I.

Una vecchia signora della città di***, avendo bisogno di una donna di

servizio, pregò per lettera una amica, che stava in una città vicina,

di mandarle la sua; quest'amica doveva abbandonar l'Italia tra poco.

La risposta non si fece aspettare, e fu affermativa. — La ragazza —

diceva la lettera — partirà domani. Non vi posso dare informazioni

intorno alla sua famiglia, perchè essa non me n'ha mai voluto dare,

e non ho potuto procurarmele io, perchè non mi ha nemmeno voluto dire

di che paese sia. Qualunque altra donna m'avesse voluto tenere questo

segreto, le avrei detto: — Tenetevelo, e andate pei fatti vostri. —

Con questa ragazza non n'ebbi il coraggio; mi parve fin dalle prime

così buona, onesta e gentile, che dovetti accettarla senz'altro.

Forse si avrà a vergognare dei suoi parenti, e per questo non vorrà

che si conoscano. Checche ne sia, sono profondamente persuasa che in

questo mistero essa non ci ha colpa. Ve la mando senza timore. Usatele

però dei riguardi, risparmiatele certe fatiche, perchè è debole e

malaticcia. È anche bellina, badate. —

La ragazza venne, si presentò alla signora timidamente, aveva un bel

sorriso, piacque, si accordarono. Si chiamava Camilla. Non era bella,

ma simpatica: un po' pallida e malinconica; sorrideva solamente quando

le parlavano, come per dovere di cortesia.

Sin dai primi giorni la signora cercò di saper qualcosa della sua

famiglia. Si turbò, diede risposte vaghe, pareva che quelle domande

le facessero male. La signora voleva sapere almeno dov'era nata. Essa

pronunziò il nome di un villaggio, il primo che le occorse alla mente,

con un'aria che diceva: — Non è questo; ma ve lo dico, per cavarmi di

imbarazzo. — Bastò: la signora non insistette di più; ritentò qualche

tempo dopo, ma collo stesso effetto; decise infine di non darsene

pensiero.

Ogni giorno si mostrava più diligente, più mansueta, più dolce. La

figliuola piccina della signora le aveva posto un affetto vivissimo;

la signora stessa non faceva che lodarsene e compiacersene con parole

che parevano ispirate da una calda simpatia; di che il marito soleva

canzonarla, dicendole ch'ella era un'anima romanzesca soggiogata dal

fascino del mistero; ma che il tempo avrebbe fatto la luce, e la luce

rischiarato Dio sa che cosa. Ma il tempo non rivelò nulla, e Camilla si

fece sempre più amare.

Aveva un solo difetto, se si può chiamare difetto una sventura: ed

era una estrema sensitività nervosa, che la faceva tremare a un rumore

improvviso, all'apparire inaspettato di una persona, a una voce che la

chiamasse da un'altra stanza, a qualunque movimento o suono o vista,

a cui non fosse preparata. Qualche volta le prendeva quasi male. Nè

letture di cose tristi, nè narrazioni di misfatti, nè descrizioni di

spettacoli, nei quali fosse la più lontana idea di un pericolo, si

potevano fare in sua presenza senza che dèsse così manifesti segni

di turbamento e di pena, da fare smettere il parlatore più ostinato.

Quando una, quando due volte al mese, non per altra cagione che per

queste scosse, era costretta a mettersi a letto, e a starci un par di

giorni, prima dolorosamente agitata e poi rifinita come da una lunga

malattia.

Una sera tutta la famiglia era raccolta nella sala da pranzo, e Camilla

seduta in un canto. Era notte avanzata; chi leggeva, chi scriveva,

nessuno parlava; non si sentiva fiatare. Sul terrazzino c'eran dei

vasi di fiori; e solo il rumore delle foglie scosse dal vento, e i

rintocchi lontani di una campana turbavano quel silenzio. A un tratto

s'udì in una stanza accanto un colpo forte come di cosa pesante caduta

dall'alto, e insieme un acutissimo grido. Quasi nello stesso punto un

altro grido, più acuto del primo, proruppe dalla bocca di Camilla.

La signora, il marito, i figliuoli, senza badare a lei, corsero

nell'altra stanza. — Non è nulla! — gridò dopo un momento la madre.

