_Tutte le città italiane incominciano a reggersi a comune avanti
il dodicesimo secolo._
Abbiamo condotta la storia dell'Impero e della Chiesa fino al principio
del dodicesimo secolo; e ripigliando in seguito separatamente quella
delle repubbliche nate avanti quest'epoca, si descrissero, come lo
permettevano l'oscurità di que' primi secoli, le rivoluzioni di Roma, di
Napoli, d'Amalfi, di Venezia, di Pisa e di Genova. Ma nel secolo
dodicesimo tutte le città incominciarono a reggersi a comune, e perciò
nel susseguente capitolo le vedremo tutte vestir forme e carattere
repubblicano, e tutte dispiegare le passioni proprie di tale governo. Le
rivoluzioni d'Italia, di cui si è dato uno schizzo, e lo sviluppo che
diedero al carattere nazionale, ci prepararono a contemplare i movimenti
delle città per rendersi indipendenti: ma quest'ultima rivoluzione non
può presentarsi allo sguardo dei lettori[397]. Quantunque l'origine de'
governi repubblicani, ed i progressi loro, siano un argomento degno
della nostra curiosità ed assai vario ed interessante, non possiamo
darne una sufficiente idea ai nostri lettori per esserci ignote tutte le
particolari circostanze; ed appena può sollevarsi leggiermente il velo
che coprirà per sempre questa prima epoca delle città libere. L'Italia
settentrionale quasi non ebbe istorici nei secoli decimo ed undecimo;
onde per far conoscere le contese di Enrico colla santa sede fummo
costretti di appigliarci ai racconti degli scrittori tedeschi assai più
completi e circostanziati a quest'epoca, di quelli degl'Italiani. Se
avvenimenti di così grande importanza, che dovevano ne' posteriori tempi
eccitare tanto interessamento, non trovarono scrittori che ne
perpetuassero la memoria, non è da stupirsi che lo stabilimento ed i
progressi delle municipalità oscure, le quali procuravano di nascondere
al pubblico l'indipendenza che andavano sordamente acquistando, non
siano stati registrati in veruna storia. I borghesi rendevansi liberi
appropriandosi a poco a poco le prerogative de' principi; combattevano
gli abusi con quelle armi medesime che gli avevano introdotti;
usurpavano la libertà nella stessa maniera che i gentiluomini avevano
acquistata la tirannia; e perchè procuravano di nascondere a' principi,
interessati alla loro servitù, i prosperi successi, così non permisero
che se ne tramandasse la memoria ai posteri. All'ombra del silenzio
andavan sempre introducendosi nuovi privilegi favoreggiati dal tempo; e
prima che se ne contestasse il diritto, potevano difenderli coll'uso
costante di molte generazioni.
[397] La debolezza degl'imperatori d'Oriente, ed il timore ch'essi
avevano de' Saraceni, non permettevano loro di pensare alle cose
dell'Italia meridionale, come le guerre della Germania impedirono ad
alcuni imperatori occidentali di prendersi cura delle città
dell'alta Italia. In tale stato di cose i grandi feudatarj,
rendendosi affatto indipendenti, andarono a poco a poco aggravando
il giogo delle città, le quali avendo incominciato a far esperimento
delle proprie forze, giunsero a scuotere il giogo de' loro tiranni,
ed a farsi libere. In mezzo però alla loro libertà, e quantunque in
guerra talvolta cogl'imperatori, non cessarono di riconoscerne
l'alta supremazia, anche quando erano vittoriose; come apparisce
chiaramente dalla pace di Costanza, che riconoscendo la libertà
delle repubbliche lombarde, non le dissoggettava affatto
dall'impero. N. d. T.
Ma quando le città credettero d'aver acquistata maggior considerazione,
cominciarono pure a desiderare maggiore celebrità; ed allora ebbero
storici che sforzaronsi di sparger lume sulla prima loro origine, e
talvolta di nobilitarle col racconto di favolose tradizioni. Le
scritture di questi storici sono tanto più aride, in quanto che vissero
ancor essi in tempi assai rimoti; e le cronache del dodicesimo e del
tredicesimo secolo, alle quali, allorchè mancano scrittori
contemporanei, dobbiamo prestar fede, si contentano, quando rimontano
oltre al decimo secolo, d'indicare ogni anno la morte d'un vescovo o
d'un santo, la fabbrica di una chiesa, o l'invasione d'un popolo
barbaro. Una frase loro basta per descrivere un avvenimento, e questa
frase è d'ordinario così insignificante, quanto per sè stesso il fatto
isolato.
Col soccorso degli storici stranieri, e sopra tutto dei documenti
estratti dagli archivj de' conventi e delle famiglie, i dotti del
passato secolo ottennero non pertanto di potere scrivere la storia delle
proprie città nel decimo ed undecimo secolo, in modo di appagare la
curiosità de' loro concittadini, e la vanità de' loro nobili, ai quali
somministrano prove, se non di virtuose opere dei loro antenati, almeno
della loro esistenza: ma tali storie cessano d'essere interessanti
quand'escono dalle mura della propria città[398]. Sono inoltre in
qualche maniera intermittenti, se può farsi uso di tale espressione,
perchè gli avvenimenti abbastanza circostanziati non si presentano che
ad intervalli assai lontani, duranti i quali nulla troviamo che fermar
possa la nostra attenzione. Rinunciando adunque ai particolari storici
di ogni città i minuti racconti, ci limiteremo ad indicare con alcuni
tratti generali ciò che appartiene alle città di Lombardia, della
Venezia e della Toscana; i primi elementi di una costituzione
repubblicana nella formazione dei loro municipj, il primo acquisto dei
diritti di guerra e di pace, il primo impulso dato all'industria ed al
commercio, le prime loro contese colla nobiltà, ed il primo ricevimento
in seno alle nascenti repubbliche, di questa classe straniera che
comunicò alla plebe cui si associava il proprio lustro, e che procurò
alle città maggiore considerazione nelle diete dell'impero.
[398] Ciò deve intendersi della generalità, essendovene alcune
scritte abbastanza filosoficamente, ed interessanti ancora per i
forestieri.
Il primo diritto acquistato dalle città, che diventasse loro utile per
conseguire l'indipendenza, fu, come abbiamo altrove osservato, quello di
circondarsi di mura per difendersi nel nono secolo, ed in principio del
decimo, dalle rapine degli Ungari e dei Saraceni. I Germani e gli Sciti
avevano estrema avversione per le città chiuse, risguardandole come
prigioni. Perciò in tutti i paesi da loro conquistati avevano spianate
le fortificazioni delle città, le quali chiamavansi fortunate quando non
vedevano arse le case, e massacrati o dispersi gli abitanti. E per tal
motivo tutte le fortificazioni furono distrutte nel regno dei Lombardi,
e non si permise di rialzarne di nuove senza l'espresso assenso del re,
cui spettava la difesa del regno.
Di qui accadde, senza dubbio, che nei posteriori tempi le città aperte e
rovinate dalle incursioni dei barbari, dovettero ricorrere al monarca
per ottenere la facoltà di difendersi. Fu sempre in virtù d'una carta
dei re, o degl'imperatori, che le città rifecero le proprie mura, e
queste carte, accordate prima con difficoltà, s'andarono moltiplicando
nel nono e decimo secolo in tal modo, che ben tosto non solo le città,
ma non v'ebbe quasi monastero, borgata o castello, che non avesse in
forza d'un diploma imperiale ottenuto il diritto di fortificarsi[399].
[399] Molti di questi diplomi vengono riportati dal Muratori nelle
Antichità; e fra gli altri, due di Berengario I del 911 e 912. _t.
