LELIA da ragazzo chiamata per finto nome FABIO e CLEMENZIA balia.
LELIA. Gli è pure un grande ardire il mio, quando io 'l considero, che,
conoscendo i disonesti costumi di questa scorretta gioventú modanese, mi
metta sola in questa ora a uscir di casa! Oh come mi starebbe bene che
qualcun di questi gioveni scapestrati mi pigliasse per forza e,
tirandomi in qualche casa, volesse chiarirsi s'io son maschio o femina!
E cosí m'insegnasseno a uscir di casa, cosí di buona ora. Ma di tutto
questo è cagione l'amore ch'io porto a questo ingrato e a questo crudel
di Flamminio. Oh che sorte è la mia! Amo chi m'ha in odio, chi sempre mi
biasma; servo chi non mi conosce; ed aiutolo, per piú dispetto, ad amare
un'altra (che, quando si dirá, nissun sará che lo creda) senza altra
speranza che di poter saziare questi occhi di vederlo, un dí, a mio
modo. Ed infino a qui mi è andato assai ben fatto ogni cosa. Ma, da ora
innanzi, come farò? che partito ha da essere il mio? Mio padre è
tornato. Flamminio è venuto ad abitar nella cittá. E qui non poss'io
stare senza esser conosciuta: il che se avviene, io resto vituperata per
sempre e divento una favola di tutta questa cittá. E, per questo, sono
uscita fuora a questa ora; per consigliarmi con la mia balia, che da la
finestra ho veduta venire in qua, ed insieme con lei pigliarci quel
partito che giudicaremo il migliore. Ma prima vo' vedere s'ella in
questo abito mi conosce.
CLEMENZIA. In buona fé, che Flamminio debbe essere tornato a stare in
Modena, ch'io veggio l'uscio suo aperto. Oh! Se Lelia lo sapesse, gli
parrebbe mill'anni di tornare a casa di suo padre. Ma chi è questo
fraschetta che tante volte m'attraversa la strada, questa mattina? Ché
pur mi ti metti fra' piei? ché non mi ti levi dinanzi? ché pur ti vai
attorniando? che vuoi da me? Se tu sapesse come i tuoi pari mi
piacciono...
LELIA. Dio vi dia il buon dí, mona Scrocca-il-fuso.
CLEMENZIA. Va'. Dállo pure a chi tu debbi aver dato la buona notte.
LELIA. Se ad altri ho data la buona notte, a voi darò il buon dí, se lo
vorrete.
CLEMENZIA. Non mi rompare il capo, ché tu mi faresti, questa mattina...
ti so dir io.
LELIA. Sète forse aspettata dal guardian di San Francesco? o pure andate
a trovar fra Cipollone?
CLEMENZIA. Doh! che te venga la febre ben ora! Che hai a cercar tu i
fatti miei né dov'io vo né dov'io stia? che guardiano? che fra
Cipollone?
LELIA. Oh! Non v'adirate, mona Molto-mena-e-poco-fila.
CLEMENZIA. Per certo, io conosco costui; e, non so dove, mi pare averlo
veduto mille volte. Dimmi, ragazzo: e dove mi conosci tu, che vuoi saper
tanto delle cose mie? Levati un poco questa cappa dal volto.
LELIA. Orsú! Fai vista di non mi conoscere, eh?
CLEMENZIA. Se stai nascosto, né io né altri ti conoscerá.
LELIA. Tirati un poco piú in qua.
CLEMENZIA. Ove?
LELIA. Piú in qua. Ora cognoscimi?
CLEMENZIA. Se' tu forse Lelia? Dolente a la mia vita! Sciagurata a me!
Sí, che gli è essa. Oimè! Che vuol dir questo, figliuola mia?
LELIA. Di' piano. Tu mi pari una pazza, a me. Io m'andarò con Dio, se tu
gridi.
CLEMENZIA. Parti forse che si vergogni? Saresti mai diventata femina del
mondo?
LELIA. Sí, che io son del mondo. Quante femine hai tu vedute fuor del
mondo? Io, per me, non ci fu' mai, ch'io mi ricordi.
