CAPITOLO IV.

_I Greci, i Lombardi, i Normanni dal VII secolo fino al XII

nell'Italia meridionale. — Repubbliche di Napoli, di Gaeta e

d'Amalfi._

Le repubbliche che formeranno l'argomento del rimanente di quest'opera,

appartengono tutte alla parte settentrionale, o all'interno dell'Italia;

le quali tutte s'andarono lentamente e sordamente staccando dall'impero

d'occidente, sotto il di cui favore erano nate; e tutte riconobbero i

principj della loro libertà dagl'imperatori Tedeschi, che in appresso

cercarono di annientare l'opera delle loro mani. Ma durante la prima

metà de' mezzi tempi, benchè più ignorati, ebbero pur luogo gli stessi

avvenimenti in quella parte dell'Italia meridionale che forma al

presente il regno di Napoli. Le città di questa contrada, in allora

soggette ai sovrani di Bisanzio, avevano senza rivoluzione e senza

violenza scosso il giogo di quegl'imperatori, ed avevano ugualmente

trovato nella libertà un nuovo principio di forza, e mezzi per resistere

alle straniere invasioni; siccome nel reggime repubblicano quello

spirito intraprendente e commerciale che le rese tanto ricche e potenti.

Le scarse memorie che ci rimangono di quelle repubbliche, non permettono

di darne perfetta conoscenza. Appena si vedono qua e là sorgere

debolmente indicate in alcune cronache greche e latine, e le dense

tenebre che le circondano, non ci permettono d'avvicinarle, di ben

distinguerne le forme, d'illustrarne le azioni. Non pertanto importa

assaissimo di conoscere il meglio che si possa le loro istituzioni, i

loro prosperi ed infelici avvenimenti; da che l'esempio da queste

repubbliche dato all'Italia, non andò perduto per le città

settentrionali; da che i mercadanti di Pisa e di Genova, che vedremo ne'

susseguenti capitoli istituire i primi governi liberi nella Toscana e

nella Liguria, attinsero probabilmente a Napoli o in Amalfi quegli

elevati sentimenti, quella repubblicana fierezza che comunicarono poi ai

Milanesi, ai Fiorentini ed alle altre città del centro dell'Italia.

Lo stabilimento, la possanza, la divisione e la rovina del gran ducato

lombardo di Benevento meritano altresì d'essere attentamente

considerati. Questo ducato si conservò glorioso anche dopo la disfatta e

la prigionia di Desiderio, re di Pavia: mantenendo ai Lombardi dopo

spenta la loro monarchia pel corso di tre secoli i diritti di nazione

sovrana; contribuendo colle relazioni che teneva coi Greci e cogli

Arabi, ad introdurre in Occidente il commercio, le arti, le scienze: e

per ultimo i suoi stretti rapporti con Napoli, Gaeta, ed Amalfi legano

strettamente la sua alla storia di queste repubbliche.

Le romanzesche avventure, e le quasi incredibili conquiste dei Normanni

nelle stesse province formano pure una parte assai interessante della

storia de' mezzi tempi: tali avvenimenti appartengono per più ragioni al

soggetto che noi trattiamo, e perchè operarono la distruzione delle

repubbliche della Magna Grecia, e perchè fondarono la monarchia delle

due Sicilie, la di cui sorte fu sempre legata a quella delle repubbliche

lombarde e toscane. Procurerò adunque di far alla meglio conoscere in

questo capitolo la storia dell'Italia meridionale nel corso di que'

cinque secoli in cui le repubbliche Greche, i Greci di Bizanzo, i

Saraceni, i Lombardi, i Normanni se ne disputavano il possedimento.

Quando del 568 i Lombardi conquistarono l'Italia sopra Giustino II, le

province rimaste in potere de' Greci, a stento difese dagl'imperatori,

separate le une dalle altre, deboli, scoraggiate, trovaronsi abbandonate

a sè medesime. Autari terzo re de' Lombardi, dopo Arduino, conquistò

Benevento, ed attraversando tutta l'Italia meridionale fino a Reggio,

spinse entro l'onde il suo cavallo, e percotendo colla lancia una

colonna innalzata in mare, gridò, essere quello il solo confine ch'egli

dava alla monarchia lombarda[236]. Lasciò poi a Benevento Zottone uno

dei suoi generali per governare la recente conquista. Questa spedizione

eseguitasi del 589 è l'epoca probabile della fondazione del ducato di

Benevento[237]; il quale trovandosi posto nel centro dell'attuale regno

di Napoli, interrompeva la comunicazione tra le province possedute

ancora dagl'imperatori. Un ufficial greco, nominato da questi, risiedeva

in Ravenna col titolo di esarca, e faceva centro a tutti i governatori

delle altre città d'Italia. Le città della Pentapoli e della Marca

d'Ancona gli erano immediatamente subordinate; egli nominava i duchi di

Roma, i maestri de' soldati di Napoli, ed i governatori della Calabria e

della Lucania. Ma il ducato di Spoleti che pei Lombardi serviva alla

comunicazione, talvolta interrotta, tra l'Italia settentrionale ed il

ducato di Benevento, teneva separata Roma da Ravenna. Nello stesso modo

il ducato di Benevento separava Roma e Ravenna dalla Campania, dalla

Puglia, dalla Calabria e da tutti i possedimenti marittimi dei Greci.

Questi ultimi erano sparsi sulle coste, affatto divisi gli uni dagli

altri.

[236] _Pauli Diac. de Gest. Longob. l. III. c. 31. p. 451._

[237] Questo punto di Cronologia viene assai contrastato. Alcuni

scrittori riferiscono la nomina di Zottone sotto l'anno 568, ed

ancora ad un'epoca anteriore alla invasione d'Alboino, mentre altri

Lombardi erano ausiliarj di Narsete. Veggasi _Camilli Pellegrini

Dissertatio I de ducatu Beneventano. Murat. Scrip. Rer. Ital. t. V.

p. 165_.

Il mare era signoreggiato dai Greci, ed i Lombardi non avevano marina;

ma i Greci erano timidi e deboli; bellicosi ed intraprendenti i

Lombardi. Stavano i primi sulle difese, e cercavano di fortificare le

loro terre. Rispetto all'Esarcato, credevanlo difeso dalle maremme di

Ravenna, come affidavano la salvezza di Roma al credito dei papi ed

all'antica gloria del nome romano: finalmente speravano che le mura e

l'amore di libertà dei popoli chiamati a difenderle, salverebbero le

città della Calabria[238]; imperocchè i sovrani di Costantinopoli, senza

conoscere la libertà, la protessero presso i loro sudditi occidentali

per risparmiarsi la pena di regnare sopra di loro.

[238] Quando Belisario assediò Napoli, non solo questa città era già

fortificata, ma inoltre governata e difesa dai suoi cittadini, che

temevano sopra tutto di avere guarnigione nella loro città. _Procop.

de Bello Gothico l. I. c. 8. 9. et 10. p. 14._

Belisario aveva con debolissime armate conquistata l'Italia e l'Affrica.

I tralignati figliuoli de' Romani e de' Greci fuggivano atterriti dalla

milizia, e gl'imperatori non potendo assoldare le loro legioni,

perdettero ben tosto le conquiste di Giustiniano perchè non avevano

soldati che le difendessero. Fino all'istante in cui perdettero i loro

possedimenti d'Italia, i Greci non mandaronvi mai sufficienti forze. Le

poche truppe disponibili formavano la guarnigione di Ravenna, e si

accantonavano dietro le paludi che la circondavano. Felicemente scelta

era la loro posizione; perchè i re Lombardi non potevano senza pericolo

avanzarsi verso il mezzogiorno d'Italia, lasciandosela alle spalle,

tanto più che una nuova armata poteva dalle coste dell'Illirico sbarcare

nel porto di Ravenna, e tagliare ogni comunicazione tra l'armata e gli

stati lombardi. Le città della Campania e della Calabria non rimanevano

dunque esposte che agli attacchi meno vigorosi dei duchi di Benevento.

O sia che il dolce clima e le delizie della Magna Grecia snervassero il

vigore de' Lombardi Beneventani; o pure che i Campani, i Pugliesi, i

Calabresi avessero con una vita laboriosa, e forzati a mettersi in salvo

dalle frequenti aggressioni, ricuperato in parte il valore de' loro

antenati; dopo due o tre generazioni non v'ebbe più una sensibile

diversità tra il valor militare delle due nazioni. Per assicurare ai

Greci le città marittime bastava interessare gli abitanti a difenderle,

rendendo loro una patria: ciò avrebbe dovuto farsi dalla politica, e non

fu che la conseguenza della debolezza dell'impero greco, e dell'azzardo.

