L'amico di Carlo aveva fatto il soldato otto anni, aveva terminato il
suo servizio d'ordinanza sulla fine del mille ottocento sessantasette,
ed ora era libero affatto. Da soldato aveva appartenuto, in ispecie
dopo la guerra del sessantasei, alla classe dei “malcontenti politici„;
classe che un giorno si trovava soltanto fra gli ufficiali, che si
estese poi ai sergenti, e finì col metter radice anche fra i soldati.
Nell'ultimo anno del servizio era stato col suo reggimento di presidio
in una città, dove tra i giornali di parte repubblicana e i giornali
di parte monarchica sera agitata una lotta violenta a proposito
dell'esercito; e ci erano stati tirati dentro generali, colonnelli,
ufficiali di ogni grado; e s'erano trattate pubblicamente quistioni
delicatissime di disciplina, facendone un chiasso e uno scandalo
infinito. Come sempre segue in simili casi, via via che la discussione,
o piuttosto la battaglia, si infervorava, andava pure allargandosi;
cosicchè in breve, dall'argomento primo, ch'era l'alta amministrazione
dell'esercito, s'era venuti ai più minuti particolari dell'economia dei
soldato: prima del soldato in generale; poi del soldato di quei tali
reggimenti; prima accusando il _sistema_, il Governo, il ministro; poi
il generale di divisione, quel tal colonnello, quei tali capitani; si
eran nominate le persone, si eran citati i fatti, si eran convocati
dei giurì, si eran fatti dei duelli; e infine, dopo molto parlare,
scrivere, stampare e sfidare, la tempesta si era quietata e tutto era
rimasto nello stato di prima. Tutto fuorchè le teste dei soldati, le
quali eran cambiate. I soldati (quelli che sapevano leggere) avevano
preso gusto alla quistione e s'eran bravamente letti ogni giorno i
giornali; puniti per essersi lasciati sorprendere a leggerli, s'erano
messi a meditarli; puniti ancora, s'erano fatti ciascuno una raccoltina
dei numeri più caldi, e ci davano poi una scorsa ogni tanto, di
soppiatto, su per le scale della caserma nell'ora della pulizia, e
dietro gli alberi della piazza d'armi nell'ora del riposo. A furia
di leggere era rimasto in capo a ognun di loro un corredo di parole
e di sentenze, che venivano poi snocciolando man mano, a mezza voce,
coll'occhio bieco, quando l'ufficiale che li rimproverava avesse
voltato le spalle. Un capitano, che li consigliasse a non bazzicar
le bettole con cittadini che parlassero di monarchia e di repubblica,
era un uomo che aveva paura delle _idee nuove_. Un sottotenente che,
facendo un discorso alla compagnia, spiegasse che cos'è l'esercito,
quale è il suo mandato c quali sono i suoi doveri, in un modo che a
loro non garbasse, era un uomo che intendeva alla rovescia lo _spirito
delle istituzioni_. Al tale sergente che dava un ordine e troncava la
parola in bocca gridando: — Silenzio! — si rispondeva a fior di labbra:
— _Non sono un automa._ — Alla parola soldato si accompagnava sempre,
come aggiunto necessario, la parola _povero_, e certi sfoghi di collera
contro un superiore lontano si chiudevano immancabilmente con una frase
misteriosa che faceva scintillar gli occhi dei circostanti. — _Ha da
venire quel giorno._ —
Il nostro soldato era stato uno di questi, e dei più ardenti. Tornato
appena al villaggio, coll'animo ancora agitato e la memoria fresca
di quei fatti e di quelle letture, s'era dato a far propaganda delle
_idee nuove_. Messa su una piccola bottega di liquori, ne aveva fatto
il luogo di convegno dei malcontenti del villaggio. Là si leggevano
giornali, si parlava di _dilapidazione del pubblico Tesoro_ e di
_tratta dei bianchi_ e d'altre cose, che non tutti capivano; ma che
mostravano di sentir tutti profondamente. E il nuovo tribuno era la
voce più autorevole dell'assemblea non solo perchè dava spesso da bere
a credito, ma perchè aveva infatti un certo ingegnaccio di cattivo
soggetto, infarinato di linguaggio da gazzetta, e tenuto vivo e
eloquente da uno stato abituale di mezza cotta.
