_Origine di Venezia, sue rivoluzioni avanti il dodicesimo
secolo — Pisa e Genova nuove repubbliche marittime — Loro rivalità
con Venezia, e loro primi progressi._
Di tutte le repubbliche che fiorirono in Italia, Venezia fu la più
illustre, e quasi la sola la di cui storia sia conosciuta fuori
d'Italia; siccome è pur quella che durò più lungamente. La sua origine
precede di sette secoli l'indipendenza delle città lombarde; la sua
caduta, di cui fu testimonio la presente generazione, è posteriore di
tre secoli a quella della repubblica fiorentina, la più interessante
delle repubbliche de' mezzi tempi.
Poc'anni sono la repubblica di Venezia era il più antico stato d'Europa.
La stessa nazione sempre indipendente, sempre libera, fu tranquilla
spettatrice delle rivoluzioni dell'universo; vide la lunga agonia e la
fine dell'impero romano; in Occidente la nascita dell'impero francese
quando Clodoveo conquistò le Gallie; l'innalzamento e la caduta degli
Ostrogoti in Italia, dei Visigoti in Ispagna, dei Lombardi che
succedettero ai primi, dei Saraceni che spossessarono i secondi. Vide
nascere l'impero de' Califfi, minacciare la totale invasione della
terra, poi dividersi e distruggersi. Alleata per più secoli
degl'imperatori Bizantini, li soccorse a vicenda, e gli oppresse; levò
de' trofei alla loro capitale; ne divise le province, ed aggiunse a'
suoi titoli quello di padrone _d'un quarto e mezzo_ dell'impero romano.
Essa ha veduto cadere quest'impero, ed alzarsi sulle sue rovine il
feroce Musulmano; finalmente vide abbattuta la monarchia francese[337];
e sola irremovibile quest'orgogliosa repubblica contemplò i regni e le
nazioni passare innanzi a lei. Dopo tutte le altre dovette anch'essa
succumbere alla legge universale; ed il governo veneto che legava il
presente al passato, ed univa le due epoche della civilizzazione del
mondo, cessò ancor esso di esistere.
[337] L'autore scriveva nel 1808.
Alla natura del paese che abitarono i Veneziani devesi ascrivere la
cagione della lunga loro indipendenza. Il golfo Adriatico riceve nella
sua parte superiore tutte le acque che scendono dalle Alpi verso
mezzodì, dal Po che trae origine sul pendio meridionale delle montagne
di Provenza, fino all'Isonzo che nasce in quelle della Carniola. La foce
del più meridionale di questi fiumi non è lontana più di trenta leghe da
quella del più settentrionale; ed in questo spazio il mare riceve ancora
l'Adige, la Brenta, la Piave, la Livenza, il Tagliamento, ed un infinito
numero d'altri minori fiumi. Tutti nella stagione piovosa strascinan
seco enormi masse di melma e di ghiaja, in guisa che il golfo che le
riceve, colmato poc'a poco dai loro depositi, non è più mare, ma non è
ancora terra, e si chiama laguna, sotto il qual nome si comprende uno
spazio di venti o trenta miglia dalla riva. La laguna, vasta estensione
di bassi fondi, e di fango coperto d'uno o due piedi d'acqua, che i più
leggeri battelli possono a pena attraversare, viene divisa da canali
scavati, non v'ha dubbio, dai fiumi che si scaricano in mare, ma in
seguito conservati dall'opera degli uomini per l'interesse del
commercio. Questi canali sono strade aperte ai grandi navigli,
abbondanti di sicuri ancoraggi: il mare che si rompe impetuosamente
contro i _murazzi_ e le lunghe e strette isole che circondano la laguna,
è sempre in calma oltre questi limiti, nè i venti possono sommover
l'onde ove non sonovi profondi abissi. Ma i tortuosi intralciati canali
della laguna formano un impenetrabile labirinto per i piloti non
istrutti da lungo studio, e dall'esperienza dei loro andirivieni. In
mezzo ai bassi fondi alzansi alcune centinaja d'isolette che
incominciano al mezzogiorno di Chiozza presso alle foci del Po e
dell'Adige, e stendonsi senza interrompimento fino a Grado oltre le
bocche dell'Isonzo. Alcune non sono divise che da stretti canali, come
quelle su cui è fabbricata Venezia, altre dominano la laguna a
ragguardevoli distanze, quasi bastioni avanzati per difendere gli
approcci di terra ferma. Tali isole non sono generalmente suscettibili
di grande coltivazione, ma così vantaggiosamente situate per la pesca,
per la fabbricazione del sale che vi si raccoglie quasi senza travaglio
in alcuni bassi fondi chiamati _estuari_, per la navigazione e pel
commercio; e coloro che le abitano hanno tanta facilità di commerciare
con semplici barche con tutte le città della Lombardia, coi porti
dell'Istria, della Dalmazia, della Romagna, che questo Arcipelago
dovette in ogni tempo essere popolato da uomini industriosi. Le isole
veneziane non sono meno sicure che comode, fortificate ugualmente contro
gl'insulti de' pirati e contro le armate de' conquistatori; non sono
attaccabili nè per terra nè per mare, e non possono cadere in mano de'
nemici che per tradimento de' proprj abitanti.
Il dotto conte Figliasi provò nelle sue memorie sui Veneti[338], che dai
più rimoti tempi questa nazione che occupava il paese detto poi Stati
veneti di terra ferma, abitava pure le isole sparse lungo le coste, e
che di là ebbe origine il nome di _Venezia prima e seconda_,
applicandosi la prima al continente, la seconda alle isole ed alle
lagune. Ne' tempi dei Pelasgi e degli Etruschi, abitando i primi Veneti
una contrada fertile e deliziosa, dedicavansi all'agricoltura, i secondi
posti in mezzo ai canali, alla foce de' fiumi, ed a portata delle isole
greche, e delle feconde campagne dell'Italia, consacravansi alla
navigazione ed al commercio. Gli uni e gli altri si sottomisero ai
Romani non molto avanti la seconda guerra Punica; ma non fu che dopo la
vittoria ottenuta da Mario sui Cimbri che il loro paese fu ridotto in
provincia romana.
[338] _Mem. dei Ven. primi e sec. del C. Figliasi t. VI._
Sotto il governo degl'imperatori la prima Venezia fu per le sue sventure
rammentata più volte dagli storici. Ricca, fertile, popolata, presentava
agli ambiziosi una preda che si divisero spesso in tempo delle guerre
civili. Questa provincia chiudeva l'Italia dal lato per cui poteva
essere invaso l'Impero dalle nazioni germaniche, scita e schiavona.
Allorchè quest'impero incominciò ad essere debole, tutte le volte che
venivano forzate le barriere del Danubio, i barbari non tardavano a
piombare sopra la Venezia, ed a desolarla colle loro stragi. La
provincia marittima occupavasi della pesca, delle saline, del commercio,
ed i Romani risguardavano gli abitanti come indegni della dignità della
storia, e perciò li lasciavano nell'oscurità, come la loro umile
condizione non invitava i conquistatori al saccheggio, al massacro, alle
devastazioni.
Questa oscurità valeva al certo molto più che il tristo splendore di
Padova e di Verona. Fu un tempo in cui gli abitanti di queste città,
altra volta così opulenti, ma effemminate, deboli, aperte a tutte le
invasioni, sentirono vivamente quanto fosse crudele la loro sorte in
confronto di quella degli isolani, malgrado le privazioni e la vita
laboriosa degli ultimi. I popoli Nomadi che invasero l'impero,
associarono alle loro conquiste una ferocia che la nostra immaginazione
sa appena concepire. Essi non s'appagavano di appropriarsi col
saccheggio tutto ciò che potevano togliere ai sudditi di Roma, ma sembra
che si proponessero di rendere le contrade che invadevano affatto simili
ai deserti di dove erano usciti. Gl'incendi distruggevano i villaggi e
le città, e la carnificina degli uomini, delle donne, dei fanciulli
cancellava le generazioni.
In questa guisa esercitò Attila il suo furore sulle città d'Aquilea,
Concordia, Oderzo, Altino e Padova. Ma la fama annunciatrice delle sue
crudeltà lo precedette, e quegli abitanti della prima Venezia ch'ebbero
tempo di fuggire, si ripararono nella seconda. Uomini, donne, vecchi e
fanciulli, tutti si salvavano nelle isole. Nel mezzo di quelle che
oggidì copre Venezia colle portentose sue case, eravi la borgata di
Rialto, che diede asilo alla maggior parte de' fuorusciti, che poi
cresciuti a dismisura si sparsero in tutte le altre isole, coprendosi
con capanne fatte all'infretta finchè passasse la burrasca
sterminatrice[339].
[339] _Const. Porphir. de Adm. Imp. Par. II. c. 28. p. 70. Biz.
Venet. t. XXII. Andreae Danduli Chr. l. V. c. 5. t. XII. Rer.
Ital. — Marin Sanuto istoria dei duchi di Venez. p. 405. t. XXII.
Rer. Ital. Andrea Navagero storia veneziana, p. 926. t.
XXIII. — Storia civile veneta di Vettor Sandi, l. I. c. 2. t. I. p.
14._
Poichè Attila si ritirò nella Pannonia, tutti quelli che non avevano
portato nel loro ricovero verun mezzo di sussistenza, s'affrettarono di
ritornare alle antiche loro abitazioni: e sopra tutto gli agricoltori
richiamati dai loro campi, dall'amore del suolo natale, dai bisogni
della famiglia, tornarono a coltivare le campagne; ma i grandi
proprietarj, i nobili romani, coloro tutti, che colle proprie ricchezze
avevano potuto procurarsi nelle isole i comodi della vita, e che
rinvennero in quest'asilo la sicurezza non iscompagnata dall'agiatezza,
si astennero dall'abbandonare la recente dimora, per rifabbricarsi le
ancora fumanti case sempre minacciate da nuove orde di barbari. Vero è
che i loro possedimenti continentali ricevevano danno dalla loro
lontananza; ma seguendo l'esempio de' loro ospiti cercarono di supplirvi
col commercio e colla navigazione. In tal maniera abbiam veduto a' dì
nostri una nobiltà rovinata dedicarsi a quella mercatura, che senza
degradarsi non avrebbe avanti potuto esercitare. I disastri delle
province rendevano il commercio più necessario e più lucroso. I
Veneziani dovevano moltiplicare il loro travaglio per somministrare agli
abitanti delle città incendiate le cose necessarie alla rifabbricazione
delle loro case, e le vittovaglie fino al nuovo raccolto. Un assai
maggior numero di marinai e d'artigiani poteva impiegarsi nel commercio,
onde della popolazione povera ma industriosa ch'erasi rifugiata nelle
isole, la miglior parte fu ritenuta in questo asilo coll'allettamento di
maggior lucro, e col godimento di una sicurezza che non poteva trovarsi
altrove. Con ciò s'andò formando in mezzo alle lagune una nuova nazione
risultante dall'unione forzata de' Veneti primi ai secondi; una nazione
di nobili, d'operai laboriosi, e di marinai, i quali tutti dovevano
vivere non dei prodotti della terra, ma di quelli di un'industria attiva
e crescente.