L'imperatore rinunciò a parte de' suoi diritti, e tanto bastò perchè le

istituzioni municipali che non eransi mai abolite, e che tutte erano

repubblicane, riprendessero l'antica loro forza.

La repubblica romana aveva formato i governi municipali e quelli delle

colonie sul suo proprio modello, e soltanto in alcune città aveva

conservate alcune istituzioni ancora più antiche, ma ugualmente

repubblicane; nè gl'imperatori eransi adombrati di questo spirito e di

queste impotenti forme che oscuramente sussistevano nelle piccole città.

Due secoli dopo l'intera schiavitù della Grecia, sussistevano ancora

nell'isola d'Eubea le assemblee del popolo, che giudicavano ed emanavano

leggi, i demagoghi, gli agitatori, e tutte le apparenze d'un'assoluta

democrazia[239]. Le costituzioni municipali, modellate su quella di

Roma, conservaronsi ancora lungo tempo, perchè più consentanee alle

leggi generali. Anzi è probabile che sopravvivessero all'impero

d'occidente, poichè l'imperatore Majoriano, negli ultimi periodi di

quest'impero, aveva ristabilita e rassodata l'amministrazione

repubblicana delle città e dei municipj[240].

[239] Dall'anno 30 fino al 60 dell'era volgare. _Dion. Grisos.

Discorso intorno alla vita campestre presso Cousin Despreaux, Storia

della Grecia l. 66. t. XV._

[240] Dall'an. 457 al 461. Novella di Majoriano _Cod. Teod._ verso

il fine _t. V. p. 34_. — _Gibbon c. 36. t. VI._

In sul finire del sesto secolo i Greci possedevano tuttavia alcune città

nella Lucania, o Basilicata, l'antica Calabria, o terra d'Otranto, e il

Bruzio, o la nuova Calabria ulteriore[241]. Riconquistarono più tardi

sui Lombardi le terre di Bari, e la Capitanata, di cui le più forti

città erano Otranto, Gallipoli, Rossano[242], Reggio, Girace,

Santaseverina e Crotone[243]. Avevano inoltre conservate nella Campania,

o Terra di Lavoro, due piccole province marittime, chiuse tra una catena

di montagne ed il mare, e fortificate dalla natura, le quali formavano i

ducati di Gaeta e di Napoli. Il primo ducato, posto tra il Cecubo ed il

Massico, montagne rese famose da Orazio, stendevasi lungo una spiaggia

privilegiata, ove il viaggiatore partendo da Roma vede i primi aranci,

gli aloè, i cacti pendenti dalle rupi, e tutti i prodotti del

mezzodì[244]. La città di Gaeta fabbricata sopra sterile e scoscesa

montagna che sorge di mezzo alle acque, ed è unita al continente da una

striscia di terra assai bassa, era stata facilmente fortificata in modo

da renderla presso che inespugnabile. A questa fortezza appoggiati i

Greci, difendevano le gole d'Itri e di Fondi, e la fertile pianura del

Garigliano. Il ducato di Napoli propriamente detto, lontano un giorno da

Gaeta, non comprendeva che la spiaggia infestata dai fuochi sotterranei

da Cuma fino a Pompea, e separata dal rimanente della Terra di Lavoro

dallo spento vulcano della Solfatara e dal nuovo del Vesuvio. Ma pel

corso d'alcuni secoli si riguardò come parte del ducato di Napoli tutto

il promontorio di Sorrento, il quale è una penisola che divide i golfi

di Salerno e di Napoli, o piuttosto un mucchio di montagne affatto

impraticabili. Veggonsi come sospesi sopra il mare sul pendio di queste

montagne molti ricchi villaggi, e le città di Sorrento e di Amalfi

occupano una a ponente e l'altra a levante, il fondo de' due angusti

seni, talmente chiusi da scoscese montagne, che non vi si può quasi

giugnere che dalla banda del mare[245]. Questi due ducati, siccome i più

separati dall'impero e dai suoi ufficiali, han più agevolmente potuto

darsi un governo repubblicano. Ogni città aveva un municipio, o formato

in sull'esempio della costituzione romana, o conservato fino dai tempi

delle repubbliche della Magna Grecia. I magistrati venivano eletti dai

cittadini in un'assemblea annuale, ed il popolo suppliva colle tasse,

ch'egli medesimo s'imponeva, alle spese che non avevano altro scopo che

il proprio vantaggio; mentre quasi tutto il prodotto delle pubbliche

imposte veniva trasportato a Costantinopoli.

[241] _Camil. Pelleg. de ducatu Beneven. Disser. V. VI. et VII. Rer.

Ital. t. V. p. 173.-187._

[242] _Const. Porphirog. de Admin. Imp. p. II. c. 27. p.

68. — Byzant. Ed. Venet. t. XXII._

[243] _Id. de Thematibus l. II t. X. p. 22._

[244] Terracina ov'incontrasi questa ricca vegetazione, era la città

più occidentale del ducato di Gaeta. _Camillo Pellegrini Diss. V. p.

173._

[245] Io non trovai in paese persona che volesse guidarmi a traverso

quelle montagne; per altro vedremo in questa storia, che alcune

armate le attraversarono; tra le altre una di Ruggero I re di

Sicilia l'anno 1135.

Le città erano state assai ben fortificate dagl'imperatori; ma perchè i

cittadini le difendessero, rendevasi necessario di ordinare la milizia.

Eransi già riuniti per gli uffici civili, si assoggettarono ancora alle

leggi della milizia, eleggendo i loro capitani, sotto i quali difendere

le loro persone e proprietà: ed in tal modo si fecero veramente

cittadini.

Nel settimo secolo, ed in principio dell'ottavo, l'esarca di Ravenna

nominava il primo magistrato o duca delle principali città

marittime[246]. Ma poichè Ravenna cadde in potere de' Lombardi, il

governo delle città greche fu diviso fra il duca, o maestro de' soldati

di Napoli, ed il patrizio di Sicilia, i quali fino al decimo secolo

vennero eletti dall'imperatore[247]. Dopo tal epoca, il maestro dei

soldati di Napoli veniva nominato dai suffragi de' suoi concittadini.

[246] _Costan. Porphyr. de Adminis. Imperii, p. II. cap. 27. p. 68._

[247] Camillo Pellegrini _de ducatu Benev. Diss. V. p. 175._

Nel periodo dei cinque secoli che racchiude la durata delle repubbliche

della Campania, furono queste frequentemente chiamate a guerreggiare

contro i Lombardi padroni del ducato di Benevento. Ma, per il corso di

tre secoli, tali guerre ci vengono appena indicate da pochi monumenti

storici, ed assai confusamente, non avendo verun istorico antico delle

città greche, e non incominciando le cronache degli scrittori lombardi

beneventani che col regno di Carlo Magno. Per altro, poco dobbiamo

dolerci di non avere di quelle guerre più circostanziati racconti;

perciò che la debolezza dei due popoli nemici, e la natura del paese, li

forzavano a limitare le loro imprese all'attacco di qualche castello o

villaggio posto su le montagne; e quando non accadeva loro

d'impadronirsene nel primo impeto, non avendo modo di formarne regolare

assedio, i principali guerrieri, approfittavano di qualche opportunità

per dar prove del loro valore battendosi in singolar duello, o tentando

qualche ardita scorreria nel cuore del paese nemico; poi si ritiravano.

I Lombardi s'avanzarono più volte fin sotto le mura di Napoli, di Gaeta,

d'Amalfi, ed allora i Greci, in cambio d'impedire al nemico lo stendersi

nelle loro campagne, riparavansi, fossero cittadini o villani, entro le

mura dei loro castelli. E perchè avanti che s'inventassero le

artiglierie, i mezzi d'attaccar le piazze erano affatto sproporzionati

ai mezzi di difesa, non potendosi ridurre che per fame o per viltà,

tutti gli attacchi de' Lombardi tornarono vani.