La sera del giorno in cui Carlo era tornato da estrarre il numero,
il nostro personaggio (si chiamava Marco) stava discorrendo con
tre o quattro coscritti in un canto della bottega. Gli domandavano
informazioni intorno alla vita del soldato, e lo stavano a sentire a
bocca aperta.
— Il male, capite, — diceva cacciando indietro il cappello come per
lasciar più libero corso al pensiero — il male è che i superiori non
studiano, e non sanno niente di niente. E quando manca questo qui, —
e si toccava la fronte coll'indice, — s'ha un bell'essere coperti di
galloni e di croci, ma si sarà sempre ciuchi. Siamo indietro, ecco la
gran quistione.
— E il mangiare? — domandò uno.
— La carne — rispose, accendendo il sigaro — è quasi sempre guasta; la
zuppa si dà ai poveri; di vino non se ne parla. —
— Come si vive allora? — domandarono quelli.
— Ognuno s'ingegna; si piglia l'esempio dai superiori, vedete: ruba
l'amministrazione militare, ruba l'intendenza, rubano gl'impresari,
rubano i furieri, rubano i medici, è una ruberia generale, campano
tutti alle spalle del soldato. —
Qualcuno gli domandò come si stésse a disciplina.
— Male.... i minchioni. I minchioni, vedete, nel mestiere del
soldato, hanno sempre tutte le disgrazie. Il pane e acqua, i ferri, le
sciabolate, son tutta roba per loro. Ma chi ha un poco di cervello e
un po' di fegato, è un altro par di maniche. Bisogna saper mostrare i
denti a tempo e luogo; anche i superiori hanno una pelle da conservare,
capite bene;... tutto sta nel non lasciarsi mettere il piede sul collo.
Un capitano aveva preso a fare le picche con me, e ogni settimana ero
dentro; era una vita che non poteva durare. Un giorno io lo presi a
quattr'occhi,... perchè, tenetevelo bene a mente, coi superiori non
ci vogliono testimoni; se c'è chi vede, si è fritti; soli, si nega
fino alla morte, e si salva la pelle. Lo presi a quattr'occhi, in un
corridoio, di notte, che non se l'aspettava, e là gliene dissi quattro,
vi assicuro io, di quelle che arrivano all'anima: “O lei finisce di
rompermi l'anima, o le giuro sulla mia sacra parola d'onore, che a me
mi toccherà una palla nella schiena, ma a lei quattro dita di baionetta
nella pancia, non c'è nemmeno l'Anticristo che gliele levi.„ Non
parlò più; se fiatava, l'infilavo come un ranocchio. Tutto sta lì: non
bisogna lasciarsi mettere il piede sul collo.
— E la guerra? — domandò un altro.
— La guerra, — rispose Marco, — non c'è che dire: alla guerra bisogna
fare il suo dovere. La patria è una sola, e il soldato è il difensore
della patria. Ma siamo sempre alle solite, che i generali non sanno
quello che si fanno. Figuratevi, un generale, nel sessantasei, mentre
si marciava verso Venezia, e c'erano forti da tutte le parti, un
generale di brigata, con tanto di galloni e di cordoni, e un'aria di
mangia-tedeschi che metteva paura; e questo è seguìto a me che ero
all'avanguardia, ed ero incaricato di avvisare quando si presentava il
nemico; ebbene quel generale non sapeva dov'era il forte.... non so,
un forte di primo ordine, che di là i Tedeschi ci potevano prendere a
cannonate quando volevano: ebbene il generale, che era solo, dovè far
la figura di domandarlo a me, — e si batteva la mano aperta sul petto,
— a me, semplice soldato, cosa da far venire il rossore sulla fronte,
e dire: “Ohè, voi, da che parte si trova il forte tale?„ E io a dover
rispondere: “Signor generale, il forte di cui parla, è quello là,
guardi dove segno col dito.„ E se non ci avessi badato io, ci conduceva
al macello. Che ve ne pare? Domando e dico se c'è sugo a far la guerra
in quel modo. —