Nella provincia di***, in Piemonte, v'è un villaggio, che la gente
dei dintorni chiama il villaggio dei _Musi duri_, per canzonare la
musoneria dei suoi abitanti. E debbono essere in fatti i più serii
della provincia, se è vero che la natura del luogo dove s'abita
produca sempre un qualche effetto sulle indoli e sugli umori; perchè
il villaggio è posto in una bassura profonda, scarsa di luce, quasi
sempre coperta di nebbia e circondata dì monti alti e rocciosi. Però
quel _duri_ s'addirebbe anche meglio alle teste che ai visi, perchè il
contadino di quella terra ha in sommo grado il carattere del contadino
piemontese; buono, onesto, operoso; ma in tutte le faccende di questo
mondo, in cui occorra di mutar parere, di cedere, di piegarsi, più
duro del granito. E come in mercato, per ridurlo a lasciarvi passare,
dopo avergli detto tre volte: — Permettete! — siete costretti a dare
cinque passi indietro, prendere una rincorsa di fianco, e urtarlo in
modo da sbalzarlo nel muro; così quando si tratta di sradicargli un
pregiudizio, di spuntargli una picca, di rimuoverlo da una risoluzione,
il più longanime e vigoroso ragionatore del mondo ci perde la pazienza
e la voce; e gli bisogna proprio concludere, come dicono le mamme ai
fanciulli testardi, che non c'è altro che tagliargli il capo. E son
così rigidi e cocciuti, ma non punto corti d'intelligenza. Stentano
ad intendere, sì, e stanno un pezzo cogli occhi imbambolati e la bocca
aperta prima d'afferrare un'idea; ma poi la imprigionano in quella loro
mente rozza, e ce la tengono, quasi gelosi della conquista, con una
stretta così tenace, e tanto la voltano e la rivoltano e la rimuginano,
che finiscono per possederla e comprenderla meglio d'un'intelligenza
aperta che l'abbia colta di volo. Ma questa loro tardità d'intelletto,
che essi sanno d'avere, e una tal quale grossolana astuzia che li fa
temere sempre d'essere gabbati dalla gente più destra, dà ai loro modi
e al loro linguaggio un che di monco, di gretto, di diffidente, che,
a primo aspetto, li fa giudicare assai peggio di quello che sono. Del
resto, hanno capito fin dalle prime, che per non essere messi in mezzo
dai furbi, una delle prime cose da farsi era imparare a leggere e
scrivere, e perciò hanno fatto buon viso alle prime scuole che furono
aperte nel villaggio, e ci mandarono i figliuoli, e finirono con
andarci anche i vecchi. In fondo è un villaggio, che beati noi se da un
capo all'altro d'Italia gli somigliassero tutti.
Pochi anni sono, in una casa di contadini posta all'estremità di questo
villaggio, accanto alla strada maestra, ci stava un giovane che per
la sua cocciutaggine e il suo cipiglio si poteva proprio dire che
fosse la espressione più fedele della natura di quella gente. Non era
un accattabrighe, nè un ipocrita, nè un vizioso; che anzi bazzicava
pochissimo cogli altri giovani del paese, e passava il più dei giorni
in casa, e non aveva mai fatto sparlare dei fatti suoi; ma spiaceva a
molti e di pochissimi era amico, non per altro che per l'orgogliaccio
ombroso e stizzoso che traspariva dai suoi modi e dalle sue parole.