Erano omai cento cinquant'anni passati da che i ducati di Napoli e di

Gaeta. mantenevansi indipendenti in mezzo ai Lombardi Beneventani,

allorchè Leone l'Isaurico, coll'abolire ne' suoi stati il culto delle

imagini, disgustò i suoi sudditi d'Italia, e perdette parte delle

province che possedeva in questa contrada. Esilarato, duca di Napoli,

volendo obbligare quegli abitanti, fortemente attaccati al culto delle

imagini, all'osservanza delle ordinanze imperiali, li rese ribelli. In

pari tempo papa Gregorio II, avendo accusato il loro duca d'aver preso

parte in una trama per assassinarlo, essi massacrarono il duca e suo

figlio; rimandarono il duca Pietro destinato suo successore a

Costantinopoli; forzarono il patrizio Eutichio a giurare di nulla

intraprendere contro il papa, e convennero coi Romani e col re Lombardo

di difendere contro chiunque si fosse il successore di s. Pietro[248].

Non perciò lasciarono di riconoscere la supremazia degl'imperatori

orientali; e perchè questi, per lo stesso motivo delle imagini, avevano

già perduto l'Esarcato di Ravenna, trovarono conveniente di non

s'opporre apertamente al culto delle imagini: onde i Napoletani

accolsero il nuovo duca loro mandato da Costantinopoli. Intanto questo

scisma indebolì sempre più i legami che univano le città Campane

all'impero, e lo spirito d'indipendenza vi fece rapidissimi progressi.

[248] _Anastas. Bibl. de vit. Greg. II p. 156. t. III. p. I._

Quando del 774 fu da Carlo Magno distrutta la monarchia lombarda, era

duca di Benevento Arichis, genero dell'ultimo re Desiderio; il quale non

volendo riconoscere il nuovo sovrano d'Italia, fu il primo de' principi

beneventani a dichiararsi indipendente, facendosi coronare ed ungere dai

vescovi del suo principato. In pari tempo si pacificava coi Napoletani,

ond'essere in istato di difendersi contro Pipino, figliuolo di Carlo

Magno, allora re d'Italia, il quale si disponeva ad inseguire i Lombardi

nel ducato di Benevento. Ad ogni modo, dopo una guerra disgraziata,

vedevasi costretto di cedere, riconoscendosi tributario dell'impero

d'Occidente, e dando il figliuolo Grimoaldo in ostaggio a Carlo

Magno[249]. Da che i Lombardi furono oppressi, l'imperatore d'Oriente

prese a proteggerli, ed accolse in corte Adelgiso figliuolo dell'ultimo

re. Onde il duca di Benevento per facilitarsi i soccorsi di

Costantinopoli fortificò Salerno, il solo porto di mare ch'egli avesse

ne' suoi stati, e vi fissò stabilmente la sua residenza[250].

[249] _Erchempertus Monacus Cassin. Hist. Longob. Beneventi c. 2. et

3. p. 237. t. II. Rer. Ital._

[250] _Erchemp. c. 4. p. 238. — Anon. Saler. ap. Camil. Pell. p. 287.

t. II. p. I._ — Il porto di Salerno trovasi propriamente a Vietri,

due miglia a ponente dalla città, poichè la medesima rada di Salerno

è assai cattiva.

(787) Al duca di Benevento, suo padre, succedeva Grimoaldo, cui Carlo

Magno permetteva di regnare in Benevento a condizione però che i

Lombardi suoi sudditi si raderebbero la barba, che in testa agli atti, e

sulle monete del ducato s'iscriverebbe il nome di Carlo Magno, e

finalmente che sarebbero distrutte le fortificazioni di Salerno,

d'Acerenza e di Consa[251]. Ma questo trattato ebbe breve durata.

Grimoaldo e Pipino, figlio di Carlo Magno, erano pari d'età, egualmente

avidi di gloria, e perciò rivali. Grimoaldo seppe affezionarsi il suo

popolo, e, quantunque privo d'ogni forza straniera, seppe con tanta

destrezza approfittare dell'asprezza del paese che doveva difendere,

delle fortificazioni delle città, del clima meridionale nocivo alle

armate francesi, che respinse sempre le armate dell'imperatore

d'Occidente, e non fu sottomesso[252].

[251] _Erchemp. Monac. c. 4. p. 238._

[252] _Id. c. 5. p. 238_. — Grimoaldo mandò in risposta a Pipino che

gl'intimava d'arrendersi il seguente distico latino:

_Liber et ingenuus sum natus utroque parente,_

_Semper ero liber, credo, tuente Deo._

Un secondo Grimoaldo mantenne l'indipendenza di Benevento fino alla

morte di Carlo Magno[253]. Ma allorchè, mancato questo principe, i duchi

di Benevento avrebber potuto approfittare della debolezza de' suoi

successori per dilatare lo stato con nuove conquiste, comportandosi

tirannicamente, perdettero l'affetto del popolo, e con questo le loro

forze. Grimoaldo II fu ucciso da' suoi sudditi ammutinati, che dell'817

gli sostituirono un rifugiato di Spoleti, chiamato Sicone, il quale a'

tempi della conquista di Carlo Magno aveva chiesto asilo al duca di

Benevento, e da Grimoaldo II fatto poi conte d'Acerenza[254].

[253] Questo secondo Grimoaldo aveva un soprannome tedesco, o

piuttosto danese. _Store Seitz_, la grande costa; e questo nome

popolare è una testimonianza che tra i Lombardi Beneventani del nono

secolo parlavasi ancora l'idioma tedesco. _Anon. Salern. Paralipom.

c. 29. t. II. p. II p. 195._

[254] _Ib. c. 33. p. 198._

Questo nuovo principe, alleato di Teodoro, in allora duca di Napoli,

erasi giovato de' suoi ajuti per conseguire il principato. Ma il popolo

di Napoli, scontento del suo primo magistrato, lo scacciò dalla città,

sostituendogli uno de' suoi compatriotti chiamato Stefano[255]. Teodoro

rifuggiatosi presso Sicone, lo persuase ad assediare Napoli, con tutte

le sue forze. I Napoletani, non avendo che le milizie del ducato contro

nemici infinitamente più numerosi, non potevano sperar salvezza che dal

proprio coraggio e dalle mura: ma queste furono ben tosto scosse dal

montone in modo, che una larga breccia apriva la città agli assedianti;

per cui i Napoletani disperati conobbero la difficoltà di difendersi più

a lungo. Avvicinavasi la notte apportatrice del massacro, del saccheggio

e di tutti gli orrori cui si danno in preda le città occupate d'assalto.

Il loro duca Stefano aveva una madre e due figli degni di più felice

repubblica: questi si presentano a lui pregandolo, come capo della

famiglia e dello stato, a mostrarsi il padre de' loro concittadini, anzi

che il loro, sacrificandoli al ben pubblico. Una deputazione, mandata al

duca di Benevento, gli espone che la città trovatasi ormai in sua balìa;

che s'egli la risparmia, sarà la miglior gemma della sua corona; che se

per l'opposto le dà un nuovo assalto in sul cadere del giorno, egli non

potrà nè contenere i suoi soldati, ne salvar Napoli dal massacro, dal

saccheggio e dall'incendio che gli assediati provocheranno con una

disperata difesa: gli rappresenta la sua gloria medesima interessata ad

aspettare che il sole rischiari il suo trionfo; lo prega di risparmiare

tanti infelici che non domandano per arrendersi che il brevissimo spazio

d'una notte; e come pegno della vicina loro sommissione, gli viene

presentato tutto quanto il duca Stefano aveva di più caro, la madre ed i

due figli. Sicone riceve gli ostaggi, e fa suonare la ritirata,

aspettando d'entrare in città allo spuntare del giorno[256].

[255] _Johan. Diaconi Chron. Epis. Neapol. Ecclesiae, t. I. p. II.

p. 313._

[256] _Erchemp. Mon. Cassin. Hist. Longob. Ben. c. 10. p.

239. — Giannone Istoria civile del Regno di Napoli, l. VI. c. 6. p.

517._

Frattanto Stefano riunisce a parlamento i suoi soldati e concittadini.

«Io non sono più maestro dei soldati, dice loro; ho perduto questo

glorioso titolo nell'istante in cui ho acconsentito di sottomettere la

vostra patria al giogo de' Beneventani. Voi siete liberi, sceglietevi un

capo il quale più di me fortunato rialzi le mura e vi conduca alla

vittoria.» Stefano dopo questo discorso sortì da Napoli, offrendo il suo

capo alla vendetta del nemico. Egli fu ucciso dai soldati di Sicone

innanzi alla chiesa di santa Stefania[257].