CLEMENZIA. Adunque, hai tu perduto il nome di vergine?
LELIA. Il nome no, ch'io sappi, e massimamente in questa terra. Del
resto si vuol domandarne gli spagnuoli che mi tenner prigiona a Roma.
CLEMENZIA. Questo è l'onor che tu fai a tuo padre, a la tua casa, a te
stessa ed a me che t'ho allevata? che ho voglia di scannarti con le mie
mani. Entrami innanzi, veh! ch'io non voglio che tu sia piú veduta in
questo abito.
LELIA. Oh! Abbi un poca di pazienzia, se tu vuoi.
CLEMENZIA. O non ti vergogni d'esser veduta cosí?
LELIA. So' io forse la prima? N'ho vedute a Roma le centinaia. E, in
questa terra, quante ve ne sono che, ogni notte, vanno in questo abito
ai fatti loro!
CLEMENZIA. Coteste son ribalde.
LELIA. Oh! Fra tante ribalde non ne può andare una buona?
CLEMENZIA. Io vo' saper perché tu vi vai e perché sei uscita del
monistero. Oh! Se tuo padre il sapesse, non t'uccidarebbe, povara te?
LELIA. Mi cavarebbe d'affanni. Tu credi forse ch'io stimi la vita un
gran che?
CLEMENZIA. Perché vai cosí? Dimmelo.
LELIA. Se m'ascolti, io tel dirò; e, a questo modo, intenderai quanta
sia la disgrazia mia e la cagion per ch'io vada in questo abito fuor del
monistero e quel ch'io voglio che in questa cosa tu faccia. Ma tirati
piú in qua: ché, se alcun passasse, non mi conoscesse, per vedermi
ragionar con teco.
CLEMENZIA. Tu mi fai consumare. Di' presto, ch'io morrò disperata. Oimè!
LELIA. Sai che, dopo il miserabil sacco di Roma, mio padre, perduta ogni
cosa e, insieme con la robba, Fabrizio mio fratello, per non restar solo
in casa, mi tolse dai servizi della signora marchesana con la quale
prima m'aveva posta; e, costretti dalla necessitá, ce ne tornamo a
Modana in casa nostra per fuggir quella fortuna ed a viver di quel poco
che avevamo. E sai che, per esser mio padre tenuto amico del conte Guido
Rangone, non era molto ben veduto da alcuni.
CLEMENZIA. Perché mi dici tu quel ch'io so meglio di te? E so che, per
questa cagion, andaste a star di fuore al vostro podere del Fontanile;
ed io ti feci compagnia.
LELIA. Ben dici. Sai anco quanto, in que' tempi, fu aspra e dura la mia
vita e, non pur lontana dai pensieri amorosi, ma quasi da ogni pensiero
umano: pensando che, per essere io stata in mano di soldati, che ognuno
m'aditasse; né credevo poter vivere sí onestamente che bastasse a far
che la gente non avesse che dire. E tu 'l sai, ché tante volte me ne
gridasti e mi confortasti a tener vita piú allegra.
CLEMENZIA. Se io lo so, perché mel dici? Segui.
LELIA. Perché, se questo non t'avesse ridetto, non potresti saper quel
che segue. Avvenne che, in que' tempi, Flamminio Carandini, per esser de
la parte che noi, prese stretta amicizia con mio padre; e, ogni giorno,
ogni giorno, veniva in casa; e, alcuna volta, molto segretamente mi
mirava, poi, sospirando, ancora abbassava gli occhi. E fusti cagion tu
di farmene accorgere. A me cominciorono a piacere i suoi costumi, i suoi
ragionamenti e i suoi modi molto piú che da principio non facevano; ma
non però pensavo ad amore. Ma, durando la pratica del suo venire in
casa, ed ora uno atto ed ora un segno amoroso facendomi, sospirando,
sollecitando, mirandomi, m'accorsi che costui era preso di me non poco:
tal che io, che non avevo mai piú provato amore, parendomi egli degno
dov'io potesse porre i mie' pensieri, m'invaghii sí fieramente che altro
ben non aveva che di vederlo.
