A Iride non era nemmeno passato per la mente che sotto quella
gran timidezza del ragazzo si nascondesse qualcosa; e non c'è da
meravigliarsene. I ragazzi noi li crediamo sempre più ragazzi di quel
che sono. E questo, perchè, al solito, vedendoli e trattandoli, non ci
è presente alla memoria il grado vero d'intelligenza e di sensitività
che avevamo noi all'età loro. Se ci fosse presente sempre, ci
ricorderemmo, per esempio, quasi tutti che, da bambini, abbiamo sentito
far dei discorsi, in presenza nostra, che noi ora, alla presenza
d'altri bambini, non ripeteremmo; e allora coloro che li facevano,
erano fermamente persuasi che noi non gl'intendessimo; e gl'intendevamo
invece quanto loro, e facevamo le viste di no. L'intelligenza dei
fanciulli precorre quasi sempre l'accorgimento dei genitori o degli
educatori, o di chiunque abbia ragione di tenerli al buio di qualche
cosa per un certo tempo; le cautele vengono quasi sempre tardi; e
fra quando cominciano a capire e quando si comincia a sospettare
che capiscano, tutti i fanciulli sono più o meno ipocriti, e la loro
ipocrisia è tanto più fina e profonda, quanto più viva e più spesso
delusa la curiosità.
Lo stesso segue degli affetti.
Un ragazzo di quattordici anni! Chi gliel'avesse detto, a Iride,
ell'avrebbe dato in uno di quei suoi scoppi di risa freschi e sonori,
che facevano restar a bocca aperta il suo piccolo schiavo.