[257] _Johan. Diac. Chr. Episc. Neap. p. 313._

I Napoletani, attenendosi ai suoi consigli, avevano dato il titolo di

maestro dei soldati ad un loro capitano, chiamato Bon, il quale ordinò

subito che le donne, i fanciulli ed i vecchi, unendosi ai soldati

travagliassero con ardore tutta notte a rialzare le mura, ed a cuoprirle

di larga fossa. Fu ubbidito, ed allorchè, fatto giorno, Sicone

presentossi alla testa dello sue truppe, conobbe l'impossibilità

d'occupare la breccia d'assalto.

I Napoletani, abbandonati dai Greci, avevano in tanto pericolo chiesto

soccorso a Luigi il buono, imperatore d'Occidente, che loro spediva

alcuni rinforzi, che arrivarono opportunamente per sostenere ancora un

lungo assedio; e quando Sicone incominciava a scoraggiarsi, chiesero di

entrare in trattati di pace, che da lui ottennero a condizione di

pagargli un tributo, e cedergli il corpo di s. Gennaro, il quale fu

levato dalla basilica di Napoli, e con solenne pompa trasferito a

Benevento[258].

[258] _Anon. Salern. Frag. apud Camil. Pelleg. p. 290. — Leo Ost.

Chron. Cassin. Lib. c. 20. p. 294._

Poc'anni dopo, anche Sorrento, una delle principali città del ducato di

Napoli, fu, per quanto assicura una leggenda, liberato per

l'intercessione del santo suo patrono da formidabile assedio. Ma,

convien confessarlo, l'espediente adoperato dal celeste patrono fu assai

meno nobile e generoso di quello del duca cittadino. A suo padre Sicone

era succeduto nel principato di Benevento Sicardo, il quale, o perchè i

Napoletani si rifiutassero dal pagare il pattuito tributo, o che il suo

umore inquieto lo determinasse alla guerra, fatto è che invase e devastò

le terre del ducato di Napoli, riunendo infine le sue truppe avanti

Sorrento, che ridusse alle ultime estremità. Una notte, mentre pensava

al modo di occupare l'assediata città, gli apparì l'ombra di s.

Antonino, un tempo abbate di Sorrento. Il sant'uomo teneva la mano un

nodoso bastone, con cui percosse cinque o sei volte le larghe spalle del

duca, soggiungendo con terribile voce: «Soffri il debito castigo de'

tormenti che tu procuri al mio gregge, e ti sottometti, incredulo, al

poter del cielo e de' suoi santi.» Allora rialzava di nuovo il bastone,

disposto a ricominciare; ma Sicardo, prostrandosi ai piedi dell'ombra

veramente rispettabile, giurò di non molestar più oltre i suoi fedeli.

Nè mancò alla promessa, perchè in sul far del giorno si affrettò di

ritirarsi colla sua armata[259]. Qualunque siasi la credenza che si vuol

accordare a tale leggenda, certo è intanto che nell'836 Sicardo stipulò

un trattato di pace col vescovo, col maestro de' soldati e collo stato

di Napoli, che vien chiamato in quell'atto repubblica, all'opposto dei

paesi di dominio lombardo intitolati stati del principe[260].

[259] _Acta Sanct. apud Bollandistas in vita sancti Antonini abbatis

Surrentini ad diem 14 febbr. — Muratori Annali d'Italia an. 837._

[260] Veggasi presso il Pellegrini questo trattato sotto il titolo:

_Capitulare Principis Sicardi. t. II. p. 256._

Per ridurre Sicardo a trattar di pace, Andrea, maestro dei soldati di

Napoli, s'appigliò ad un partito assai pericoloso, il di cui esempio

riuscì funesto a tutta l'Italia meridionale. Privo dell'appoggio

degl'imperatori d'Oriente, si rivolse ai barbari, chiamando in suo

soccorso i Saraceni di Sicilia[261], che da pochi anni avevano in

quell'isola fondata una colonia militare. Un Greco, chiamato Eufemio,

perseguitato dal patrizio di Sicilia per aver rapita una religiosa, di

cui erasi perdutamente innamorato, si rifugiò in Affrica, ove indicò ai

Saraceni i mezzi d'impadronirsi della Sicilia. Di fatti era ritornato in

Sicilia dell'828 con un'armata di Saraceni, che ne aveva intrapresa la

conquista[262]. E per coraggio e per talenti militari erano a

quest'epoca i Saraceni di lunga mano superiori ai Greci, ai quali

avevano già tolta quasi tutta l'Asia, l'Egitto e l'Affrica, ed alcun

tempo dopo l'isola di Creta, ed altre isole dell'Arcipelago. Avevano in

oltre conquistata la Spagna sui Visigoti; e quello spirito religioso e

militare che incominciava a raffreddarsi nell'Arabia e nella Siria,

infiammava sempre i Musulmani alle frontiere del loro impero, e li

spingeva a nuove imprese. Da che i Saraceni ebbero posto piede in

Sicilia, acquistarono un'assoluta preponderanza sulle truppe

dell'imperatore Michele che allora regnava a Costantinopoli, e su quella

di Teofilo, suo figlio e successore. Dell'831 fu ucciso in battaglia il

patrizio Teodoto, e presa dagli Arabi Messina, i quali nel susseguente

anno, impadronitisi di Palermo, incominciarono ad infestare colle loro

piraterie le coste d'Italia: pure, finchè visse Sicardo, non venne lor

fatto di occupare veruna terra nelle sue province.

[261] _Johan. diac. Chron. Epis. Neapol. p. 314._

[262] _Georgii Cedreni Hist. Comp. t. VIII. Byz. Ven. p. 403. — Anon.

Salern. Paralipom. c. 45. p. 208._

Sicardo ci viene rappresentato qual uomo che a molta bravura accoppiò

moltissimi vizj che lo resero odioso a' suoi sudditi. Egli fu il primo

de' principi lombardi, che obbligò la città d'Amalfi a riconoscerlo suo

signore. Solo motivo della guerra tra i Lombardi e gli Amalfitani furono

le reliquie di santa Trifomene, patrona d'Amalfi. Benchè le

dissolutezze, la crudeltà, i sacrilegi di Sicardo potessero

difficilmente associarsi a tanto zelo religioso, egli cercava ad ogni

modo di radunar reliquie per ornare la cattedrale di Benevento, e come

aveva già costretti i Napoletani a cedergli quelle di s. Gennaro, e

rubate quelle di s. Bartolomeo alle isole di Lipari, così mosse guerra

agli Amalfitani per quelle di s. Trifomene. La piccola repubblica

d'Amalfi, ancora dipendente da Napoli, era allora divisa da fazioni che

l'avevano in modo snervata, da non poter opporsi vigorosamente alle armi

di Sicardo; il quale, essendosene impadronito, dopo avere spogliato il

santuario delle casse che formavano l'argomento de' suoi ambiziosi

desiderj, forzò tutti gli abitanti a seguirlo a Salerno, dove volendoli

stabilmente unire al suo popolo, fece che contraessero matrimonio co'

suoi sudditi, e gli ammise a partecipare di tutti i diritti de'

Lombardi[263].

[263] _Anon. Salern. Paralip. c. 58. — 60. p. 217. — Chron. Amalph.

Frag. ap. Murat. Antiqu. Ital Med. Aevi. t. I. c. 2. et 4. p. 208._

Intanto Sicardo erasi reso co' suoi sacrilegj odioso al clero; alla

nobiltà, da prima colla galanteria, poscia coll'insopportabile alterigia

della moglie; a tutto il popolo, colle sanguinose esecuzioni.

Ingelositosi di Siconolfo suo fratello (839), lo aveva chiuso in una

prigione a Taranto: onde ridotto a non avere presso di sè che segreti

nemici, fu ucciso alla caccia presso di Benevento; e quegli abitanti

destinarongli successore Redalchiso suo tesoriere[264].

[264] _Anon. Salern. Paralip. c. 62. p. 219. — Erchempertus Monac. c.

13. p. 240._

Quando la notizia della morte di Sicardo giunse a Salerno, gli abitanti

d'Amalfi, che trovavansi quasi soli in città, perchè i Salernitani

facevano allora il raccolto, corsero al porto, e caricando i vascelli

delle spoglie delle chiese e delle case, per compensarsi del saccheggio

sofferto poc'anni prima, tornarono trionfanti all'antica loro patria, e

ne rialzarono all'istante le mura. Da quest'epoca gli Amalfitani si

emanciparono affatto dalla supremazia del maestro de' soldati di Napoli,

ed incominciarono a governarsi come repubblica indipendente[265].

