X.

Furio non tornò in casa che all'ora del desinare. La scena dolorosa

seguita a tavola la mattina gli aveva messo nel cuore molta amarezza, e

gliene restava ancora, e con questa, più che mai, la vergogna; ma pure

egli aveva sul viso qualcosa di sereno, e Candida, vedendolo, se ne

accorse e se ne rallegrò segretamente. Il desinare passò per lui senza

gravi accidenti. Solamente Riconovaldo, che gli era vicino, di tratto

in tratto gli batteva la mano sulla spalla, dicendogli: — Ebbene,

giovinotto? — E allora tutti gli occhi gli si fissavano addosso, e

lui avrebbe voluto sprofondare sotto terra; ma il giovine, vedendolo

arrossire e confondersi, sviava pietosamente il discorso, e col

discorso gli occhi fulminei della zia. Iride era vivacissima, e parlò

molto e di molte cose; in ispecie di certi intrighi di famiglie sue

conoscenti, con una libertà di osservazioni e di parole, che fece più

volte torcer la bocca a suo fratello, corrugare la fronte a Candida, e

inarcare le ciglia alla zia. Due o tre volte il padre, discorrendo con

lei, tirò il discorso sopra suo marito; ma essa lo lasciò cadere con

estrema indifferenza. Quando s'alzarono da tavola, aveva il viso rosso

che pareva un fiore.

Pioveva; stettero tutta la sera nel salotto. Furio, mezzo nascosto

in un cantuccio, al buio, poteva guardar bene sua cognata senz'esser

veduto, e ne profittò, tenendole gli occhi addosso tutta la sera,

sempre più meravigliato di quel suo parlare e di quei suoi modi tanto

lontani da tutto quello ch'ei si fosse mai immaginato delle signore.

Era grande, diritta e leggera come una figura d'arcangelo. Alle volte

s'alzava di scatto da sedere, e attraversava a passi lenti il salotto

colla testa alta, scotendo le spalle con un certo garbo trascurato,

ma pieno d'alterezza, che pareva una regina capricciosa. Non trovando

qualche cosa che cercasse, si mordeva la punta d'un dito, incrociava

le braccia sul seno, dava in certi atti d'impazienza febbrile, che

pareva una bambina stizzita. Faceva poi tratto tratto un certo suono

colle labbra come soleva Furio alla scuola per far andar in bestia il

maestro. A momenti, mentre lavorava, socchiudeva gli occhi e sporgeva

il labbro di sotto come in atto di disprezzo; poi dava in una risata

sonora, accorgendosi di aver fatto uno sbaglio nel suo lavoro, e nel

ridere piegava all'indietro la testa come se qualcuno gliela tirasse

giù per le trecce. Era di carnagione bianchissima, e aveva le labbra

sporgenti e rosse, che tormentava continuamente coi denti. Suo fratello

aveva un piccolo cane; essa di quando in quando gli stringeva il muso

con una mano, e chinandosi come per guardarlo negli occhi, gli diceva

coi denti serrati: — Caro! —

Il padre leggeva un giornale, la zia faceva la calza, Candida teneva

un libro in mano senza mai alzar gli occhi; tutti, tranne Furio, erano

seduti intorno alla tavola grande, rischiarati da un lume solo. Quei

due bei giovani, in mezzo a quell'altre figure, facevan l'effetto

che fanno a prima vista nello studio di uno scultore due belle statue

finite in mezzo a molti abbozzi di creta.

— Non c'è dubbio, — diceva tra sè Riconovaldo, guardando Candida

alla sfuggita; — è così: — e l'immagine di quel tal fantoccio di cui

aveva parlato alla sua padrona di casa, gli ballava davanti con una

persistenza spietata. — Oh! ma gliela farò vedere! Stupido del tutto

non lo sono, per Dio! — Prese un giornale, lo scorse, lesse due o tre

righe di un articoletto che parlava d'Istituti d'educazione, e uscì a

dire coll'accento di chi propone una quistione:

— Io credo che i ragazzi e le ragazze dovrebbero essere educati

insieme; andare a scuola, studiare, divertirsi sempre insieme, alla

rinfusa, come se non ci fosse differenza di sesso.

— Come! — esclamarono ad una voce i due vecchi, spalancando gli occhi.