II. p. 467, et 469._
Allorchè le città poteron difendersi da loro medesime, cominciarono ad
acquistare il sentimento della propria importanza; e quando formarono un
corpo politico, la principale loro cura fu quella di accrescerne i
privilegi. Pure fino al regno del grande Ottone, a fronte degli aperti
vantaggi delle fortificazioni, le città, trovandosi abbandonate dai
nobili che ne potevano accrescere il lustro, furono invece impoverite
dalle frequenti contribuzioni imposte dai barbari, e più ancora dai
disordini dell'anarchia, o di un cattivo governo. Niun cittadino poteva
distinguersi; non colle lettere affatto neglette, non colla nascita che
presso la plebe non aveva splendore, non colle ricchezze possedute dai
soli nobili, non col commercio allora quasi nullo, non infine coi
militari talenti e col valore che non avevano occasione di far
conoscere: e per tal modo erano le città a tale epoca avvolte in una
profonda oscurità.
Abbiamo già veduto che sotto il regno d'Ottone I, e colla sua
protezione, la maggior parte delle città si diedero un governo
municipale fondato nella confidenza e nella scelta del popolo. Esse
ebbero in ogni tempo alcuni magistrati popolari chiamati dalle leggi
lombarde _schultheis_, e dalle franche _scabini_; i quali formavano il
consiglio del conte delle città, e ne rappresentavano la plebe: ma
quando Ottone I permise ai cittadini di darsi un'amministrazione più
libera, abbandonate queste istituzioni settentrionali, procurarono di
costituirsi dietro il modello della repubblica romana e delle sue
colonie, per quanto glielo permettevano le imperfette nozioni della
storia[400].
[400] _Murat. antiq. Ital. dissert. XLV. et XLVI. tom. IV._
Da principio tutte le città preposero alla loro amministrazione due
consoli annuali eletti coi suffragi del popolo. Principale loro
incumbenza fu quella di render giustizia ai loro concittadini; perciò
che la divisione dei poteri e l'indipendenza dell'ordine giudiziario,
cui si dà somma importanza ne' vasti stati, non fu nè conosciuta nè
ricercata dalle piccole repubbliche. La più importante funzione del
governo d'un piccolo popolo è quella di giudicare. Questo ha poche
leggi, che difficilmente vengono alterate, poche pubbliche entrate,
poche spese e pochi impieghi da distribuire. Non abbisogna di capi cui
affidare il poter legislativo o esecutivo, ch'egli stesso esercita
direttamente, ma ne abbisogna per reprimere i disordini, punire i
delitti e decidere le contese de' cittadini. Ne' secoli di mezzo le
funzioni di generale erano sempre accoppiate a quelle di giudice. Coloro
che turbavano lo stato al di fuori, o internamente coi loro delitti,
erano ugualmente considerati nemici della società, e lo stesso capo
doveva dirigere la forza pubblica contro gli uni e contro gli altri.
Come i duchi prima, poi i conti d'ogni città, erano stati ad un tempo e
generali e giudici, così i consoli che presero il loro luogo, ne
esercitarono ancora le incumbenze. Quando il re o l'imperatore radunava
l'_host_, e le milizie delle città ricevevano l'ordine di seguire il
monarca in un'impresa; o pure quando per le prescrizioni del diritto
feudale una città vendicava un'offesa particolare con una guerra
privata, i consoli marciavano alla testa de' loro concittadini, e
comandavan loro nel campo.
Altra funzione de' consoli era quella di convocare e presedere i
consigli della repubblica. D'ordinario eranvi due consigli in ogni
città, oltre il consiglio generale di tutto il popolo. Il primo era poco
numeroso, e propriamente destinato a coadiuvare i consoli in quelle
funzioni che credevansi troppo importanti per confidarle ad altri
magistrati. Chiamavasi questo corpo il consiglio di _credenza_, vale a
dire consiglio di confidenza, o consiglio segreto. Era questo incaricato
dell'amministrazione delle finanze della città, di sopravegliare i
consoli, e di tutte le relazioni esteriori dello stato. Un altro corpo,
composto di cento consiglieri o più, aveva in molte città il nome di
senato, di gran consiglio, di consiglio speciale, o di consiglio del
popolo. Nel senato disponevansi i decreti che dovevano proporsi alle
deliberazioni del popolo che radunavasi in assemblea generale sulla
pubblica piazza al suono della grossa campana, ed era chiamata
parlamento. L'assemblea del popolo era sovrana, ed i magistrati la
consultavano nelle più importanti occasioni: ma in quasi tutte le città
la legge non permetteva che si assoggettasse alcun atto alla
deliberazione dell'assemblea del popolo, prima che il consiglio di
credenza ed il senato avessero dato il loro assenso al proposto
progetto[401].
[401] _Antiq. Ital. t. IV. dissert. XLV et XLVI._
Le città dividevansi in quattro o sei quartieri, che d'ordinario avevano
il nome della porta più vicina, perchè gli abitanti del quartiere erano
specialmente incaricati della difesa della loro porta e delle mura
dipendenti. Questa divisione era ad un tempo civile e militare. Molte
città coll'andar del tempo accrebbero il numero de' loro consoli, onde
ve ne fosse uno per quartiere, che sceglievasi tra gli abitanti dello
stesso quartiere. L'elezione del consiglio di credenza e del senato
ripartivasi nella stessa maniera, cosicchè eravi nella costituzione
delle città una mescolanza di sistema rappresentativo.
I quartieri formavano altresì corpi militari con differenti stendardi.
Ognuna sceglieva tra i suoi più ricchi cittadini, e quando i nobili si
posero sotto la protezione delle repubbliche, sceglieva tra i nobili una
o due compagnie di cavalieri armati da capo a' piedi. Lo stesso
quartiere formava poi due altri corpi scelti, cadauno dei quali doveva
essere il doppio numeroso dei precedenti; e questi erano i balestrai e
l'infanteria pesante. Quest'ultima era armata del pavese, specie di
scudo, della cervelliera o cuffia di ferro e della lancia. Gli altri
cittadini divisi pure in compagnie, ed armati soltanto di spada, eran
obbligati di trovarsi sulla piazza d'armi del proprio quartiere
qualunque volta suonava campana a martello. Tutti gli uomini dal
diciottesimo anno fino al settantesimo dovevano soddisfare a questo
dovere. I consoli comandavano le armate, ed avevano sotto i loro ordini
il capitano del quartiere, il suo gonfaloniere o portastendardo, ed il
capitano d'ogni compagnia. Non conoscevasi allora quell'infinito numero
d'ufficiali e di sottufficiali introdotti dalla tattica moderna.
L'ordine era di combattere, l'unica regola di non iscostarsi dal
gonfalone che restava sempre visibile. Per tutto il rimanente ogni
soldato poteva agire di proprio impulso, e non era parte, come a' nostri
tempi, d'una macchina complicata, i di cui movimenti sono tutti diretti
da una superiore intelligenza; mentre ogni individuo, ridotto ad agire
come una ruota di così gran macchina, ignora lo scopo della propria
azione[402].