[265] _Anon. Saler. Paralip. c. 63. et 64. p. 221._

Dal canto loro i Salernitani rifiutaronsi di riconoscere per loro

principe Radelchiso eletto dai Beneventani; e riconciliatisi cogli

abitanti d'Amalfi, condonarono loro la fresca ingiuria, a condizione che

gli aiutassero colle loro navi a liberare il legittimo erede del

principato, Siconolfo fratello dell'estinto Sicardo, che sapevano

custodito in prigione a Taranto.

Alcuni vascelli mercantili equipaggiati dai cittadini di Salerno e

d'Amalfi fecero vela alla volta di Taranto. I mercanti si sparsero la

sera per le strade di questa città, chiedendo ad alta voce, come

costumavasi a que' tempi, ospitalità; ed alcuni di loro, siccome

avevanlo sperato, furono ricevuti dai carcerieri di Siconolfo. «Noi

abbiamo una camera ben disposta, dissero costoro; alloggiate presso di

noi, e se domani vorrete donarci alcuna cosa, ve ne saremo grati.»

Questa è press'a poco l'usanza con cui in quelle province s'alloggiano

anche ai dì nostri i viaggiatori. I Salernitani incaricarono i loro

ospiti di provveder vino ed altre cose; e gl'incoraggiarono poi a darsi

buon tempo; ma quando li videro ubbriachi e in preda ad un profondo

sonno, liberato subito Siconolfo, lo condussero a Salerno sulla loro

flotta[266].

[266] _Anon. Salern. Paralip. c. 63. et 64. p. 221._

La simultanea elezione di due principi, Radelchiso a Benevento, e

Siconolfo a Salerno, diede origine a lunghe guerre civili, a divisione,

a debolezza, e finalmente, dopo due secoli, alla total rovina della

nazione lombarda nel mezzogiorno d'Italia. I Saraceni, venuti di Sicilia

in soccorso di Radelchisio, incominciarono dall'occupare, a danno del

loro alleato, la città di Bari. Siconolfo, autorizzato dall'esempio del

suo nemico, chiamò di Spagna altri Saraceni della setta degli Aglabiti e

nemici de' Saraceni affricani; i quali, secondo la più probabile

opinione, s'impadronirono di Taranto e saccheggiarono le Calabrie[267].

[267] _Erchemperti Chron. c. 17. p. 241._

Questi sconsigliati principi si fecero una guerra tanto più crudele, in

quanto che le loro armate composte essendo di Lombardi e di Musulmani,

questi rovinavano le campagne e saccheggiavano le città, senza che i

sovrani che gli avevano assoldati osassero di metter freno alla feroce

loro barbarie; come non ottennero verun vantaggio dal loro ajuto

nell'andamento della guerra. Era in allora duca di Spoleti il vecchio

Guido, d'origine francese, e secondo le costumanze della sua nazione

chiamato Erchemperto, il quale ajutando prima Siconolfo, poi Radelchiso,

s'arricchì a danno de' due principi, cui vendette la sterile sua

protezione[268]. Finalmente l'anno 851 colla mediazione di Guido, e

sotto la protezione dell'imperatore Luigi II fu diviso tra i due

competitori il ducato di Benevento. Taranto, Cosenza, Capoa, Sora coi

loro territorj, e la metà del contado d'Acerenza; ossia tutte le

province dell'attuale regno di Napoli poste sul mediterraneo, tranne i

ducati di Napoli e di Gaeta, furono ceduti al principe di Salerno: ebbe

quello di Benevento l'altra metà del principato, cioè il rimanente del

regno di Napoli verso l'Adriatico. Il confine dei due stati venne

fissato ad ugual distanza tra Benevento e Salerno, e Benevento e Capoa.

In conseguenza di questo trattato s'obbligarono i due principi a

scacciare di concerto i Saraceni dai loro stati[269].

[268] _Erchemper. Mon. Cassin. c. 17. p. 241. — Anon. Salern.

Paralip. c. 67. p. 223._

[269] _Capitulare Radelchisi Princ. Benev. de divisione Princip.

apud Camil. Pelleg. t. II. p. 260._

Ma così poco sopravvissero ambedue a questo trattato, che non ebbero

tempo di riparare i danni cagionati ai popoli dalla guerra civile. I

Lombardi che, nel ducato di Benevento, eransi, come in Pavia, riservato

il diritto di eleggere i loro sovrani, non permisero che la sovranità si

perpetuasse nelle famiglie di Radelchisio e di Siconolfo, ed i

principati s'andarono indebolendo con nuove divisioni. Landolfo, conte

di Capoa, si rese indipendente, ed il suo esempio fu imitato da molti

altri conti; di modo che i principi lombardi, ridotti al dominio d'una

sola città, ed indeboliti dalle piccole guerre e dai piccoli intrighi,

si ridussero a così oscura condizione, da cui difficilmente e con

pochissimo vantaggio si richiamerebbero in vita.

Nè le repubbliche greche sfuggirono alle calamità che la discordia de'

principi lombardi procurò all'Italia meridionale. Una colonia militare

di Saraceni si stabilì presso alla foce del Garigliano in una fertile

pianura, che ancora a' nostri giorni par che conservi le impronte della

barbarie musulmana; mentre altri Saraceni si resero padroni di Cuma,

colonia Greca fondata dagli Eubei, e la più occidentale città del ducato

di Napoli. Il soggiorno de' Saraceni in così illustre città la ridusse

in pessimo stato, e due secoli dopo venne interamente distrutta quando

ne furono scacciati. I Saraceni eransi pur resi padroni di Acropoli, o

capo della Licosa e di Misene. Dell'846 assediarono ancora Gaeta; ma i

cittadini di Napoli, d'Amalfi e di Sorrento riunitisi sotto Andrea,

maestro de' soldati, o console di Napoli, e di Cesario suo figliuolo,

costrinsero gli Affricani a levar l'assedio[270]. La flotta di Gaeta

rinforzò allora quelle delle altre repubbliche greche, e si presentò

innanzi ad Ostia per soccorrere contro gli stessi nemici papa Leone

IV[271].

[270] _Johan. diac. Chron. Epis. Neap. p. 315._

[271] _Vita Leon. p. IV. apud Anast. bibl. p. 237._

Le repubbliche greche della Campania erano i soli stati cristiani che

avessero una marina sul mediterraneo. Le loro flotte da guerra e

mercantili difendevano ugualmente il territorio ed accrescevano ogni

anno le ricchezze di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi. Quest'ultima, dopo

ricuperata la libertà sotto il regno di Siconolfo, andava crescendo in

popolazione ed in ricchezze, impadronendosi a poco a poco del commercio

d'Oriente. Gli Amalfitani credevansi discesi da una colonia romana;

dicevano che i loro antenati, mandati dal gran Costantino a Bisanzio,

erano naufragati a Ragusi, e rimasti lungo tempo nell'Illirico; che in

appresso attraversato l'Adriatico, e stabilitisi a Melfi nella Puglia,

vi soggiornarono parecchi anni; che finalmente, abbandonata questa

provincia, per cercar un paese in cui, avessero intera libertà,

fabbricarono una città sul Golfo di Salerno, cui diedero il nome

dell'ultima loro stazione[272]. Era il loro piccolo stato formato di

quindici in sedici villaggi e castelli posti intorno alla capitale sul

pendio delle montagne che chiudono dalla banda d'Occidente il golfo di

Salerno. Alcuni, trovandosi rinserrati tra il mare e le rupi, danno

opportunità agli abitanti di occuparsi della pesca e del commercio; ma

altri vedonsi come sospesi a metà della china del monte che signoreggia

il mare, quasi nascosti dagli oliveti che coprono tutto questo

distretto. I dorati rami degli aranci che fanno corona alle bianche

abitazioni, richiamano i lontani sguardi dei passeggieri, che ammirano

le case de' ricchi ed industri proprietarj; mentre dall'altro lato di

questo magnifico golfo i maestosi avanzi de' templi di Pesto s'innalzano

solitarj in mezzo ad un deserto e desolato piano, che da oltre due mila

anni non fu più visitato dalla libertà.

[272] _Anon. Saler. Paralip. p. 73 — 75. p. 228. — Chron. Amalph.

