SCENA III

LELIA da ragazzo chiamata per finto nome FABIO e CLEMENZIA balia.

LELIA. Gli è pure un grande ardire il mio, quando io 'l considero, che,

conoscendo i disonesti costumi di questa scorretta gioventú modanese, mi

metta sola in questa ora a uscir di casa! Oh come mi starebbe bene che

qualcun di questi gioveni scapestrati mi pigliasse per forza e,

tirandomi in qualche casa, volesse chiarirsi s'io son maschio o femina!

E cosí m'insegnasseno a uscir di casa, cosí di buona ora. Ma di tutto

questo è cagione l'amore ch'io porto a questo ingrato e a questo crudel

di Flamminio. Oh che sorte è la mia! Amo chi m'ha in odio, chi sempre mi

biasma; servo chi non mi conosce; ed aiutolo, per piú dispetto, ad amare

un'altra (che, quando si dirá, nissun sará che lo creda) senza altra

speranza che di poter saziare questi occhi di vederlo, un dí, a mio

modo. Ed infino a qui mi è andato assai ben fatto ogni cosa. Ma, da ora

innanzi, come farò? che partito ha da essere il mio? Mio padre è

tornato. Flamminio è venuto ad abitar nella cittá. E qui non poss'io

stare senza esser conosciuta: il che se avviene, io resto vituperata per

sempre e divento una favola di tutta questa cittá. E, per questo, sono

uscita fuora a questa ora; per consigliarmi con la mia balia, che da la

finestra ho veduta venire in qua, ed insieme con lei pigliarci quel

partito che giudicaremo il migliore. Ma prima vo' vedere s'ella in

questo abito mi conosce.

CLEMENZIA. In buona fé, che Flamminio debbe essere tornato a stare in

Modena, ch'io veggio l'uscio suo aperto. Oh! Se Lelia lo sapesse, gli

parrebbe mill'anni di tornare a casa di suo padre. Ma chi è questo

fraschetta che tante volte m'attraversa la strada, questa mattina? Ché

pur mi ti metti fra' piei? ché non mi ti levi dinanzi? ché pur ti vai

attorniando? che vuoi da me? Se tu sapesse come i tuoi pari mi

piacciono...

LELIA. Dio vi dia il buon dí, mona Scrocca-il-fuso.

CLEMENZIA. Va'. Dállo pure a chi tu debbi aver dato la buona notte.

LELIA. Se ad altri ho data la buona notte, a voi darò il buon dí, se lo

vorrete.

CLEMENZIA. Non mi rompare il capo, ché tu mi faresti, questa mattina...

ti so dir io.

LELIA. Sète forse aspettata dal guardian di San Francesco? o pure andate

a trovar fra Cipollone?

CLEMENZIA. Doh! che te venga la febre ben ora! Che hai a cercar tu i

fatti miei né dov'io vo né dov'io stia? che guardiano? che fra

Cipollone?

LELIA. Oh! Non v'adirate, mona Molto-mena-e-poco-fila.

CLEMENZIA. Per certo, io conosco costui; e, non so dove, mi pare averlo

veduto mille volte. Dimmi, ragazzo: e dove mi conosci tu, che vuoi saper

tanto delle cose mie? Levati un poco questa cappa dal volto.

LELIA. Orsú! Fai vista di non mi conoscere, eh?

CLEMENZIA. Se stai nascosto, né io né altri ti conoscerá.

LELIA. Tirati un poco piú in qua.

CLEMENZIA. Ove?

LELIA. Piú in qua. Ora cognoscimi?

CLEMENZIA. Se' tu forse Lelia? Dolente a la mia vita! Sciagurata a me!

Sí, che gli è essa. Oimè! Che vuol dir questo, figliuola mia?

LELIA. Di' piano. Tu mi pari una pazza, a me. Io m'andarò con Dio, se tu

gridi.

CLEMENZIA. Parti forse che si vergogni? Saresti mai diventata femina del

mondo?

LELIA. Sí, che io son del mondo. Quante femine hai tu vedute fuor del

mondo? Io, per me, non ci fu' mai, ch'io mi ricordi.