Era la bambina che, cercando al buio la corda del campanello per fare

uno scherzo, aveva urtato colla mano in un grosso martello appeso al

muro, e il martello le era caduto sui piedi. Tornarono subito nella

sala da pranzo e là videro Camilla distesa in terra. L'alzarono, le

sanguinava il viso; nel punto stesso che aveva gettato il grido, era

svenuta, e nel cadere aveva dato della fronte contro una seggiola.

La portarono a letto, rinvenne; ma le si manifestò subito una febbre

così violenta, che ne furon tutti spaventati. Quando potè parlare,

domandò che cosa fosse stato quel colpo e quel grido; glielo dissero;

dapprima pareva che non volesse credere, non era bene in sè, usciva

in esclamazioni senza senso. Poi parve che ricuperasse la ragione,

e allora, fattosi spiegare di nuovo quello che era accaduto, domandò

perdono dell'inquietudine di cui era stata cagione, e pianse. Cercarono

di consolarla. — Che c'è da piangere? — le domandò la bambina. Ed essa

piangendo più forte rispose: — Lo so io! —

Il giorno dopo mandarono pel medico. Il medico venne e, prima d'entrare

nella camera di Camilla, si fece raccontare tutti gli accidenti che

avevano preceduto la malattia. Entrato, esaminò la malata, le fece

qualche interrogazione intorno al suo stato presente, e poi le domandò:

— Dica: ha mai avuto nessun grande spavento nella sua vita? —

La ragazza si scosse violentemente, e di pallida che già era, diventò

pallidissima.

— Mi risponda sinceramente; le faccio questa domanda per suo bene.

— Nessuno spavento... — balbettò Camilla dondolando il capo, e fingendo

di cercare nella sua memoria.

— Me lo può assicurare? — ridomandò il medico.

— .... Sì.

— Mi perdoni se insisto, — il medico ripigliò. — Lei, forse, per

certe ragioni sue particolari, non mi vorrà dire la verità; ma lei ha

veramente avuto qualche grande spavento, che le deve aver fatto molto

male; me lo dica; una caduta? un pericolo corso da lei o da qualcuno

della sua famiglia? un delitto commesso in una strada o in campagna, di

cui lei sia stata spettatrice all'impensata? —

Camilla tremò forte come se le pigliasse la febbre; poi chiuse

gli occhi, e voltò la testa dall'altra parte lasciandola cadere

pesantemente sulla spalla.

La bambina mise un grido.

— Non è nulla, — disse il medico· — mi lascino solo; forse non vuol

confidare il suo segreto che a me. —

Fu lasciato solo.

Di lì a un quarto d'ora uscì, e tutta la famiglia gli si strinse

intorno.

— Non le ho cavato di bocca una parola, — disse il medico; — ma sono

più che mai persuaso che una grande commozione di spavento sia stata

la cagione della sua malattia; essa non vuol dir nulla; è segno che

c'è sotto qualcosa. La malattia è grave, il sistema nervoso ha avuto

una scossa funesta. La giovane, a quanto pare, era già prima di una

complessione fisica assai delicata; il colpo, che non avrebbe forse

offeso una persona robusta, è stato troppo forte per lei. Loro potranno

tentare di scoprir qualcosa; ma non è necessario; la natura della

malattia è abbastanza palese.

A un'ultima domanda direttagli mentre apriva la porta per uscire,

rispose sottovoce poche parole che fecero restar tutti pensierosi.

L'inferma andò peggiorando rapidamente. Spesso le venivano accessi di

delirio, a cui tenevan dietro spossatezze mortali e letarghi profondi.

Delirando parlava, e tutti raccoglievano ansiosamente le sue parole,

per veder di cavarne qualche lume sul fatto che essa mostrava di voler

nascondere. Ma non riuscirono a nulla. Osservarono però un atto che

faceva sovente, di coprirsi il volto colle mani e di scotere il capo

come vien fatto alla vista improvvisa di qualcosa che ci metta orrore.

Qualche volta si metteva a sedere sul letto e guardava qua e là pel

pavimento cogli occhi stralunati, come se ci fosse qualcosa di sparso

che si movesse. Tratto tratto, nei momenti di maggiore agitazione,

faceva un cenno per imporre silenzio, si cacciava una mano dietro

l'orecchio come per raccogliere meglio un suono lontano, e gridava con

un accento di terrore: — Giù! — Ma l'idea più strana, alla quale essa

tornava ogni momento, e qualche volta anche a mente tranquilla, era

che qualcuno cercasse di portarle via la sua roba: un par di vestiti

e un po' di biancheria, che eran chiusi in un piccolo baule accanto al

letto. Vi teneva l'occhio su continuamente; si sarebbe detto che aveva

là dentro qualche gran segreto. Un giorno disse che voleva bruciare

ogni cosa, e la bambina le rispose che non gliel'avrebbero permesso.

