Poche ore dopo, Iride stava appoggiata a una finestra del salotto da
pranzo, colle spalle volte alla campagna, e diceva: — Ma che proprio
non ci sia modo di sfranchire un pò questo ragazzo? — In quel momento
sentì il passo di Furio che scendeva le scale, e soggiunse subito: —
Ora mi ci metto io. —
Furio entrò di corsa, credendo che non ci fosse nessuno; appena
entrato, si fermò.
— Vieni qua, — disse risolutamente Iride, vedendo ch'egli si voltava
per tornare indietro.
Furio la guardò stupito.
— Qua, — ella ripetè in tono scherzevole di comando; Furio, adagio
adagio, le venne vicino.
— Ancora, — soggiunse Iride sorridendo.
Furio s avvicinò fino quasi a toccarla, col viso acceso, cogli occhi
bassi, colle sopracciglia corrugate che pareva che soffrisse: non
aveva che un leggiero sorriso sulle labbra, forzato, tanto per non
parere un orso addirittura. Iride lo guardava con un'attenzione piena
di curiosità, come per leggergli dentro, chè quella confusione le
cominciava a parere strana davvero.
— Dove andavi? — gli domandò dolcemente, dopo un po', togliendogli
di sulla manica della giacchetta un non so che di bianco, rimastovi
appiccicato. Furio seguì con occhio attento e stupito quella mano, e
poi rispose timidamente:
— In giardino.
— Sul lago? — dimandò essa di nuovo, come distratta, per dare al
dialogo un certo tono di famigliarità; e si chinò a guardargli l'altra
manica, come se vi avesse visto una macchia. Furio intravvide di su
in giù quello stupendo volume di capelli biondi, e rispose con voce
malferma:
— ... Sul lago.
— Ma guardami dunque! — esclamò Iride con allegra vivezza; — ti faccio
paura? —
Furio si scosse e le lanciò uno sguardo che voleva dir cento no,
franchi, sonori, risoluti; poi riabbassò gli occhi più confuso.
— Oh che strano ragazzo! — proruppe Iride con uno scoppio di risa; e
piegando all'indietro la testa e giungendo le mani, scopriva tutto il
collo bianco e le braccia bellissime.
— Ma perchè non ti pettini mai?
— ... Mi pettino, — rispose balbettando il ragazzo.
— Ma sei sempre così arruffato! — soggiunse Iride, e gli passò una mano
sul capo. Furio diede un guizzo, piegò sotto come una verga di giunco,
e il suo rossore disparve.
— E adesso? — dimandò la signora, ritirando la mano.
— ... Che? — mormorò Furio, ricomponendosi.
— Che cos'hai?
— ... Nulla.
— Guarda come ti sei messo la cravatta. Se fossi tua madre, vedo che
avrei un gran da fare per darti un po' di garbo. Ecco, guarda come si
fa, fermo un momento: così... e così... —
E nel piegare e ripiegare la cravatta andava ripetendo quei _così_ con
una vocina lenta e carezzevole, a pause, come si fa ai bambini quando
non voglion lasciarsi vestire. Tutt'ad un tratto tirò indietro le mani
e domandò: — Perchè tremi?
— Non tremo, — rispose in fretta il ragazzo.
— Ma sì che tremi, e sei diventato pallido!
— Io no.
— Ti dico di sì, figliuol mio; tu non ti senti bene, hai bisogno
d'aria, dammi il braccio, e andiamo a fare una passeggiata nel
giardino. —
Furio, esitando, le porse il braccio; la condusse, a passo incerto,
fino alla porta, e lì l'affare si fece serio: doveva passar prima lui?
prima lei? tutt'e due insieme? a braccetto o divisi? Iride, ridendo,
passò la prima. — Ah! questo cavaliere... — esclamò poi, riprendendo il
braccio del poveretto tutto vergognoso; — andiamo, via. —
Furio, che non aveva più quegli occhi dinanzi, ritornava a poco a poco
padrone di sè e incominciava ad afferrare colla mente la sua felicità;
ma, oh Dio! fatti dieci passi, cracche, le ha messo il piede sul
vestito; Iride guarda, è stracciato.
— Ma guarda come cammini! — esclamò con voce stizzosa, arrossendo. —
Non vengo più, ecco! — E si sciolse bruscamente dal braccio del suo
cavaliere; ma subito ritornò verso di lui sorridendo, e gli disse:
— Povero Furio, come sei rimasto male! — Poi, porgendogli la mano,
soggiunse: — Qua, facciamo la pace. —
Furio pose la sua destra tremante nella piccola mano d'Iride, e
continuò a camminare più impacciato che mai. Andavano per un viottolo
fiancheggiato da due alte siepi. Iride fece qualche domanda al piccolo
cognato intorno alla sua scuola, alle sue occupazioni, alla campagna,
di quelle solite domande che si fanno ai ragazzi senza badare alla
risposta, e poi, ridendo, lo interrogò della zia: — Un po' durotta, eh?
— e l'interruppe per accennargli un fiore, che glielo pigliasse. Furio
lo prese e lo teneva in mano per non saper come porgerlo.
— Animo, sii gentile, e mettilo qui, per bene. —
E si voltò di fianco e chinò con molta grazia la testa, perchè glielo
mettesse nei capelli; Furio glielo mise.
— Dio mio! — gridò Iride, spaventata, dopo pochi passi; — che strada è
questa? —
Aveva messo un piede sull'orlo d'un fossetto pieno d'acqua e c'era
scivolata dentro un buon palmo. Con un leggero sforzo tirò fuori il
piede tutto stillante. Allora Furio si buttò in ginocchio, e prima col
fazzoletto e poi coll'erba del sentiero strappata in fretta e furia,
cominciò a fregare lo stivaletto con una foga disperata.
— No, no, basta, — andava dicendo Iride: — basta, Furio, grazie, non ti
affaticare, tanto son tutta bagnata, bisogna ch'io mi vada a cambiare,
basta, lascia pure. —
E andava ritirando il piede, stretto intorno alla noce dalla mano del
ragazzo, come da un cerchio di ferro.
— Ma basta! — proruppe Iride con uno scoppio di risa.
Furio si alzò tutto rosso, sudante e glorioso, e quando Iride si fu
allontanata, diede in un riso represso, si strinse un dito fra i denti,
si stropicciò forte le mani, battè i piedi, rise di nuovo, e alzando
gli occhi al cielo esclamò con trasporto di contentezza:
— Oh Dio! Dio! Come sono felice! Non c'è nessuno più felice di me sopra
la terra!