— Tu non sai una cosa — disse allora il curato, voltandosi verso
Carlo, e sorridendo benevolmente, come se non avesse compreso
affatto il significato delle sue ultime parole. — Non sai che io sono
stato cappellano militare per cinque anni, dal cinquantaquattro al
cinquantanove. Cinque anni filati, cappellano del primo reggimento di
fanteria, brigata Re. È così. Sono stato anch'io mezzo soldato e te
ne posso dire qualche cosa. È vero che d'allora in qua le cose son
molto cambiate... e dicono in meglio. Ma credi a quello che ti dico
io: non è una brutta, dura, scellerata vita che per i cattivi soldati.
Per gli altri è un tutt'altro mestiere. Tutto sta a cominciar bene.
Una volta che un giovane s'è messo in buona vista dei superiori,
è sicuro del fatto suo: non sente più il peso della disciplina. Ma
bisogna essere allegri, franchi, leali. I superiori perdonano tutto
a quelle belle faccie aperte di bravi soldati e di galantuomini, che
hanno magari il diavolo in corpo e ne fanno una grossa ogni tanto; ma
che a guardarli, bisogna dire per forza: — Ecco un uomo! — In tutti
i reggimenti ce n è un certo numero di questi lestofanti, che fanno
dannar l'anima ai superiori, e che pure, ogni volta che la sgarrano,
tutti chiudono un occhio. In cinque anni ne ho conosciuti molti. Mi
ricordo, fra gli altri, d'un certo Farinelli, di cui gli ufficiali
vecchi di quel reggimento debbono ancora ricordarsi. Era un pezzo di
giovane più alto un palmo di te, largo così, che s'era fatto mettere
a doppia razione.... Era la scapestrataggine incarnata! Scappava di
notte, rischiava la vita, metteva sottosopra la compagnia; ma era tanto
buon figliuolo, che si faceva ben vedere da tutti. In marcia portava
gli zaini di quelli che non ne potevano più; in caserma cantava sempre,
saltava come un capriolo, rompeva una pietra con un pugno; se c'era
una rissa, era quello che la faceva finire a scappellotti; sempre il
primo a gettarsi negli incendi, sempre il primo a cacciarsi nell'acqua
per salvare un compagno, furbo, sfrontato, pronto a rispondere, che
nessuno gli poteva tener testa; incapace di mentire se l'avessero
coperto d'oro; un soldato modello in servizio, un demonio fuori.
Aveva il vizio di bere. Ma quando aveva bevuto, stava in riga così
impalato, che i superiori, invece di punirlo, bisognava che ridessero.
Tutto il reggimento lo conosceva. Il suo capitano diceva che con
cinquanta mascalzoni come lui si sarebbe sentito di dare le pacche a
un battaglione d'austriaci. Mi ricordo che una volta il colonnello,
ch'era una bella figura di vecchio soldato, con una cicatrice sulla
fronte, passando in rivista il reggimento, si fermò a guardare quel
bel giovane ardito che lo fissava con due maledetti occhioni pieni di
fuoco, e non potè trattenersi dal dirgli: — Ma sai che hai un gran bel
muso di soldato, tu! — Indovina un po' cosa gli rispose quel malanno? —
_E'l so a facesia gnanca, sor coronel_ — (E il suo non scherza nemmeno,
signor colonnello). — E il colonnello restò un momento stupito, ma
poi rise e non disse nulla. Quelli son soldati! Ce n'era poi degli
altri, come ce n'è sempre, affatto diversi, proprio l'opposto; ma
non meno bravi soldati per questo. Soldati tranquilli, che passavano
i loro cinque anni senza farsi sentire, come ombre; il primo giorno
come l'ultimo; sempre i primi a mettersi in riga, sempre i primi a
rientrare in quartiere, mai una macchia sul cappotto, mai una parola
più alta dell'altra, mai un soldo di debito sulla _massa_, mai malati,
mai di cattivo umore, soldati che in cinque anni non ricevevano nè una
_consegna_ nè un rimprovero, e che il comandante della compagnia non
si sarebbe accorto che c'erano, se non ci fosse stato il loro nome sui
ruoli; giovani che parevano nati con la divisa addosso e col fucile in
mano, e che dovessero fare i soldati per tutta la vita. Mi ricordo d'un
capitano che ne aveva una decina nella compagnia e che mi diceva: — Se
io avessi sempre una compagnia tutta di soldati come quelli, vivrei
vent'anni di più. In parola d'onore, se mi domandaste a chi voglio
più bene, a quei ragazzi lì o ai miei figliuoli, sarei imbarazzato a
rispondere. Che cosa te ne pare?
