Furio non tornò in casa che all'ora del desinare. La scena dolorosa
seguita a tavola la mattina gli aveva messo nel cuore molta amarezza, e
gliene restava ancora, e con questa, più che mai, la vergogna; ma pure
egli aveva sul viso qualcosa di sereno, e Candida, vedendolo, se ne
accorse e se ne rallegrò segretamente. Il desinare passò per lui senza
gravi accidenti. Solamente Riconovaldo, che gli era vicino, di tratto
in tratto gli batteva la mano sulla spalla, dicendogli: — Ebbene,
giovinotto? — E allora tutti gli occhi gli si fissavano addosso, e
lui avrebbe voluto sprofondare sotto terra; ma il giovine, vedendolo
arrossire e confondersi, sviava pietosamente il discorso, e col
discorso gli occhi fulminei della zia. Iride era vivacissima, e parlò
molto e di molte cose; in ispecie di certi intrighi di famiglie sue
conoscenti, con una libertà di osservazioni e di parole, che fece più
volte torcer la bocca a suo fratello, corrugare la fronte a Candida, e
inarcare le ciglia alla zia. Due o tre volte il padre, discorrendo con
lei, tirò il discorso sopra suo marito; ma essa lo lasciò cadere con
estrema indifferenza. Quando s'alzarono da tavola, aveva il viso rosso
che pareva un fiore.
Pioveva; stettero tutta la sera nel salotto. Furio, mezzo nascosto
in un cantuccio, al buio, poteva guardar bene sua cognata senz'esser
veduto, e ne profittò, tenendole gli occhi addosso tutta la sera,
sempre più meravigliato di quel suo parlare e di quei suoi modi tanto
lontani da tutto quello ch'ei si fosse mai immaginato delle signore.
Era grande, diritta e leggera come una figura d'arcangelo. Alle volte
s'alzava di scatto da sedere, e attraversava a passi lenti il salotto
colla testa alta, scotendo le spalle con un certo garbo trascurato,
ma pieno d'alterezza, che pareva una regina capricciosa. Non trovando
qualche cosa che cercasse, si mordeva la punta d'un dito, incrociava
le braccia sul seno, dava in certi atti d'impazienza febbrile, che
pareva una bambina stizzita. Faceva poi tratto tratto un certo suono
colle labbra come soleva Furio alla scuola per far andar in bestia il
maestro. A momenti, mentre lavorava, socchiudeva gli occhi e sporgeva
il labbro di sotto come in atto di disprezzo; poi dava in una risata
sonora, accorgendosi di aver fatto uno sbaglio nel suo lavoro, e nel
ridere piegava all'indietro la testa come se qualcuno gliela tirasse
giù per le trecce. Era di carnagione bianchissima, e aveva le labbra
sporgenti e rosse, che tormentava continuamente coi denti. Suo fratello
aveva un piccolo cane; essa di quando in quando gli stringeva il muso
con una mano, e chinandosi come per guardarlo negli occhi, gli diceva
coi denti serrati: — Caro! —
Il padre leggeva un giornale, la zia faceva la calza, Candida teneva
un libro in mano senza mai alzar gli occhi; tutti, tranne Furio, erano
seduti intorno alla tavola grande, rischiarati da un lume solo. Quei
due bei giovani, in mezzo a quell'altre figure, facevan l'effetto
che fanno a prima vista nello studio di uno scultore due belle statue
finite in mezzo a molti abbozzi di creta.
— Non c'è dubbio, — diceva tra sè Riconovaldo, guardando Candida
alla sfuggita; — è così: — e l'immagine di quel tal fantoccio di cui
aveva parlato alla sua padrona di casa, gli ballava davanti con una
persistenza spietata. — Oh! ma gliela farò vedere! Stupido del tutto
non lo sono, per Dio! — Prese un giornale, lo scorse, lesse due o tre
righe di un articoletto che parlava d'Istituti d'educazione, e uscì a
dire coll'accento di chi propone una quistione:
— Io credo che i ragazzi e le ragazze dovrebbero essere educati
insieme; andare a scuola, studiare, divertirsi sempre insieme, alla
rinfusa, come se non ci fosse differenza di sesso.
— Come! — esclamarono ad una voce i due vecchi, spalancando gli occhi.