[402] _Antiqu. Ital. M. Aevi diss. XXVI. t. II._
Siccome le città erano state erette in corporazioni per metterle in
istato di difendersi, lo stesso atto che loro aveva permesso di
fortificarsi permetteva ancora di agguerrire le loro milizie. Nè fu
solamente per le guerre pubbliche dell'impero che facessero uso di
questo stabilimento militare, ma riclamarono per sè medesime il diritto
di cui erano in possesso i conti, i marchesi, i prelati e perfino i
signori de' castelli, di vendicare coll'armi proprie le proprie
ingiurie. Nel sistema feudale i tribunali terminavano le liti con una
specie d'arbitramento: quando l'offesa era riconosciuta, dichiaravano
quale era il legittimo compenso, coll'offerta del quale le due parti
dovevano rinunciare al loro odio, alla loro _faida_; ma essi non
obbligavano a dare o a ricevere il compenso. Quando il diritto era
dubbioso, invitavano le parti a terminare la contesa col duello, in cui
il giudizio di Dio facevasi palese come in una guerra sostenuta da tutte
le forze dei due rivali, ma con minore effusione di sangue e con minor
danno. In somma tutta la legislazione fondavasi sopra il diritto della
naturale difesa, e su quello di farsi giustizia da sè medesimo; essendo
autorizzato ogni membro dell'impero a rifiutare un giudice parziale e ad
appellarsi al suo buon diritto, alla sua spada[403]. Le prime guerre
fatte dalle città le une contro le altre, o contro i marchesi ed i conti
che volevano opprimerle, non furono dunque risguardate quali atti di
ribellione, ma come atti legittimi di giustizia o di naturale difesa
conformi ai diritti degli altri membri dell'impero.
[403] _Montesquieu esprit des lois l. XXVIII._
La rivalità tra comuni d'uguale potenza gelosi della grandezza loro e
della rispettiva popolazione, rese più acerbe queste guerre private,
dando loro un carattere più nazionale e meno giuridico. Le due metropoli
della Lombardia furono le prime ad abbandonarsi a quest'odio di
vicinato. I re de' secoli di mezzo non avevano capitale propriamente
detta, dimorando d'ordinario nei loro castelli, e visitando quando l'una
e quando l'altra delle loro città. Pure Pavia e Milano disputavansi il
primato tra le città italiane. Pavia perchè fu la favorita residenza de'
più illustri sovrani lombardi, aveva il loro più magnifico palazzo.
Posta ad egual distanza dalle Alpi svizzere e dalle liguri, e padrona
del passaggio del Ticino, signoreggiava le due pianure che stendonsi
alla diritta ed alla sinistra del Po. Padrona ugualmente della
navigazione di questo fiume, le sue barche potevano seguirne il corso
fino all'Adriatico, o rimontare i fiumi che gli tributano le acque fino
ai laghi da cui le ricevono. Pavia nel centro delle terre della
Lombardia era quasi la chiave di tutti i suoi fiumi, ed il suo
territorio formato dalle più ricche loro deposizioni, irrigato dalle
loro acque, non era ad alcuno inferiore in fertilità[404]. Profittando
di tanti vantaggi Pavia era diventata una vasta e popolosa città, che
pure non pareggiava Milano in ricchezze ed in potenza, o perchè il lungo
soggiorno e l'esempio della corte avessero snervata la sua energia, o
perchè il denso aere che vi si respirava[405], e le nebbie
frequentissime avessero resi gli abitanti meno proprj alla carriera
dell'ambizione e della gloria.
[404] _Anonimi Ticin. de laudibus Papiae Comm. Rer. Ital. t. X. p.
1. — Bernardi Sacci patrit. Pap. hist. Ticinensis l. II. apud
Graevium t. III. p. 603._
[405] Ai tempi del Petrarca si aveva migliore opinione del clima di
Pavia. N. d. T.
Milano, antica capitale degl'Insubri e di tutta la Gallia cisalpina, era
pure stata la residenza di alcuni degli ultimi imperatori d'Occidente, e
la prima e più antica sede arcivescovile di tutta la Lombardia. Salubre
è l'aere di questa città, fertili i campi che la circondano; pure come
la sua posizione non sembra darle alcun vantaggio esclusivo, che dovesse
assicurarle quella superiorità di cui ha costantemente goduto sulle
altre città lombarde, convien supporre che la sua grandezza e la sua
popolazione siansi conservate a traverso i secoli barbari, dopo i tempi
dell'impero occidentale, come una eredità dei Romani. Trovandosi i
Milanesi in principio del secolo undecimo più ricchi, più potenti, più
agguerriti dei Pavesi, non potevano darsi pace che Pavia pretendesse
d'essere la prima città del regno. Fu in occasione della doppia elezione
al trono di Lombardia, rimasto vacante per la morte d'Ottone III, che
queste due capitali, dichiaratesi l'una per Arduino, l'altra per Enrico
II, s'abbandonarono la prima volta alla loro gelosia, e si procurarono
colle loro rivalità l'attenzione degli storici.
Dopo che le milizie delle due città si furono lungo tempo esercitate
nelle private loro guerre, e che incominciò a risvegliarsi ne' loro
cittadini l'amore della patria e della indipendenza, confidando i
Milanesi nelle proprie forze e mossi dalle istigazioni del loro
arcivescovo, credendo di sostenere coi diritti nazionali la causa della
Chiesa, osarono misurarsi contro un nemico più potente. Abbiamo parlato
in un altro capitolo della loro guerra coll'imperator Corrado il Salico:
nel corso della qual guerra l'arcivescovo Eriberto diede compimento al
loro sistema militare con una invenzione adottata ben tosto da quasi
tutte le città d'Italia. In sull'esempio dell'arca dell'alleanza delle
tribù d'Israele, egli pose alla testa dell'armata uno stendardo d'un
genere affatto nuovo che chiamò il _carroccio_.
Il carroccio era un carro a quattro ruote, cui si aggiogavano quattro
paja di buoi. Dipingevasi di color rosso, e rossi tappeti coprivano fino
ai piedi i buoi che lo tiravano; e di mezzo al carro alzavasi un'antenna
ugualmente rossa, la di cui altissima sommità terminavasi in un globo
dorato. Al di sotto, tra due bianche vele, spiegavasi lo stendardo del
comune, e più sotto ancora verso la metà dell'antenna vedevasi un Cristo
in croce che colle braccia stese pareva benedire l'armata. Una specie di
_piattaforma_ sul davanti del carro veniva occupata da alcuni valorosi
soldati destinati a difenderlo, mentre sopra altra simile stavano sul di
dietro i sonatori colle loro trombette. I sacri misterj celebravansi sul
carroccio prima che sortisse dalla città, e spesse volte vi era addetto
un cappellano che lo seguiva al campo di battaglia. La perdita del
carroccio risguardavasi come l'estrema ignominia cui potesse esporsi una
città; e perciò i più valorosi soldati, il nerbo dell'armata veniva
destinato a custodire il sacro carro, onde il grosso della battaglia
riducevasi d'ordinario intorno a lui[406].
[406] _Arnulph. Mediol. l. II. c. 16. p. 18. t. IV. — Ricord. Malas.
stor. Fior. c. 164. t. VIII. p. 987. — Burchardus epistola de excidio
Urbis Mediol. t. VI. Rer. Ital p. 917. — Può vedersene un buon
disegno in Ludov. Cavitell. Ann. Crem. t. III., Graevi p. 1289._
Dovevasi rendere l'infanteria potente per opporla alla cavalleria dei
gentiluomini, dovevasi darle unione e solidità ed ispirarle confidenza
nella propria forza; e coll'invenzione del carroccio si supplì a tutto.
Non potevano sperarsi rapidi movimenti da una truppa subordinata a
quelli di un carro pesante tirato dai buoi; la ritirata doveva essere
lenta e misurata; e la fuga, a meno che non fosse vergognosa, riusciva
impossibile; le marcie della cavalleria trovavansi legate a quelle
dell'infanteria; le milizie avvezzavansi a sostener l'urto della
cavalleria senza aprir gli ordini, mentre l'urto dell'infanteria doveva
riuscire alla cavalleria tanto più formidabile, quanto era più uniforme
e meglio diretto verso un solo punto. Non sarà fuor di proposito il
notare che i buoi d'Italia camminano più leggermente che i Francesi,
sicchè la loro marcia si conviene meglio a quella dell'infanteria.