Carlo ascoltava con la faccia bassa e pensierosa.
— E posso parlare, vedi — continuò il curato — perchè i soldati
piemontesi di quel tempo, non dico per vantarmi, ma li ho conosciuti
proprio dentro. Allora era un altro par di maniche. Anche soldati
avevano religione e si confessavano. Venivano al servizio colle
medaglie benedette ai collo, eran giovani semplici, alla buona, forse
un po' di grossa pasta; ma per quello che è tempra d'uomini, (e batteva
colla nocca dell'indice sopra un calcafogli di pietra) duri come
questo. Molti venivano a farmi le loro confidenze. Un buon cappellano,
allora, serviva a qualche cosa. Ce n'era di quelli che, nei primi
giorni, venivano a dirmi che non potevano reggere a quella vita. —
È inutile — dicevano — il coraggio ci manca; lontani da casa, questa
disciplina, senza amici, per tanto tempo, ci prende la disperazione.
— E io rispondevo sempre: — Coraggio, figliuoli. Ve ne prego in nome
della vostra famiglia, dei figliuoli che avrete un giorno, del paese in
cui siete nati, del Re che vi ha dato questa divisa, fatevi coraggio.
Voi adempite un grande dovere. Non c'è di doloroso che i primi mesi.
Quando sarete vecchi, sarete altieri di poter dire che siete stati
soldati; degli amici ne troverete, vi abituerete alla disciplina,
sentirete meno le fatiche. Un po' di forza e di pazienza per un altro
mese, e vedrete. — E volevo che lo promettessero, lo promettevano e se
ne trovavano contenti. Altri si sfogavano in confessione contro certi
superiori che non li potevano vedere e li mettevano al punto di fare
uno sproposito. E io ripetevo sempre: — No, figliuoli, non dite, non
pensate queste cose. Non c'è superiore che possa volervi male. È un
malinteso. Se qualcuno vi perseguita, è perchè v'ha giudicato male.
Fatelo ravvedere. Fate il vostro dovere, e guardate sempre il superiore
in faccia, con rispetto, ma colla testa alta, coll'anima negli occhi,
senza rancore, e parlategli col cuore in mano, come a vostro padre.
Vedrete che cambierà pensiero e vi renderà giustizia. — E quanti
mi vennero poi a ringraziare di questi consigli! Venne una volta un
soldato congedato apposta per dirmi che il suo capitano, che li aveva
sempre trattati male, lui e altri sette o otto che partivano in congedo
insieme.... ebbene, che quel capitano, che tutti dicevano ch'era un
cane, gli aveva detto, il giorno ch'erano andati a salutarlo a casa: —
Qualche volta vi sarò parso un uomo bestiale, che urlavo e castigavo
a torto; ma se ve ne ricordate, era sempre nei giorni di pioggia, e
la cagione eccola qui: è questo lavoro che ho nel petto, che mi hanno
fatto i tedeschi a Novara — ; e senz'altro, scoprendosi il petto, aveva
mostrato un'orribile ferita che lo martoriava da dodici anni. E allora
tutti si erano ricreduti e gli avevano domandato scusa. Bisogna andare
adagio, caro mio, a giudicare e a condannare. Mi ricordo sempre d'un
soldato di Saluzzo, che era perseguitato da un ufficiale, e lo odiava
a morte, e diceva, quando scoppiò la guerra, che alla prima occasione
si sarebbe fatto giustizia. Ebbene, si trovarono per l'appunto sul
campo di battaglia insieme, l'uno accanto all'altro, in un momento
che fioccavano le palle. Ora senti che cosa è avvenuto. A un certo
punto, il soldato si sente dare dall'ufficiale una gran piattonata
sulla testa. Era troppo, perdio! Il sangue gli monta alla testa,
caccia un urlo di rabbia, e si volta, acciecato, per dare un colpo di
baionetta.... Cosa vede? L'ufficiale pallido che barcollava cercando
dove appoggiarsi. Una palla l'aveva colpito nel fianco mentre gridava
avanti colla sciabola in aria, e la sciabola, cadendo, aveva battuto
sulla testa del soldato. — In un momento — mi raccontò lui stesso —
mi fuggì tutto l'odio dal cuore. Lo afferrai, lo tenni un momento su,
poi lo distesi sull'erba, m'inginocchiai per premergli la mano sulla
ferita. Ma era inutile. La ferita era mortale. Lui mi guardava, senza
lamentarsi, cogli occhi larghi e fissi. Pareva che volesse domandarmi
perdono dei torti che m'aveva fatti. — Tenente — io gli dissi — si
faccia coraggio! Sarà una cosa leggiera. — Ma sì! gli occhi gli si
velavano. E mentre mi chinavo per guardar la ferita, lui mi mise una
mano sulla testa e me la fece scorrere sulla guancia fino alla spalla,
come per farmi una carezza. Io alzai la testa e gridai: — Tenente! —
Era morto. E allora mi parve d'averlo sempre amato! — Che ne dici eh?