Frag. c. 1. p. 207. Antiqu. Ital. tom. I._

Prima della conquista di Sicardo, gli Amalfitani ricevevano il loro

governatore dal duca, console o maestro dei soldati di Napoli: ma poichè

nell'839 si posero in libertà, si sottomisero ad un magistrato annuale

eletto dai suffragj del popolo, che chiamarono prima prefetto, poi

conte, maestro de' soldati, o duca[273]. Sotto questi capi la repubblica

d'Amalfi coprì il mare di navi, sparse in tutto l'Oriente le sue monete

conosciute col nome di _tari_[274], acquistò fama di saviezza, di

coraggio, di virtù; e diede all'Europa tre leggi ben degne di

perpetuarne la memoria. Flavio Gisia o Gioja, cittadino d'Amalfi,

inventò la bussola; in Amalfi si trovò l'esemplare delle Pandette, che

fece rinascere in tutto l'Occidente lo studio e la pratica della

giurisprudenza di Giustiniano; finalmente le leggi d'Amalfi intorno al

commercio servirono di commentario al diritto delle genti, e furono la

base della giurisprudenza commerciale e marittima. Le leggi d'Amalfi

ottennero nel mediterraneo quell'opinione, che negli antichi tempi

eransi acquistata ne' mari medesimi quelle di Rodi, e che due secoli

dopo fu accordata nell'Oceano a quelle d'Oleron[275].

[273] _Anon. Salern. Paralip. c. 76. p. 130. — Chron. Amalph. c. 8.

p. 209._

[274] Il tari che vale due grani, o un _quinto_ più del _carlino_,

trovasi ancora, almeno come moneta di conto, usato nel regno di

Napoli dopo i tempi della repubblica Amalfitana.

[275] _Freccia de Subfeudatione. Presso Giannone storia civile del

Regno di Napoli, l. VII. c. 3._

Ecco quanto fra le tenebre della storia ci fu dato di raccogliere

intorno all'origine ed ai progressi delle repubbliche greche dell'Italia

meridionale. Tre secoli più tardi le vedremo invase dai Normanni, e

cancellate dal numero delle nazioni; di modo che con poche cose che ci

rimangono a dire intorno a questa seconda epoca, sarà compiuta la storia

della loro lunga esistenza. Della loro popolazione, delle ricchezze,

dell'estensione del commercio non abbiamo che poche ed incerte memorie.

I sepolcri che racchiudono le ceneri de' generosi cittadini d'Amalfi, di

Napoli, di Gaeta, avvolgono nelle loro tenebre ancora la rimembranza

delle loro imprese e delle loro virtù. E quel nobile amore di libertà

che gl'infiammava, e quella patria cui tutto sacrificavano, e quelle

leggi dettate dalla sapienza, i duchi, i magistrati di cui ne temevano

le usurpazioni, i nemici che li circondavano, e contro i quali

combattevano con tanta gloria, tutto è perito. Tante generose imprese

loro ispirate dall'amor della gloria, tanti richiami alla posterità

imparziale, le avversità sostenute con eroico coraggio, sperando che le

future generazioni vendicherebbero le ingiurie de' contemporanei; tante

belle speranze tornarono vane, e la razza degli eroi si spense, senza

che l'ingrata posterità abbia mai soddisfatto a ciò che loro doveva.

Gl'infelici Lombardi crudelmente maltrattati dai Saraceni chiamarono

l'anno 866 a Benevento Luigi II imperatore e re d'Italia. Gli ultimi

possedevano in tutte le parti d'Italia diverse montagne di cui avevano

afforzati i passaggi, castella ed anche città di dove facevano frequenti

sortite per saccheggiare i paesi cristiani. Luigi II attaccò

successivamente le fortezze degli Arabi, s'impadronì di Matera, di

Venosa, di Canossa, ed intraprese l'assedio di Bari, la miglior piazza

che i Saraceni possedessero sul golfo Adriatico; ma conoscendo di non

poterla occupare senza l'ajuto d'una flotta, si alleò coll'imperator

greco Basilio, il quale aveva allora liberata Ragusi e le altre città

dell'Illirico dalla incursione de' Saraceni medesimi[276]. Bari dovette

succumbere alle forze riunite dei due imperatori: per la qual cosa i

Greci riacquistarono ancora qualche influenza sull'Italia meridionale,

la quale si rese maggiore poichè Lodovico disgustò i Lombardi che

l'avevano chiamato in loro soccorso. Il principe di Salerno arrestò per

sorpresa l'imperatore d'Occidente, e lo tenne alcun tempo prigioniero

nel suo palazzo; per la qual mortale ingiuria, dovendo il principe di

Salerno temere i risentimenti di Luigi II, quand'anche un trattato di

pace gliene assicurasse il perdono, si gettò fra le braccia di Basilio,

e gli giurò fedeltà per assicurarsi della sua protezione.

[276] _Const. Porphirog. de Basil. Maced. t. XVI. p. 132._

La rovina della famiglia di Carlo Magno, ed i burrascosi regni di

Berengario, di Ugo, di Berengario II, nell'Italia settentrionale, pel

corso quasi d'un secolo, agevolarono ai Greci le conquiste che fecero

nella provincia ch'essi chiamavano Lombardia, perchè rimasta assai più

tempo delle altre in potere de' Lombardi. L'impero d'Oriente riparò

talvolta le sue perdite, non perchè acquistasse maggior vigore, ma

perchè sopravvisse al decadimento dei popoli nemici[277]. I Lombardi, i

Franchi, i Saraceni, che tutti ebbero impero in queste province, erano

affatto tralignati. Resi orgogliosi dalle passate prosperità, si

abbandonarono al lusso ed alla mollezza; oltre che i loro dominj,

trovandosi divisi in piccoli principati, non potevano resistere nè meno

ad un debole nemico, quali erano i Greci. Questi s'impadronirono di

quasi tutte le città e fortezze che i Saraceni avevano nella Puglia, ed

in tal modo formarono il loro nuovo _Thême_ di Lombardia[278]. I

principi lombardi trovandosi alle frontiere dei due imperi d'Oriente e

d'Occidente, attaccavansi a vicenda or all'uno, or all'altro; e secondo

che lo richiedevano le private loro viste, trasferivano il loro

vassallaggio ed il giuramento dal successore di Carlo Magno al

successore di Costantino.

[277] È appunto in questo modo che i sudditi ribelli della Porta ed

i suoi nemici ricadono sotto il giogo della medesima, aspettando

essa pazientemente che le loro forze si diminuiscano. Di là ebbe

origine il proverbio turco, _che con un carro tirato dai buoi il

gran signore piglia le lepri alla corsa_.

[278] Questo è il nome che nella nuova divisione dell'impero

d'Oriente diedero i Greci alle province. Eranvene diciassette in

Asia, e dodici in Europa. _Const. Porph. de Themat. ap. Banduri Imp.

Orient. t. I._

Ma poichè le corone d'Italia e dell'impero passarono nella casa di

Sassonia, gli Ottoni si posero in dovere di difendere o di ricuperare le

antiche province dell'impero d'Occidente; di fare che i principi

lombardi riconoscessero la loro signoria, e di scacciare dall'Italia i

Greci ed i Saraceni. Lunga fu la guerra che Ottone I sostenne in Italia

contro Niceforo Foca, terminata soltanto del 970, quando Niceforo fu

assassinato. Il suo successore Giovanni Zimisco ambì l'alleanza

d'Ottone, ed un matrimonio unì le due famiglie imperiali[279].

[279] Ottone II sposò Teofania figlia dell'imperatore romano

Lecapeno, predecessore di Foca, e sorella di Costantino e Basilio,

che succedettero a Zimisco.

Ottone II mise in campo le pretensioni paterne sulla sovranità

dell'Italia meridionale, cui gli dava un nuovo diritto il suo matrimonio

con Teofania: chiedeva agl'imperatori d'Oriente per dote della consorte

le province della Lucania e della Calabria, e l'alta signoria sopra le

repubbliche di Venezia[280], di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi, che

nascondevano la loro indipendenza sotto il velo d'una pretesa fedeltà

verso l'impero d'Oriente.

[280] Non è a dubitarsi che in sul finire del decimo secolo non si

fosse Venezia totalmente emancipata dall'impero greco; tanto più che

aveva gente e ricchezze per difendersi da sè medesima contro le

potenze settentrionali, non esclusi gl'imperiali. N. d. T.

