VII.

All'undici di sera Marco era rimasto solo nella sua bottega rischiarata

da una lucerna, e leggicchiava un vecchio giornale: Carlo entrò.

— Numero sette, lo so; — disse Marco dandogli un'occhiata, senza

smetter di leggere.

Carlo gli sedette accanto senza far parola, e appoggiato un braccio

sulla tavola chinò la testa sulla mano.

— È una vita dura —, cominciò a dir Marco, lanciando all'amico uno

sguardo di compassione maligna. — Oh per dura è dura, te lo posso dir

io. È una vita che chi ne vuol parlare bisogna che l'abbia provata.

Io te lo dico per tuo bene, perchè non vorrei che andassi a fare il

soldato con un'idea falsa. È mio dovere d'amico di dirti la verità. É

una vita d'inferno. Immagina pure delle umiliazioni; non ne penserai

mai tante quante ne avrai da patire, va pur sicuro. Piangerai delle

lagrime di sangue, piangerai. Già, prima di tutto, se hai sentimento

d'onore, chi è soldato deve far conto di non averne. Caporali,

sergenti, tenenti, capitani, son tutta gente pagata apposta per darti

dell'asino e del mascalzone una volta l'ora — per turno. In piazza

d'armi, in presenza di mezzo mondo, ti mettono le mani sulla faccia,

e la gente si ferma e ride. Nelle marcie poi, quando si muore dalla

sete, che non s'ha più figura d'uomo, e si resta indietro o si casca

a traverso la strada, allora son pugni e piattonate che non ci son

per niente gli aguzzini nelle galere. Ho visto io un comandante di

compagnia in una marcia che c'era un soldato malato che non si poteva

reggere, e lui credeva che lo facesse apposta; ebbene, lo cacciò avanti

a spintoni e a calci, per mezzo miglio, fin che rotolò in un fosso, in

fin di vita. Cose da far diventar matti. E qualche volta danno anche

delle sciabolate di taglio. Non c'è pietà, mio caro. Il soldato è una

bestia. Prepara pure la schiena e la faccia. E chi si rivolta, o lo

cacciano in una prigione a farsi mangiar vivo dai topi o lo mandano in

una compagnia di disciplina dove gli rompono le ossa col bastone. Se

poi hai la disgrazia di ammalarti, non ti dico altro, tutti sanno cosa

sono gli ospedali militari. Se non guarisci più che presto, ti danno

il passaporto per il camposanto come due e due fan quattro, perchè,

capisci bene, non vogliono mica mantenere della carne inutile. Ne ho

visti dei miei compagni distesi là stecchiti su quei letti, cogli occhi

di vetro e la faccia color di cera! È vero che ti può anche capitar

la fortuna della guerra. Allora i tuoi superiori ci guadagnano un

grado e tu lasci le budella in mezzo a un campo di grano, se pure non

ti tocca prima di metterti in riga con una dozzina dei tuoi compagni

e di cacciare una palla nella schiena a un tuo amico, condannato

per “sbandamento in faccia al nemico.„ Credi, è proprio una vita da

galeotti. Per resisterci bisogna non aver sangue nelle vene. Vorrei

aver tanti scudi quanti dei miei compagni ho visti stracciare coi denti

la tela della branda e dar di mano alla baionetta per cacciarsela nella

gola. Per me, non lo dico per disanimarti, che non sarebbe un'azione

da galantuomo; ma andrei in galera, andrei a marcire in una prigione,

mi metterei a far l'assassino di strada, mi farei impiccare in mezzo

a una piazza, tutto piuttosto che tornar a fare il soldato. Ma già, se

mi richiamassero, piglierei la strada di Francia o di Svizzera. Ce ne

sono andati tanti altri! Cosa vuoi? Io proprio a pigliarmi dei pugni,

dei calci e delle sciabolate, non mi ci sento nato. In tutti i casi

avrei più caro pigliarmi una fucilata nel petto da un carabiniere alla

frontiera, chè almeno sarebbe una palla sola, piuttosto che pigliarne

dodici nella schiena dai miei compagni, al comando dell'aiutante

maggiore. Fatti coraggio, andiamo. Sono cinque anni, in conclusione, e

cinque anni... son lunghi, sì; accidenti che son lunghi! ma non sono la

vita.

Novelle(#58341) · 第 27 / 95 题