— Sicuro, — egli rispose, e poi tra sè: — Ora è il punto di farle

vedere che non sei quel che le pari; — sicuro; ma per capire questo

principio bisogna capire i ragazzi, se no, è inutile; e i ragazzi

c'è molti che non li capiscono, perchè per capirli bisogna studiarli

e per studiarli bisogna amarli, e per amarli bisogna aver qualcosa

qui, e molti qui non ci hanno nulla. Ma io credo che se spesso c'è

da lamentare che gli uomini e le donne stanno male insieme da grandi,

sia perchè non sono stati punto insieme da bambini. Curiosa questa di

tenerli divisi nei primi anni con tanto scrupolo, mentre poi hanno

da passare la vita uniti! Succede che la forza che li spinge gli

uni verso gli altri, quanto più è frenata, più cresce, e poi quando

s'allenta la mano, la congiunzione si fa con violenza, ed è male; come

i ragazzi quand'escon di collegio che in un mese di scioperataggine si

rifanno delle privazioni di dieci anni. Dicono: mandiamo i ragazzi a

scuola dove imparano a conoscer per tempo gli uomini, chè la scuola è

un'immagine della società. Bell'immagine della società se non c'è la

molla, che è la donna! E poi se non si piglia per tempo quel non so che

di fine e di morbido, direi quasi, nei modi e nel parlare, che ci vuole

per stare in mezzo alle donne per bene, è difficile che si pigli in

seguito; qualcosa di ruvido e di volgare resta sempre. Bisogna imparar

presto a conoscere il verso del sesso gentile, se no poi, quando c'è

di mezzo la passione, non se ne cava più un costrutto, e si vede degli

uomini con tanto di barba, dei talentoni, che colle donne fanno una

figura compassionevole, perchè si trovano come ad avere in mano uno

strumento misterioso senza sapere da che parte rigirarlo. Per me, son

fortunati quelli che vennero su da ragazzi in mezzo a un esercito di

cugine: hanno tutti qualcosa di gentile o di dentro o di fuori. Messi

in compagnia delle bambine, i ragazzi si studierebbero di piacere,

senza nemmeno sapere perchè, e piglierebbero quelle maniere garbate e

cortesi, che a poco a poco diventano qualità dell'animo. Anche quella

libertà trascurata del parlare, che poi si muta in abitudine e non si

perde più, credo che sarebbe un po' corretta, e sarebbe un gran bene.

Ma poi, guardate anche un bambino d'ott'anni, quand'è con una bambina

di sette: gli si sveglia subito un certo sentimento di superiorità

protettrice, che gli dà qualcosa di generoso e lo inorgoglisce. Così

per me non c'è nulla di più caro di quell'aria di donnina savia che

piglia una bambina, quando passeggia a braccetto d'un ragazzo dell'età

sua. Nell'uno come nell'altro sentimento v'è un germe di virtù che

quanto prima fiorisce, tanto meglio. E appunto in questo modo io credo

che si ritardi il progresso di certe idee, perchè l'immaginazione

lasciata sola divora presto la strada, e il ragazzo che fantastica la

donna da sè, nove volte su dieci la guasta. Educazione comune: io son

di questo parere. Poi si diventa grandi, si va lontano, si dimenticano

a poco a poco i nomi e i visetti delle compagne d'infanzia; ma si

vedono sempre, in confuso, tutte quelle testine bionde; e in mezzo alle

tempeste della vita quelle manine ci salutano da lontano. Io da ragazzo

picchiai per la strada un monello più forte di me, perchè aveva toccato

un ricciolo a mia cugina, mentre l'accompagnavo a scuola; vi giuro che

questo ricordo m'ha salvato dal far più tardi parecchie bricconate. Che

cosa ne dite? —

Qui tacque, e guardò Candida; ma essa aveva abbassato tanto la testa,

e non potè vederla in viso. — Mi pare che tu abbia ragione — gli disse

la sorella, che non gli aveva affatto badato; la zia restò muta; il

vecchio fece il suo solito risolino di consenso benevolo, e brontolò: —

Sì... c'è qualcosa di vero.

— Furio! — disse a un tratto Iride.

Furio balzò in piedi.

— Mi son cadute le forbicine.

— Eccole, — disse Furio porgendogliele ed aveva il viso acceso. Iride

prese le forbici, lo guardò e disse tra sè: — Curioso!

— Sciocco! — soggiunse la zia, che pure lo guardava.

E Riconovaldo, pronto: — Caro! — e lo baciò.

E così i due vecchi incartapecoriti toccarono la loro prima sconfitta.

Novelle(#58341) · 第 48 / 95 题