Pare che la piccola città di Rialto ricevesse i consoli, o i tribuni che
formavano il governo municipale di Padova: ma Padova era incendiata, ed
i nobili, i cittadini più potenti, eransi riparati nella seconda
Venezia, e nulla poteva lusingarli a riprendere un soggiorno che la
forza non poteva assicurare, niun particolare vantaggio rendere
volontario. La nuova repubblica faceva bensì parte dell'impero romano,
ma quest'impero impotente, non sussisteva omai più che di nome,
disponendone i barbari, benchè ricevessero ancora come una distinzione
onorevole i titoli delle sue magistrature. Ogni provincia, ogni
straniera popolazione posta nell'interno dell'impero poteva senza
contrasto far valere la propria indipendenza. Ella ne aveva il diritto
tosto che sentivasi abbastanza forte per resistere alle aggressioni de'
barbari; e quantunque i provinciali d'origine romana non avessero
affatto dimenticata l'affezione ed il rispetto dovuto all'antico nome di
Roma, trovavansi però felici di potere scuotere il giogo d'un governo
oppressivo e tirannico; di liberarsi dalle eccessive tasse che non
soccorrevano per altro alla miseria del fisco; di sottrarsi all'odiosa
sorte delle milizie, che non provvedevano alla vergognosa impotenza
delle armate. I Veneziani adunque rimasero liberi allorchè l'invasione
di Attila li ridusse a fondare un nuovo stato; e le disastrose
incursioni dei Vandali, degli Eruli, degli Ostrogoti, resero loro sempre
più cara la libertà.
Abbiam già avuto opportunità di osservare che, fino agli ultimi tempi
dell'impero romano, il governo municipale si conservò democratico.
L'assemblea popolare di ogni città decideva dei comuni interessi, e
sanzionava le leggi locali. Le stesse assemblee nominavano pure i
magistrati annuali incaricati delle funzioni di giudici; ed è probabile
opinione che lungo tempo avanti l'invasione d'Attila questi magistrati
avessero già il titolo di tribuni. Accresciutasi la popolazione di molte
migliaia di fuorusciti, tutte le principali isole ebbero il proprio
tribuno nominato dagli abitanti. Questi tribuni riunivansi alcune volte
per deliberare intorno ai comuni interessi della Venezia marittima; ma
la principale loro incumbenza era quella di giudicare ed amministrare il
popolo conformemente alle istruzioni che da lui ricevevano nelle
generali assemblee d'ogni isola[340]. In tal maniera la nascente
repubblica senza l'opera d'un legislatore, senza rivoluzioni, e quasi
senza deliberare, si trovò regolata da una libera costituzione.
[340] _Vettor Sandi storia civile, l. I. c. 2. e 3._
Quell'ombra d'impero che il patrizio Oreste aveva conservato, innalzando
Augustolo sul trono, fu distrutta da Odoacre come una pompa inutile e
dispendiosa; ed i legami che potevano ancora unir Venezia a Roma, mentre
conservavasi l'impero, furono distrutti da questa rivoluzione. Per altro
allorchè Teodorico fondò il regno degli Ostrogoti, i Romani
riconciliaronsi alquanto col giogo d'un barbaro virtuoso e saggio; ed i
Veneziani vissero in pace con lui, e forse i servigi importanti che gli
resero, possono essere risguardati come un indizio di dipendenza. Il più
antico documento della repubblica è la lettera da Cassiodoro, segretario
di Teodorico, diretta ai Veneziani in nome del re d'Italia[341]. Il
retore per dar risalto alla sua eloquenza dimentica l'argomento della
lettera, e descrive ai medesimi Veneziani, cui è diretta, la strana
apparenza del loro paese, l'industria, l'attività, l'eguaglianza, la
libertà, e le buone loro costumanze.
[341] Questa lettera, che tra le lettere di Cassiodoro è la 24. del
XII. libro, fu inserita nella maggior parte delle storie veneziane;
in quella dell'abbate Laugier, _l. I. p. 149._ nella cronaca di
Dandolo, _l. V. c. 10. p. 88._, ed in Sandi con alcune osservazioni,
_t. I. p. 86. della storia civile._
Dopo aver fatta conoscere la fondazione della repubblica di Venezia,
passeremo a scegliere nella sua storia della prima età de' mezzi tempi i
più importanti avvenimenti, che di quando in quando contribuirono alla
formazione del carattere nazionale, a modificare la costituzione dello
stato, oppure ad accrescere l'influenza del nuovo popolo sul rimanente
dell'Italia. Sarebbe straniera al nostro istituto una regolare e
circostanziata storia de' tempi anteriori al dodicesimo secolo; altronde
tale è la secchezza e l'oscurità degli storici rispetto a que' tempi,
che siamo forzati di passare rapidamente sulla storia de' secoli di cui
ci offrono così confuse ed incerte notizie.
(518 = 627) A' tempi dell'imperatore d'Oriente, Giustino il vecchio, gli
Schiavoni, seguendo la strada tenuta dalle altre barbare nazioni che
invasero l'impero, entrarono nella Dalmazia, e vi si stabilirono. Ma
come quel paese, più volte saccheggiato, non bastava a saziare la loro
avidità, approfittarono dei numerosi porti di mare della fresca loro
conquista, ed adottando le costumanze degli antichi Illirici, di cui
avevano occupato il paese, si diedero alla pirateria. I Veneziani che
coprivano costantemente quel mare con deboli barche, rimanevano più
degli altri esposti ai loro insulti; ma una vita attiva, e l'abitudine
di sprezzare i pericoli del mare avevano rinforzato il loro coraggio.
Quei medesimi popoli ch'eran fuggiti come vili armenti innanzi ai
conquistatori del Nord, armarono i loro piccoli navigli per farsi
incontro agli stessi nemici a molta distanza dalle loro abitazioni: gli
attaccarono senza timore, e gli sconfissero, assicurando la libertà dei
mari; e la rivalità che manifestossi tra queste due nazioni marittime, e
le frequenti loro guerre, che terminarono colla sommissione di tutta la
Dalmazia, accrebbero l'energia de' Veneziani; li costrinsero ad
aggiungere il valore all'industria, e furono la principale cagione della
futura loro grandezza. Questa prima guerra incominciata avanti il regno
di Giustiniano, viene riportata siccome una delle testimonianze
dell'antichità della loro indipendenza[342].
[342] _Vettor Sandi storia civile veneta, l. I. p. 65. — Dandolus
Chronic. l. V. c. 7. p. 84._
(558) Quarant'anni dopo, la discesa de' Lombardi in Italia apportò alle
isole veneziane un doppio vantaggio; non solo perchè obbligò nuovamente
gli abitanti del continente a procacciarsi salvezza in queste isole, ma
perchè gli ottenne altresì un clero indipendente. Il patriarca d'Aquilea
venne a stabilirsi in Grado, ove fondò la sua nuova cattedrale; il
vescovo d'Oderso si trasferì in Eraclea fabbricata dai suoi compatrioti;
quello d'Altino portò la sua sede a Torcello; quello di Concordia a
Caorle, e quello di Padova a Malamocco. E perchè i Lombardi stabilirono
un clero arriano in tutte le città continentali di cui si resero
padroni, e perchè lo scisma tra le chiese delle due comunioni produsse
una sanguinosa guerra tra i patriarchi di Aquilea e di Grado, i vescovi
ch'eransi rifugiati nelle isole non pensarono più ad abbandonarle[343].
[343] _Vettor Sandi l. I. c. 3. § 4. p. 82. — Chr. Danduli l. V. c.
12. e l. VI c. I. p. 95._
La costituzione delle città e delle isole veneziane poteva considerarsi
come federativa; ma i poteri de' magistrati e quelli della nazione, i
diritti della lega e quelli dei popoli legati, non erano bastantemente
definiti, perchè così fatta costituzione assicurasse ad un tempo
l'interna tranquillità dello stato, e potente lo rendesse al di fuori. I
tribuni si abbandonarono alla loro ambizione, le città alle discordie e
gelosie di vicinanza, mentre i Lombardi dalla parte del continente, e
gli Schiavoni da quella del mare approfittavano di queste contese, di
questo stato di anarchia. Pareva che la repubblica fosse affatto
prossima all'estrema sua rovina: se non che un popolo libero ed energico
ha in sè medesimo i principj della sua salute: una rivoluzione che
dovrebbe indebolirlo, il più delle volte gli rende di là a poco un nuovo
vigore.
(697) L'anno 697 si convocò ad Eraclea una generale adunanza di tutti i
membri dello stato, ed i nobili trovaronsi riuniti al clero ed ai
cittadini. Colà, dietro proposizione del patriarca di Grado, la nazione
risolvette di darsi un capo, che col titolo di duca o doge fosse
incaricato del comando delle forze comuni contro gli esterni nemici, e
contro i faziosi dell'interno; il quale, superiore ai tribuni delle
isole riunite, potesse con mano ferma troncare le loro discordie e
punirne le usurpazioni. Ma da questo secolo d'ignoranza non si poteva
sperare una costituzione abilmente bilanciata. I Veneziani, volendo
essere liberi, riservaronsi le loro assemblee generali, la di cui
sovranità s'era universalmente riconosciuta; volendo essere potenti,
diedero al capo dello stato tutti gli attributi di un monarca. Egli
nominava a tutte le cariche, ammetteva o rifiutava gli avvisi de' suoi
consiglieri scelti da lui medesimo, trattava solo la pace e la guerra,
ed infine la sua autorità non aveva limiti. Paolo Luca Anafesto
d'Eraclea fu il primo che la nazione decorasse di così sublime
dignità[344].
[344] _Dand. Chron. l. VII. c. 1. p. 127. Marin Sanuto storia dei
duchi di Venez. p. 443. — Navagero storia veneziana p. 933. — Vettor
Sandi storia civile veneta l. I. c. 4. p. 94. — Laugier hist. de
Venise l. II. p. 189._
Per alcun tempo non ebbero i Veneziani motivo di pentirsi della nuova
forma data al loro governo. Anafesto ristabilì l'interna tranquillità,
respinse gli Schiavoni, e forzò i Lombardi a riconoscere l'indipendenza
della repubblica ed i confini del suo territorio. Il suo successore ne
seguì le tracce, ma non così il terzo, che mal soffrendo gli ostacoli
che talvolta contrariavano la sua volontà, volle rendersi assoluto
signore dello stato, e diede principio ad una funesta lotta col popolo.
In questa lite, in cui le ingiuste usurpazioni erano respinte da feroci
insurrezioni, perdettero la vita il presente doge ed altri suoi
successori. Nel tempo che Venezia era lacerata da questa contesa, il
dominio lombardo in Italia fu abbattuto, e rimpiazzato da quello dei
Carlovingi[345].