Son soldati questi? Sono uomini da fargli di cappello, sì o no?
Carlo rimaneva sempre immobile, cogli occhi fissi sul pavimento,
sforzandosi, ma inutilmente, di far parere che la sua serietà non fosse
altro che malumore.
— E li ho visti alla prova nel cinquantanove, quei giovani — riprese il
curato dopo aver dato un'occhiata alla finestra, per mostrare che non
s'occupava dell'impressione che le sue parole avessero potuto produrre.
— Allora c'erano anche i provinciali, uomini dai ventisei ai trentadue
anni, la maggior parte con moglie e figliuoli. Ma che soldati! Li
ho visti passare, il giorno di San Martino, quando il reggimento
sfilava davanti al colonnello per andare al fuoco. I giovani erano più
spensierati, i provinciali un po' più tristi; ma avevano tutti il cuor
saldo ad un modo, e gridavano un: — Viva il re! — caro mio, che sarebbe
bastato quello a far capire che la battaglia non si poteva perdere. Il
colonnello diceva di tanto in tanto: — Coraggio, miei bravi ragazzi!
Coraggio, tutto andrà bene. — Io li benedivo dentro di me, col cuore
un po' stretto, pensando a quanti non sarebbero più tornati. Poco dopo
cominciarono a fischiare le palle. Non voglio far lo spaccone; dico
la verità: quando sentii i primi fischi, che parevano grida di gatti
arrabbiati, mi mancarono le gambe. Ma subito mi feci forza. Misi la
mano sotto la tonaca, strinsi il crocifisso che avevo sul cuore e mi
dissi: — Don Luigi! Questo è il gran momento per far vedere che un buon
prete è anche buon soldato. — Dopo pochi minuti, cominciarono a farsi
i primi vuoti nelle file. Cosa mi toccò di vedere, santissimo Iddio!
Si vedevano quei poveri giovani, mentre la compagnia andava avanti,
fermarsi tutt'a un tratto, dare un giro, così, colle braccia per aria,
e cader giù d'un colpo, col fucile ancora stretto nel pugno. Bisogna
esserci stati per capire quello che si prova, l'animo che ci vuole,
quando si vedono là nel grano, nell'erba, in mezzo alle siepi, dentro
ai fossi, quelle faccie bianche bianche cogli occhi fissi, e daper
tutto armi e cheppì sparpagliati e sangue. Principiai a correre dagli
uni e dagli altri. Mi chiamavano. — Qui, qui, cappellano. — Son qui,
— rispondevo — son qui, figliuolo. — Mi afferravano per le mani, mi
facevano inginocchiare in terra, non volevano più che mi scostassi. Io
facevo coraggio ai feriti, benedivo i moribondi. Che morti ho vedute,
caro mio! che serenità! che rassegnazione! Ce n'eran di quelli che,
prima di spirare, facevano ancora un segno in aria, colla mano, così,
in segno d'addio al reggimento che s'allontanava. Alcuni mi vollero
lasciare un ricordo. Ho qui in una scatola un anello e una ciarpa
rossa; un contadino del Monferrato, povero giovane, voleva darmi i
suoi orecchini, e s'andava toccando le orecchie colla mano che non gli
serviva più, per levarseli. A momenti non sapevo più dove mi fossi.
