GHERARDO e VIRGINIO vecchi.
GHERARDO. Fa' adunque, Virginio, se desideri in questa cosa farmi
piacere, come hai detto, che quanto piú presto sia possibile si faccino
queste benedette nozze; e cavami una volta di cosí intrigato laberinto
nel quale non so come disavedutamente son corso. E, se pur qualche cosa
ti tenesse, come il non aver danari per le veste (ché ben so che 'l
tutto perdesti nel miserabil sacco di Roma) e paramenti per la casa, o
per aventura ti trovasse male agiato di proveder per le nozze, dimelo
senza rispetto: ché a tutto provederò io; né mi parrá fatica, pur che
questa cosa segua un mese prima, per cavarmi questa voglia, spendere un
dieci scudi piú, ché, per grazia di Dio, so dove sono. E ben cognosci tu
che ormai niun di noi è piú erba di marzo, ma sí ben di maggio e
forse... E quanto piú si va in lá piú si perde tempo. Né ti maravigliar,
Virginio, che tanto te ne importuni, ch'io ti do la mia fede che,
perch'io sono entrato in questa girandola, non dormo la metá della
notte; e, che sia vero, guarda a che ora mi son levato questa mattina e
sappi che, prima ch'io venissi a te per non destarti, avevo udita la
prima messa a duomo. E, se forse avessi mutata fantasia e paresseti che
con gli anni di tua figliuola non s'affacesseno i miei, che giá sono
agli «anta» e forse gli passano, dimmelo arditamente: perché a tutto
provederò, voltando i pensieri altrove; e te e me liberarò, in un punto,
di fastidio, ché ben sai s'io son ricerco d'imparentarmi con altri.
VIRGINIO. Né questo né altro rispetto mi terrebbe, Gherardo, se fusse in
arbitrio mio di poterti fare oggi sposar mia figliuola, ch'io non lo
facesse; e, avenga che quasi ogni mia facultá perdesse nel sacco (ed
insieme Fabrizio, quel mio benedetto figliuolo), per grazia di Dio, mi è
rimaso ancor tanto di patrimonio ch'io spero poter vestire e far le
nozze di mia figliuola senza gravare alcun che mi sovenga. Né pensar
ch'io mi sia per mutare di quel ch'io t'ho promesso, quando la fanciulla
se ne contenti; ché ben sai tu che non sta bene a mercatanti mancar di
quello ch'una volta promettono.
GHERARDO. Cotesta è una cosa, Virginio, che piú si sente in parole che
non si truova in fatti fra' mercatanti de' nostri tempi. Ben credo che
non sia tu di quelli. Non di meno il vedermi menar d'oggi in domane e di
domane nell'altro mi fa sospettar non so che; né ti cognosco io per cosí
da poco che, quando vorrai, non facci far tua figliuola a tuo modo.
VIRGINIO. Ti dirò. Tu sai che m'accadde l'andare a Bologna per saldar la
ragione d'un traffico che aveamo insieme messer Buonaparte Ghisilieri,
il cavalier da Casio ed io. E perch'io sono in casa solo, ed abitavo in
villa, non volsi lasciar mia figliuola in man di fantesche; ma la mandai
nel monister di San Crescenzio, a suor Camilla sua zia: ove è ancora,
ché sai ch'io tornai iersera. Ora io ho mandato il famiglio a dirgli che
la torni.
GHERARDO. Sai tu certo ch'ella sia nel monistero e ch'ella non sia
altrove?
VIRGINIO. Come s'io il so? dove vuo' tu ch'ella sia? che domanda è
questa?
GHERARDO. Dirotti. Son stato certe volte lá per mie facende ed honne
domandato; e mai non l'ho potuta vedere; e alcune mi hanno detto ch'ella
non v'è.
VIRGINIO. Gli è perché quelle buone madri la vorrebon far monaca per
redare, dopo la morte mia, questo poco di resto. Ma non per questo gli
riuscirebbe il pensiero, ch'io non son però sí vecchio ch'io non sia
atto ad avere un par di figliuoli, quando io tolga moglie.
GHERARDO. Vecchio? Oh! Ti prometto ch'io mi sento cosí bene in gambe ora
come quando io ero di vinticinque anni; e massimamente la mattina, prima
ch'io pisci. E, s'io ho questa barba bianca, nella coda son cosí verde
come il poeta toscano. E non vorrei che niun di questi sbarbatelli, che
van facendo il bravo per Modena col pennacchio ritto alla guelfa, con la
spada alla coscia, col pugnal di dietro, con la nappa di seta, mi
vincesseno in cosa nissuna, eccetto che nel correre.
VIRGINIO. Tu hai buono animo. Non so come le forze riusciranno.
GHERARDO. Vorrò che tu ne domandi Lelia, come sará, la prima notte,
dormita con me.
VIRGINIO. Or, col nome di Dio, ti bisogna avergli discrezione, perché
l'è pure ancor fanciulla e non è buono, in principio, d'esser cosí
furioso.
GHERARDO. Che tempo ha?
VIRGINIO. Quando fu il sacco di Roma, ch'ella ed io fumo prigioni di
que' cani, finiva tredici anni.
GHERARDO. Gli è appunto il mio bisogno. Io non la vorrei né piú giovane
né piú vecchia. Io ho le piú belle veste e' piú bei vezzi e le piú belle
collane e' piú bei finimenti da donne che uom di Modena.
VIRGINIO. Sia con Dio. Son contento d'ogni suo bene e tuo.
GHERARDO. Sollecita.
VIRGINIO. Della dote, quel ch'è detto è detto.
GHERARDO. Credi ch'io mi mutassi? Addio.
VIRGINIO. Va' in buona ora. Certo, che ecco la sua balia: che mi torrá
fatica di mandarla a chiamare perché accompagni in qua Lelia.