L'epoca dell'invenzione del carroccio fu altresì quella della prima
celebre contesa fra i nobili ed il popolo; contesa suscitata, come
abbiamo già detto, dall'arcivescovo Eriberto, il quale abusò del diritto
di supremazia sui gentiluomini dipendenti dalla mensa arcivescovile di
Milano. La gelosia manifestata in quest'occasione dai popoli contro la
nobiltà, è una prova che allora le città non erano soltanto popolate di
timidi e poveri artigiani, ma che i plebei avevano acquistato quel
sentimento di dignità e d'indipendenza verso i signori, che nasce
dall'uguaglianza di ricchezze e d'istruzione. I cittadini sentivano che
tutta la fortuna dello stato non era in mano dei nobili, che questi più
non potevano a voglia loro accollare o togliere la sussistenza alle
classi inferiori della nazione; che l'educazione loro non li rendeva più
atti de' borghesi al governo de' popoli, e che i cambiamenti operatisi
nello stato dall'introduzione del commercio, dal miglioramento della
coltivazione fatta dalla plebe, e dall'ignoranza de' gentiluomini,
avevano ridotte le due classi ad un'eguaglianza di diritti.
Presso i popoli più oppressi e più barbari, il commercio non può essere
affatto distrutto: l'uomo cercherà sempre di provvedere col cambio ai
suoi bisogni, e coloro che s'incaricheranno di facilitarlo, vi
troveranno sempre il proprio vantaggio. Perciò le repubbliche di
Venezia, di Napoli e d'Amalfi, che fino al decimo secolo ebbero un
governo che proteggeva ed animava l'industria, ottennero sulle vicine
popolazioni un immenso vantaggio, esercitandone esse sole tutto il
commercio. I Veneziani erano i mediatori dei due imperi: accolti ed
accarezzati dai Greci portavano agli Occidentali i prodotti delle
manifatture che prosperavano in Costantinopoli e nella Morea, e le merci
indiane ch'essi acquistavano indistintamente dai Greci e dai Musulmani.
Rimontavano poi colle loro barche leggieri i fiumi dell'Italia, e
provvedevano le città fluviali di tappeti e stoffe dell'Asia, di
spezierie delle Indie, e del sale delle proprie saline di cui erano gli
esclusivi provveditori di Lombardia. Ricevevano in cambio grani, cuoi,
lane ed altri prodotti del suolo; ma nelle città loro coltivavano in
oltre le arti meccaniche, e la prima fonderia di campane si stabilì in
Venezia, onde introdussero l'uso delle campane nella Grecia e
nell'Occidente quando le regalarono ai monarchi di Costantinopoli ed a
quelli d'Europa[407]. Lo storico Luitprando che fu spedito ambasciatore
da Ottone il grande all'imperatore Niceforo Foca, nulla vide nel lusso
di Costantinopoli che lo sorprendesse o gli riuscisse nuovo; perchè,
com'egli disse ai Greci medesimi, i magazzini di Venezia gli avevano già
mostrate tutte quelle ricchezze[408].
[407] Veggasi il conte Marsigli. _Ricerche storico-critiche
sull'opportunità della laguna veneta pel commercio, sull'arti e
sulla marina di quello stato 8. vol. 1803._
[408] _Luitprand. de legatione p. 487._
La natura del commercio veneziano nel decimo secolo e la sua prosperità
provano evidentemente la pochissima industria delle altre città e la
loro miseria. Questo commercio non arricchiva i suoi agenti che con
quella specie di monopolio ch'essi esercitavano a danno de' loro
compratori, perchè non essendo fondato sulla moltiplicità delle
produzioni e dei bisogni, ma povero al contrario e limitato a pochi
oggetti, pure dava considerabili profitti. Nè tale commercio era uguale:
i Veneziani somministravano tutte le produzioni delle manifatture, tutte
le merci di lusso, e non ricevevano in cambio che le materie brute o
danaro. Secondo il sistema degli economisti che oggi pretendono di
favorire il commercio col vincolarlo, la bilancia sarebbe stata a solo
vantaggio dei Veneziani, e sempre contraria ai Lombardi. Ma il commercio
degli ultimi era affatto libero; e tale fu l'influenza della libertà,
tali furono i vantaggi per i Lombardi di questa pretesa sfavorevole
bilancia, che in meno d'un secolo ammassarono abbastanza capitali onde
rivalizzare d'industria coi loro corrispondenti. Bentosto le città loro
riempironsi di officine e di manifatture, e trionfando degli svantaggi
d'una posizione mediterranea, il più prospero commercio ravvivò tutti i
loro mercati.
La lingua italiana nacque pure o si sviluppò nelle città insieme al
commercio, vale a dire nel dodicesimo secolo, e l'essere universalmente
adottata contribuì a rimpiccolire le distanze che separavano le diverse
classi della società.
È cosa veramente singolare che non siasi conservato verun documento del
linguaggio adoperato dal popolo d'Italia fino alla fine del decimo
secolo. Il dottissimo Muratori ricercò con infaticabile pazienza tutti i
vecchi archivj, tutti i depositi d'antiche scritture di famiglie e di
comunità, senza che siasi abbattuto a scoprirne una sola dettata in
quell'idioma che chiamavasi _volgare_, diverso dal _latino_ riservato ai
dotti, dal _romano_ che parlavasi nelle Gallie, e dal _tedesco_ dei
popoli venuti dal Settentrione. Pare per altro che la lingua _volgare_
avrebbe dovuto essere non solo quella del comune conversare, ma ancora
quella delle lettere famigliari e del commercio. È dunque a credersi che
gl'Italiani fino ad dodicesimo secolo non sospettassero nè meno che il
loro dialetto potesse scriversi. Per la stessa ragione non si
troverebbero forse dell'età nostra atti o lettere scritte ne' dialetti
limosino, piccardo, normanno, piuttosto che in francese, o ne' dialetti
bolognese e genovese piuttosto che italiano[409].
[409] _Murat. antiq. Ital. t. II. diss. XXXII, p. 989._
Sembra probabile che ne' tempi della potenza romana i provinciali
avessero una viziosa maniera d'esprimersi in latino, e che
s'avvicinassero fin da que' tempi al moderno italiano. La mescolanza
delle nazioni barbare contribuì non poco a corrompere ancor più questo
linguaggio provinciale, introducendovi gli articoli ed i verbi ausiliarj
adoperati nel Settentrione per tener luogo delle declinazioni e delle
conjugazioni latine che rendevano la grammatica troppo complicata[410].
Il _sermone volgare_, che così chiamavasi, dovette essere il dialetto
abituale de' campagnuoli e de' cittadini, ma non dei nobili, i quali,
comecchè d'ordinario niente meglio educati de' loro inferiori, essendo
quasi tutti di razza allemanna, oltre la lingua volgare che dovevano
necessariamente parlare, avevano pure conservato l'uso della tedesca.