[345] _Dand. Chron. l. VII. c. 5. et seq. p. 134._
I Veneziani non odiavano meno i Franchi degli Unni, degli Ostrogoti, o
dei Lombardi. Da tutti questi popoli le province dell'impero erano state
ugualmente rovinate. Gloriavansi i Veneziani d'essere discendenti dai
soli Romani, e davano alla loro repubblica il nome di figliuola
primogenita della repubblica di Roma[346]. Isolati ed indipendenti in
mezzo alle popolazioni della stessa origine fatte schiave, prodigavano
il nome di barbari agli stranieri che opprimevano l'Italia; ed i soli
Greci, inciviliti al par di loro ed attaccati ugualmente al nome ed alla
gloria di Roma, venivano risguardati come degni della loro alleanza.
Prendevano perciò parte alle loro prosperità, e gli assistevano colle
loro forze, come da loro chiedevano essi protezione nelle proprie
avversità, confondendosi, per così dire, innanzi ai loro occhi gli
ufficj della benevolenza con quelli del dovere: e se i Veneziani
rifiutarono d'essere sudditi, vollero almeno essere fedeli alleati
dell'impero di Costantinopoli[347].
[346] Benchè la nazione veneziana non si formasse di Romani
propriamente detti, ma d'Italiani, ben fondata era la pretesa loro;
perciocchè ebbe origine quando sussisteva ancora l'impero, ed ella
si compose tutta di cittadini romani d'origine italiana, senza
mescolanza di stranieri.
[347] Queste dilicate distinzioni non devonsi ricercare tra gli
scrittori bizantini. Costantino Porfirogeneta fa dire ai Veneziani,
che sempre sono stati, e vogliono essere sempre schiavi dell'impero
d'Oriente. _De administ. Imp. p. II. p. 70. Edit. Venet. t. XXII._
Pipino, figliuolo di Carlo Magno, formò l'ardito progetto di allargare
il suo nuovo regno con pregiudizio di Niceforo imperatore d'Oriente:
sperava di levargli la Dalmazia e l'Istria, ed aveva saputo far entrare
ne' suoi interessi Obelerio allora doge regnante di Venezia, cui la
corte francese accordava molti favori. Ma questo magistrato non solo non
potè ridurre i Veneziani a prender parte ad una lite tanto contraria
alle loro inclinazioni, ma non potè pure impedire che l'assemblea
generale convocata a Malamocco non facesse a Pipino conoscere il rifiuto
delle sue offerte, e le relazioni della nazione coi Greci. Di ciò offeso
il principe, rivolse le sue armi contro i Veneziani, bruciando loro le
due città di Eraclea e d'Aquilea, la prima delle quali era stata alcun
tempo la capitale della repubblica fino all'epoca in cui Teodato quarto
doge trasferì la sede del governo a Malamocco[348]. Nè andò molto che,
credendosi nuovamente provocato, fece allestire una flotta a Ravenna, e
provvedutala di truppe da sbarco, s'impadronì di Chiozza e di Palestina,
indi approdò all'isola d'Albiola separata da un angusto canale da
Malamocco. In così difficile circostanza Angelo Participazio, uno de'
principali cittadini[349], consigliò i suoi compatrioti ad abbandonare
le mura della capitale, ed a trasportare a Rialto tutte le loro
ricchezze, essendo la sua situazione più forte assai per essere
quest'isola propriamente nel centro della laguna. I vascelli di Pipino
tentarono d'inseguirli, ma le barche leggieri dei Veneziani, fuggendo
innanzi a loro, seppero attirarli sopra bassi fondi, ove, non potendo
nella discesa della marea manovrare, furono attaccati con vantaggio, ed
abbruciati quasi tutti, o presi dai Veneziani. Pipino, sdegnato ed
umiliato, incenerì le città di cui erasi impadronito, e ritirossi a
Ravenna. Poco dopo i due imperi si pacificarono, ed i Veneziani furono
compresi nell'accordo come fedeli a quello d'Oriente[350].
[348] _Dandolus Chron. l. VII. c. 15. p. 153._
[349] La sua casa mutò nome nel decimo, o nell'undecimo secolo,
prendendo quello di Badoero: essa sussiste ancora.
[350] _Dand. Chron. l. VII. c. 15. p. 23. p. 158. — Vettor Sandi l.
II. c. 4. p. 253. e c. 5. p. 259._
Dopo quest'epoca Rialto rimase la capitale del nuovo stato, cui furono
riunite col mezzo di ponti le sessanta isolette che lo circondavano, e
sulle quali innalzasi oggi la città di Venezia. Il palazzo ducale fu
eretto sulla piazza ove trovasi ancor al presente; ed il nome di
Venezia, fin allora comune a tutta la repubblica, si ristrinse alla sola
capitale. Vent'anni dopo si trasportò d'Alessandria in questa città il
corpo di s. Marco. Raccontasi che i mercadanti, che tolsero questa
reliquia alla chiesa d'Egitto, le sostituirono accortamente quelle di s.
Claudio meno venerate. Dopo tale epoca s. Marco fu il patrono della
repubblica: egli o il suo leone diventarono l'impronta delle sue monete
e lo stendardo delle sue armate; ed il nome di s. Marco s'andò in modo
identificando con quello dello stato, che più di quello della
repubblica, più della ricordanza delle sue vittorie, scuote le orecchie
veneziane, e fa cader le lagrime dagli occhi de' patrioti[351].
[351] _Dand. Chron. l. VIII. c. 2. p. 170._
(837 = 864) Verso la metà del nono secolo una lite manifestatasi fra
alcune famiglie patrizie divise tutta la repubblica. Il popolo prese
parte con furore ad una animosità probabilmente cagionata da sola
rivalità di gloria; la cura dell'esterna difesa dello stato fu
sacrificata all'insensato zelo delle parti, ed il mare Adriatico rimase
esposto alle piraterie de' Saraceni e dei Narentini. I primi abitavano
la Sicilia e l'Affrica, gli altri erano pirati della Dalmazia, che
riunitisi nella città di Narenta, in fondo al golfo dello stesso nome,
posto quasi in faccia d'Ancona, l'avevano fatta centro delle loro
piraterie[352]. Un secolo più tardi altri pirati stabilironsi in alcune
città dell'Istria, ed una ardita intrapresa richiamò su di loro
l'attenzione e lo sdegno della repubblica.
[352] _Const. Porphir. de Admin. imp. p. II c. 36. p. 85. — Chron.
Dand. l. VIII. c. 3. p. 172._
Per antica consuetudine i matrimonj de' nobili e de' principali
cittadini celebravansi in Venezia lo stesso giorno nella medesima
Chiesa. La vigilia della candellara in cui la repubblica dava la dote a
dodici fanciulle, era il giorno consacrato a questa pubblica festa. Di
buon mattino le gondole elegantemente ornate recavansi da tutti i
quartieri della città all'isola d'Olivolo, o di Castello, posta ad una
delle sue estremità, ove il capo del clero, allora vescovo, adesso
patriarca, teneva la sua residenza. Gli sposi sbarcavano colle loro
spose in mezzo al suono degli strumenti sulla piazza di Castello, e
tutti i parenti e gli amici in abito di gala facevano loro corteggio. Vi
si portavano in pompa i regali fatti alla sposa, ed il popolo affollato
lungo la riva degli Schiavoni, ed in tutte le strade che guidano a
Castello, seguiva senz'armi e senza alcun sospetto questa fastosa
processione.
I pirati istriani, istrutti da lungo tempo di questa costumanza
nazionale, ardirono di sorprendere gli sposi nella stessa città. Il
quartiere al di là dell'arsenale affatto vicino d'Olivolo non era a tal
epoca abitato, nè l'arsenale era ancora stato fabbricato. Gl'Istrioti si
posero di notte in aguato presso quest'isola deserta, nascondendovisi
colle loro barche. La mattina quando gli sposi furono nella Chiesa, e
che seguiti da uomini, donne, fanciulli, assistevano ai divini uffici,
attraversano il canale d'Olivolo, sbarcano armati sulla riva, entrano in
Chiesa i corsari da tutte le porte nel medesimo tempo colle sciabole
sguainate, e prendendo le desolate spose ai piedi dell'altare, le
costringono a montar sulle barche a tal uopo disposte, e con loro
rapiscono le gioje portate dai domestici; ed a forza di remi
s'affrettano di riguadagnare i porti dell'Istria.
Il doge Pietro Candiano III, presente alla cerimonia, dividendo la
rabbia e l'indignazione degli sposi, esce impetuosamente coi medesimi di
Chiesa, e scorrendo i vicini quartieri, chiama ad alta voce il popolo
alle armi ed alla vendetta. Gli abitanti di santa Maria Formosa
riuniscono alcune navi, nelle quali, entrato il doge e gli sposi
irritati, approfittano d'un vento favorevole, ed hanno la fortuna di
sorprendere gl'Istrioti nelle lagune di Caorle. Un solo de' rapitori non
si sottrasse alle vendette degli amanti e degli sposi furibondi: e lo
stesso giorno le belle Veneziane furono condotte in trionfo alla Chiesa
d'Olivolo. Una processione di giovanette, e la visita che il doge faceva
ogni anno la vigilia della candellara alla parrocchiale di santa Maria
Formosa, solennizzarono fino ai tempi della guerra di Chiozza la memoria
di questo avvenimento[353].
[353] _Marin Sanuto stor. dei duchi di ven. p. 461. — Navas. stor.
ven. p. 953. — Laugier hist. de Venise l. III. p. 296._
Ma il doge non si limitò a questo primo castigo; che si dispose a purgar
il mare Adriatico dai corsari che l'infestavano, e venendo a morte,
trasmise col trono ducale ai suoi successori questa importante impresa.
Egli aveva già rese tributarie della repubblica le città di Capo
d'Istria e di Narenta, ma la condotta ora sregolata e talvolta ambiziosa
di suo figlio Pietro Candiano IV, le insultanti usurpazioni di questo
principe, e la sua morte, funesto esempio della vendetta popolare[354],
sospendettero per lo spazio di più anni le spedizioni de' Veneziani.
Agitata da continue guerre civili, non riebbe Venezia l'interna
tranquillità che in sul finire del decimo secolo, ed allora, uscendo
dalle lagune con poderose forze, gettò nelle province d'oltre mare i
fondamenti di quell'impero che conservò fino ai nostri giorni.
[354] _Chron. Dand. l. VII. c. 14. p. 206._
Allorchè Teodosio divise le province romane, assegnò la costa orientale
dell'Adriatico all'impero di Costantinopoli; ma questa divisione fu ben
tosto dalla potenza dei barbari distrutta. Alcuni conquistatori di razza
schiavona, occupando l'Illirico colle loro genti, vi fondarono due regni
indipendenti e nemici di Bizanzo, quello della Croazia al Nord, e
l'altro della Dalmazia al Mezzogiorno. I Greci che non avevano potuto
conservare sotto il loro dominio che alcune città marittime, e non
avevano abbastanza truppe per formarne la guarnigione, ricorsero per
difenderle allo stesso metodo, di cui abbiamo veduto che si valsero
ancora nel regno di Napoli, cioè di accordare agli abitanti il diritto
di armarsi, e quello di eleggersi le proprie magistrature. Dopo avere in
tal modo loro data una patria, ed ispirato il desiderio di difenderla,
si credettero a ragione scaricati dal debito di proteggerle[355]. Le
città marittime dell'Istria dipendenti dall'impero d'Occidente non eran
meno libere delle prime; e per tal modo la costa illirica dall'una
all'altra estremità era sparsa di nascenti repubbliche, e quasi sempre
in guerra coi barbari.