— Allora, — mormorò essa, — mi prometta che lo faranno appena sarò

morta. — Del resto, era sempre dolce e rassegnata, e non finiva mai di

ringraziare i suoi padroni delle cure che le prodigavano e dell'affetto

che mostravan di avere per lei. — Io lo so che debbo morire, — disse

un giorno alla signora... — ci son preparata; ma mi rincresce di morir

qui, e dar un dolore a loro che mi hanno fatto tanto bene... (e poi

guardando intorno) e rattristare anche la casa. Mi faccia una grazia,

mia buona signora! — proruppe finalmente con voce supplichevole; — mi

faccia portare all'ospedale! —

Una mattina, con grande stento e con molta segretezza, scrisse una

lettera. La signorina se n'accorse, e le disse di dargliela che

l'avrebbe fatta portare alla posta. Camilla ricusò, e la pregò invece

di far venir la portinaia, che non sapeva leggere. La portinaia

venne, e Camilla le mise la lettera in tasca, facendosi promettere che

l'avrebbe gettata in buca senza far vedere l'indirizzo a nessuno.

Intanto andava sempre più perdendo le forze, e il medico non le dava

più che pochi giorni di vita. Una sera, presa da que' soliti accessi di

febbre nervosa, dopo lunghi spasimi, ma colla mente serena e presente

a sè stessa fino all'ultimo momento, morì. Le ultime sue parole, colle

quali parve che volesse svelare qualcosa, non furono intese.

Fu convenuto allora di far nuove ricerche intorno alla famiglia, per

poterle almeno mandare la roba della giovane, non perchè si credesse

che i suoi parenti l'avrebbero in alcun caso richiesta per ciò che

valeva, ma perchè si supponeva che avrebbero avuto caro quel ricordo.

Si scrisse, si fece domandare, investigare; infine si pensò di aprire

il suo baule per vedere se ci fosse qualche lettera, o appunto, o

indizio qualsiasi di dove fosse nata e da chi. Il baule fu aperto in

presenza del medico e di tutta la famiglia. La signora tirò fuori

ad uno ad uno i panni e la biancheria. In fondo, in mezzo a due o

tre involti, si trovò una lettera aperta. La signora la prese e la

lesse: erano poche righe scritte da Camilla; una lettera cominciata e

lasciata a mezzo, senza intestazione. Diceva: “... Dopo quel giorno io

son sempre stata male, perdevo le forze e non reggevo più ai lavori

di campagna. Per questo in casa mi trattavano con cattivi modi e mi

dicevano che non ero più buona a nulla; e spesso anche mi rinfacciavano

il tuo caso, e mi facevano capire che sospettavano di me, che io ti

avessi consigliato. Questo sospetto finì di togliermi il coraggio,

e loro mi avrebbero forse cacciata di casa, perchè ero inutile; ma

io presi la risoluzione di andare a servire in città, e speravo di

trovare qualche buona famiglia che avesse compassione del mio stato,

e mi pigliasse in casa per i servizii che non vogliono tanta fatica; e

poi non potevo più stare in quella casa dopo quello che era accaduto,

perchè mi faceva paura, e soffrivo troppo. Ora eccomi qui in città e ho

trovato una buona famiglia: ma non dico nulla a nessuno, e non dirò mai

nulla; solamente a pensare che qualcuno lo sappia mi pare che avrebbero

orrore di me che non ci ho colpa; e non voglio nemmeno che a casa

abbiano mie notizie: io gli perdono, ma mi hanno trattato troppo male a

lasciarmi andar via sola, malata com'ero, e senza protezione....„

— C'è dell'altro scritto, — osservò il medico.

La signora voltò il foglio; c'era in fatti qualche riga, in fondo a

una pagina piena di cancellature, che nascondevano affatto lo scritto:

“Io ho poi fatto un involto di quel vestito e per levarmelo d'innanzi

agli occhi l'ho cacciato in fondo al baule. Sono passati tanti mesi e

sempre mi pare d'avercelo messo ieri, e non ho più avuto il coraggio di

toccarlo; che appena a stender la mano mi sento tremare tutta, e quasi

mi mancano le forze....„

— Vediamo l'involto, — disse la signora riponendo la lettera; e tirò

fuori dal baule un involto fasciato di carta. Stracciò la carta e

n'uscì un vestito di donna.