Abbiamo veduto che nel secolo nono i Lombardi Beneventani davano ancora
ai loro principi il soprannome tedesco; ma abbiamo una prova che
andavano a poco a poco perdendo l'uso del linguaggio materno nella
pratica tenuta dagli storici del susseguente secolo, che, riferendo
questi soprannomi, vi aggiungevano la spiegazione[411]. Gl'imperatori
francesi e tedeschi portarono in Italia il costume della lingua tedesca,
perchè tutti i Franchi la parlavano, come lo mostra la lettura delle
leggi salica, ripuaria e bavara, ed anche i capitolari di Carlo Magno,
ove tutte le parole non latine derivano dal tedesco. E per tal modo due
lingue, una per la nobiltà, l'altra per il popolo, parevano dividere
questi due ordini, e rammentando ad ogni istante la loro differente
origine, rinnovare tra di loro l'avversione e la gelosia.
[410] La maggior parte de' conquistatori d'Italia uscirono da quella
parte della Germania ove parlasi il più grossolano tedesco, in cui
tutti i nomi sono indeclinabili. In Allemagna la conjugazione de'
verbi non ha che due tempi semplici, il presente ed il passato,
tutti gli altri in ogni modo sono indicati dai verbi ausiliarj. La
grammatica italiana tiene un di mezzo tra la tedesca e la latina.
[411] _Store Seite_, il soprannome di Grimoaldo II, deriva, o parmi
che derivi da _Store, grande_, in danese, o da _Störer_ in tedesco,
_perturbatore_, e da _Seite, costa_, cioè _la gran costa_, o il
_perturbatore delle coste, l'uomo inquieto_. Ma l'anonimo
Salernitano traduce questo soprannome con tal frase: _qui ante
obtutum principum et regum, milites hinc inde sedendo præordinat,
Paralip. t, II. p. II. c. 29. p. 195._ Ed un giornale tedesco me ne
diede la spiegazione, che io non aveva potuto ritrovare: _Störer
Sitzen, il disordinatore delle scranne_, era facilmente un maestro
delle ceremonie.
Richiedevasi veramente che i gentiluomini, i cherici, e sopra tutto i
legisti, intendessero il latino; ma il modo con cui lo scrivevano ci
somministra una poco vantaggiosa idea dello stile della loro
conversazione, se pure valevansi di questa lingua. Abbiamo infinite
carte scritte in questo preteso latino. Vedesi quanto poco scrupolosi
fossero i notaj nell'ammettere nei loro atti i più grossolani
barbarismi, e come a fronte di tanta licenziosità esprimevano a stento i
loro concetti. Soffresi, leggendoli, doppia fatica; ci stanchiamo
d'occuparci di così fastidiose cose, ma più ancora ci stanchiamo
sentendo la fatica che sostennero coloro che le scrissero[412].
[412] Ecco una carta del 782, che darà un'idea del latino dei secoli
più barbari; è una donazione della Chiesa di s. Damaso di Lucca
fatta ad un'abbadessa della città, figliuola d'un re degli Anglo
Sassoni. _Antiq. Ital. Diss. I. p. 19. — In Dei nomine, Regnante
Domno nostro Carulo Rex Francorum, et Langobardorum, et Domno nostro
Pipino idem Rex filio ejus, anno regni eorum nono et secundo, mense
augusto per indictione quinta. Promitto et manus meam facio, ego
Magniprand Clericus, filio quondam Magniperti, tivi Adeltruda Saxa,
Dei ancilla, filia Adelwaldi, qui fuit rex Saxonorum, Ottramarini,
de Ecclesia Monasterii Sancti Dalmati, vel casis et omnia res, et
hominibus ibidem pertinentibus, ubi te per alia cartula confirmavi,
excepto Magnulo, quem liverum dimisi, ut si quacumque homo (excepto
de qualibet pubblico) de ipsa et Clericis, et casi et hominibus
eidem Ecclesiæ perninente, et vel successores tuo, quem tu ibidem
ordinaveris, foris expellere potuerit, extra omnem meum conludio,
per jura legem et justitia (excepto ut dixi de quolivet publico) ut
ego redda vobis solidas septinientas Lucani et Pisani, quas mihi
dedisti . . . . etc. etc._
Durante il regno della casa Sassone una nuova mescolanza di gentiluomini
allemanni colla nobiltà italiana, rimise in vigore per la terza volta il
linguaggio teutonico, che era quello della corte e del governo; ma tale
linguaggio così difficile, ed affatto straniero agli organi italiani, si
manteneva vivo con difficoltà, ed alla seconda, o al più nella terza
generazione veniva trascurato. I fanciulli imparavano naturalmente il
linguaggio del popolo; e nelle scuole gli ecclesiastici non insegnavano
che il latino: nè sembra che un orgoglio nazionale si prendesse cura di
conservare nelle famiglie la lingua tedesca, perchè i Tedeschi conobbero
assai tardi il prezzo della propria lingua. Intanto in ragione
dell'importanza maggiore che andavano acquistando i borghesi, le città
crescevano pure in popolazione ed in ricchezze, e la _volgar_ lingua che
si era adottata s'avvantaggiava pure sul latino e sul tedesco, ed
approssimavasi ad essere la lingua nazionale. Di fatti nel secolo
dodicesimo si rese compiutamente dominante, ed in allora incominciò a
formarsi, ad ingentilirsi, ed a prendere regole generali, di modo che
nel secolo susseguente la vedremo finalmente adottata, e resa bella
dagli storici e dai poeti.
In quell'epoca in cui gl'Italiani, forniti di tre idiomi, non ne
possedevano un solo, ed in mezzo all'ignoranza del decimo secolo,
Luitprando compose una storia de' suoi tempi, che ancora al presente
leggesi con interesse e piacere. Quest'opera è quasi il solo documento
letterario dell'Italia settentrionale nel decimo secolo. Si ripassano
con estrema noja le cronache de' suoi coetanei per ritrovare qualche
fatto storico; ci alletta invece l'opera di Luitprando, e si lascia con
rincrescimento. Vero è che non devesene incominciar la lettura subito
dopo quella degli scrittori dell'età d'Augusto, perocchè allora ci
offenderebbe la durezza del suo stile; ma quando si paragona al suo
secolo, ci sorprende il suo stile conciso ed energico, e di quando in
quando qualche profondo pensiere, e più d'ogni altra cosa certa
aggradevole varietà che seppe dare alla sua narrazione. Egli manca di
ordine, e pecca di parzialità, ma pure alletta: provveduto di non
ispregevole erudizione cita a proposito gli autori romani, e
frequentemente fa pompa della sua conoscenza della lingua greca, e non
poche volte con ridicola vanità; si vede che gli era ugualmente
familiare la lingua allemanna; e per ultimo qualunque volta la sua
fantasia viene riscaldata dal soggetto, passa dalla prosa alla poesia,
ed i suoi versi non sono affatto privi di lepore.
Luitprando era canonico di Pavia, e segretario di Berengario II, dal
quale nel 946 fu mandato ambasciatore a Costantinopoli presso Costantino
Porfirogeneta. Ritornato in patria, ebbe qualche motivo di disgusto con
Berengario, e passò in Germania alla corte d'Ottone il grande, che
accompagnò in Italia quando venne a conquistarla. Ebbe dall'imperatore
il vescovado di Cremona, e fu suo ambasciatore a Roma ed a
Costantinopoli. Scrisse una curiosa relazione della sua andata in
quest'ultima città presso l'imperatore Niceforo Foca[413]. Alcuni troppo
liberi racconti che Luitprando innestò nelle sue scritture non ci
permettono di formarci una troppo favorevole idea della gentilezza dei
grandi di que' tempi, e di quella che allora chiamavasi buona compagnia;
soprattutto quando rammentiamo il rango che aveva alla corte e le
funzioni ecclesiastiche di questo storico.