[355] _Const. Porphir. de adm. imp. p. II. c. 29. p. 71. et
seq._ — Questa è l'epoca della prima indipendenza di Ragusi. Veggasi
intorno all'origine di questa repubblica, ed intorno alle sue forze
militari, una nota curiosa del Raguseo Banduri: _Animadversiones in
lib. de administratione imper. p. 36. t. XXII. Bis._
Tra questi i più pericolosi nemici delle città marittime erano i
Narentini, popolo di razza schiavona, che dopo essersi impadronito d'un
porto di mare, infestava colle sue piraterie tutto l'Adriatico.
Fortissima era la città di Narenta e sicuro il suo porto; e trovandosi
tra la Dalmazia e la Croazia, reclutava facilmente ne' due regni i suoi
soldati. I suoi migliori guerrieri erano destinati ad equipaggiare le
flotte che corseggiavano l'Adriatico: lucrosa professione, che in un
secolo barbaro non era disonorante. Tutte le piccole repubbliche
danneggiate da costoro erano separatamente troppo deboli per reprimerli;
onde convennero di collegarsi per mettere a dovere i Narentini, e perchè
fidavansi principalmente alla potenza della repubblica veneziana, ebbero
l'imprudenza di farla capo della lega, comperando i suoi soccorsi e la
sua protezione coll'accordarle quelle prerogative che dovevano ben tosto
porle a sua discrezione. S'incominciarono le trattative col doge Pietro
Orseolo II, e si convenne che i magistrati delle città presterebbero
fede ed omaggio alla repubblica, e le loro truppe marcerebbero sotto i
suoi stendardi contro il comune nemico[356].
[356] _Chron. Dand. l. IX. c. 1. p. 223._
(997) L'anno 997 mosse da Venezia la più gran flotta che avesse fin
allora armato la repubblica. Passò prima a Pola, una delle più potenti
città dell'Istria, e vi ricevette gli omaggi di Parenzo, di Trieste, di
Giustinopoli o Capo d'Istria, di Pirano, Isola, Emone, Rovigno, Umago, e
per dirlo in una parola, di tutte le città dell'Istria. Colà riunì pure
alla sua flotta i rinforzi delle città alleate; indi passò a Zara, la
più antica alleata de' Veneziani in Dalmazia, e vi ricevette ugualmente
gli omaggi delle città di quella contrada, Salone, Sebenigo, Spalatro,
Fran, None, Belgrado, Almissa e Ragusi; e le isole di Coronata, Pago,
Ossero, Lissa, Brazza, Arbo e Cherzo seguirono l'esempio delle prime, e
tranne le due isole di Corzola e di Lezinia, che, più tosto che
rinunciare alla loro indipendenza, s'allearono coi Narentini, tutte le
città illiriche riconobbero volontariamente la supremazia de' Veneziani.
Il doge portò da prima le sue forze contro queste due isole, le quali
sotto certi riguardi chiudevano il golfo di Narenta, ed avendole
sottomesse dopo la più viva resistenza, pose a ferro ed a sangue tutto
il paese de' Narentini, e non accordò loro una vergognosa pace che dopo
averli ridotti a tanta debolezza, che non poterono mai più rifarsi[357].
[357] _Chron. Dand. l. IX. c. 1. p. 227. — Navas. stor. venez. p.
957. — Marin Sanuto vita dei dogi di Venez. p. 467. — Vett. Sandi
stor. civile venez. l. II. c. 9. p. 325._
La presa di Narenta fu per Venezia cosa meno vantaggiosa assai
dell'alleanza cui aveva dato motivo. Le associazioni dei deboli coi
forti sono sempre pericolose; e le città vinte e le vincitrici furono
dai Veneziani ridotte ben tosto alla medesima condizione. Pretori o
podestà tolti dal corpo della nobiltà furono mandati a governarle, ed il
doge prese il titolo di duca di Venezia e di Dalmazia.
Mentre Venezia stendeva il suo dominio sulla costa orientale del golfo
Adriatico, e poneva i fondamenti di quell'alta potenza cui non tardò a
conseguire, due città del mar Tirreno, Pisa e Genova, cominciavano a
scuotere il giogo che avevano lungo tempo sofferto, e sviluppavano i
primi germogli di quella potenza che doveva in appresso contrappesare
quella di Venezia, e con una lunga e sanguinosa rivalità rendere
gl'Italiani degni dell'impero del mare.
(980) Quando Ottone II meditava la conquista della Magna Grecia aveva
fatto chiedere a Pisa un soccorso di navi per portare la guerra nelle
due Sicilie; e questo fatto è il primo che ne mostri la grandezza d'una
città che nel dodicesimo secolo ottenne prima di molte altre
l'indipendenza ed un governo consolare[358]. La foce dell'Arno, meno che
non lo è a' dì nostri ingombrata di arena, formava per i leggeri
vascelli usati allora un porto ugualmente difeso dalle burrasche e
dagl'insulti de' corsari. La navigazione ed il commercio erano già da
qualche tempo l'oggetto che più occupava gl'industriosi Pisani. In tempo
che tutte le isole del mediterraneo erano occupate dai Saraceni quasi
sempre nemici, quando ancora i Veneziani e gli Amalfitani, gelosi
dell'impero del mare, cercavano di escluderne gli altri popoli, le
intraprese marittime richiedevano forse più coraggio, che industria.
Queste risvegliarono il valore della gioventù pisana, e loro ispirarono
l'amore dell'indipendenza. Nell'età di Solone erasi già osservato che
gli uomini di mare sono degli altri più fieri e più entusiasti per la
libertà. Quest'osservazione verificossi nelle città anseatiche ed in
Atene, e spiega pure l'antica prosperità di Pisa, e la rimota origine
della sua indipendenza. Le ricchezze acquistate col commercio si
versarono ben tosto sulle vicine campagne: il Delta dell'Arno, quella
fertile pianura oggi mezzo incolta, fu asciugata e trasformata in
giardini; il porto pisano e quello di Livorno si aprirono alle galere,
ed i molti gentiluomini che abitavano le colline dalla valle di Nievole
fino all'Ombrone, chiesero ed ottennero la cittadinanza pisana, e la
protezione della repubblica.
[358] Anco un secolo prima trovasi un indizio del commercio e della
crescente popolazione di Pisa. L'anonimo Salernitano racconta che
l'anno 871, quando Guaffero, principe di Salerno, preparavasi a
sostener l'assedio minacciato dai Saraceni, affidò la difesa di una
parte dei muri di Salerno a due mila Toscani, che trovavansi in
questa città. Questi erano, a non dubitarne, Pisani, giacchè più
tardi assai cominciarono le altre città toscane a dedicarsi al
commercio, o ad aver marina. _Anon. Saler. Paralip. t. II. p. II. c.
III. p. 256._
Le sette più antiche famiglie di Pisa che formarono alcun tempo un
ordine separato di quella nobiltà, fanno risalire la loro venuta in
Toscana fino ai tempi della discesa in Italia d'Ottone il rosso. A sette
baroni dell'impero si attribuì l'origine di queste sette famiglie; cioè
Visconti, Godimari, Orlandi, Verchionesi, Gualandi, Sismondi e
Lanfranchi[359]. I tre ultimi erano figliuoli dello stesso padre, da
taluno chiamato Lanfranco Duodi, e gentiluomo di Bologna; per cui lo
storico di Pisa Marangoni contandoli per una sola famiglia ne aggiunge
altre due Ripafratta e Gaetani[360]. Pare che costoro spediti fossero a
Pisa del 982, perchè questa città mandasse le sue galere per ajutarlo
nell'impresa di Calabria, che l'imperatore voleva fare. Mentre stavano
occupati in questa missione, Ottone morì. Sedotti dalla bellezza del
cielo e dalla fertilità dell'Etruria, determinarono di rimanervi, ed
ottennero dai Pisani il diritto di cittadinanza, e da quel vescovo
l'infeudazione di alcuni castelli o poderi. I cognomi delle famiglie non
usavansi ancora nel decimo ed undecimo secolo, ma la pratica costante di
dare al nipote il nome dell'avo suppliva a tale mancanza, e serviva a
distinguere i casati; e questo nome d'affezione che si riproduceva ogni
seconda generazione, diventò nel susseguente secolo il cognome della
famiglia. In tal maniera i sette baroni d'Ottone II trasmisero il loro
nome a sette famiglie pisane, che furono lungo tempo le principali della
fazione nobile e ghibellina. Più volte perseguitate e cacciate in
esiglio, non per questo rimasero meno affezionate alla patria ed alla
sua libertà fino all'epoca fatale della caduta di Pisa[361].
[359] Tutti gli autori pisani non vanno d'accordo rispetto al nome
di queste famiglie; ed alcuni fanno entrare in questo ruolo le
Benetti e le Sardi. _Raineri Sardo, Trattato dell'origine delle
famiglie pisane. — Libro della Cancel. Comun. di Pisa, contenente gli
stemmi e distinzioni di diverse famiglie pisane, f. 135, 137._ Io
non conosco questi due libri che dagli estratti
mandatimi. — _Comment. Const. Cajetani II. t. III. Rer.
Ital. — Bernardi Marangoni Scrip. Etr. t. I. p. 316._
[360] Il Gaetani non ammette questa origine della sua famiglia,
facendola per l'opposto venire da Gaeta, cui attribuisce tutte le
vittorie di quei duchi, i quali essendo elettivi non dovettero
appartenere ad una sola famiglia. _Comment. in Vit. Gelasii II t.
III. Rer. Ital. p. 410._
[361] Siccome la tradizione dell'origine di queste sette famiglie
non è appoggiata ad autori contemporanei, potrebbe supporsi
inventata dai genealogisti per compiacere la vanità di alcuni
nobili, se la storia non ci somministrasse ne' cinquant'anni che
succedono a quest'epoca i nomi di tutti questi gentiluomini, e se
molte autentiche scritture non attestassero la loro esistenza ed il
loro potere fino negli ultimi anni dell'undecimo secolo. _Veggasi
Murat. Antiq. Ital Med. Aevi LXIV. p. 1104 — 1161._
Nello stesso tempo che questa città metteva a profitto il fertile
territorio dell'Arno, e le ricche pianure che la circondavano, Genova
situata sopra sterili montagne, fra scogli privi di verzura, e presso un
mare da cui par che fuggano i pesci, e non avendo altro vantaggio che
quello di un porto vasto e sicuro, Genova si occupava con ugual ardore
del commercio e della navigazione: le arti medesime le procuravano le
medesime ricchezze, e le sterili sue montagne la separavano dalla sede
dell'impero e da' suoi oppressori. Questa era rimasta sotto il dominio
de' Greci lungo tempo dopo la prima invasione lombarda; ed anche
allorquando venne in potere de' Lombardi, ne rimase in modo separata,
che trovandosi mal guardata dai suoi nuovi padroni, l'anno 936 fu
saccheggiata dai Saraceni. Ma in sul finire dello stesso secolo la
propria popolazione inclinata alla milizia la guarentiva da somiglianti
sciagure[362].
