Io penso a me stesso, e dico: — Quale distanza da diciannove anni a
venticinque! Allora, dovunque andassi, ero il più giovane, chè i più
giovani di me non mostravano ancora il viso tra gli uomini; e non
mi vedevo mai intorno alcuno, di cui non potessi dire che qualcosa
m'invidiava: la gioventù, l'allegria, le speranze. Ed ora, dovunque
io vada, mi veggo accanto dei giovanetti che mi guardano e mi parlano
con quel riserbo rispettoso che s'usa coi fratelli maggiori; e con
essi, discorrendo, sento di dover fare uno sforzo per dare al mio
discorso una gaiezza che corrisponda alla loro, e non me ne so dar
pace, e li guardo e mi domando: — O di dove sono usciti costoro? — E
l'altro giorno accennando a un signore una sua bambina di sei anni, gli
dissi scherzando: — Chi sa! — ed egli mi rispose: — Signor no, ella
è troppo vecchio. — Ed io, sorpreso, tacqui, e feci subito il conto
colle dita, e poi mormorai melanconicamente: — È vero. — A diciannove
anni, non vedevo bambina di quell'età, ch'io non potessi dire: — Sarà
mia moglie! — ; la generazione che veniva su era ancora tutta per me;
ora per una parte del mondo io son già troppo avanti nel cammino della
vita. E l'avvenire, che allora m'appariva un non so che vago e lucente,
su cui la mia fantasia poteva disegnare le cose più belle e più care,
senza che la ragione ci trovasse mai a ridire: — Non può essere, —
ora comincia a delinearsi, a colorirsi, a prendere una forma, ed io
indovino presso a poco che cosa sarà, veggo la mia strada tracciata,
e la mia meta distinta, e addio grandezze e meraviglie! E gli uomini?
Dio buono, io non son mica per natura inclinato a diffidare, a veder
piuttosto il male che il bene nelle cose di questo mondo; al contrario;
nel mio piccolo non ho che a render grazie a tutti e di tutto, e
indispettisco spesso un mio amico, a cui dico ridendo: — Amo il genere
umano! — ed egli mi risponde: — Aspetta che verrà la tua ora anche
per te. — Eppure quanto ho già perduto di quel confidente abbandono
delle amicizie di diciannove anni, di quel sentimento di ammirazione
facile e schietto, che scattava come una molla, al più leggiero tocco,
per tutti gli uomini, di cui sentissi esaltare un merito, qualunque
fosse e da chicchessia! Due, tre disinganni son bastati a rallentare
la molla per sempre. Io mi domando già: — Sarà vero? — e il dubbio
mi rimanda indietro le calde e ingenue parole d'affetto che una volta
prorompevano mio malgrado. Molti libri, che mi fecero versar lagrime,
non me ne fanno versar più; molto più raramente d'una volta, leggendo
versi, mi trema la voce; non rido più di quel riso irresistibile e
sonoro, di cui echeggiavano un giorno le stanze più remote della mia
casa. E quando mi guardo nello specchio, è una mia illusione o una
realtà? mi accorgo che nel mio viso c'è qualcosa che a diciannove anni
non c'era, un non so che negli occhi, nella fronte, nelle labbra, che
non apparisce agli altri, ma che io vedo, e che mi turba. E mi ricordo
le parole del Leopardi: — _A venticinque anni incomincia il fiore della
gioventù a declinare._ — Ma come? io declino? son già sul pendio della
vita? ho già fatto tanto cammino? Ma sì! Dalla Scuola di Modena son
già usciti altri mille ufficiali più giovani di me, me li sento alle
spalle che rumoreggiano, che m'incalzano, e mi gridano: — Avanti! —
Ma è uno spavento! Lasciatemi respirare, fermatevi un minuto; che c'è
bisogno di divorare la via? Voglio star qui, immobile, saldo come una
colonna; indietro voi! Ma il terreno è inclinato e liscio, e il piede
scivola e non c'è dove aggrapparsi; compagni! amici di diciannove anni!
venite, stringiamoci, afferriamoci gli uni agli altri, non ci lasciamo
travolgere, resistiamo. Ah! mi manca il terreno sotto, maledizione!