CLEMENZIA. Adunque, hai tu perduto il nome di vergine?

LELIA. Il nome no, ch'io sappi, e massimamente in questa terra. Del

resto si vuol domandarne gli spagnuoli che mi tenner prigiona a Roma.

CLEMENZIA. Questo è l'onor che tu fai a tuo padre, a la tua casa, a te

stessa ed a me che t'ho allevata? che ho voglia di scannarti con le mie

mani. Entrami innanzi, veh! ch'io non voglio che tu sia piú veduta in

questo abito.

LELIA. Oh! Abbi un poca di pazienzia, se tu vuoi.

CLEMENZIA. O non ti vergogni d'esser veduta cosí?

LELIA. So' io forse la prima? N'ho vedute a Roma le centinaia. E, in

questa terra, quante ve ne sono che, ogni notte, vanno in questo abito

ai fatti loro!

CLEMENZIA. Coteste son ribalde.

LELIA. Oh! Fra tante ribalde non ne può andare una buona?

CLEMENZIA. Io vo' saper perché tu vi vai e perché sei uscita del

monistero. Oh! Se tuo padre il sapesse, non t'uccidarebbe, povara te?

LELIA. Mi cavarebbe d'affanni. Tu credi forse ch'io stimi la vita un

gran che?

CLEMENZIA. Perché vai cosí? Dimmelo.

LELIA. Se m'ascolti, io tel dirò; e, a questo modo, intenderai quanta

sia la disgrazia mia e la cagion per ch'io vada in questo abito fuor del

monistero e quel ch'io voglio che in questa cosa tu faccia. Ma tirati

piú in qua: ché, se alcun passasse, non mi conoscesse, per vedermi

ragionar con teco.

CLEMENZIA. Tu mi fai consumare. Di' presto, ch'io morrò disperata. Oimè!

LELIA. Sai che, dopo il miserabil sacco di Roma, mio padre, perduta ogni

cosa e, insieme con la robba, Fabrizio mio fratello, per non restar solo

in casa, mi tolse dai servizi della signora marchesana con la quale

prima m'aveva posta; e, costretti dalla necessitá, ce ne tornamo a

Modana in casa nostra per fuggir quella fortuna ed a viver di quel poco

che avevamo. E sai che, per esser mio padre tenuto amico del conte Guido

Rangone, non era molto ben veduto da alcuni.

CLEMENZIA. Perché mi dici tu quel ch'io so meglio di te? E so che, per

questa cagion, andaste a star di fuore al vostro podere del Fontanile;

ed io ti feci compagnia.

LELIA. Ben dici. Sai anco quanto, in que' tempi, fu aspra e dura la mia

vita e, non pur lontana dai pensieri amorosi, ma quasi da ogni pensiero

umano: pensando che, per essere io stata in mano di soldati, che ognuno

m'aditasse; né credevo poter vivere sí onestamente che bastasse a far

che la gente non avesse che dire. E tu 'l sai, ché tante volte me ne

gridasti e mi confortasti a tener vita piú allegra.

CLEMENZIA. Se io lo so, perché mel dici? Segui.

LELIA. Perché, se questo non t'avesse ridetto, non potresti saper quel

che segue. Avvenne che, in que' tempi, Flamminio Carandini, per esser de

la parte che noi, prese stretta amicizia con mio padre; e, ogni giorno,

ogni giorno, veniva in casa; e, alcuna volta, molto segretamente mi

mirava, poi, sospirando, ancora abbassava gli occhi. E fusti cagion tu

di farmene accorgere. A me cominciorono a piacere i suoi costumi, i suoi

ragionamenti e i suoi modi molto piú che da principio non facevano; ma

non però pensavo ad amore. Ma, durando la pratica del suo venire in

casa, ed ora uno atto ed ora un segno amoroso facendomi, sospirando,

sollecitando, mirandomi, m'accorsi che costui era preso di me non poco:

tal che io, che non avevo mai piú provato amore, parendomi egli degno

dov'io potesse porre i mie' pensieri, m'invaghii sí fieramente che altro

ben non aveva che di vederlo.

CLEMENZIA. Tutto questo ancor sapevo.