[362] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. I. p. 225. Apud Graevium
Scrip. Ital. t. I._
Pisa non pertanto continuò ad essere alcun tempo più florida e popolosa.
Le sue imprese non chiudevansi entro i ristretti confini della Toscana;
ma i Saraceni, la Spagna, l'Affrica, la Grecia appresero dai Pisani a
rispettare il valore italiano, e l'energia d'una nascente nazione.
I Pisani mantenevano relazioni commerciali coi Greci della Calabria, ed
avevan banco ne' principali loro porti. In quella provincia i sudditi
dell'impero orientale, snervati da lunga servitù, non sapevano difendere
le terre loro e le persone dalle aggressioni de' Musulmani. Una colonia
di Mori, stabilitasi in quella provincia, insultava le città e devastava
le campagne senza trovar resistenza. I mercadanti e viaggiatori pisani
mal soffrivano gli oltraggi fatti agli amici ed al nome cristiano, e
desideravano di porvi riparo: perchè di ritorno in patria eccitarono i
proprj concittadini a prendere le armi contro gl'infedeli. Il loro
entusiasmo si propagò in tutte le classi del popolo; e tutta la gioventù
montò sulle navi, che spiegarono le vele per la Calabria ove dovevansi
assalire i Saraceni.
Intanto un re moro, chiamato Muset, erasi impadronito della Sardegna,
posta quasi in faccia di Pisa, e vi aveva stabilita una colonia di
corsari (1005). Ebbe questi avviso che la più valorosa gente di Pisa
erasi impegnata in quell'impresa cavalleresca, lasciando la città quasi
senza difesa. Le sue galere entrarono una notte nella foce dell'Arno, e
rimontarono il fiume quasi fino all'anteriore sobborgo della città. Gli
abitanti risvegliati da orribili grida, conobbero ad un tempo l'incendio
delle loro case, e lo sbarco de' nemici. Tutti fuggivano in tanta
trepidazione alla campagna, e sola una donna della famiglia Sismondi,
chiamata Cinzica, invece di seguire i fuggitivi, corse al palazzo de'
consoli a traverso de' Musulmani medesimi che occupavano la strada
lung'Arno, ed il ponte che univano il sobborgo alla città. Annunciò ai
magistrati il pericolo della patria, e fece suonare la campana d'allarme
del palazzo, alla quale risposero le altre della città; onde
risvegliatisi i cittadini accorsero alla vendetta; ma i Saraceni,
temendo l'urto delle milizie repubblicane, rimontarono a precipizio
sulle loro navi, ed uscirono dalla foce dall'Arno. Cinzica ebbe una
statua nel distrutto sobborgo, che, rifabbricato di nuovo, assunse il di
lei nome[363].
[363] _Tronci Ann. Pis. ad an. 1105. — Bern. Marangoni Cronaca di
Pisa p. 318._ Il Muratori dubita di questo avvenimento, perchè il
nome di Chinzica essendo arabo, per quanto egli crede, è più
probabile che si desse ad un quartiere d'Arabi, che ad una
Cristiana. Ma il Muratori s'inganna. Il vocabolo Chinzica è tedesco
e non arabo. Un luogo chiamato Chinzica presso Fulda viene ricordato
in molte carte di quell'abbadia. _Antiqu. Fuldens. lib. I. p. 409,
507, 508 ec. t. III. Rer. Germ. Struvii._ E Cinzica Sismondi aveva
sicuramente ricevuto nascendo una di quelle voglie _Hennzeichen_ che
aveva motivato il suo nome. Tutti i nomi delle sette grandi famiglie
di Pisa hanno un'etimologia tedesca.
Intanto la flotta spedita in Calabria aveva avuti prosperi successi
contro i Saraceni ch'erano stati obbligati di concentrarsi in Reggio per
difendere questa città da loro posseduta, nelle di cui vicinanze furono
pur battuti dai valorosi Pisani avanti che la flotta abbandonasse il
mare siciliano[364].
[364] _Ann. Antiq. Pis. t. VI. Rer. It. p. 108 e 168._
Appena rientrati nel porto di Pisa seppero i vittoriosi guerrieri che i
corsari sardi avevano insultata la loro patria, e giurarono di
vendicarla; ma la guerra che ardeva tra Lucca e Pisa, ed altre cagioni a
noi sconosciute, protrassero la spedizione che meditavano, finchè un
nuovo attentato dei Mori di Spagna, sbarcati l'anno 1012 sulle loro
coste, li costrinse a punire tanta insolenza[365]. Papa Benedetto VIII
aveva spedito un legato per eccitarli alla guerra, e fu probabilmente il
pontefice che propose un'alleanza tra Pisa e Genova, riunendo le armi
delle repubbliche rivali contro il comune nemico. Muset vide atterrito
avanzarsi su la Sardegna la più potente flotta che da molti secoli
avesse corso il mar Tirreno. Invano tentò d'impedire lo sbarco delle
truppe, le quali rinforzate dai Cristiani dell'isola, lo attaccarono su
tutti i punti, e lo sconfissero in modo che dovette a precipizio
abbandonare la sua conquista, valendosi per la fuga delle navi che aveva
allestite per corseggiare il Mediterraneo.
[365] _Ib. — Bernardo Marangoni p. 316._
Ma l'antica rivalità non tardò a gittar la discordia tra i vincitori
quando si venne alla divisione della preda. I Genovesi che in principio
della guerra non osavano di sperare così prosperi avvenimenti, avevano
domandato le spoglie per loro, lasciando ai Pisani le terre spogliate
che conquisterebbero. A fronte però di tutto il rigore adoperato
nell'impadronirsi di quanto presero ai Saraceni, videro con estremo
rammarico che la parte loro era troppo lontana dal valore del regno che
rimaneva in potere dei rivali alleati[366]. Cercavano quindi di deviare
dalle stabilite condizioni, e procedettero con tale insistenza, che i
Pisani ricorsero alle armi per far eseguire il trattato, scacciando
dalla Sardegna coloro che gli avevano ajutati ad impadronirsene. Pare
che questa contesa non iscoppiasse che l'anno 1021, allorchè Muset aveva
già perdute le ultime sue fortezze e le nuove truppe che aveva egli
stesso condotte di Spagna[367].
[366] _Benvenuti Imol. Comment. ad Dantis Comœd. Antiqu. It. Medii
Aevi t. I. p. 1089._
[367] _Bern. Marangoni Cron. di Pisa p. 320. — Ubertus Folieta
Gennens. Hist. l. I. p. 236._
Per altro il re moro lusingavasi ancora di riavere la Sardegna; ed ogni
primavera veniva con una nuova flotta ad insultare le guarnigioni della
repubblica, o a tentar di sorprenderle. I Pisani, dopo avere lungo tempo
combattute queste squadre sulle coste dell'isola, risolvettero di
terminare una guerra incominciata diciott'anni avanti, attaccando i
Saraceni nel proprio paese. Corsero vincitori le spiagge dell'Affrica
insultando Cartagine, ed occupando Bona, l'antica Ippona di s. Agostino.
Muset fu costretto a chieder la pace, e, ciò che più gli dolse, a
mantenerla molti anni. Pure negli estremi periodi di sua vita volle di
nuovo tentar la sorte, quando gli altri uomini non cercano che il
riposo. Andò a chieder soccorso ai Mori di Spagna; e di là dirizzando le
vele verso la Sardegna, sorprese le guarnigioni pisane cui non diede
quartiere, e s'impadronì, tranne Cagliari, di tutta l'isola[368].
[368] _Bern. Marang. Cron. p. 324._
A fronte di tanta costanza che la repubblica pisana manifestò nella
guerra contro i Mori, diede in fine segni di scoraggiamento. Il popolo
snervato da lunghe e dispendiose imprese, spaventato dal massacro della
fresca gioventù che formava le guarnigioni sarde, era estremamente
abbattuta; ma la nobiltà che credevasi in ispecial modo interessata a
difendere l'onore di Pisa, rianimò l'ardore de' suoi soldati. Per
possedere ancora la Sardegna bisognava riconquistarla, e la repubblica
si dispose a farlo. Tutti i gentiluomini suoi vassalli contribuirono
uomini e navi; e le cronache ricordano particolarmente i Gherardeschi, i
Sismondi, i Sardi, i Cajetani. Le promisero soccorsi la repubblica di
Genova, il marchese Malaspina di Lunigiana, il conte Bernardo Centilio
di Mutica in Ispagna; offrendosi i due ultimi di andare in persona a
questa guerra sacra. Gualduccio plebeo pisano, assai noto per i suoi
militari talenti, che comandava la flotta alleata, seppe eseguire lo
sbarco delle sue truppe presso Cagliari in presenza del nemico che
l'assediava. Ben tosto si venne alle mani su la spiaggia medesima; e
Muset, quantunque giunto oltre gli ottant'anni, fece prodigi di valore;
ma i suoi Mori, esposti ad un tempo agli attacchi de' Pisani, alle
frecce lanciate dalle navi, ed alle sortite degli abitanti di Cagliari
conservatisi fedelissimi alla repubblica, si abbandonarono a disordinata
fuga. Muset, doppiamente ferito, cadde da cavallo, e fatto prigioniere,
fu condotto a Pisa ove morì tra i ferri, e tutta l'isola tornò in potere
de' Cristiani. Gualduccio di consentimento della repubblica ne divise i
distretti tra i confederati. I Gherardeschi ricevettero in feudo il
circondario di Cagliari, i Sismondi Oleastro, i Sardi Arborea, i
Cajetani Oriseto, i Genovesi Algaria, il conte di Mutica Sassari, ed i
Malespina le montagne. Il rimanente dell'isola, compreso Cagliari,
rimase sotto l'immediata giurisdizione di Pisa[369].
[369] _Ann. Laur. Bonincontri Miniatensis, frag. apud Mur. Scrip.
Rer. Ital t. III. part. I. p. 421._ Questo frammento viene riportato
nelle note alla vita di P. Gelasio II. Gli Annali di Loren.
Bonincontri non furono stampati interamente, e soltanto la parte
posteriore al 1360. _Rer. Ital. t. XXI. Præf. Murat. ad
Bonincontrum._
Nell'undecimo secolo la repubblica di Venezia non prese parte alla
gloria di cui si coprì quella di Pisa colle sue imprese contro
gl'infedeli, perchè tormentata da civili dissenzioni smorzava contro di
sè medesima la sua energia. Due fazioni si combattevano con furore nel
suo seno i Morosini ed i Caloprini, sia che questi nomi appartenessero
prima a due illustri famiglie della repubblica, o pure che queste
famiglie adottassero in appresso il soprannome irrisorio che davansi gli
opposti partiti[370]. Una privata querela aveva loro poste le armi in
mano; ma perchè tra le persone violenti e valorose, credevasi cosa vile
l'abbandonare ai tribunali la difesa del proprio onore, i risentimenti
di due individui divisero le due famiglie, e ben tosto furono cagione
d'una guerra civile. La prima offesa erasi confusa colla moltitudine
delle susseguenti, e si nasceva, e si avea nemici soltanto per il nome
che si portava. Queste contese ebbero fine avanti che terminasse il
secolo undecimo[371], ed in principio del dodicesimo le città marittime
di Pisa, Genova e Venezia, di già abbastanza potenti per essere meno
invidiose, separarono i loro interessi da quelli dell'Italia, e
passarono a procacciarsi gloria, ricchezze, possanza ne' paesi
degl'infedeli. Accadde fatalmente che in così lontani paesi si trovarono
in concorrenza, e la rivalità di gloria facendo loro dimenticare la
comunione degl'interessi, macchiarono più volte di sangue italiano i
mari e le spiagge dell'Asia.
