sopra di lui; s egli stende un braccio la tocca, ne sente il

profumo, vede in confuso il bianco del suo vestito. — Oh per carità,

va via! — dice il povero ragazzo tra sè. Iride si leva dalla finestra,

canterella, tace, ricomincia, va e viene per la camera, si riavvicina

al parapetto, ritorna dentro, mormora qualche parola indistinta...

Intanto s'è levato un po' di vento che spande intorno un delizioso odor

di giardino. Le foglie della vite e dei fiori stormiscono rendendo il

suono d'un bisbiglio concitato, tenero, supplichevole, che par che

dica: — Iride, Iride, Iride. — E tutta la campagna tace e la luna

splende.

Furio restò un po' di tempo immobile coi gomiti appoggiati sulle

ginocchia e la testa fra le mani. Poi a poco a poco le sue gambe si

rilassarono, la testa gli ricadde da un lato, si distese in terra

supino e s'addormentò.

— Ma vedi che testa! Anche stassera mi son dimenticata di chiudere! —

disse Iride, e scese dal letto e s avvicinò alla finestra. — Che buon

odore di fiori! — esclamò respirando l'aria viva, e s appoggiò sul

parapetto. A un tratto balza indietro, gettando un leggero grido. —

Cielo! che sarà mai? — Si riaccosta alla finestra, tende l'orecchio:

un respiro! Il coraggio della paura la prende, s'affaccia risoluta,

guarda: — Chi vedo! Furio! Che sia svenuto! — Si veste in fretta, esce

di corsa, arriva in punta di piedi all'angolo del terrazzino, e si

china a guardare il ragazzo. Dalla cintura in su era tutto illuminato

dalla luna; aveva i capelli in disordine, la bocca semiaperta e le

guancie ancora umide di lacrime. — Dorme, — disse Iride dopo averlo

guardato attentamente; — pare che abbia pianto... Ora gli asciugo le

lacrime e si sveglia. — Adagio adagio allungò il braccio per pigliargli

il fazzoletto ch'egli si teneva fermo sul petto con una mano aperta,

nell'atto di chi preme qualcosa sul cuore. Iride glielo prese, lo

guardò. Come! il suo fazzoletto! il fazzoletto ch'essa credeva d'aver

perduto! Stette un po' sopra pensiero, e poi esclamò: — Ma è possibile?

— Restò qualche minuto immobile a guardar Furio che seguitava a

dormire, poi tornò lentamente alla sua camera, si riaffacciò alla

finestra, lasciò ricadere il suo fazzoletto, e chiuse.

Furio si destò, si guardò intorno, e di nuovo gli parve che le foglie

della vite e dei fiori, agitate dal vento, gli dicessero all'orecchio:

— Iride, Iride, Iride. —

Novelle(#58341) · 第 53 / 95 题