GHERARDO vecchio, SPELA suo servo e CLEMENZIA balia.
GHERARDO. Se Virginio fa quanto m'ha promesso, io mi vo' dare il piú bel
tempo ch'uom di Modena. Che ne dici, Spela? Non farò bene?
SPELA. Credo che molto meglio fareste a far qualche bene ai vostri
nepoti, che stentano, e a me, che v'ho servito tanto tempo e non mi so'
pure avanzato un par di scarpe; ch'io ho paura che questa moglie non vi
mandi qui o che la vi faccia... So ben io.
GHERARDO. Vorrò che tu vegga s'ella si terrá ben pagata da me.
SPELA. Credolo: ché, dove un altro la pagarebbe di grossi e di cinquine,
e voi la pagarete di doppioni e di piccioli.
GHERARDO. Ecco la sua balia. Taci, ch'io voglio astutamente domandare
che è di Lelia.
CLEMENZIA. Oh che bel giglio d'orto da voler moglie sí tenera! Credi che
fusse ben condotta, quella povera figliuola, nelle man di questo vecchio
rantacoso? Alla croce di Dio, che io la strozzerei prima che voler
ch'ella fusse data a questo vieto, muffato, baboso, rancido, moccioso.
Io ne voglio un poco di pastura. Lassamigli accostare. Dio vi dia il
buon dí e la buona mattina, Gherardo. Voi mi parete, questa mattina, un
cherubino.
GHERARDO. E a te ne dia centomila e altri tanti ducati.
SPELA. Cotesti starebbon meglio a me.
GHERARDO. O Spela, quanto sarei stato contento s'io fusse costei!
SPELA. Perché avreste, forse, provati molti mariti, ove non avete
provato se non una moglie? O pur il dite per altro?
CLEMENZIA. E quanti mariti ho io provati, Spela? che Dio te faci spelar
da le mosche! Hai tu forse invidia di non esser stato un di quelli?
SPELA. Sí, per Dio! ché la gioia è bella, almanco.
GHERARDO. Tace, bestia, ché non lo dico per cotesto, io, no.
SPELA. Perché lo diceste adunque?
GHERARDO. Perché arei tante volte abbraciata, baciata e tenuta in collo
la mia Lelia dolce, di zuccaro, d'oro, di latte, di rose, di non so che
mi dire.
SPELA. Oh! ohu! Padrone, andiamo a casa. Sú! presto!
GHERARDO. Perché?
SPELA. Voi avete la febbre e vi farebbe male lo star qui a questa aria.
GHERARDO. Io ho il malan che Dio ti dia. Che febbre! Io mi sento pur
bene.
SPELA. Dico che voi avete la febbre: lo conosco ben io, certo; e grande.
GHERARDO. So ch'io mi sento bene.
SPELA. Duolvi il capo?
GHERARDO. No.
SPELA. Lasciatemivi toccare un poco il polso. Duolvi lo stomaco o pur
sentite qualche fumo andare al cervello?
GHERARDO. Tu mi pari una bestia. Vuo' mi far Calandrino, forse? Io dico
ch'io non ho altro male che di Lelia mia, delicata, inzuccarata.
SPELA. Io so che voi avete la febbre e state molto male.
GHERARDO. A che te ne accorgi tu?
SPELA. A che? Non vi accorgete che voi sète fuor di gangari,
farneticate, affannate e non sapete che vi dire?
GHERARDO. Gli è Amor che vuol cosí, non è vero, Clemenzia? _Omnia vincit
Amor_.
SPELA. Ohu! Che bel detto da napoletani! _Facetis manum_, brigata. Mai
piú fu detto.
GHERARDO. Quella crudelina, traditorina di tua figliana...
SPELA. Questa non sará febbre, ma scemamento di cervello. Ohu! Povero a
me! come farò?
GHERARDO. O Clemenzia, mi vien voglia d'abracciarti e di baciarti mille
volte.
SPELA. Qui bisognaranno le funi, dissi ben io.
CLEMENZIA. Di cotesto guardatevi molto bene, ch'io non voglio esser
baciata da vecchi.
GHERARDO. Paioti cosí vecchio?
SPELA. Che credi? Al mio padrone non sono ancor caduti gli occhi fuor di
bocca; volsi dire, i denti.
CLEMENZIA. In ogni modo, non avete il tempo che si crede, veggo ben io.
GHERARDO. Dillo a Lelia. E sai? Se mi metti in sua grazia, ti vo' donare
un mongile.
SPELA. Ehi, liberalaccio! E a me che darete?
CLEMENZIA. Tanto fusse voi in grazia del duca di Ferrara quanto voi sète
in grazia di Lelia, che buon per voi! Ma sí! Voi la dileggiate: ché, se
voi gli volesse bene, non la terreste in queste trame né cercaresti di
tuorgli la sua ventura.
GHERARDO. Come torgli la sua ventura? Io cerco di darglila, non di
torgliela.
CLEMENZIA. Perché la tenete, tutto questo anno, in su le pratiche di
volerla o di non volerla?
GHERARDO. Che! Pensasi Lelia che rimanga da me, adunque? S'io non
sollecito ogni dí suo padre, se non è la maggior voglia ch'io abbi al
mondo, s'io non volesse che si facesse piú presto oggi che domane, che
tu mi vegga, fra pochi dí, sovr'una bara.
CLEMENZIA. E questo non mancará, se a Dio piace. Io gli dirò ogni cosa.
Ma sapete? La vi vorrebbe vedere andare altramenti; ché cosí gli parete
un pecorone.
GHERARDO. Come «un pecorone»? che gli ho io fatto?
CLEMENZIA. No. Ma perché voi andate sempre avviluppato ne le pelli.
SPELA. Sará buon, dunque, che per amor suo si faccia scorticare o che,
almanco, corra ignudo per questa terra. Ha' veduto?
GHERARDO. Io ho piú be' panni ch'uom di Modena. Ho caro che me l'abbi
detto. Vorrò che, di qua a un poco, mi vegga altrimenti. Ma dove la
potrei vedere? quando tornerá dal monistero?
CLEMENZIA. Alla porta Bazzovara. Or ora voglio andare a trovarla.
GHERARDO. Ché non mi lassi venir con te, che andarem ragionando?
CLEMENZIA. No, no. Che direbben le genti?
GHERARDO. Io muoio. Oh amore!
SPELA. Io scoppio. Oh bastone!
GHERARDO. Oh beata a te!
SPELA. Oh pazzo che tu se'!
GHERARDO. Oh Clemenzia avventurata!
SPELA. Oh bestia mal cignata!
GHERARDO. Oh latte ben contento!
SPELA. Oh capo pien di vento!
GHERARDO. Oh Clemenzia felice!
SPELA. Oh! in culo avestú una radice!
GHERARDO. Orsú, Clemenzia! Addio. Viene, Spela, ch'io mi voglio ire a
raffazzonare. Ho deliberato di vestirmi altrimenti per piacere alla mia
moglie.
SPELA. L'andará male.
GHERARDO. Perché?
SPELA. Perché giá cominciate a fare a suo modo. Le brache saran pur le
sue.
GHERARDO. Vanne alla buttiga di Marco profumiere e comprami un bossol di
zibetto, ch'io voglio andare in su l'amorosa vita.
SPELA. I denari ove sono?
GHERARDO. Eccoti un bolognino. Va' presto. Io m'avvio a casa.