[370] Questi nomi sono greci Μωροζεινοι e καλοπρηνες, che pronunciando
secondo i moderni greci si direbbe Moroxini e Caloprinis: cioè gli
ospiti o i compagni degli sciocchi, e le persone che si prostrano
assai. Forse questi soprannomi equivalgono a quelli di adulatori e
storditi, che davansi le parti nemiche; e forse sono più antichi della
contesa, ed erano già a quell'epoca cambiati in nomi di famiglia.
[371] _Andreæ Danduli Chron. l. IX. c. 2 et seq. p. 238._
In questa oscura epoca in cui la storia delle repubbliche non è composta
che di pochi avvenimenti isolati, affidati per accidente a scritture
estranee all'argomento; o assai posteriori; quella di Genova ha un
grandissimo vantaggio sulle altre, essendosi conservata la sua cronaca
composta da Caffaro, uno de' principali suoi magistrati. Questa cronaca
presentavasi ogni anno ai consoli in pieno consiglio, e quando il senato
l'aveva approvata si riponeva ne' pubblici archivj. Incomincia col 1101,
epoca in cui Caffaro serviva sulla flotta, e viene continuata fino al
1164 in cui lo scrittore morì in età di ottantasei anni. Dopo la sua
morte si continuò da varj pubblici storici fino al 1294. Quantunque tali
racconti pecchino apertamente di parzialità, siccome destinati a
lusingare i magistrati ed il popolo, per onore dei quali scrivevansi, si
può agevolmente separare ciò che gli autori accordarono all'amor proprio
de' Genovesi; ed in allora, malgrado la sua parzialità, non lascia
questa storia d'essere il più curioso ed istruttivo documento di quei
secoli.
La cosa più meritevole d'attenzione è ciò che risguarda il governo di
Genova in que' tempi e le sue rivoluzioni. I supremi magistrati avevano
in Genova, siccome nelle altre repubbliche, il titolo di consoli; ma
variarono nel numero e nella durata. Ne' primi anni del dodicesimo
secolo furono alternativamente ora sei, ora quattro, rimanendo sempre
tre o quattro in ufficio. Del 1122 la durata del consolato si ristrinse
ad un anno, e nel 1130 furono divise le incumbenze di questi magistrati
per farne due ufficj distinti. Allora si chiamarono _consoli del comune_
i quattro o sei capi della repubblica, che, nominati ogni anno dal
popolo, erano incaricati del potere esecutivo, e specialmente del
mantenimento della polizia, dell'esecuzione degli ordini criminali,
della corrispondenza colle potenze straniere, del comando delle forze di
terra o di mare, ed ancora delle lontane spedizioni. Questi consoli,
sortendo di carica, rendevano conto al popolo in una generale assemblea
dell'impiego del danaro dello stato[372].
[372] _Caffaro An. Gen. Scrip., Rer. It. t. VI. p. 284._
Altri magistrati talvolta di ugual numero, talvolta in numero assai
maggiore, si crearono lo stesso anno col titolo di _consoli alle liti_
per essere i supremi giudici della repubblica. La divisione del popolo
in sette compagnie, e della città in sette quartieri, serviva in pari
tempo a classificare gli elettori, ed a limitare la giurisdizione dei
giudici, perciocchè ogni giudice eleggevasi dalla compagnia ch'egli
doveva giudicare. In appresso furono formati due tribunali, uno per la
città, l'altro per il sobborgo; e l'anno 1179 venne stabilito che il
difensore potrebbe richiamare l'instante a quello dei due tribunali
ch'egli sceglieva[373]. Tanto i primi che i secondi consoli rimanevano
in carica un anno.
[373] _Ottobonus Scriba Annal. Genuensium lib. III. p. 355._
In certe occasioni, e dietro domanda del popolo, la repubblica nominava
i correttori delle leggi. Questi commissarj in numero non maggiore di
dodici o quindici erano depositarj del potere legislativo[374].
Gl'Italiani lungi dal formare di questo potere una proprietà del popolo,
lo risguardavano quale attributo della giurisprudenza, e ne
abbandonarono l'esercizio ai giurisperiti, i quali eransi ciecamente
sottomessi alle decisioni fondate nelle massime della scuola e
nell'autorità di Giustiniano. In generale lo studio del diritto era
separato dalle incumbenze amministrative, di modo che i legisti non
avevano un interesse di corporazione per abusare della confidenza del
popolo, o per renderlo schiavo; ma la legislazione romana ed imperiale
aveva loro comunicato un cotal carattere servile, per cui in tutto il
corso delle dispute tra le repubbliche e l'impero, favoreggiarono il
dispotismo contro la libertà.
[374] _Id. ib._
Eravi in Genova un consiglio o senato che doveva assistere i consoli; ma
i poteri di tal corpo dovevano essere assai ristretti, poichè due o tre
sole volte viene rammentato nella storia[375]. Il popolo riunito _in
parlamento_ sulla pubblica piazza prendeva parte all'amministrazione
dello stato, ricevendo i conti de' magistrati, e deliberando intorno ai
comuni interessi nelle più importanti occasioni[376].
[375] _Caffar. ad init. hist. Obertus Cancell. lib. II. Annal.
Gennen. p. 342._
[376] _Caffar. lib. I. p. 284. — Ottob. Scriba lib. III. p. 304._
Questa costituzione era semplice, ma sufficiente per tutelare la libertà
del popolo, per interessarlo vivamente ne' pubblici affari, e per
affezionarlo alla patria in ragione della parte che gli dava nel
governo. L'elezione de' magistrati, il conto che rendevano
dell'amministrazione, le deliberazioni della piazza pubblica, facevano
ogni giorno sentire ai cittadini che gli affari dello stato erano i loro
affari, che il privato loro interesse era quello della comunità. La
salvaguardia dell'ordine pubblico contro l'anarchia e la turbolenza
democratica, affidavasi ai costumi ed all'abitudine di rispettare il
rango de' magistrati, piuttosto che alle leggi. I consoli erano tutti o
quasi tutti gentiluomini. E perchè quest'ordine erasi mostrato il
protettore del popolo contro gl'imperatori ed i grandi, il popolo
riconoscente gli aveva affidati tutti i suoi diritti; onde le liste del
consolato presentano i nomi illustri degli Spinola, dei Doria, dei
Ruffo, dei Fornaro, dei Negri, dei Serra, dei Picamiglio, ec. Felice la
repubblica in cui il popolo ha un illimitato diritto d'elezione, e dove
ciò null'ostante i nobili sono degni de' suoi suffragi!
La storia di Genova non deve separarsi da quella di Pisa: queste due
repubbliche, di costumi, di potenza, di governo quasi uguali,
cominciarono assai presto a mostrarsi rivali, seguitando a combattersi
finchè Pisa succumbette dopo una lotta di molti secoli. Ma agli occhi
della posterità, Pisa rimasta nelle tenebre della storia, non sostiene
il confronto di Genova con quella gloria con cui seppero sostenerla i
suoi guerrieri colle armi. Del periodo di cui parliamo, i soli documenti
che siano rimasti di questa città, sono una declamazione sui trionfi, un
poema mezzo barbaro intorno alla guerra di Majorica, e due sterili e
spezzate cronache[377]: di modo che conviene prendere dai documenti de'
suoi nemici il racconto delle vittorie e delle disfatte. Gli storici
veneziani sono ancora più poveri, non avendone di più antichi del doge
Andrea Dandolo, che fioriva verso la metà del quattordicesimo secolo, e
che non può essere creduto a chiusi occhi rispetto ai fatti anteriori
assai all'epoca in cui visse[378].
[377] _Chronica Varia Pisana t. VI. Rer. It._
[378] _Chronica Danduli t. XII. Rer. Ital._ — Sandi autore della
Storia civile di Venezia ebbe sott'occhio più manoscritti, cui per
altro accordò poca confidenza. Gli archivj della cancelleria, ove
consultò moltissimi antichi documenti meritano intera fede.
Le tre repubbliche presero ugualmente parte alle imprese de' Cristiani
in Terra Santa. Mentre per gli altri popoli la guerra sacra non è che un
episodio della storia, è forse il più importante avvenimento di que'
tempi per le repubbliche marittime. La posizione di Venezia era la più
opportuna per quel passaggio, e vi si prestò con molto zelo. I Turchi
avevano nell'Asia invase le province e le città ove la repubblica faceva
il più lucroso commercio, e minacciavano di spingere ancor più lontano
le loro conquiste, soggiogando i Greci ed i Saraceni; ed in allora non
sarebbe rimasto ai Veneziani alcun mercato libero in tutto il Levante.
Nè ciò solo dovevano temere; ma di veder in breve attaccati i loro
dominj divenuti frontiera degli stati ottomani. Trasportarono perciò
con estrema prontezza, non iscompagnata per altro da conveniente
profitto, i crociati sulle coste dell'Asia, ove incaricandosi
dell'approvvisionamento delle armate, ed esercitando simultaneamente la
milizia ed il commercio, riportarono a Venezia i più ricchi carichi con
quelle flotte medesime con cui avevano fatto tremare gl'infedeli.
Assicurano gli storici della repubblica, che la flotta che accompagnò la
prima crociata era composta di duecento vascelli, e comandata dal figlio
del nuovo doge Vital Michieli, il quale, prima di giungere al suo
destino, diede sulle coste di Rodi una sanguinosa battaglia alla flotta
pisana. Questi due popoli acciecati dalla gelosia dimenticarono d'essere
Cristiani, Italiani e crociati, per non ascoltare che le private loro
animosità. I Veneziani occuparono in seguito Smirne, che abbandonarono
al saccheggio, e facilitarono all'armata terrestre l'acquisto di Jaffa o
Joppe[379].
[379] _Andreæ Danduli Chronicon lib. IX. c. 10. p. 256._
In agosto del susseguente anno i Genovesi mandarono in Oriente ventotto
galere e sei vascelli con truppe da sbarco sotto il comando d'un console
della repubblica. Lo storico Caffaro era del numero de' guerrieri
imbarcati. Nel tempo stesso anche i Pisani fecero partire una, flotta di
cento vascelli capitanati dal loro arcivescovo Daimberto, che fu poi
patriarca di Gerusalemme. Queste due flotte svernarono a Laodicea, e
mantennero le province marittime ubbidienti ai Latini nell'istante in
cui la morte del buon re Goffredo di _Bouillon_ metteva in pericolo il
nuovo suo regno.