LELIA. Sai ancor che, essendo partiti li soldati di Roma, volse mio

padre tornar lá per veder se niente del nostro fusse salvato ma, molto

piú, per veder se nuova alcuna sentiva del mio fratello; e, per non

lassarmi sola, mi mandò a stare alla Mirandola, fin che tornava, con la

zia Giovanna. Quanto mal volentieri mi separasse dal mio Flamminio tu lo

puoi dire, che tante volte me ne asciugasti le lagrime! Alla Mirandola

stei uno anno. Poi, essendo tornato mio padre, sai ch'io tornai a Modena

e piú che prima innamorata di colui che, essendo il mio primo amore,

tanto mi era piaciuto, pensandomi che ancor egli m'amasse come prima

aveva mostrato.

CLEMENZIA. Pazzarella! E quanti modanesi hai tu trovati che durin

d'amare una donna sola un anno e che un mese non dien la berta a questa

e un mese a quell'altra?

LELIA. Trovailo che tanto apponto si ricordava di me quanto se mai

veduta non m'avesse; e, ch'è peggio, ch'ogni suo animo, ogni sua cura ha

posta in acquistar l'amor d'Isabella di Gherardo Foiani come quella che,

oltre ch'è assai bella, è unica a suo padre, se quel vecchio pazzo non

piglia moglie e faccia altri figliuoli.

CLEMENZIA. Egli si crede certo d'aver te; e dice che tuo padre te gli ha

promesso. Ma questo che tu m'hai detto non fa a proposito del tuo andar

vestita da maschio e del tuo essere uscita del monistero.

LELIA. Se mi lassi dire, vedrai che gli è a proposito. Ma, rispondendo a

quel di prima, dico che me non averá egli. Tornato che fu mio padre da

Roma, gli accadde il cavalcare a Bologna per certi intrighi di conti; e,

non volendo io piú tornare alla Mirandola, mi messe nel monistero di San

Crescenzio in compagnia di suor Amabile, nostra parente, fin che

tornasse, che si pensò di tornar presto.

CLEMENZIA. Tutto questo sapevo.

LELIA. Ivi stando, né d'altro che d'amor ragionare sentendo a quelle

reverende madri del monistero, m'assicurai ancor io di scoprire il mio

amore a suor Amabile de' Cortesi. Ella, che ebbe pietá di me, non finò

mai ch'ella fece venire piú volte Flamminio a parlar seco e con altre

acciò che io, in questo tempo, che nascosta dopo quelle tende mi stava,

pascesse gli occhi di vederlo e l'orecchie d'udirlo; che era il maggior

desiderio ch'io avesse. Venendovi un dí, fra gli altri, sentii che molto

si rammaricò d'un suo allievo che morto gli era e molto diceva delle

lode e ben servire suo; soggiungendo che, se un simile ne trovasse, si

terrebbe piú contento del mondo e che gli porrebbe in mano quanto

teneva.

CLEMENZIA. Meschina a me! Io dubito che questo ragazzo non mi facci

vivere scontenta.

LELIA. Subbito mi corse nell'animo di voler provare se a me potesse

venir fatto d'esser questo aventuroso ragazzo (e, partito ch'ei si fu,

conferii questo pensiero con suor Amabile) e, poi che Flamminio non

stava per stanza a Modena, veder se seco per servidore acconciar mi

potesse.

CLEMENZIA. Nol diss'io che questo ragazzo... Disfatta a me!

LELIA. Ella me ne confortò; e amaestrommi del modo ch'io avevo a tenere;

e accommodommi di certi panni che nuovamente s'aveva fatti per potere

ella ancora, alcuna volta, come l'altre fanno, uscir fuor di casa

travestita a fare i fatti suoi. E cosí, una mattina per tempo, me ne

uscii in questo abito fuor del monistero che, per esser fuor della terra

come gli è, mi die' molto animo e fu molto a proposito. E anda'mene al

palazzo ove Flamminio abitava, che sai che non è molto discosto dal

monistero; ed ivi mi fermai tanto che gli uscí fuora. E, in questo, non

posso se non lodarmi della fortuna perché subito Flamminio mi voltò gli

occhi adosso e molto cortesemente mi domandò se alcuna cosa domandavo e

d'onde io era.