CLEMENZIA. Tutto questo ancor sapevo.
LELIA. Sai ancor che, essendo partiti li soldati di Roma, volse mio
padre tornar lá per veder se niente del nostro fusse salvato ma, molto
piú, per veder se nuova alcuna sentiva del mio fratello; e, per non
lassarmi sola, mi mandò a stare alla Mirandola, fin che tornava, con la
zia Giovanna. Quanto mal volentieri mi separasse dal mio Flamminio tu lo
puoi dire, che tante volte me ne asciugasti le lagrime! Alla Mirandola
stei uno anno. Poi, essendo tornato mio padre, sai ch'io tornai a Modena
e piú che prima innamorata di colui che, essendo il mio primo amore,
tanto mi era piaciuto, pensandomi che ancor egli m'amasse come prima
aveva mostrato.
CLEMENZIA. Pazzarella! E quanti modanesi hai tu trovati che durin
d'amare una donna sola un anno e che un mese non dien la berta a questa
e un mese a quell'altra?
LELIA. Trovailo che tanto apponto si ricordava di me quanto se mai
veduta non m'avesse; e, ch'è peggio, ch'ogni suo animo, ogni sua cura ha
posta in acquistar l'amor d'Isabella di Gherardo Foiani come quella che,
oltre ch'è assai bella, è unica a suo padre, se quel vecchio pazzo non
piglia moglie e faccia altri figliuoli.
CLEMENZIA. Egli si crede certo d'aver te; e dice che tuo padre te gli ha
promesso. Ma questo che tu m'hai detto non fa a proposito del tuo andar
vestita da maschio e del tuo essere uscita del monistero.
LELIA. Se mi lassi dire, vedrai che gli è a proposito. Ma, rispondendo a
quel di prima, dico che me non averá egli. Tornato che fu mio padre da
Roma, gli accadde il cavalcare a Bologna per certi intrighi di conti; e,
non volendo io piú tornare alla Mirandola, mi messe nel monistero di San
Crescenzio in compagnia di suor Amabile, nostra parente, fin che
tornasse, che si pensò di tornar presto.
CLEMENZIA. Tutto questo sapevo.
LELIA. Ivi stando, né d'altro che d'amor ragionare sentendo a quelle
reverende madri del monistero, m'assicurai ancor io di scoprire il mio
amore a suor Amabile de' Cortesi. Ella, che ebbe pietá di me, non finò
mai ch'ella fece venire piú volte Flamminio a parlar seco e con altre
acciò che io, in questo tempo, che nascosta dopo quelle tende mi stava,
pascesse gli occhi di vederlo e l'orecchie d'udirlo; che era il maggior
desiderio ch'io avesse. Venendovi un dí, fra gli altri, sentii che molto
si rammaricò d'un suo allievo che morto gli era e molto diceva delle
lode e ben servire suo; soggiungendo che, se un simile ne trovasse, si
terrebbe piú contento del mondo e che gli porrebbe in mano quanto
teneva.
CLEMENZIA. Meschina a me! Io dubito che questo ragazzo non mi facci
vivere scontenta.
LELIA. Subbito mi corse nell'animo di voler provare se a me potesse
venir fatto d'esser questo aventuroso ragazzo (e, partito ch'ei si fu,
conferii questo pensiero con suor Amabile) e, poi che Flamminio non
stava per stanza a Modena, veder se seco per servidore acconciar mi
potesse.
CLEMENZIA. Nol diss'io che questo ragazzo... Disfatta a me!
LELIA. Ella me ne confortò; e amaestrommi del modo ch'io avevo a tenere;
e accommodommi di certi panni che nuovamente s'aveva fatti per potere
ella ancora, alcuna volta, come l'altre fanno, uscir fuor di casa
travestita a fare i fatti suoi. E cosí, una mattina per tempo, me ne
uscii in questo abito fuor del monistero che, per esser fuor della terra
come gli è, mi die' molto animo e fu molto a proposito. E anda'mene al
palazzo ove Flamminio abitava, che sai che non è molto discosto dal
monistero; ed ivi mi fermai tanto che gli uscí fuora. E, in questo, non
posso se non lodarmi della fortuna perché subito Flamminio mi voltò gli
occhi adosso e molto cortesemente mi domandò se alcuna cosa domandavo e
d'onde io era.