[413] _Rer. Ital. Scrip. t. II, p. 479._
Alcuni scrittori dell'Italia meridionale che fiorirono nel decimo e
nell'undecimo secolo, meritano pure distinta ricordanza. L'anonimo di
Salerno, Gaufrido Malaterra, Alessandro di Telesa e Falco di Benevento
si fanno tutti leggere con interesse. Gli storici dell'attuale regno di
Napoli conservarono per lo spazio di più secoli una notabile superiorità
sul resto dell'Italia; la quale si fa pure sentire quando confrontasi il
poema di Guglielmo il Pugliese intorno alle conquiste de' Normanni cogli
altri poemi storici di cui abbonda quest'età più d'ogn'altra[414]. I
poemi storici d'un secolo barbaro sono i più nojosi e ributtanti
documenti che ci è forza di leggere per pescarvi i fatti storici. Lo
scrittore incapace di porre ne' suoi scritti vera poesia, pare che non
siasi presa la cura di dare un ordine simmetrico alle sue parole, che
per ispogliare d'ogni armonia il suo stile e togliere la libertà ai suoi
pensieri. Giammai dice quello che vorrebbe dire, nè mai soddisfa con
quello che dice: e siccome pare aver presa cura d'escludere i numeri ed
i nomi proprj da' suoi versi, o d'esprimere gli uni e gli altri in un
modo classico, non parla che con enigmi, e fa tanto penare per
intenderlo, quanto è il dispetto che si prova del pochissimo che
s'impara quando si è inteso.
[414] _I principali poemi storici dal X al XII secolo sono: Donizo:
Vita Comitis. Mathildis. t. V, p. 335. — Magister Moses, de Laudibus
Bergomi t. V, p. 521. — Laurent. Verniens. Rer. Pisanar. t. VI, p.
111. — Panegir, Berengarii Augus. apud Leibnitz. t. I. — Guilelmus
Appulus de Gestis Normann. t. V, p. 245. — Cumanus de excidio Novo
Comi t. V, p. 399. — Guntherus in Ligurino. Edit. Basileæ
1569. — Benzo Albensis, Panegyricus Henrici IV apud Menchenium
Scriptorum German. t. I._
Tutti i primi storici dell'Italia erano o prelati o monaci. Soltanto
nell'undecimo secolo alcuni laici cominciarono altresì a scrivere la
storia, quando i progressi dell'agiatezza nelle città diedero
opportunità d'applicarsi agli studj, quando l'influenza che i cittadini
andavano acquistando nel governo dello stato fece loro prendere maggiore
interessamento ai pubblici affari. I due primi storici delle città sono
Arnolfo e Landolfo il vecchio di Milano, che ambedue vissero verso la
metà del secolo XI, quando vi s'agitavano le dispute intorno al
matrimonio dei preti. O sia per conto dell'esattezza, o per l'interesse
della loro narrazione, non meritano troppo onorevole ricordanza; ma la
natura medesima della loro storia è una prova della crescente importanza
delle città, comprendendo i tempi delle prime contese tra la nobiltà ed
il popolo; contese che modificarono la costituzione delle nuove
repubbliche.
Abbiam già parlato nel secondo capitolo della lite de' valvassori, o
gentiluomini coll'arcivescovo Eriberto e la plebe milanese, ed abbiamo
detto che terminò del 1039 all'epoca della morte di Corrado, in forza
delle nuove leggi promulgate da questo imperatore intorno ai feudi. Le
città lombarde approfittarono assai di questa pace, perchè molti
gentiluomini, e specialmente i meno potenti, domandarono ed ottennero la
cittadinanza delle più vicine città, ponendosi essi ed i loro feudi
sotto la protezione di queste recenti comuni, le quali meglio d'ogni
altro membro dello stato sapevano far rispettare i loro amici. I
gentiluomini con tali adozioni acquistaronsi una patria, che il regno
lombardo, nella sua attuale dissoluzione, non poteva loro offrire; ed in
ricompensa le città ebbero distinti cittadini, ne' quali il valore
sembrava ereditario, e che collo splendore della loro nascita, e col
loro desiderio della gloria resero illustri gli altri cittadini divenuti
loro eguali.
Merita d'essere considerata la condotta delle nuove repubbliche verso i
conti _rurali_, ed i gentiluomini del loro territorio. Molti di questi
non avevano voluto seco allearsi, o ricevere il diritto di cittadinanza.
I poderi delle città erano chiusi entro queste piccole sovranità; e
siccome la loro popolazione andava crescendo, se non avessero potuto
liberamente commerciare in campagna coi vassalli del conti _rurali_
sarebbero ben tosto rimasti esposti alla fame. Conveniva perciò che si
guardassero d'indisporre con soverchia alterigia, o troppo alte pretese
i signori, perchè se questi si fossero collegati contro le città, le
avrebbero esposte ai più grandi pericoli, tanto più che per la loro
posizione potevano temporeggiare e tirar la guerra in lungo. Dai loro
castelli piombavano sui viaggiatori ed i mercanti per ispogliarli; o
pure guastavano le diocesi delle città fin presso alle porte, mentre i
borghesi, quantunque più forti, erano dal bisogno richiamati alle loro
giornaliere occupazioni, e non potevano tenersi lungo tempo in campagna.
Non era per anco abbastanza perfezionata l'arte degli assedj perchè
potessero forzare i gentiluomini ne' loro castelli; ed i signori, chiusi
nelle torri fabbricate sopra scoscese rupi e circondati soltanto dalla
loro famiglia, e da un piccolo numero di scudieri al loro soldo,
sfidavano tutta la ferocia delle più potenti armate.
Le repubbliche cercavano perciò di conciliarsi l'affetto dei conti
_rurali_ ammettendoli alla loro cittadinanza, ed affidando loro i
principali impieghi dello stato. Pure qualunque volta i signori
abusavano de' loro vantaggi, ed i cittadini avevano cagione di lagnarsi
delle loro esazioni, la repubblica abbracciava caldamente la causa
d'ogni suo membro, nè deponeva le armi finchè il gentiluomo, che l'aveva
offeso, non fosse umiliato.
Il popolo milanese dividevasi in sei tribù, ognuna delle quali prendeva
il nome da una delle porte della città; e poichè i nobili vennero
ammessi a partecipare dei diritti di cittadinanza, eransi posti
nell'esclusivo possesso dell'ufficio di capitani delle porte, di consoli
e di capi delle milizie. Quei medesimi che pure non erano rivestiti
d'alcun impiego, assicurati della protezione de' magistrati, che tutti
appartenevano alla loro casta, trattarono con insultante arroganza gli
artigiani e le inferiori classi del popolo. Nel 1041 un gentiluomo osò
di bel mezzogiorno bastonare in istrada un plebeo; e la causa di questo
oscuro plebeo diventò all'istante quella di tutto il popolo. Un altro
nobile, chiamato Lanzone, forse popolare per ambizione, s'offerse capo
ai cittadini irritati; e la sua offerta fu ricevuta a piene mani da
coloro che desideravano d'umiliare la nobiltà, orgogliosi d'avere un
nobile alla loro testa: tanta forza ha sullo spirito umano il
pregiudizio favorevole alla nascita! Lanzone fu fatto capo del consiglio
di credenza; nuovi consoli si elessero nella classe de' plebei, e le
milizie sotto i loro ordini attaccarono successivamente le torri e le
fortezze che i gentiluomini avevano alzate entro le mura della città, e
di dove ridevansi del potere de' tribunali: molte di queste fortezze
sostennero un regolare assedio prima d'essere spianate; furonvi nelle
strade molti sanguinosi incontri per difenderle; ma finalmente i nobili
troppo inferiori di forze, e sempre battuti, furono forzati a sortire
assieme dalla città colle loro famiglie, ed a lasciare in mano del
popolo le loro torri e case fortificate, che vennero distrutte lo stesso
giorno[415].