Gl'imperatori Costantino e Basilio, dopo avere inutilmente cercato di

allontanare il turbine che minacciava i loro dominj d'Italia, chiesero

ajuto ai Saraceni di Sicilia e d'Affrica. Intanto Ottone entrava in

Italia (980) con una potente armata, resa più forte dall'alleanza di

Pandolfo testa di ferro, che possedeva quasi tutto il ducato di

Benevento qual era anticamente. Occupata dell'892 la città di Taranto,

Ottone avanzavasi nella Calabria ulteriore fino alla borgata di

Basentello posta in riva al mare. Era colà aspettato dall'armata

combinata greca e saracena. Al primo vigoroso attacco de' Tedeschi, gli

Orientali si disordinarono; ma una colonna di Saraceni, che formava la

riserva, piombò sui vincitori nell'istante che questi, inseguendo il

nemico, avevan rotte le loro linee, e ne fece un miserabile massacro.

Pandolfo testa di ferro, e parecchi altri conti e prelati guerrieri,

perdettero la vita in quest'incontro.

Già l'armata d'Ottone era interamente distrutta, nè v'era più alcun

corpo che sostenesse l'impeto de' nemici; e l'imperatore medesimo

fuggiva lungo la spiaggia temendo d'essere preso dai Saraceni e

massacrato. Una galera greca erasi ancorata su quella riva, onde

l'imperatore preferì di darsi nelle mani di nemici inciviliti, piuttosto

che rimanere vittima d'un'orda di barbari. Si fece conoscere al capitano

della galera, ed a lui s'arrendette, cercando asilo a bordo della nave.

Non tardò Ottone ad avvedersi che quest'ufficiale subalterno, sorpreso

da tanta fortuna, sagrificherebbe i vantaggi del suo paese al proprio;

perchè gli offerse immense somme d'oro qualora volesse condurlo a

Rossano, ov'era chiusa l'imperatrice Adelaide sua madre. La galera fece

tosto vela verso Rossano, essendosi conchiuso un segreto trattato tra il

capitano, Ottone, e l'imperatrice; per cui quando giunsero in faccia a

quella città, varj muli assai carichi furono condotti verso la riva.

Alcune guardie imperiali comandate da Teodoro, vescovo di Metz,

s'avvicinarono in una barca alla galera per accertarsi se il personaggio

coperto di porpora, che loro mostravasi sul banco era veramente Ottone;

e mentre i Greci distratti dalle trattative, ed avvezzi a non veder

camminare i loro imperatori senza appoggiarsi agli eunuchi, non si

prendevan cura del prigioniere, Ottone slanciossi in mare, e guadagnata

a nuoto la barca delle sue guardie, fece voltar bordo, e prendendo

anch'egli un remo, giunse in porto avanti che la galera potesse

raggiungerlo. Il Greco stordito vide ritornare in città dietro

all'imperatore i muli ch'eransi fatti sortire per ingannarlo, e dovette

allontanarsi dalla rada di Rossano senza poter vendicarsi

dell'inganno[281].

[281] _Ditmar. Restit. apud Leibn. t. I. l. III. p. 346. — Herm.

Cont. Chron. p. 267. Scrip. Germ. apud Struv. t. I. — Arnulph, Hist.

med. l. I. c. 9. t. IV. Rer. Ital. p. 10._

Benchè i Greci si lasciassero uscir di mano così importante preda, non

perdettero però i frutti di tanta vittoria. Durante il regno d'Ottone

II, e la minorità di suo figliuolo, dilatarono in Italia i confini del

loro impero[282], e stabilirono in Bari un governatore col titolo di

Catapane[283]. In pari tempo fabbricarono in Puglia la città di Troja, e

molti castelli, onde rimaner coperti da nuovi attacchi. Non perchè

tranquillamente abbiano potuto intraprendere e condurre a termine tali

opere, doveva credersi che Ottone fosse disposto a lasciar loro il

pacifico possesso de' paesi conquistati. Egli aveva convocata a Verona

una dieta degli stati di Lombardia e d'Allemagna, fatte passare molte

truppe nell'Italia meridionale, ed egli stesso erasi portato a Roma per

terminare i preparativi dell'impresa che meditava, non solo contro la

Calabria, ma ancora contro la Sicilia; quando sorpreso da una infermità

cagionatagli dall'avvilimento e dal dispetto, lo condusse al sepolcro

nel fior dell'età. Le repubbliche di Venezia, di Napoli, d'Amalfi, di

Gaeta, comprese nel progetto di vendetta, che Ottone andava maturando

contro gl'imperatori d'Oriente, furono da quest'immatura morte liberate

da una disastrosa guerra.

[282] _Lupus Protopasta Chron. Barense t. V. p. 40._

[283] Dal nome di questo governatore ricevette il suo la provincia

di Capitanata. Fu prima chiamata _Catapanata_, poi accostossi per

abitudine al vocabolo italiano _Capitano_. _Leo Ostien. Chron.

Cassin. l. II. c. 50. p. 371._

Alla battaglia di Basentello, ed alla morte di Pandolfo testa di ferro

tenne dietro la divisione del ducato di Benevento, ripartito in piccoli

principati, ch'egli aveva avuto la destrezza di unire in un solo.

Durante la minorità d'Ottone III, i Greci continuarono le loro

conquiste, ed i Saraceni i loro saccheggi. Quantunque questi ultimi

avessero molto perduto di quello spirito di attività che li rendeva

valorosi ed intraprendenti, non lasciavano ancora d'essere superiori ai

popoli effeminati da cui erano circondati; ed i loro saccheggi avevan

gettate tutte le province poste al mezzogiorno del Tevere in quello

stato di debolezza e di spossamento, che solo può spiegare la strana

rivoluzione che doveva ben tosto eseguirsi. Vent'anni dopo la disfatta

d'Ottone a Basentello, alcuni avventurieri settentrionali, approfittando

della debolezza di queste province, posero al confine dei due imperi i

fondamenti di una potenza, che in meno d'un secolo assorbì tutta

l'Italia meridionale, soggiogò le antiche repubbliche, e fece

dagl'Italiani chiamare regno quella Magna Grecia, che due volte era

stata la patria primogenita della libertà[284].

[284] Il _Regno_ per eccellenza intendesi presso gli scrittori

italiani il regno di Napoli.

I Normanni o Danesi, dopo avere lungo tempo saccheggiate le coste della

Francia, del 900 ottennero uno stabilimento nella Neustria, che dal loro

nome fu poi chiamata Normandia. La lunga permanenza d'un secolo in

questa provincia non iscemò nel cuor loro l'antica passione per le

strane e difficili intraprese. Avevano abbracciata la religione

cristiana, ma come i Greci avevano introdotte nella religione le

sottigliezze scolastiche, gli Egizj e gli Assirj il carattere

contemplativo e la loro morale ascetica; così i popoli settentrionali la

resero cupa e sanguinaria com'era quella del loro Odino; insegnando il

disprezzo della morte, eccitando il valore, e promettendo alle azioni

gloriose una compensa nell'altro mondo.

Popoli coraggiosi ed intraprendenti essendosi fatti cristiani

credettero, o si compiacquero di credere, che non potevano salvarsi

senza visitare i sacri luoghi illustrati dalla presenza dei fondatori e

dei martiri della religione. Una lodevole curiosità, una sensibilità

virtuosa, e quell'amore, per così dire, innato dell'uomo per tutto ciò

che gli richiama simbolicamente l'antichità, erano sufficienti motivi

per condurre molti Cristiani in terra santa, quand'anche la Chiesa non

avesse risguardate quelle fatiche come un mezzo di eterna salute; ma il

numero de' divoti viaggiatori crebbe all'infinito quando in compenso di

questo pellegrinaggio, pericoloso è vero, ma interessante, variato e

sempre nuovo, promise la remissione di tutti i peccati e l'ingresso del

cielo.

I Normanni furono di tutti i popoli settentrionali i più caldi

pellegrini. Per portarsi in terra santa non vollero esporsi alla troppo

lunga monotonia d'un viaggio marittimo, tanto più che non incontravano

nel mediterraneo quelle impetuose borrasche che sconvolgono i mari del

Nord, le triste e cupe nebbie, i galleggianti scogli di ghiaccio, e

tutti i pericoli ch'eransi avvezzati a disprezzare nella loro patria.

Attraversavano perciò la Francia e l'Italia, lasciando alla loro spada

la cura di provederli del danaro necessario alle spese del viaggio, ove

non bastassero le elemosine de' fedeli. Floridissimo era il commercio

che Napoli, Amalfi, Gaeta e Bari mantenevano sulle coste della Siria:

onde i pellegrini vi trovavano facilmente imbarco. Di più, su la strada

delle prime città eravi Monte Cassino; il monte Gargano o degli Angeli

su la strada dell'ultima: ambedue resi illustri, dicevasi, da frequenti

miracoli. Per queste ragioni i devoti pellegrini visitavano passando i

monasteri fabbricati su quelle montagne, e quasi tutti, andando o

ritornando di terra santa, prendevano la strada della Magna Grecia.