Le lagrime mi oscuravano la vista, avevo le mani bagnate di sangue,
correvo qua e là come un insensato. Ma non ne ho mica visto nessuno
sai, dare indietro! C'eran dei bersaglieri feriti, che si tenevano
abbracciati ai tronchi degli alberi, con uno sforzo disperato, per
vedere il loro battaglione che combatteva sulle alture. Ho visto un
artigliere, un pezzo di giovanotto biondo, ferito in una spalla e
scamiciato, che s'appoggiava al muricciolo di un pozzo, e per dar
coraggio ai soldati che passavano, faceva l'atto di spruzzarli del
proprio sangue, come per benedirli, ridendo e gridando: — Prendete;
è sangue versato per la patria; vi porterà fortuna! — Ho assistito
un povero soldato di cavalleria, che era agli estremi, e mi lasciò i
suoi ultimi ricordi. Aveva in tasca una lettera per sua moglie, con
dieci lire dentro, che il giorno prima voleva impostare a Lonato, e
non aveva potuto. Me la diede e volle che gli promettessi che l'avrei
mandata. Quando l'ebbi promesso, parve più tranquillo. Soffriva molto.
Era bianco come questa carta, e di tanto in tanto metteva un lungo
lamento. Fece un ultimo sforzo per accennare che mi chinassi. Io mi
chinai e misi l'orecchio vicino alla sua bocca. Allora mi disse con un
filo di voce: — Se mai avesse occasione di passare per il mio paese...
sono di Castelnuovo Calcea... mi chiamo Antonio Calvi... mi farebbe una
grazia... cercherebbe mio padre... e mia moglie... se domandano come
son morto... — e dicendo questo mi mise un braccio intorno al collo per
sostenersi — dirgli che son morto da buon soldato... con coraggio...
che ho patito... quasi niente... e che quando sarà grande... Beppino...
il mio povero bimbo — e poi soggiunse con uno sforzo: — glielo dicano.
— A questo punto lasciò andar giù il braccio, battè del capo indietro,
contro un sasso, e addio... tutto fu finito. Ha inteso? Questi sono
giovani da prendersi ad esempio, anime forti e grandi da portarne il
nome nel cuore per tutta la vita!
Carlo continuava a tacere, tenendo il mento sul petto; ma il tremito
delle mani con cui faceva girare il cappello, mostravano che qualche
commozione, o almeno una forte lotta di sentimenti opposti gli si
doveva esser destata nel cuore.
— Ma non ho mica visto soltanto delle cose tristi — continuò il curato,
passandosi una mano sugli occhi — ... chiacchero un po' troppo; ma è un
difetto dei vecchi che si può perdonare. Tu avrai sentito parlare di
Giovanni Bassi, quello che era in artiglieria, che si distinse tanto
nella guerra del 60 e 61, al Garigliano; che si offerse spontaneo
a portare un ordine del generale sotto una tempesta di palle, e poi
prese una bandiera, per cui gli diedero la medaglia d'oro e tutte le
gazzette ne parlarono. Lo avrai sentito nominare, è uno che fa onore
qui al paese; ora son sei anni che è in Francia, e nel villaggio non
c'è più che suo cugino, il carrettiere. Ma tu non puoi ricordarti di
quando tornò a casa, dopo la guerra. Ebbene, è stata una scena che
tutti quelli che vanno a fare il soldato bisognerebbe che l'avessero
vista. Qui ci aveva lasciato suo padre vecchio, la moglie e una bambina
di due anni che si chiamava Luigina, ed era un amore. Era partito nel
58. Una volta partito, venne una guerra dopo l'altra, non potè più
avere permessi, non tornò che nel 62 a servizio finito. La notizia del
suo gran fatto la diede il sindaco. Il padre e la moglie vivevano da un
pezzo in grande ansietà per mancanza di notizie. Una bella mattina gli
capita a casa il sindaco: stavano in faccia a San Giacomo. Entra; li
trova tutti e due, al solito, tristi, e dice: — È molto tempo che non
avete notizie di Giovanni? — Quelli s'alzano spaventati e rispondono
— Son due mesi! — Ebbene — dice il sindaco — il vostro Giovanni....
— È morto! — gridano tutti e due. — Che morto! — risponde il sindaco.