[415] _Arnulph Hist. Mediol. lib. II, c. 18, t., IV, p. 19._
I nobili, circondati dai campagnuoli loro vassalli, trovarono fuori
delle mura il vantaggio del numero, ed intrapresero il blocco della
città che continuarono pel corso di alcuni anni. Lanzone, sempre alla
testa del partito del popolo, risolvette alla fine di portarsi in
Germania per ottenere la protezione di Enrico III. Quel monarca che non
vedeva senza inquietudine rendersi le città indipendenti, accolse con
piacere quest'occasione per ristabilire la propria autorità in Milano.
Offerse perciò a Lanzone quattromila cavalli, e chiese caldamente che
fossero ricevuti in città. Lanzone, tornato a Milano, annunciò questo
soccorso al popolo onde rilevarne il coraggio abbattuto dalla fame; ma
il popolo s'accorse che la vendetta d'una fazione riduceva la sua patria
nell'antica dipendenza. Entrò in trattative coi capi della nobiltà, e
facendo loro sentire il comune pericolo, li ridusse finalmente a segnare
una pace che loro lasciava una parte del governo della città senza
escluderne affatto il popolo[416].
[416] _Landulph Sen. Hist. Med. l. II, c. 26, p. 86._
Dopo questa guerra fino a quella di Como, che formerà l'argomento del
susseguente capitolo, ci si presenta un vuoto nella storia delle
repubbliche lombarde e di tutte le città dell'alta Italia. È questo uno
spazio di settant'anni, ne' quali questa infelice contrada fu il teatro
delle più strane rivoluzioni e delle più accanite guerre; duranti le
quali tutti gli scrittori contemporanei non fanno verun cenno intorno
allo stato politico delle città. La guerra delle investiture e delle
vicende degl'imperatori e dei papi venne ampiamente descritta, ma da
autori quasi tutti tedeschi. Questi grandi avvenimenti fissavano soli la
loro attenzione, e mancando a quest'epoca le città di storici, ci è
forza di raccogliere con avidità la sterile e faticosa narrazione del
giovane Landolfo[417], scrittore milanese, gli è vero e contemporaneo,
ma che invece di scrivere la storia della sua patria, ne dà quelle delle
vessazioni da lui sofferte pel godimento d'un miserabile beneficio,
delle dispute cogli eretici nicolaiti e de' fastidiosi intrighi del
clero milanese. I nostri lettori ci sapranno buon grado d'aver
abbandonata così nojosa guida, per trasportarli d'un salto fino al
secolo XII, ad un tempo in cui gli autori contemporanei incominciando ad
essere meno sterili, potremo noi medesimi scrivere la storia, invece
d'essere costretti a scorrerla sommariamente.
[417] _Landulph. Jun. sive de Sancto Paulo Hist. Med. t. V. Rer.
Ital._
Ma prima di procedere più avanti fermiamoci un istante ad osservare lo
spazio già percorso. La rivoluzione creatrice di nuove nazioni e di
uomini nuovi era compiuta. Come la terra, riscaldata dopo il diluvio dai
raggi del sole, s'agitava per un ignoto principio di vita fino nelle
profonde sue viscere[418]: così gl'Italiani posti in movimento, ed
animati dai primi successi, sorgevano dall'inerzia; e l'intera nazione,
lasciata l'antica rozzezza, s'ingentiliva col commercio, colle arti,
colle liberali istituzioni d'ogni maniera e con una forma di governo più
conforme al presente suo stato. Perduti in mezzo ad un ammasso di fatti
troppo imperfettamente conosciuti, abbiam forse lasciato sfuggire quello
spirito intollerante d'ogni freno che animava la massa della
popolazione, quando ogni marchese, ogni prelato, facendosi giudice del
proprio principe, pesava al tribunale della propria coscienza i diritti
dell'Impero e della Chiesa, e si determinava per il partito de' papi o
de' Cesari; quando ogni gentiluomo, ogni cavaliere, disprezzando una
subalterna esistenza, cercava nelle sue fortezze, ne' suoi vassalli, nel
proprio coraggio una sicurezza di cui si sdegnava di andar debitore ai
superiori o alle leggi: quando ogni città, fidata alle sole sue forze,
al reciproco sussidio, bastava a sè medesima, e sfidava il rimanente
dell'universo. Pareva che una mano invisibile, una mano benefica avesse
sparsi nello stesso tempo in tutti i cuori i sentimenti della dignità
dell'uomo e della sua naturale indipendenza. Nè questi semi erano sparsi
sulla sola Italia, ma su tutta l'Europa: i principj liberali avanzavansi
lentamente bensì, ma con moto uniforme dal mezzogiorno al settentrione.
L'Italia e la Spagna ne diedero l'esempio, e le seguirono ben tosto la
Svizzera, la Germania, la Francia e l'Inghilterra.
[418]
_Cætera diversis tellus animalia formis_
_Sponte sua peperit, postquam vetus humor ab igne_
_Percaluit solis, cœnumque undæque paludes_
_Intumuere æstu, fœcundaque semina rerum_
_Vivaci nutrita solo, ceu matris in alvo_
_Creverunt, faciemque aliquam cepere morando._
Ovid. Metam. l. I. v. 416.
Le prime istituzioni liberali furono portate dal Nord ai tralignati
Romani. Questo movimento retrogrado dal Mezzogiorno al Nord nello
sviluppo del sistema repubblicano è un fenomeno costante ed assai
notabile. Abbiamo veduto in Italia, Napoli, Gaeta, Amalfi, e la stessa
Roma, precedere tutte le altre città; nella Spagna fino dal secolo nono,
i valorosi guerrieri, che fondarono il regno di Soprarbia, avevano
stabilito tra il re ed il popolo un giudice intermedio, il primo modello
del giustiziere degli Aragonesi[419]; e nel 1115 Alfonso I, il
conquistatore di Saragozza, aveva accordato ai borghesi della sua
capitale i diritti e la libertà dei gentiluomini, ossia
_infançone_[420]. Le città della Svizzera e della Germania non
incominciarono a conoscere la libertà che negli ultimi anni del
dodicesimo secolo; e quelle della Francia e dell'Inghilterra
acquistarono ancora più tardi i diritti di comunità.
[419] _Hieronym. Blancœ Aragon. Rer. t. III. Hisp. Illust. p. 588._
[420] _Ibid. Privilegium Reg. Alfonsi Bellatoris p. 640._
La forza individuale e la forza sociale devono precedere le altre
qualità necessarie all'acquisto della libertà. Queste due qualità hanno
una diversa origine, anzi sembrano derivare da opposti principj;
pochissime nazioni furono abbastanza fortunate per possederle
equilibrate. La forza individuale, quella confidenza nei proprj mezzi,
quella costanza che fa disprezzare i pericoli personali, e la forza
straniera quando è ingiusta; quella determinazione di non seguire che i
dettami della propria coscienza e de' proprj lumi, sono qualità e virtù
del selvaggio. Con questa gli abitanti della Germania e della
Scandinavia si stabilirono ne' paesi meridionali; recarono seco
l'indipendenza; e quando costituirono nazioni, non seppero mai ridursi a
dar loro legami abbastanza forti per tenerli uniti. I loro stessi
principj dovevano naturalmente produrre gli effetti che produssero, la
libera fierezza di tutti i cavalieri, ma in pari tempo la disunione
loro, e l'opinione de' conquistatori, che per essere liberi era d'uopo
essere principi.