CLEMENZIA. È possibil che tu non cadesse morta della vergogna?

LELIA. Anzi, aiutandomi Amore, francamente gli risposi ch'io ero romano

che, per essere rimasto povero, andavo cercando mia ventura. Mirommi piú

volte dal capo ai piedi tal che quasi ebbi paura che non mi cognoscesse;

poi mi disse che, se mi fusse piaciuto di star seco, mi terrebbe

volentieri e mi trattaria bene e da gentile uomo. Io, pur vergognandomi

un poco, gli risposi di sí.

CLEMENZIA. Io non vorrei esser nata, sentendoti. E che util ne vedesti,

per te, di far questa pazzia?

LELIA. Che utile? Part'egli che poco contento sia d'una innamorata veder

di continuo il suo signore, parlargli, toccarlo, intendere i suoi

segreti, veder le pratiche che gli ha, ragionar seco ed esser sicura,

almeno, che, se tu nol godi, altri nol gode?

CLEMENZIA. Queste son cose da pazzarelle; e non è altro ch'agiugner

legna al fuoco, se non sei certa che, facendolo, piaccino al tuo amante.

E di che 'l servi tu?

LELIA. Alla tavola, alla camera. E conosco essergli venuta, in questi

quindici dí ch'io l'ho servito, in tanta grazia che, se in tanta gli

fusse nel mio vero abito, beata a me!

CLEMENZIA. Dimmi un poco: e dove dormi tu?

LELIA. In una sua anticamara, sola.

CLEMENZIA. Se, una notte, tentato dalla maladetta tentazione, ti

chiamasse ché tu dormisse con lui, come andarebbe?

LELIA. Io non voglio pensare al mal prima che venga. Quando cotesto

fusse, ci pensarei e risolvereimi.

CLEMENZIA. Che dirá la gente, quando questa cosa si sappia, cattivella

che tu sei?

LELIA. Chi lo dirá, se non lo dici tu? Or quello ch'io vorrei che tu

facesse è questo (perch'io ho veduto che mio padre tornò iersera e

dubito che non mandi per me): che tu facesse sí che, fra quattro o

cinque giorni, non ci mandasse; o gli desse ad intendere ch'io sono

andata con suor Amabile a Roverino e, fra questo tempo, tornarò.

CLEMENZIA. E questo perché?

LELIA. Ti dirò. Flamminio, com'io ti dissi poco fa, è innamorato

d'Isabella Foiani e spesso spesso mi manda a lei con lettere e con

imbasciate. Ella, credendo ch'io sia maschio, si è sí pazzamente

innamorata di me che mi fa le maggior carezze del mondo; ed io fingo di

non volerla amare, se non fa sí che Flamminio si levi dal suo amore; e

ho giá condotta la cosa a fine. Spero, fra tre o quattro giorni, che

sará fatto e che egli la lasciará.

CLEMENZIA. Dico che tuo padre m'ha detto ch'io venga per te; e ch'io

voglio che tu te ne venga a casa mia, ché mandarò pe' tuo' panni; e non

voglio che sia veduta cosí, se non che dirò ogni cosa a tuo padre.

LELIA. Tu farai ch'io andarò in luogo che mai piú mi vedrete né tu né

egli. Fa' a mio modo, se tu vuoi. Ma non ti posso finir di dire ogni

cosa. Sento che Flamminio mi chiama. Signore! Aspettami fra un'ora in

casa, ché ti verrò a trovare. E sai? abbi avertenzia che, domandandomi,

mi chiami Fabio degli Alberini, ché cosí mi fo chiamare; sí che non

errare. Vengo, signore! Addio.

CLEMENZIA. In buona fé, che costei ha veduto Gherardo che viene in qua;

e però s'è fuggita. Or che farò io? Di costei non è cosa da dire al

padre e non è da lasciarla star qui. Tacerò fin che di nuovo gli parli.

Gl'ingannati degli accademici intronati di Siena Commedie del Cinquecento · 第 11 / 54 题