Carlo si fermò in mezzo alla strada, convulso, e rimase qualche minuto
in uno stato di tremenda incertezza. In quei pochi minuti si decise
la sorte della sua vita. La prima idea che gli venne fu di correre da
Camilla e gridarle: — Sì, andrò a fare il soldato, son pentito, sono
un altro, perdonami quello che t'ho fatto soffrire e non si parli
più del passato. — Ma non aveva ancor finito di dire a sè stesso
quelle parole, che già la rabbia di sentirsi vinto, il suo orgoglio
selvaggio, e quella feroce voluttà del dispetto che era dominante
nella sua natura, avevano preso il di sopra. Stette ancora un momento
piantato là, ansante, come se avesse fatto una lunga corsa, e poi disse
risolutamente: — No, no, no! Non son che parole! Son tutti d'accordo
per volermi alla catena! È inutile, è un avversione del sangue, non
posso, non sarà, dovessi ridurmi a vivere come un bandito o come un
cane. — E tornò difilato alla bottega dell'amico.
Questi, appena Carlo ebbe finito di riferire i discorsi del curato,
diede una scrollata di spalle, tirò fuori dal cassetto un giornale
spiegazzato e sucido, lo spiegò sul tavolino e: — Senti questo — disse
— io non ti domando altro che di sentir questo, e poi farai quello che
vorrai.
E cominciò a leggere:
“.... Noi abbiamo veduto cogli occhi nostri fino a quale eccesso di
furore bestiale possa trascinare l'uomo codesto zelo insensato di
disciplina, che si pone fra le più elette virtù militari. Un reggimento
di fanteria tornava da una esercitazione campale faticosissima; i
soldati digiuni cadevano stremati di forze; invano i superiori si
scalmanavano per farli andare innanzi. Allora il colonnello radunò
tutti gli ufficiali e disse loro: — Assolutamente, all'ora tale,
bisogna arrivare; si servano della sciabola. — E gli ufficiali si
precipitarono tutti ad un tempo sopra i soldati, gridando: — Animo! Su!
Avanti! — pestando i piedi e agitando le sciabole nude. Pochi soldati
poterono alzarsi; i più rimasero stesi in terra. Allora le sciabole
fendettero l'aria, e cadde una tempesta di piattonate sulle schiene,
sulle teste, sulle braccia di quei poveri infelici che chiedevano
pietà; e colle piattonate i calci, e coi calci gl'impropèri soliti:
— Poltroni! Canaglia! Carogne! — Risposero qua e là grida di lamento
e di sdegno; e gli ufficiali a tirar fuori i taccuini, a notare i
nomi, a minacciar ferri, consiglio di disciplina, reclusione, galera.
Alcuni soldati, levatisi a stento, stramazzavano daccapo, e su questi
si precipitavano i medici, gridando: — Impostori! — e scotevanli e
strascinavanli fin che s'accorgessero che avevano il viso livido e
le membra irrigidite. Altri, ripreso l'andare, barcollavano sotto
l'immane peso dello zaino, e ingombravano la strada ai compagni, così
che gli ufficiali indispettiti finivano per liberarsene, buttandoli
nella polvere con un urtone. Altri, fermatisi per asciugarsi il volto
sanguinoso, toccavano nuove percosse dagli ufficiali, che vedeano in
quell'atto una protesta. Il reggimento, così camminando, arrivò a una
porta della città. Ne uscì in quel punto un aiutante di campo a cavallo
e s'avanzò di carriera verso il colonnello. Dopo un istante si propagò
un grido fra gli ufficiali: — Il principe! Il principe! — Il reggimento
fu fermato e schierato in un baleno; i soldati ch'erano indietro,
cacciati innanzi a spinte, quelli stesi in terra afferrati pel collo
e tirati su. Fu dato il comando: — Presentate le armi! — Il principe
si avanzò, bello, fresco, allegro, seguito da cinque ufficiali che
guardavano le signore alle finestre; diede uno sguardo di compiacenza
alle prime compagnie, fece un complimento ai primi capitani; e non era
ancora arrivato davanti al mezzo del reggimento, quando di fila in fila
corse una voce sommessa, come un ordine ripetuto, e dopo un istante, da
quei mille petti sfiniti, da quelle mille bocche arse, uscì un grido
lungo, stanco, straziante, accompagnato da un sorriso di sarcasmo
amaro, un grido che aveva qualcosa della risata d'un pazzo e del
rantolo d'un affogato: — Viva il principe! — Il colonnello fu invitato
a pranzo....„
Arrivato qui, ripiegò il foglio e disse: — Hai capito? I preti ti danno
delle chiacchiere; io ti do delle verità sacrosante e stampate. Che
cosa te ne pare?
Carlo non rispose, e rimase per lungo tempo immobile colle braccia
incrociate sul petto e cogli occhi fissi sul giornale. La sua
risoluzione, però, non era ferma ancora quanto egli voleva far
credere a sè stesso. Qualche cosa di bello e di grande gli era passato
nell'anima ed egli se ne sentiva ancora sconvolto e quasi sgomentato.