CLEMENZIA. È possibil che tu non cadesse morta della vergogna?
LELIA. Anzi, aiutandomi Amore, francamente gli risposi ch'io ero romano
che, per essere rimasto povero, andavo cercando mia ventura. Mirommi piú
volte dal capo ai piedi tal che quasi ebbi paura che non mi cognoscesse;
poi mi disse che, se mi fusse piaciuto di star seco, mi terrebbe
volentieri e mi trattaria bene e da gentile uomo. Io, pur vergognandomi
un poco, gli risposi di sí.
CLEMENZIA. Io non vorrei esser nata, sentendoti. E che util ne vedesti,
per te, di far questa pazzia?
LELIA. Che utile? Part'egli che poco contento sia d'una innamorata veder
di continuo il suo signore, parlargli, toccarlo, intendere i suoi
segreti, veder le pratiche che gli ha, ragionar seco ed esser sicura,
almeno, che, se tu nol godi, altri nol gode?
CLEMENZIA. Queste son cose da pazzarelle; e non è altro ch'agiugner
legna al fuoco, se non sei certa che, facendolo, piaccino al tuo amante.
E di che 'l servi tu?
LELIA. Alla tavola, alla camera. E conosco essergli venuta, in questi
quindici dí ch'io l'ho servito, in tanta grazia che, se in tanta gli
fusse nel mio vero abito, beata a me!
CLEMENZIA. Dimmi un poco: e dove dormi tu?
LELIA. In una sua anticamara, sola.
CLEMENZIA. Se, una notte, tentato dalla maladetta tentazione, ti
chiamasse ché tu dormisse con lui, come andarebbe?
LELIA. Io non voglio pensare al mal prima che venga. Quando cotesto
fusse, ci pensarei e risolvereimi.
CLEMENZIA. Che dirá la gente, quando questa cosa si sappia, cattivella
che tu sei?
LELIA. Chi lo dirá, se non lo dici tu? Or quello ch'io vorrei che tu
facesse è questo (perch'io ho veduto che mio padre tornò iersera e
dubito che non mandi per me): che tu facesse sí che, fra quattro o
cinque giorni, non ci mandasse; o gli desse ad intendere ch'io sono
andata con suor Amabile a Roverino e, fra questo tempo, tornarò.
CLEMENZIA. E questo perché?
LELIA. Ti dirò. Flamminio, com'io ti dissi poco fa, è innamorato
d'Isabella Foiani e spesso spesso mi manda a lei con lettere e con
imbasciate. Ella, credendo ch'io sia maschio, si è sí pazzamente
innamorata di me che mi fa le maggior carezze del mondo; ed io fingo di
non volerla amare, se non fa sí che Flamminio si levi dal suo amore; e
ho giá condotta la cosa a fine. Spero, fra tre o quattro giorni, che
sará fatto e che egli la lasciará.
CLEMENZIA. Dico che tuo padre m'ha detto ch'io venga per te; e ch'io
voglio che tu te ne venga a casa mia, ché mandarò pe' tuo' panni; e non
voglio che sia veduta cosí, se non che dirò ogni cosa a tuo padre.
LELIA. Tu farai ch'io andarò in luogo che mai piú mi vedrete né tu né
egli. Fa' a mio modo, se tu vuoi. Ma non ti posso finir di dire ogni
cosa. Sento che Flamminio mi chiama. Signore! Aspettami fra un'ora in
casa, ché ti verrò a trovare. E sai? abbi avertenzia che, domandandomi,
mi chiami Fabio degli Alberini, ché cosí mi fo chiamare; sí che non
errare. Vengo, signore! Addio.
CLEMENZIA. In buona fé, che costei ha veduto Gherardo che viene in qua;
e però s'è fuggita. Or che farò io? Di costei non è cosa da dire al
padre e non è da lasciarla star qui. Tacerò fin che di nuovo gli parli.