Era uno di quelli che quando vi parlano, vi guardano il vestito, il
cappello, le scarpe, e vi girano cogli occhi intorno al viso, e non
vi fissano mai; sorridono e rassegano subito il sorriso; sbadigliano,
e strozzano a mezzo lo sbadiglio; muovono una mano e la lasciano in
aria come la mano d'un fantoccio; e ogni loro parola, o sguardo, o
gesto è pensato e stentato; e finiscono col metter nell'imbarazzo
anche voi, e non vedete l'ora di lasciarli, e voltandovi, quando li
avete lasciati, sorprendete il loro sguardo nel punto che, sorpreso,
vi fugge. Carlo era uno di costoro, e per questo spiaceva anche alle
donne, benchè non fosse punto sgradevole d'aspetto. Era una figura, che
nel villaggio, in mezzo alla folla che esciva di chiesa dopo la Messa,
tra quelle cento faccie dalle fronti schiacciate, dai ciuffi irsuti,
dai nasi torti e dal colore di terra cotta, tirava lo sguardo subito
pei suoi tratti regolari, per gli occhi grandi e per la pallidezza. Era
bassetto della persona e asciutto, ma d'apparenza robusta; e quel suo
continuo corrugar della fronte gli dava allo sguardo una espressione di
fierezza, che quando non era turbata dalla collera poteva piacere.
Egli aveva solamente il padre, che lavorava in una città lontana;
e viveva nel villaggio con certi suoi zii e cugini, tra i quali una
ragazza che si chiamava Camilla, rimasta orfana, e stata accolta in
casa dalla famiglia stessa che aveva accolto lui. Con questa ragazza
egli era vissuto fin da bambino, e com'è facile immaginare, appena
arrivato all'età, in cui si comincia a guardar con occhio diverso
il compagno di scuola e la figliola del portinaio, aveva preso, per
dirla colle contadine toscane, a discorrerle; ed essa a rispondere, e
la famiglia a lasciar correre, pensando che a suo tempo si sarebbero
potuti sposare.
Questa ragazza che aveva sedici anni (tre meno di Carlo), era
d'indole e di modi affatto diversi da lui. Ma l'affetto era nato colla
dimestichezza, quasi di nascosto, ed anco perchè gli estremi, posto che
si dice che si toccano, bisogna pure che s'avvicinino; e poi perchè
in lei, umile e affettuosa, c'era quel sentimento segreto che spinge
la donna verso gli uomini di natura aspra e violenta, quasi per un
bisogno naturale di versare in altri la dolcezza dell'animo proprio, un
desiderio di combattere e di soffrire, di espiare colpe altrui, di fare
scudo della propria bontà e dei proprii dolori, a chi ne ha bisogno,
contro i castighi del cielo. Carlo, a modo suo, le voleva bene; ma la
feriva spesso con parole durissime, o la spaventava con selvaggi impeti
di collera; il che seguiva per lo più quando essa, vivace e risoluta
nel combattere il male e nel propugnare il bene, lo affrontava in
qualche sua caparbietà colpevole, e col linguaggio stringente della
convinzione e dell'affetto gli faceva capire d'aver torto; onde il
suo orgoglio ferito, non sapendo come difendersi, assaliva. Ma le
battaglie duravan poco: essa implorava la pace; e quando quella stessa
sommissione, che era una maniera di vittoria, non tornava a inasprire
l'avversario, la pace era fatta. Qualche volta riusciva a frenarlo,
ad ammansirlo, a volgerlo al bene, e allora n'andava altera. E ogni
giorno più si stringeva a lui per quel che di chiuso, di misterioso
quasi, che v'era nel suo carattere; appunto perchè, come sempre segue,
il suo cuore era tenuto in una continua curiosità d'affetto, e sempre
immaginava che la parte nascosta fosse la migliore, e che a furia di
cure, di sommissione, di sacrifizii sarebbe riuscita a cavarla fuori e
a darle il di sopra.
La sera essi solevano stare insieme, davanti alla porta di casa:
Camilla, seduta, lavorando; egli ritto colle spalle al muro. Parlavano
poco, specialmente Carlo. Quando aveva la lingua sciolta era cattivo
segno: era certo un po' di bile compressa, cui aveva bisogno di dare
sfogo; e allora gli uscivan di bocca i discorsi più strampalati del
mondo: non lavorar più, fare il contrabbandiere, andare in un paese
straniero: e la ragazza a combatterlo fin che aveva fiato e speranza,
e poi lagrime. — Sono un cattivo soggetto, eh? — finiva per dir lui,
mezzo pentito; e Camilla, racconsolata subito da quelle poche parole,
gli rispondeva asciugandosi le lagrime: — Non lo credo... —