CLEMENZIA balia e VIRGINIO vecchio.
CLEMENZIA. Io non so quel che si vorrá indovinare che tutte le mie
galline hanno fatto, questa mattina, sí fatto il cicalare che pareva che
mi volesser metter la casa a romore o arricchirmi d'uova. Qualche nuova
cosa m'interverrá oggi; ché non mi fanno mai questa cantèppola che, quel
dí, non senta o non m'avvenga qualche cosa mal pensata.
VIRGINIO. Costei debbe testé parlar con gli angeli o col beato padre
guardiano di Santo Francesco.
CLEMENZIA. Ed un'altra cosa m'è avvenuta, che anco di questo non so che
me ne indovinare: ben ch'el mio confessore mi dica ch'io fo male a por
mente a queste cose e dar fede alli augúri.
VIRGINIO. Che fai, che tu parli cosí drento a te? Egli ha pur passata la
befania.
CLEMENZIA. Oh! Buon dí, Virginio. Se Dio m'aiuti, ch'io mi venivo a
stare un pezzo con voi. Ma voi vi sète levato molto per tempo. Voi siate
il ben venuto.
VIRGINIO. Che dicevi cosí fra' denti? Pensavi forse di cavarmi di mano
qualche staiuol di grano o qualche boccal d'oglio o qualche pezzo di
lardo, come è tua usanza?
CLEMENZIA. Sí certo! Oh che liberalaccio da cavargli di mano! E forse
che fa massarizia pei suoi figliuoli?
VIRGINIO. Che dicevi adunque?
CLEMENZIA. Dicevo ch'io non sapevo pensare quel che si volesse dire che
una gattina bella, ch'io ho, che l'ho tenuta quindici dí perduta, questa
mattina è tornata; e, poi ch'ella ebbe preso un topino nel mio camarin
buio, scherzando con esso, mi riversciò un fiasco di tribiano che me lo
aveva dato il predicator di San Francesco perch'io gli fo le bocate.
VIRGINIO. Cotesto è segno di nozze. Ma tu vuoi dir ch'io te ne desse un
altro, è vero?
CLEMENZIA. Cotesto è vero.
VIRGINIO. Or vedi s'io so' indivino! Ma che è di Lelia, la tua allieva?
CLEMENZIA. Eh! povera figliuola, quanto era meglio ch'ella non fusse mai
nata!
VIRGINIO. Perché?
CLEMENZIA. Perché, dici, eh? Gherardo Foiani non va dicendo per tutto
che gli è sua moglie e che gli è fatto ogni cosa?
VIRGINIO. Dice il vero. Perché? Non ti par forse ch'ella sia bene
allogata, in una casa onorevole, a un ricco, ben fornito di tutti i
beni, senza avere niuno in casa, che non avrá a combattere né con
suociara né con nuora né con cognate che sempre stanno come cani e
gatte? E trattaralla da figliuola.
CLEMENZIA. È cotesto il male: ché le giovani vogliono essere trattate da
mogli e non da figliuole; e voglion chi le strazi, chi le morda e chi
l'accenci ora per un verso e ora per un altro, e non chi le tratti da
figliuole.
VIRGINIO. Tu credi che tutte le donne sien come te? ché sai che ci
conosciamo. Ma e' non è cosí; benché Gherardo ha un buono animo di
trattarla da moglie.
CLEMENZIA. E come, che ha degli anni passati cinquanta?
VIRGINIO. Ch'emporta cotesto? Io so' pur quasi al medesimo; e tu sai pur
s'io son buon giostrante o no.
CLEMENZIA. Oh! De' par vostri se ne trovan pochi. Ma, s'io credesse che
voi glie la desse, prima l'affogarei.
VIRGINIO. Clemenzia, io perdei ciò ch'io avevo. Ora mi bisogna fare il
meglio ch'io posso. Se Fabrizio, un dí, si trovasse ed io avesse dato
ogni cosa a costei, si morrebbe di fame; che non vorrei. Ora io la
marito a Gherardo con condizione che, se Fabrizio non si truova infra
quattro anni, abbi mille fiorini di dote; se ritornasse, ne abbi aver
solamente dugento; e, del resto, la dota egli.
CLEMENZIA. Povera figliuola! So che, se la fará a mio modo...
VIRGINIO. Che n'è? Quant'ha che tu non l'hai veduta?
CLEMENZIA. Son piú di quindici giorni. Oggi volevo andarla a vedere.
VIRGINIO. Intendo che quelle monache la voglion far monaca e dubito che
non gli abbin messo qualche grillo nel capo, come è lor costume. Va' fin
lá, tu, e digli da parte mia che ella se ne venga a casa.
CLEMENZIA. Sapete? Vorrei che mi prestasse due carlini per comprare una
soma di legna, ché non n'ho stecco.
VIRGINIO. Diavolo, empiela tu! Orsú! Va', ché te le comprarò io.
CLEMENZIA. Voglio andare prima alla messa.