Cento volte vivo, grazie al cielo! Leggete un po' questa gazzetta. — La
donna apre la gazzetta, c'era un segno rosso, comincia a compitare....
figurati la meraviglia e il piacere! C'era tutto per disteso, nome e
cognome, colla relazione del fatto, medaglia d'oro, ordine del giorno
e che so io. Quelle due povere creature, da principio, rimasero come
stupide, e poi parevano matti. Pensa un po'! La medaglia d'oro che non
la danno proprio che ai più bravi tra i più bravi, una cosa grande,
tanto che un soldato colla medaglia d'oro è quasi come un principe, che
tutto l'esercito lo conosce e non c'è nessuno, in fatto d'onore, che
sia al di sopra di lui. La notizia si sparse subito da per tutto. Tutti
correvano a vedere il padre e la moglie di quel gran soldato. Venivano
persino i villeggianti qui dei dintorni, e mandavano dei regali. La
casa dei Bassi era piena d'ogni ben di Dio, e amici di qua e amici
di là, tutti li portavano in palma di mano. Era un trionfo continuo.
Poi vennero le lettere di lui, poi le comunicazioni delle Autorità
e poi la notizia che la classe del trentasette era mandata a casa.
Immagina quel buon vecchio, quella povera donna che da cinque anni non
vedevano più il loro Giovanni! Finalmente arrivò l'ultima lettera che
diceva: tal giorno, tal ora. Fu una festa. Il Bassi doveva arrivare
alla stazione della strada ferrata, che allora era a un miglio di qui.
S'accordarono tutti d'andargli incontro. Venuto quel giorno, si radunò
gran gente, andarono a prendere il vecchio, la donna, e la Luigina,
che non conosceva suo padre, si può dire, e s'era fatta grande, aveva
sette anni, e una signora l'aveva vestita come una principessa; e tutti
insieme s'incamminarono verso la stazione. C'erano più di duecento
persone, colla musica, e una bandiera; c'era il sindaco, c'erano dei
signori, e io accompagnavo la sposa che pareva smemorata, e piangeva,
e le compagne le dicevano: — Eh, Teresina, non te lo saresti pensato
quando facevate all'amore sotto l'olmo di San Giacomo! — Alla stazione
lasciarono entrar tutti dentro, fin sulle rotaie. Chi aveva una
bottiglia per essere il primo a dargli da bere, chi aveva portato dei
sigari, chi dei mazzetti, e la Luigina aveva intorno un cerchio di
gente che l'accarezzava, e le diceva: — Or ora vedrai tuo padre per la
prima volta. — Finalmente si sentì il fischio: dovettero tener su il
vecchio, che gli mancavan le gambe, e il sindaco prese per il braccio
la Teresina che si sentiva male. Il treno arriva, si ferma, scendono
quattro o cinque soldati, tutti li circondano — dov'è Giovanni Bassi?
Non è venuto? dov'è andato? Bassi! Bassi! — Eccolo! si sente gridare
— e s'affaccia al vagone lui in persona, un gran soldato nero, bello,
allegro, colla medaglia d'oro sul petto; salta giù, riconosce, manda
un grido, afferra in una bracciata padre e moglie e lì comincia a
tempestar baci sulle due teste, che pareva matto, mentre suonava la
musica e tutti gridavano e si pigiavano per arrivare a toccarlo. Quando
a un tratto si sente tirare per la tunica, si volta, vede un visetto
e due manine che si sporgono.... Non la riconosce subito. — Luigina!
— gridano tutti. Io ero stato sbalzato indietro, non vidi nulla; ma
sentii un grido che m'andò al più profondo dell'anima e che non ho
mai più dimenticato; il grido della gioia più grande, più meritata,
più santa che possa provare il cuore dell'uomo; la gioia del soldato
valoroso che ritorna in seno alla sua famiglia e può dire ai suoi
figliuoli: — Su questo petto contro cui vi stringo, la patria ha messo
un segno della sua gratitudine e della sua ammirazione.
Detto questo, lanciò uno sguardo di sottocchio a Carlo, e vedendolo
commosso, pensò di mandarlo fuori coll'impressione viva ed intera delle
sue parole. — Ora va — gli disse amorevolmente, sospingendolo verso
l'uscio — e torna a salutarmi prima di partire.
Carlo, commosso vivamente, tentò di metter fuori qualche parola tanto
per salvare le apparenze dell'amor proprio; ma non gli riuscì che di
balbettare qualche sillaba senza significato; si lasciò spingere fino
alla porta, non potè resistere a un impulso del cuore che gli fece
dire: — La ringrazio — e poi uscì bruscamente, umiliato e stravolto.
— La buona semenza nel cuore — disse tra sè il curato chiudendo la
porta — io te l'ho messa; il resto è affar tuo.