— Che cos'è questo? — gridò spaventata la signora, guardandolo da tutte

le parti.

Il medico si mise gli occhiali, prese il vestito, lo guardò qua e là

attentamente, e lasciandolo cadere in terra, disse: — È macchiato di

sangue. —

Questa scoperta diede luogo a un'infinità di congetture e di sospetti;

ma non rischiarò punto il mistero. La famiglia, d'altra parte, non fece

altre ricerche; e a poco a poco lasciò cadere la cosa in dimenticanza.

Quando una sera tardi — circa un anno dopo che avevano aperto il baule

— si presentò all'uscio uno sconosciuto chiedendo di parlare alla

signora.

La signora lo ricevette nell'entrata, insieme con suo marito e i suoi

figliuoli. Era un giovane sui venticinque anni, pallido, meschinamente

vestito, coi capelli lunghi, d'un aspetto dimesso come un povero; ma

con cert'occhi che non ispiravan punto fiducia.

Gli domandarono che cosa voleva.

Egli guardò intorno con un'aria attonita, come se riconoscesse la

casa, e mostrando un foglietto di carta che teneva in mano, domandò

umilmente:

— Son loro i signori***? —

Gli risposero di sì.

— Una volta — continuò egli — serviva qui una giovane, che si chiamava

Camilla, e che è morta.

— Che è morta, — rispose la signora fissandolo.

— E.... — domandò il giovane con voce commossa — com'era caduta?

— Com'era caduta? — ripeterono tutti maravigliati.

— O non è morta, — riprese il giovine, mostrando di nuovo la lettera;

— non è morta per conseguenza d'una caduta dalla finestra.... ed ebbe

appena il tempo di scrivermi?

— Che! — rispose la signora; — è morta d'una malattia nervosa, la

povera giovane; una malattia che la fece soffrire tanto tempo, morta

quasi di consunzione, per un grande spavento che si dice avesse avuto

non si sa quando; una disgrazia, che so? qualche terribile caso di

certo; — e lo guardava fisso.

Lo sconosciuto rimase qualche momento senza parola, colla bocca aperta

e cogli occhi spalancati; poi cominciò a contrarre il viso, a tremar

tutto, a guardar or l'uno or l'altro con un'espressione di angoscia; in

fine gettò un grido doloroso e si precipitò giù per le scale.

Gli si slanciarono dietro, volava, non lo raggiunsero.

Si può immaginare la curiosità, la trepidazione, i sospetti, che la

visita inaspettata di quell'uomo dovette far nascere. Per parecchi

giorni non si pensò e non si parlò d'altro; chi consigliava di riferire

il fatto alla Polizia, chi di andare in traccia dello sconosciuto

per la città, chi di ricominciare le ricerche intorno alla famiglia

di Camilla. Quando una sera, che c'era il medico, e si discorreva

sull'argomento solito, sentirono picchiare all'uscio, e dopo un poco la

voce della donna di servizio che diceva dall'altra stanza: — Signori,

vengano un momento loro: io ho paura. —

Tutti accorsero: era lo sconosciuto, più pallido e più malandato che la

prima volta, coi panni che gli cadevano a brandelli.

— Che volete qui? — gli domandarono.

Egli fissò la signora con tanto d'occhi, come se non l'avesse mai

vista, e disse:

— Son loro i signori***?

— Sì, ve l'abbiamo già detto, — rispose la signora.

— Una volta — continuò egli — serviva qui una giovane, che si chiamava

Camilla, e che è morta?

— O non vi si è già detto? — esclamarono tutti meravigliati.

— Perdonino, — mormorò il medico, facendo un cenno alla famiglia,

e avvicinatosi allo sconosciuto, lo prese pel braccio, e gli disse

amorevolmente: — Andatevene pei fatti vostri, buon uomo; qui non c'è

nulla per voi; andate. —

E lo spinse fuori adagio adagio, e chiuse la porta. Poi si voltò verso

la famiglia che aspettava una spiegazione, e disse: — Quel giovine è

diventato scemo. —

Novelle(#58341) · 第 21 / 95 题