— Sicuro, — egli rispose, e poi tra sè: — Ora è il punto di farle
vedere che non sei quel che le pari; — sicuro; ma per capire questo
principio bisogna capire i ragazzi, se no, è inutile; e i ragazzi
c'è molti che non li capiscono, perchè per capirli bisogna studiarli
e per studiarli bisogna amarli, e per amarli bisogna aver qualcosa
qui, e molti qui non ci hanno nulla. Ma io credo che se spesso c'è
da lamentare che gli uomini e le donne stanno male insieme da grandi,
sia perchè non sono stati punto insieme da bambini. Curiosa questa di
tenerli divisi nei primi anni con tanto scrupolo, mentre poi hanno
da passare la vita uniti! Succede che la forza che li spinge gli
uni verso gli altri, quanto più è frenata, più cresce, e poi quando
s'allenta la mano, la congiunzione si fa con violenza, ed è male; come
i ragazzi quand'escon di collegio che in un mese di scioperataggine si
rifanno delle privazioni di dieci anni. Dicono: mandiamo i ragazzi a
scuola dove imparano a conoscer per tempo gli uomini, chè la scuola è
un'immagine della società. Bell'immagine della società se non c'è la
molla, che è la donna! E poi se non si piglia per tempo quel non so che
di fine e di morbido, direi quasi, nei modi e nel parlare, che ci vuole
per stare in mezzo alle donne per bene, è difficile che si pigli in
seguito; qualcosa di ruvido e di volgare resta sempre. Bisogna imparar
presto a conoscere il verso del sesso gentile, se no poi, quando c'è
di mezzo la passione, non se ne cava più un costrutto, e si vede degli
uomini con tanto di barba, dei talentoni, che colle donne fanno una
figura compassionevole, perchè si trovano come ad avere in mano uno
strumento misterioso senza sapere da che parte rigirarlo. Per me, son
fortunati quelli che vennero su da ragazzi in mezzo a un esercito di
cugine: hanno tutti qualcosa di gentile o di dentro o di fuori. Messi
in compagnia delle bambine, i ragazzi si studierebbero di piacere,
senza nemmeno sapere perchè, e piglierebbero quelle maniere garbate e
cortesi, che a poco a poco diventano qualità dell'animo. Anche quella
libertà trascurata del parlare, che poi si muta in abitudine e non si
perde più, credo che sarebbe un po' corretta, e sarebbe un gran bene.
Ma poi, guardate anche un bambino d'ott'anni, quand'è con una bambina
di sette: gli si sveglia subito un certo sentimento di superiorità
protettrice, che gli dà qualcosa di generoso e lo inorgoglisce. Così
per me non c'è nulla di più caro di quell'aria di donnina savia che
piglia una bambina, quando passeggia a braccetto d'un ragazzo dell'età
sua. Nell'uno come nell'altro sentimento v'è un germe di virtù che
quanto prima fiorisce, tanto meglio. E appunto in questo modo io credo
che si ritardi il progresso di certe idee, perchè l'immaginazione
lasciata sola divora presto la strada, e il ragazzo che fantastica la
donna da sè, nove volte su dieci la guasta. Educazione comune: io son
di questo parere. Poi si diventa grandi, si va lontano, si dimenticano
a poco a poco i nomi e i visetti delle compagne d'infanzia; ma si
vedono sempre, in confuso, tutte quelle testine bionde; e in mezzo alle
tempeste della vita quelle manine ci salutano da lontano. Io da ragazzo
picchiai per la strada un monello più forte di me, perchè aveva toccato
un ricciolo a mia cugina, mentre l'accompagnavo a scuola; vi giuro che
questo ricordo m'ha salvato dal far più tardi parecchie bricconate. Che
cosa ne dite? —
Qui tacque, e guardò Candida; ma essa aveva abbassato tanto la testa,
e non potè vederla in viso. — Mi pare che tu abbia ragione — gli disse
la sorella, che non gli aveva affatto badato; la zia restò muta; il
vecchio fece il suo solito risolino di consenso benevolo, e brontolò: —
Sì... c'è qualcosa di vero.
— Furio! — disse a un tratto Iride.
Furio balzò in piedi.
— Mi son cadute le forbicine.
— Eccole, — disse Furio porgendogliele ed aveva il viso acceso. Iride
prese le forbici, lo guardò e disse tra sè: — Curioso!
— Sciocco! — soggiunse la zia, che pure lo guardava.
E Riconovaldo, pronto: — Caro! — e lo baciò.
E così i due vecchi incartapecoriti toccarono la loro prima sconfitta.