Ed ora?
Son passati sei anni, sei anni soli, e già ci sarebbe da scrivere un
romanzo lungo e vario e strano, se si volessero raccogliere e legare
insieme le vicende più notevoli occorse nella vita di quei duecento
compagni! Io che in questo spazio di tempo ne vidi molti ed ebbi modo
di procurarmi notizie degli altri, soglio sovente richiamarmeli tutti
alla memoria, ravvivarmene le immagini e interrogarli ad uno ad uno;
e quello che vedo e sento mi desta sempre nell'anima un sentimento di
meraviglia, misto di malinconia. Ed eccoli qui in folla, tutti.
Quelli che mi dan nell'occhio prima degli altri son certi uomini bruni
e barbuti, con un par di spalle poderose, che io non ricordo, pel
momento, d'aver conosciuti. Eppure mi sorridono, e sì, son veramente
quei giovanetti sottili e bianchi, che parevano fanciulle. Io domando:
— Siete voi? — ed essi mi rispondono: — Sì; — e io do un passo
indietro, sorpreso da quel sì sonoro e profondo, in cui non riconosco
più l'antica voce infantile. — E quest'altri? I lineamenti, in questi,
non son mutati, le forme son sempre quelle, ardite e robuste; ma il
sorriso è sparito, e gli occhi non scintillano più. — Che vi è occorso?
— domando. — A noi? — rispondono; — nulla. — Oh avrei preferito che vi
fosse accaduto qualcosa, per non vedere che il tempo, e un tempo così
breve, può di per sè mutare un volto in quel modo. Eccone altri. Dio
mio! anche questa mi tocca a vedere; uno, due, tre, cinque, possibile!
lasciatemi guardar meglio; ma certo! capelli bianchi! a ventisette anni
i capelli bianchi! — Dite, o come mai? — Danno una scrollata di spalle,
e tiran via. Poi vedo una lunga fila di amici miei, e molti, fra essi,
dei più scapati, chi con un bambino in braccio, chi con uno per mano,
chi con due. Quello lì ha preso moglie? Quello là è padre di famiglia?
Ma chi l'avrebbe creduto? — Altri sopraggiungono: alcuni col capo basso
e gli occhi rossi mi fanno un cenno; hanno un nastro nero intorno al
braccio. Altri passano colla fronte alta volgendo intorno uno sguardo
raggiante, e toccandosi il petto col dito: ah! il sogno delle nostre
notti di collegio, la medaglia al valor militare, fortunati loro! Altri
vengono innanzi a passo lento, pallidi, scarni, appena riconoscibili.
— Che cos'è? Che cosa avvenne? — Ahimè! Su quelle braccia e su quelle
gambe erculee, ch'essi ostentavano con giovanile alterezza sulle rive
del Panaro; in quelle membra tornite e rosee, che pareva non avrebbero
dovuto impallidire nè avvizzirsi mai; in quei corpi, che si sarebbero
potuti prendere a modello per rappresentare la salute, la freschezza
e la forza, ahimè! s'immersero i coltelli dei chirurghi a cercare le
palle tedesche, e dalle carni lacerate sgorgò il sangue a ondate, e
caddero le ossa recise. Poveri amici! Ma pure son rimasti tra noi a
raccogliere nell'affetto e nella gratitudine comune il premio del loro
sacrificio. — Ma dov'è il tale? — Morto in una marcia in Lombardia.
— Il tal altro? — Morto d'una ferita di mitraglia a Monte Croce. —
E quell'altro amico? — Morto d'una ferita di palla nell'Ospedale di
Verona. — E il mio vicino di banco? — Morto di colèra in Sicilia. — Oh
basta! non mi dite di più! —
Son passati tutti, s'allontanano, ed io mi slancio colla immaginazione
dalla parte opposta, sulla via che hanno percorsa, per cercarvi le
traccie del loro passaggio; e quante ne ritrovo, e quanto diverse!
Qui libri e carte sparse in terra, con su i concetti di battaglia
tracciati a mezzo, c versi coperti di freghi; un tavolino capovolto, e
un mozzicone di candela ancora fumante; i segni d'una veglia studiosa.
Là seggiole spezzate, frantumi di bicchieri e brani di vestiti di donna
sparpagliati. Più in là, in uno spazio di terreno nudo, due sciabole
insanguinate, e da una parte e dall'altra molte orme profonde e nel
mezzo un'impronta grande, come del corpo di un uomo caduto. Qua, nella
polvere, un tappeto verde lacerato, e intorno carte da gioco e dadi.
Più oltre, tra l'erba, una letterina profumata e un mazzetto di mammole
appassite. Da un altro lato una croce con sopra scritto: — A mia madre.
— E innanzi, innanzi, altri libri sparsi, altre lettere, altre carte
da gioco, divise militari smesse, ritratti di donne, conti di sarti,
cambiali, sciabole, fiori, sangue. Oh che vasta tela tesse la mente con
quei pochi fili scompigliati e rotti! Quanti affetti, quanti dolori,
quante lotte, quante pazzie, quante sventure s'intravvedono e si
comprendono! Certo anche molte virtù e molti atti generosi; ma quanto
più spreco di forza e d'avvenire!
E quando pure non si fosse sciupato nulla, quando non si fosse, in
questi sei anni, tolto un giorno nè un'ora al lavoro, quando non
avessimo aperto il cuore ad altri affetti che a quelli che innalzano
la mente e rasserenano la vita, avremmo pur sempre perduto una grande
e cara illusione, la quale dileguandosi, ha portato con sè una parte
della nostra forza e del nostro avvenire: l'illusione di quel lontano
orizzonte color di rosa, su cui si disegnavano i profili neri di
montagne gigantesche, e schiere interminabili lanciate all'assalto a
bandiere spiegate, al suono di musiche allegre.... Una guerra perduta!
E s'anco non avessimo perduto quest'illusione, non avremmo perduto
altro?