Dopo un breve tratto di strada, Carlo incontrò un suo amico del
villaggio, un uomo sui trent'anni, alto e asciutto, cogli occhi lustri
e colla bocca torta in un atteggiamento sprezzante; il quale aveva nel
vestire una certa attillatura rara a vedersi in giovani di campagna:
capelli unti, cravattino, polsini e un par di grandissimi calzoni
stretti intorno al collo del piede. Era uno di quei tanti cattivi
contadini che hanno fatto malamente il soldato e che ritornano a casa
peggiori di prima: colla goffaggine indelebile della loro natura,
accresciuta dai vizii che presero in città e della spavalderia che
impararono in caserma; un misto di villani, di bravi e di beceri, che
puzzano d'acquavite e di pomata, e disprezzano “l'ignoranza.„
Costui, tornato in congedo al villaggio, aveva messo su una piccola
bottega di liquorista.
Veduto Carlo, si fermò, e senza accostarglisi, gli disse con un sorriso
compassionevole: — Lo so!
— E non c'è Cristi che tenga, eh? — soggiunse un momento dopo.
— Ci sei stato anche tu, — rispose Carlo.
— Gli è per questo, amico mio, che mi fai compassione! — Carlo rimase
muto, cogli occhi fissi a terra.
— E Camilla? —
Carlo crollò le spalle.
— Mah! — soggiunse l'amico allontanandosi; — ora ci sei tu nelle peste:
una volta per uno. —
Carlo si morse le labbra e tirò innanzi per la sua strada.
La voce s'era sparsa pel villaggio, egli era conosciuto, tutti lo
guardavano. Qualcuno di quelli che avevano domestichezza con lui,
vedendolo passare, si faceva sull'uscio della bottega, e gli gridava:
— Si va, eh? — Altri, sogghignando, dicevano: — E' darà giù quella
superbia! — E le ragazze: — Ora si vuol vedere Camilla! — Egli non
guardava nessuno, ma si sentiva addosso, per così dire, gli sguardi di
tutti; e in quel momento lo opprimeva assai meno il pensiero di dover
andare a far il soldato, che l'immagine di tutti quei sogghigni della
gente a cui era antipatico. — Se vi potessi pigliare uno alla volta! —
brontolava, premendo il manico del coltello. Andò a parlare al Sindaco,
rilesse l'elenco dei coscritti, e tornò a casa ch'era buio. Entrando,
vide Camilla in un canto che piangeva, e allora, ricordandosi del modo
brutale con cui le aveva dato la notizia della disgrazia, ne sentì
rimorso, se le avvicinò e le disse piano: — Non c'è mica da disperarsi,
poi.... Non è ancora sicuro.
— Come non è sicuro? — gridò la ragazza maravigliata.
— C'è anche la seconda categoria. — La ragazza stette pensando: seconda
categoria, numeri alti, numeri bassi, quaranta giorni, — tutte queste
idee le si affollarono nel capo confusamente.
— Mi potrebbe toccare il numero alto, — disse ancora Carlo.
— E allora non andresti! — esclamò Camilla.
— Ci andrei per quaranta giorni.
— Ma è proprio vero! — gridò la giovane con uno slancio di gioia.
— Sì; ma bisogna aver fortuna! — rispose Carlo.
— Ah sì! — gridò Camilla, — ma io pregherò tanto che Dio ci farà questa
grazia — e corse a rinchiudersi nella sua stanza.
Carlo fu preso da un sentimento di tenerezza che da molto tempo
non aveva più provato: ma poichè in lui anche i sentimenti teneri
pigliavano un'espressione di dispetto e di collera, strinse il pugno,
e, guardando il cielo stellato, mormorò a denti stretti:
— Ma è proprio una maledetta legge infame questa, che ci obbliga a
lasciar casa, parenti, amici, tutto, per andar a fare.... il galeotto!
In quel momento una voce nella strada gridò canterellando:
— E non c'è Cristi! —
Era l'amico liquorista che, passando, aveva veduto spiccare la figura
buia di Carlo sul fondo illuminato della stanza; Carlo ebbe un tremito.
— Zaino in spalla! — soggiunse la voce allontanandosi. E poco dopo:
— Pane colla muffa! —
E poi più lontano:
— E ferri corti! —
L'ultime parole furon seguìte da una risata, e poi tutto tacque nella
strada buia e deserta.