Per l'opposto la forza sociale non poteva nascere che nelle città, e le
città che sono l'opera de' popoli civilizzati non esistevano che ne'
paesi meridionali. Credendo gli Scandinavi che non potessero gli uomini
vivere riuniti senza diventare schiavi, facevansi un dovere di
distruggere le città; e quelle che diedero in Italia l'esempio di quella
forza sociale, di cui i barbari non ne conoscevano l'esistenza, eransi
quasi prodigiosamente sottratte alle loro devastazioni, o s'erano
rialzate dalle proprie ruine.
La forza sociale è riposta nel totale sacrificio dell'individuo alla
società di cui è membro. Quest'abrogazione di sè medesimo, è fondata,
non v'ha dubbio, sul pieno convincimento che il bene comune è quello
degl'individui; ma il solo calcolo non condurrà mai il cittadino
all'intero sacrificio che da lui domanda la patria: invano gli si
dimostrerà che mille volte l'utile della patria è stato anco il suo;
nell'istante del suo pericolo personale l'utile patrio cessa d'influire
sulla sua prosperità. V'ebbe dunque nell'unione sociale alcun più nobile
motivo d'un contratto tra i privati interessi: è la virtù, non
l'egoismo, che riunisce l'uomo alla patria: è la riconoscenza de'
ricevuti beneficj che ci lega agli amici, ai fratelli; la filiale e
religiosa riverenza che ci lega alla patria, a quell'essere sovrumano
che la nostra imaginazione pone tra Dio e gli uomini; la tendenza
dell'anima all'immortalità che associa la nostra esistenza ai secoli
passati, ed ai secoli futuri, e ci costituisce depositarj della gloria
dei nostri antenati e dalla prosperità dei nostri discendenti.
I popoli settentrionali non conoscevano che una libertà senza patria;
mentre quelli del Mezzogiorno avevano una patria senza libertà. Gli uni
e gli altri dovevano rimanere stranieri alla più alta virtù umana, al
sacrificio di sè medesimo: i primi non dovevano tale sacrificio a veruna
persona: i secondi non possedevano tanta virtù per farlo. L'eroismo
degli Scandinavi e quello degli eroi di Ossian era di uno strano
carattere, perchè non aveva alcuno scopo: il guerriero affrontava la
morte, senza sacrificarsi nè alla patria, nè alla memoria de' suoi
padri, nè alla prosperità de' suoi figli[421]; la sua gloria era tutta
personale. Al Mezzodì per lo contrario si conobbe lo scopo dei sacrificj
prima che si avesse il coraggio di sacrificarsi: ogni cittadino sentiva
ciò che doveva alla città natale, alla città in cui riposavano le ceneri
de' suoi antenati, le di cui mura proteggerebbero la sua posterità. Così
nella grande mescolanza delle nazioni il Settentrione ed il Mezzodì
offrirono le virtù rispettive. I popoli conquistatori l'energia, i
conquistati la sociabilità. Dovevano gli ultimi, caduti nell'estrema
corruzione, essere rigenerati prima d'essere ammessi a dare alcun
esempio, ad insegnare alcuna virtù. Intanto l'affetto loro per i luoghi
che gli avevano veduti nascere, per il nome che portavano, per i
compagni, i di cui padri erano stati associati ai loro padri, coi di cui
figliuoli sarebbero associati i loro figliuoli, quest'affetto era
un'antica eredità di Roma; e non mancava loro che la libertà per
sentirne di nuovo tutto il prezzo. In mezzo alle calamità che
affliggevano i popoli d'Italia, tutti gli avvenimenti osservati a certa
distanza, parvero diretti allo stesso scopo, e preparar quel periodo di
gloria e di libertà che doveva aprirsi agl'Italiani nel dodicesimo
secolo.
[421] L'esistenza della repubblica d'Islanda dal IX al XIII secolo
s'oppone a quest'osservazione sull'origine dello spirito sociale
nelle sole città. Io non conosco abbastanza la storia delle
repubbliche d'Islanda per dare una sufficiente contezza della loro
esistenza. Si può non per tanto comprendere che sotto un cielo di
ferro, in un clima tanto nemico, gl'individui sono troppo deboli per
non unirsi subito in società; che quantunque sianvi state in Islanda
poche città, le calde sorgenti delle radici dell'Ecla ed i porti più
proprj alla navigazione ed alla pesca, dovevano essere punti di
riunione ove gli uomini imparavano tosto ad amarsi ed a trattarsi
come fratelli.
La conquista dei Lombardi, trinciando l'Italia, e formando d'una sola
provincia molte nuove nazioni, avvicinò la patria al cittadino; il
Romano s'unì al Romano, il Greco al Greco, e diversi stati indipendenti
da Napoli fino a Venezia acquistarono di quest'epoca la loro libertà.
Le conquiste di Carlo Magno, ed il regno de' suoi successori ritardarono
la civiltà; ma distruggendo la monarchia lombarda, ed accrescendone la
disorganizzazione, i Carlovingi resero più necessaria una nuova
organizzazione, e fecero le città lombarde partecipi dei vantaggi che le
buone istituzioni municipali procuravano da lungo tempo a Napoli, Amalfi
e Venezia.
I guasti degli Ungari e de' Saraceni, e la desolazione che sparsero in
tutte le province, resero necessaria l'istituzione delle milizie,
l'innalzamento delle mura, ed il popolo nuovamente depositario della
forza nazionale.
Prima che la distrutta monarchia facesse luogo ai governi municipali,
l'anarchia era generale. Il grande Ottone scese dall'Allemagna in Italia
per essere il legislatore d'una nazione, di cui avrebbe dovuto essere
soltanto il padrone; e le nuove istituzioni da lui proclamate attestano
la sua saggezza ed il suo perfetto disinteressamento.
Nè i disordini dei papi del X secolo, nè l'ambiziose mire di quelli
dell'XI riuscirono inutili agl'Italiani; i primi rallentarono le catene
della superstizione di que' tempi; i secondi colla sanguinosa lite
sostenuta contro l'impero, diedero opportunità al popolo di far valere i
suoi servigi, dichiarandosi per coloro che già furono suoi padroni, non
come suddito, ma come zelante alleato.
E per tal modo nel piano generale della provvidenza di cui non è
permesso all'uomo di comprendere l'economia, nasce spesse volte il bene
dal male, e le disgrazie pubbliche possono essere forriere d'una[422]
riforma universale. Non disperiamo dunque giammai dei principj e delle
virtù che formano la nobile eredità dell'umana specie; e quand'ancora le
vedessimo poste in dimenticanza, o furiosamente attaccate, confidiamo
nel lento lavoro de' secoli, persuasi che l'eterne verità sopravvivendo
ai loro nemici, rinasceranno nel cuore dell'uomo quand'anche non
restasse sulla faccia della terra verun monumento per attestare l'antica
loro esistenza, ed il culto che fu loro reso.
[422] Qui l'autore con molta dignità accenna quelle rivoluzioni dei
governi, che sono il necessario effetto dell'allontanamento loro
dalla rispettiva istituzione. Ammessi con Aristotele tre sole
qualità di governi, il monarchico, quello degli ottimati ed il
democratico, le nazioni non passano giammai dall'uno all'altro di
salto, ma bensì provando i mali che accompagnano il corrompimento
loro, o la rispettiva sconvenienza al paese ed ai costumi.
Perciocchè come una sterile e ristretta regione verrebbe esposta ad
insopportabili aggravj se dovesse provvedere allo splendore di regia
corte; così in ampio e fertile territorio e tra il lusso e la
disuguaglianza infinita delle ricchezze de' privati mal può provare
la frugalità repubblicana.