Sulla facciata della villa, al primo piano, ricorreva un terrazzino
lungo e continuo, sul quale davano le finestre della camera di Furio;
a sinistra, quelle della camera d'iride; a destra, nel mezzo, quelle
del padre. Dinanzi all'ultima finestra d'Iride, nell'angolo, c'erano
quattro o cinque grandi vasi di fiori, e un buon tratto della ringhiera
era coperto dagli ultimi pampini d'una vite piantata nel giardino.
Era un cantuccio tutto coperto di foglie, nel quale non penetrava mai
raggio di luce; una persona vi si sarebbe potuta rimpiattare senza
essere vista nè dal giardino nè dalle finestre.
Furio, una sera ch'era andato a dormire, mentre tutti gli altri stavano
ancora sotto a discorrere, si svegliò, oppresso dal caldo, dopo due
ore di sonno, e si fece alla finestra mezzo vestito per respirare un
po' d'aria fresca della notte. La notte era quieta e chiara che pareva
giorno. Gli alberi del giardino, illuminati dalla luna, apparivano
distinti, foglia per foglia, fino ai più lontani, come alla luce del
sole. Furio, all'aspetto di quella splendida pace del cielo, si sentì
entrare nel cuore una dolce malinconia; guardò lungamente il giardino,
i sentieri lontani, le case sparse, i colli; poi incrociò le braccia
sul parapetto della finestra, chinò la testa, e stette un pezzo così.
Quando si riscosse, credette che fosse molto tardi e che tutti
dormissero. Come spinto da una mano misteriosa, scavalcò il parapetto,
e senza quasi pensarvi andò avanti sul terrazzino. A un tratto si
accorse d'esser vicino alla finestra della camera d'Iride, e gli corse
un brivido da capo a piedi; ebbe paura. Le finestre erano aperte e la
camera buia; pensò che già dormisse, gli parve di udire il respiro, si
sentì salire una fiamma alla testa, si mosse per tornare indietro...
Magli mancò l'animo: avrebbe potuto far rumore e svegliarla; era vicino
ai fiori, sedette, e si nascose. In quel punto sentì un suono confuso
di voci giù nella sala da pranzo. Gli si agghiacciò il sangue. Non
erano ancora andati a dormire, andavano allora, si davano la buona
notte; che fare? tornare a letto? farsi scorgere? No, impossibile;
fermo lì, e zitto. Il cuore gli batteva forte. Dopo un minuto, sente
un passo leggiero venir su per le scale, due o tre porte si aprono
e si chiudono l'una dopo l'altra, man mano più vicine; ecco il lume;
l'ultima porta s'apre, Iride è nella sua camera, mette il candelliere
sul tavolino, s'affaccia alla finestra. Furio trattiene il respiro, si
preme una mano sul cuore dalla paura ch'essa lo senta battere; Iride
è lì, sopra di lui; s egli stende un braccio la tocca, ne sente il
profumo, vede in confuso il bianco del suo vestito. — Oh per carità,
va via! — dice il povero ragazzo tra sè. Iride si leva dalla finestra,
canterella, tace, ricomincia, va e viene per la camera, si riavvicina
al parapetto, ritorna dentro, mormora qualche parola indistinta...
Intanto s'è levato un po' di vento che spande intorno un delizioso odor
di giardino. Le foglie della vite e dei fiori stormiscono rendendo il
suono d'un bisbiglio concitato, tenero, supplichevole, che par che
dica: — Iride, Iride, Iride. — E tutta la campagna tace e la luna
splende.
Furio restò un po' di tempo immobile coi gomiti appoggiati sulle
ginocchia e la testa fra le mani. Poi a poco a poco le sue gambe si
rilassarono, la testa gli ricadde da un lato, si distese in terra
supino e s'addormentò.
— Ma vedi che testa! Anche stassera mi son dimenticata di chiudere! —
disse Iride, e scese dal letto e s avvicinò alla finestra. — Che buon
odore di fiori! — esclamò respirando l'aria viva, e s appoggiò sul
parapetto. A un tratto balza indietro, gettando un leggero grido. —
Cielo! che sarà mai? — Si riaccosta alla finestra, tende l'orecchio:
un respiro! Il coraggio della paura la prende, s'affaccia risoluta,
guarda: — Chi vedo! Furio! Che sia svenuto! — Si veste in fretta, esce
di corsa, arriva in punta di piedi all'angolo del terrazzino, e si
china a guardare il ragazzo. Dalla cintura in su era tutto illuminato
dalla luna; aveva i capelli in disordine, la bocca semiaperta e le
guancie ancora umide di lacrime. — Dorme, — disse Iride dopo averlo
guardato attentamente; — pare che abbia pianto... Ora gli asciugo le
lacrime e si sveglia. — Adagio adagio allungò il braccio per pigliargli
il fazzoletto ch'egli si teneva fermo sul petto con una mano aperta,
nell'atto di chi preme qualcosa sul cuore. Iride glielo prese, lo
guardò. Come! il suo fazzoletto! il fazzoletto ch'essa credeva d'aver
perduto! Stette un po' sopra pensiero, e poi esclamò: — Ma è possibile?
— Restò qualche minuto immobile a guardar Furio che seguitava a
dormire, poi tornò lentamente alla sua camera, si riaffacciò alla
finestra, lasciò ricadere il suo fazzoletto, e chiuse.
Furio si destò, si guardò intorno, e di nuovo gli parve che le foglie
della vite e dei fiori, agitate dal vento, gli dicessero all'orecchio:
— Iride, Iride, Iride. —