(1101) La vegnente primavera i Genovesi coi Pisani ed altri crociati
intrapresero l'assedio di Cesarea. I repubblicani, portando al campo i
liberi usi della loro patria, prima di dar l'assalto alle mura di
Cesarea, unirono i cittadini in parlamento per consultare di ciò che far
dovevano quando dopo pochi istanti tornerebbero al rango di soldati.
Daimberto fu il primo a parlare e come profeta e come soldato; esortò i
suoi cittadini a ricevere la mattina susseguente la santa comunione, e
poichè fossero muniti di questo pegno della celeste protezione, ad
avanzarsi fin presso alle mura, attaccandole colle sole scale delle
galere, senza perder tempo a preparare altre macchine d'assedio,
promettendo loro in nome del cielo, che Dio li farebbe quello stesso
giorno padroni della città. Il console genovese Malio prese in seguito
la parola, ed appoggiò colla sua eloquenza guerriera le profetiche
esortazioni del prelato pisano. Le più calde acclamazioni manifestarono
l'entusiasmo del popolo, che il susseguente giorno andò coraggiosamente
all'assalto appoggiando alle mura le scale navali. Il console genovese
colla spada in mano fu il primo che salisse sulla sommità delle mura,
ove si sostenne alcun tempo solo contro gli sforzi de' nemici, finchè
raggiunto da' suoi soldati potè rovesciare i Musulmani, e prendere la
città che fu abbandonata al saccheggio. La preda, secondo l'antica
usanza delle armate romane, fu divisa dai consoli; un quindicesimo fu
posto in serbo per i marinai rimasti alla custodia delle galere, una
porzione fu levata per i magistrati e per gli uffiziali, ed ogni
semplice soldato ricevette quarantotto soldi d'argento, circa cento
settanta franchi, e due libbre di pepe. Dopo così segnalata vittoria
spiegarono le vele per ritornare ne' porti della loro patria[380].
[380] _Caffaro Ann. Genuens. p. 248. 253. — Gesta triumphalia per
Pisanos facta p, 100. — Chron, Pis. p. 168. t. VI. Rer. It._
Se le città italiane resero importantissimi servigi ai crociati, seppero
altresì chiedere in compenso utili privilegi ne' paesi di nuova
conquista. Con un diploma accordato ai Veneziani l'anno 1130, Baldovino
II, re di Gerusalemme, promette loro in tutte le città del regno latino
un quartiere indipendente, nel quale vi sarebbe una chiesa, una piazza,
un bagno, un forno ed un molino. I gabellieri non potevano entrarvi, nè
porre ostacoli alla libertà del loro commercio[381]. I Veneziani nel
proprio quartiere erano sottomessi soltanto alle leggi patrie, ed ai
magistrati eletti da loro medesimi, in guisa che in mezzo al regno di
Gerusalemme formavano delle piccole colonie repubblicane alleate per sua
difesa, ma indipendenti dalle sue leggi.
[381] _Diploma apud Murat. Antiq. It. t. II. p. 919._ Questo diploma
conferma i precedenti privilegi accordati ai Veneziani da Baldovino
I, e dalla reggenza del regno in tempo della prigionia di Baldovino
II.
Perchè i soccorsi de' Pisani furono più utili, e fors'anco più
disinteressati che quelli de' Veneziani, eran loro stati accordati assai
prima gli stessi privilegi da tutti i principi latini. Il generoso
Tancredi, l'eroe del Tasso, che nel 1108 succedette a Raimondo nel
principato d'Antiochia, accordò ai Pisani un quartiere in Antiochia ed
in Laodicea, inoltre il libero uso de' suoi porti, come lo avevano i
suoi sudditi. Questi privilegi vennero poi confermati ed ampliati da
Amauri l'anno 1169, e da Baldovino IV l'anno 1182, amendue re di
Gerusalemme, da Boemondo III, principe d'Antiochia, l'anno 1170, da
Raimondo, conte di Tripoli l'anno 1187[382].
[382] Questi diplomi sono tutti prodotti dal Muratori _t. II. p. 905
e seguenti. Antiq. Italic. Med. Aevi_.
Intanto le moltiplicate relazioni dei Veneziani coi crociati del regno
di Gerusalemme diedero luogo ben tosto a disgusti tra essi ed i Greci. I
crociati avevano portato in Oriente quel disprezzo che i popoli barbari
hanno quasi sempre per i più inciviliti: non rispettavano le pubbliche
costumanze, violavano le leggi, offendevano la religione dei Greci colle
superstizioni e col fanatismo, e quando la pubblica autorità voleva
reprimere i loro eccessi, se ne appellavano alla propria spada, e
versavano il sangue di que' Cristiani che dicevano di soccorrere. I
Comneni che avevano invocato prima di tutti l'appoggio degli
Occidentali, e che si vollero tenere risponsabili di tutte l'esazioni
degli ufficiali subalterni, delle frodi de' mercadanti loro sudditi, e
per fino della inclemenza delle stagioni, furono ben tosto costretti di
porsi in guardia contro i Latini, e talvolta di prendere l'armi contro
di loro. I Veneziani che fino a tal epoca colla rispettosa loro condotta
avevano dato luogo di dubitare, se fossero sudditi o alleati dell'impero
di Bizanzio, resi orgogliosi dai prosperi avvenimenti, e volendo imitare
i crociati loro nuovi alleati, rinunciarono bruscamente all'antico
sistema di rispettosa deferenza. Giovanni Comneno, detto Calojano, uno
de' più valorosi guerrieri, e de' più virtuosi imperatori che
occupassero il trono di Bizanzio (1124), ordinò che fossero poste in
sequestro tutte le navi veneziane che trovavansi ne' suoi porti, finchè
la repubblica soddisfacesse alle lagnanze provocate dalla condotta de'
suoi cittadini. Il doge Domenico Michieli che comandava allora una
flotta che aveva di fresco conquistato Tiro con molta gloria, la
condusse innanzi a Rodi, e dopo aver presa questa città d'assalto,
l'abbandonò al saccheggio. Passò inseguito a Scio (1125), di cui si rese
padrone, e vi svernò la flotta. Nella susseguente primavera saccheggiò
le isole di Samo, di Mitilene, di Andres. Facili erano tali successi e
poco gloriosi, perchè i Greci, dopo l'indebolimento de' Saraceni, non
avendo che temere dalla banda del mare, avevano trascurate le
fortificazioni delle loro isole, e, ritirate le guarnigioni e gli uomini
atti alle armi per opporli al Turco sul Continente. Vero è che la
repubblica di Venezia raccolse molti allori sul territorio dell'impero
greco, ma ella deve, assai più che gli altri popoli crociati,
rimproverarsi d'averne occasionata la caduta. La nazione greca era bensì
corrotta dal lungo dispotismo che l'opprimeva, ed aveva da gran tempo
perduta quell'energia, quello spirito vitale che conserva gli stati, e
lega gli uomini al destino della loro patria; ma una felice combinazione
aveva portata sul trono di Costantinopoli una valorosa famiglia; l'amor
delle lettere veniva incoraggiato dai Comneni, come quello della
milizia, perchè i principj cavallereschi de' crociati eransi sparsi
nella nazione. Sembrava inoltre che i Greci incominciassero ad attingere
dallo studio degli antichi l'amore della patria e della libertà; che se
può accadere, che una nazione sia rigenerata da' suoi padroni, la
nazione greca era assai prossima a questa felice rivoluzione; di modo
che, abbandonata affatto a sè medesima, o bastantemente soccorsa,
avrebbe in breve trionfato dei Turchi, il di cui guerriero fanatismo non
poteva essere di lunga durata. Ma i Latini, pericolosi ugualmente ed
amici e nemici, ruinarono i Greci nel loro passaggio; saccheggiarono le
città, massacrarono gli abitanti, ne distrussero le mura e le
fortificazioni, e s'impadronirono della loro capitale. Per ultimo quando
abbandonarono l'Oriente come nemici, lasciarono l'impero talmente
spossato, che fu agevol preda de' Musulmani.
Breve fu questa prima guerra de' Veneziani contro i Greci. Il doge
Michieli, rientrando nell'Adriatico, prese agli Ungaresi Spalatro e
Trau, che questi avevano conquistato nella Dalmazia; ma morì non molto
dopo nella sua capitale[383]. La guerra ch'egli aveva fatta ai Greci fu
dimenticata, cosicchè quando Manuele Comneno fu vent'anni dopo assalito
da Ruggiero, re di Sicilia, domandò ajuto ai Veneziani, i quali fecero
una vigorosa diversione sulle terre del suo nemico.
[383] _Dand. Chron. l. IX. c. 12. p. 272._
Mentre i Veneziani accrescevano le loro relazioni coi crociati di
Gerusalemme, cui erano sempre necessarj i sussidj degli Occidentali, i
Pisani risolvettero di liberare il mar Tirreno dalle piraterie dei
Musulmani. Nazaredech, re di Majorica, corseggiava continuamente le
coste della Francia e dell'Italia, ed era comune opinione (1113) che
languissero nelle sue carceri ventimila Cristiani. Pietro, arcivescovo
di Pisa, approfittando della circostanza della festa di Pasqua, in cui
gli abitanti delle vicine campagne accorrevano a Pisa per ricevervi la
benedizione vescovile, presentò loro alla porta del tempio la croce, gli
esortò con impetuosa eloquenza in nome del Dio dei Cristiani a liberare
i loro fratelli che gemevano nelle prigioni degl'infedeli, ed erano
continuamente esposti a rinegare la fede. Alcuni vecchi, che, essendo
giovani, avevano militato nell'impresa della Sardegna, ed avevano
trionfato sui Saraceni di Bona e d'Almeria, applaudirono alla voce del
loro prelato, e ripetendo il racconto mille volte udito delle loro
imprese, esortarono la nascente generazione a conservare la gloria di
Pisa, ed a fare in modo che nuovi trionfi facessero dimenticare i
passati. Il loro entusiasmo si comunica alla gioventù che prende la
croce; ed il popolo sceglie dodici capitani, cui viene affidata la cura
dell'impresa, dei preparativi di guerra e delle alleanze[384].
[384] _Laur. Vernensis rerum a Pis. in Major. gestor. Poema t. VI.
Rer. Ital p. 111. — Ber. Marang. Cron. di Pisa p. 340._
Parte della state fu consacrata ad allestire la flotta e le macchine
guerresche; nel qual tempo giunsero a Pisa i soccorsi de' Lucchesi e di
Roma: e Pasquale, nunzio del papa, venne espressamente a Pisa per
benedire la flotta che fece vela in sul cominciar d'agosto, il giorno di
s. Sisto, in cui i Pisani festeggiavano una vittoria ottenuta sui
Saraceni affricani nel precedente secolo. I crociati passarono prima in
Sardegna tanto per avere più accertate notizie, come per ricevere i
soccorsi de' feudatarj che i Pisani avevano in quell'isola. Di là, dopo
quindici giorni di riposo, si diressero verso le isole Baleari; breve
tragitto, ma non iscompagnato da' pericoli e da difficoltà in tempo che
non si conosceva la bussola, e si avevano carte assai imperfette.
I crociati, dopo aver sofferta una burrasca, scoprirono una terra, che
subito attaccarono, persuasi che fosse l'isola di Majorica. Essi
gettaronsi sugli abitanti delle coste, che misero in fuga, o fecero
prigionieri. Non tardarono per altro a rilevare da questi ultimi che
avevano sbarcato sulle rive di Catalogna, e che devastavano le campagne
de' Cristiani. Allora, deposte le armi, si sdrajarono lungo la spiaggia
del mare affatto scoraggiati, e perduta ogni speranza di approdare alle
isole Baleari[385]. La lunga dimora che dovettero fare in Catalogna,
ritenutivi dai venti contrarj, non tornò inutile, perchè si associarono
in questa guerra sacra Raimondo, conte di Barcellona, Guglielmo, conte
di Mompellieri, Emerì, conte di Narbona, ed altri signori di Francia e
di Spagna. Costretti in appresso dalla cattiva stagione a differire la
spedizione al susseguente anno, si ritirarono paghi d'avere agguerriti i
soldati, ed accresciuti i confederati[386].
[385] _Laurent. Vernens. Poema l. I. p. 115._
[386] _Id. lib. II. p. 118._
(1114) In aprile del 1114 la flotta crociata approdò finalmente ad
Ivica, rendendosi dopo un sanguinoso incontro padrona dell'isola. Passò
in seguito a Majorica ove intraprese l'assedio della città che dà il
nome all'isola, la quale, dopo un anno di ostinata difesa, cadde in
potere de' Pisani (1115) nelle feste di Pasqua del 1115 malgrado la
coraggiosa resistenza del re saraceno e dei molti alleati chiamati a
difenderla. Il re morì combattendo, ed il suo successore fatto
prigioniero fu condotto a Pisa trionfalmente colle immense ricchezze
della sottomessa isola[387].
[387] _Laur. Ver. Poema l. VI. et seq. p. 129._
Tornavano i Pisani dalle isole Baleari, quando papa Gelasio II,
perseguitato da Enrico V, avendo abbandonato Roma per ripararsi in
Francia, si fermò alcun tempo in Pisa da cui sperava di essere
potentemente soccorso. Questo papa discendeva dall'illustre famiglia
pisana de' Gaetani, onde per riconoscere i ricevuti beneficj, o per amor
di patria, dichiarò i vescovi corsi suffraganei della Chiesa
metropolitana di Pisa. Vero è che fino del 1092 il prelato di Pisa aveva
il titolo di arcivescovo, ma pare che non avesse verun vescovo
suffraganeo. Il popolo festeggiò la recente dignità conferita al
metropolitano; ed i consoli ed i senatori condussero pomposamente il
loro pastore nell'isola di Corsica per ricevere il giuramento
d'ubbidienza e di fedeltà dai vescovi, e per consacrarne le chiese. I
rivali della repubblica, e più di tutti i Genovesi, concepirono per tale
avvenimento una gelosia proporzionata all'alta importanza che vollero
darvi i Pisani[388].
[388] _Gest. triumph. Pisan. t. VI. p. 105. Bernard. Marangoni Cron.
di Pisa p. 362._
(1119) La guerra che si dichiarò del 1119 tra le due repubbliche fu
provocata da questa gelosia. Se prestiam fede a Caffaro, i Genovesi
attaccarono porto pisano con ottanta galere e quattro grandi navi
cariche di macchine militari. Portava la flotta ventidue mila uomini da
sbarco, cinque mila de' quali armati di corazza e di caschetti di
ferro[389]. I Pisani non ricordano questo armamento veramente
prodigioso, essendo l'opera di una sola città. Ambedue le nazioni si
chiamarono vittoriose nella prima campagna, e nello spazio di
quattordici anni che durò la guerra, si bilanciarono i vantaggi in modo
da accrescerne l'emulazione, senza soddisfarne le speranze. Furono prese
a vicenda molte navi, bruciate o colate a fondo; saccheggiati varj
castelli e villaggi posti lungo le coste, altri incendiati e distrutti;
periti in tante battaglie i più valorosi cittadini; non pertanto il
commercio delle due repubbliche non prosperò mai tanto, nè la marina fu
in altri tempi più attiva.
[389] _Caffar. Ann. Genuens. l. I. p. 254._
(1133) Finalmente l'anno 1133, Innocenzo II, ch'erasi rifugiato a Pisa,
s'intromise per trattar di pace tra le nemiche nazioni, che lo avevano
ugualmente soccorso contro l'antipapa Anacleto. E perchè l'innalzamento
dell'arcivescovo di Pisa aveva destata la gelosia de' Genovesi, il papa
accordò la stessa dignità al loro vescovo, sottraendo la loro Chiesa al
metropolita di Milano, ed elevandola al rango di arcivescovile. Volle
pure che non fosse priva di vescovi suffaganei, ed eresse due vescovadi
nelle due riviere soggette; rimanendo quelli di Sardegna subordinati
alla chiesa pisana, e quelli di Corsica alla genovese ed alla
pisana[390].
[390] _Baron. An. Eccl. ad an. 1132. § 6. — Ubertus Folieta Hist.
Gen. lib. I. p. 249._
Nel tempo di questa lunga guerra, e forse prima, i feudatarj della
repubblica pisana in Sardegna si erano affatto sottratti alla suprema
sua signoria, e dichiarati sovrani. Quelli di Cagliari, Sassari,
Logodoro ed Arborea usurparonsi perfino poco dopo il titolo di re;
altri, come i Visconti di Gallura ed i Sismondi d'Oleastro, rinunciando
alla vanità dei titoli, non si erano resi meno indipendenti[391]. In
questi tempi all'incirca i Visconti ed i Sismondi si allearono colla
repubblica di Genova, e n'ebbero la cittadinanza. Un ramo della famiglia
Sismondi, dimenticando i doveri di cittadino, ed i sacri legami che
l'univano a Pisa, si stabilì in Genova, e da questo ramo discendono i
Sismondi Mascula, console l'anno 1146, e Corso, console ed ambasciatore
di Genova presso Federico II l'anno 1164[392]. Un altro ramo della
stessa famiglia era però rimasto fedele alla repubblica pisana, la quale
con un importante acquisto contribuì a chiudere agli stranieri il
territorio della repubblica, ed a liberare i suoi porti da una dannosa
rivalità. I Corsi erano governati in nome dell'impero dal marchese
Alberto, che si era dichiarato indipendente; e questi possedeva pure un
terzo del castello di Livorno, il di cui porto, quantunque non ancora
ingrandito e fortificato dall'arte, era non pertanto di grandissima
importanza, sia per la sua vicinanza al porto pisano, quanto per essere
posto in mezzo al territorio della repubblica tra la capitale e le
inferiori valli della Maremma. Del 1146 questo paese fu dato a titolo di
feudo a due fratelli Sismondi, come apparisce dall'atto che ancora
conservasi nell'archivio di Pisa, e che Muratori pubblicò[393].
[391] Fu allora senza dubbio ch'essi presero per stemma quello de'
loro feudi, lasciando quello di famiglia.
[392] _Caffaro Ann. Genuens. l. I. p. 161. — Ubertus Cancell. Ann.
Gen. lib. II. p. 292._
[393] _Antiqu It. Mœd. Aevi t. III. Diss. LXIV. p. 1161._
Il territorio pisano stendevasi lungo il mare da Lerici fino a Piombino;
ma non tutta questa contrada era immediatamente soggetta a Pisa; perchè
i villaggi e castelli posti sulle due rive di Lerici, Viareggio, Massa,
Piombino e Grosseto, eransi soltanto posti sotto la sua protezione, ed
acconsentito che le loro milizie guerreggiassero sotto gli stendardi di
assai più potente repubblica ch'esse non erano; sottomettendosi alle
decisioni de' consoli pisani nelle loro quistioni, invece di deciderle
colle armi. Nello stesso modo avevano i Genovesi ridotto nella loro
dipendenza non solo la vallata della Polsevera, e le altre che
circondano la città, ma inoltre tutte le piccole città delle due
Riviere, Lavagna, Ventimiglia, Savona, Albenga[394]. E le due
repubbliche tenevano queste terre press'a poco in quella dipendenza in
cui Roma teneva gli alleati del Lazio.
[394] _Caffaro An. Gen. l. I. p. 259._
Le tre repubbliche marittime trovavansi quindi avanti la metà del
dodicesimo secolo alla testa di tre piccole confederazioni formate dai
Veneziani delle libere città dell'Illirico, dai Pisani di quelle delle
Maremme, e dai Genovesi di quelle delle Riviere. Tutte tre eransi
assicurate un tale predominio sopra alleati acquistati quasi colla
forza, che già li risguardavano come soggetti. È per altro notabile, che
qualche residuo di libera costituzione presso le piccole città secondò
l'energia delle grandi, e contribuì a dilatarne la potenza ed a renderla
più stabile.
Di queste tre confederazioni la meno prospera era la pisana, non avendo
quella repubblica potuto stendere la sua protezione che verso le
Maremme, provincia assai fertile, ma malsana[395], che per l'influenza
della libertà era stata guadagnata alla coltura, ma che non poteva però
mai acquistare una troppo numerosa popolazione, o dare alla repubblica
robusti soldati ed esperimentati marinai. Dagli altri due lati, e
nell'interno delle terre lo stato pisano veniva rinserrato da quelli di
Lucca e di Fiorenza, città abbastanza forti per opporsi ad ogni suo
progetto d'ingrandimento. Lucca fu la prima a dar consistenza al suo
governo riducendo sotto di sè le vallate vicine; per cui fino nel secolo
undecimo trovavasi in guerra con Pisa. Fiorenza per l'opposto era in
allora alleata dei Pisani, e Giovanni Villani, storico fiorentino,
pretende che i suoi concittadini venissero a custodir Pisa mentre quegli
abitanti trovavansi occupati in una spedizione marittima. Aggiunse che i
Fiorentini s'accamparono due miglia fuori di Pisa per difenderli dai
Lucchesi, avendo proibito sotto pena di morte ai soldati l'ingresso in
città per timore che i vecchi e le femmine, rimasti soli in guardia
delle mura, non dubitassero della loro fede[396].
[395] Il vocabolo di maremma abbreviato dal latino _maritima_ viene
dato a tutte le parti della Toscana poste lungo il mare dalle alpi
liguri fino al Serchio, e da Cecina fino allo stato della Chiesa.
Tutto questo paese è malsano assai, ma non tutto paludoso,
comprendendo al contrario diverse colline spesso prive di acqua.
[396] _Gio. Vill. St. Fior. l. IV. c. 30. t. XIII. p. 123._
L'anno 1133 in cui i Pisani pacificaronsi coi Genovesi, volendo far cosa
grata a papa Innocenzo, ed all'imperator Lotario, spedirono la loro
flotta nel regno di Napoli contro il re Ruggiero e l'antipapa Anacleto.
Noi abbiamo già parlato nel precedente capitolo di questa gloriosa
spedizione illustrata dalla scoperta delle Pandette e dalla ruina
d'Amalfi.