In sul cominciare dell'undecimo secolo, circa quaranta religiosi

viaggiatori, tornati da Terra santa sopra navi amalfitane, trovaronsi in

Salerno nell'istante in cui una piccola flotta di Saraceni si presentò

innanzi a questa città, chiedendo una contribuzione militare. Gli

abitanti del mezzogiorno d'Italia, snervati dalle delizie di quel clima

incantato, avviliti dall'esempio de' Greci, e fors'anco riputandosi

stranieri agl'interessi ed alle contese de' loro principi, avevano

perduto l'antico coraggio militare. L'insulto fatto dai Saraceni a

Salerno offese i quaranta cavalieri normanni, i quali, avendo da

Guaimaro III, allora principe di quello stato, ottenuto armi e cavalli,

si fecero aprire le porte, e caricarono que' pirati così valorosamente,

che ne ruppero tosto le file. I Salernitani, colpiti dalla bravura de'

guerrieri normanni, ne imitarono l'esempio, ed in breve la campagna si

vide coperta dei cadaveri de' Musulmani, salvandosi gli altri a

precipizio sulle loro navi[285].

[285] _Leo Ost. Cron. Mont. Cassin. l. II. c. 37. t. IV. p.

362. — Anon. Mon. Cassin. t. V. p. 55._

Guaimaro ricompensò largamente i valorosi stranieri che lo avevano

difeso e condotti i suoi sudditi alla vittoria; e desiderando di

approfittare della loro bravura, nulla trascurò di quanto poteva

allettarli a rimanere alla sua corte. Ma vedendo che volevano ad ogni

modo ripatriare, li pregò a voler almeno mandare in loro vece altri

guerrieri della loro nazione a cogliere sugl'infedeli i frutti del

proprio valore.

Le offerte del principe di Salerno accompagnate dalla vaghezza degli

aranci e degli altri ricchi frutti di quel clima beato[286], il racconto

di quanto era accaduto ai quaranta guerrieri, e la facilità della

vittoria, riscaldarono la fantasia della gioventù normanna. Un

cavaliere, per nome Drengot, trovandosi, a cagione d'una lite con un suo

rivale, disgustato del soggiorno della sua patria, risolvette di

trasferirsi con tutta la sua famiglia in questa terra così favorita dal

cielo. Gli si associarono quattro suoi fratelli coi loro figli e nipoti,

e pochi altri concittadini; di modo che quando giunsero questi

pellegrini al monte Gargano, termine apparente del loro viaggio,

trovaronsi in numero di cento. Furono colà incontrati da certo Melo,

cittadino di Bari, poc'anzi uno de' più ricchi e potenti signori della

Puglia, il quale dopo avere inutilmente tentato di liberare i suoi

concittadini dal giogo de' Greci e dall'autorità vessatoria de'

catapani, era stato costretto ad abbandonare la patria. Melo aveva

saputo guadagnarsi il favore de' principi lombardi, e specialmente di

Guaimaro di Salerno; dai quali avendo ottenuti alcuni soccorsi, potè

offrire un grosso stipendio ai Normanni che volessero abbracciar la sua

causa, oltre le larghe promesse di magnifica ricompensa quando fossero

vittoriosi[287].

[286] I frutti del mezzogiorno eccitavano i caldi desiderj de'

settentrionali. Allettati dal racconto dello squisito loro sapore, i

Varangiani andavano dal fondo della Scandinavia a Costantinopoli per

formar la guardia imperiale; e nell'idioma islandese, altra volta

comune a tutti gli Scandinavi, dicesi anche al presente

_figiahasta_, desiderar i fichi, per desiderare alcuna cosa

appassionatamente. _Bonstetten._

[287] _Leo Ost. l. II. c. 87. p. 363. — Guilelmi App. de rebus Norm.

Poema l. I. t. V. p. 253._

La guerra che Drengot co' suoi Normanni intraprese contro i Greci, ebbe

incominciamento l'anno 1016, ma le sue armi non furono costantemente

felici; e Melo dopo tre consecutive vittorie fu battuto a Canne l'anno

1019[288], ove rimasero sul campo la maggior parte de' Normanni. Melo

andò in Germania per impegnare nella sua causa l'imperatore Enrico II,

facendogli sentire la necessità di metter freno alle usurpazioni dei

Greci; ma terminò colà i suoi giorni avanti che potesse veder l'esito

delle sue pratiche, che non furono senza effetto. I pochi Normanni,

salvatisi dalla rotta di Canne, abbandonarono la Puglia, e si posero ai

servigi dei principi di Salerno e di Capoa; e la perdita fatta a Canne,

quantunque grandissima, rispetto al loro piccolo numero, fu ben tosto

riparata coll'arrolamento di nuovi avventurieri che ogni giorno

pellegrinando giungevano a Capoa e Salerno.

[288] _Georg. Cedr. Hist. Compend. p. 553. — Guil. Appul. l. I. p.

254._

Finalmente Enrico II del 1021 entrò nella Puglia con un'armata. Le

trattative di Melo erano state continuate da papa Benedetto VIII; ma

l'impresa d'Enrico si terminò coll'acquisto di Troja nella Puglia[289];

perchè una malattia epidemica che faceva strage della gente tedesca,

l'obbligò a ritirarsi. Intanto questa spedizione riuscì utilissima ai

Normanni, i quali, militando tutti sotto gli stendardi d'Enrico,

trovaronsi, allorchè ritirossi l'armata tedesca, riuniti tutti assieme

sotto Rainolfo sopravvissuto al fratello Drengot. Dietro i consigli di

Rainolfo essi abbandonarono per la seconda volta la Puglia, e

s'impadronirono d'Aversa, in allora piccolo castello del ducato di

Napoli sulla strada di Capoa, e vi si stabilirono e fortificarono,

volendone formare una seconda patria. Eransi da poco tempo stabiliti in

questo castello, quando Pandolfo IV, principe di Capoa, sorprese Napoli,

che fino a tal epoca aveva resi inutili gli attacchi de' Lombardi.

Sergio, maestro de' soldati e capo di quella repubblica, mal soffrendo

di rimanere in una città caduta in potere d'uno straniero, sortì coi

principali cittadini, e si riparò in Aversa: di dove, poi ch'ebbe coi

soccorsi de' Greci e de' cittadini rimasti fedeli alla patria,

accumulato quanto danaro bastava per saziare la cupidigia normanna,

venne alla loro testa ad attaccare la guarnigione del principe di Capoa,

e battutala, rientrò in Napoli. Allora confermò ai Normanni il possesso

di Aversa e del suo territorio, erigendolo in contea, di cui investì

Rainolfo: di modo che i primi Normanni ch'ebbero stabile dimora in

Italia, furono feudatarj della repubblica di Napoli[290].

[289] _Leo Ostiens. l. II. c. 39. p. 364._

[290] _Leo Ost. l. II. c. 58. p. 378. — Guilel. App. lib. I. p.

255. — Giannone Istoria Civile l. IX. c. I. t. II. p. 17._

Pure nè la famiglia di Rainolfo, nè la colonia d'Aversa erano destinate

a fondare il regno di Napoli, ma bensì una delle principali famiglie di

Normandia, quella di Tancredi d'Auteville. Aveva questo signore dodici

figli, i più attempati de' quali, udendo i prosperi successi de' loro

compatriotti, s'invogliarono di correre la stessa sorte, e giunsero in

Italia l'anno 1035, accompagnati da molti guerrieri vestiti da

pellegrino[291].

[291] _Gauf. Malaterrae Hist. Sic. l. I. c. 5 et 6. t. V._

Il giovane Guaimaro, principe di Salerno[292], non si mostrò meno pronto

ad accogliere questa seconda colonia, di quel che lo fosse stato suo

padre verso la prima; ed approfittando delle loro braccia per dilatare i

suoi dominj, assediò subito Sorrento, indi Amalfi, ch'espugnò l'una

appresso l'altra[293]. Amalfi per altro non s'arrese che in virtù d'una

capitolazione che assicurava ai cittadini la libertà loro ed i

privilegi; onde quella piccola repubblica non fu incorporata al

principato di Salerno, ma soltanto ne fu dai suffragi del popolo

dichiarato duca Guaimaro in aprile del 1039. La moderazione di Guaimaro

non ebbe lunga durata; ma tosto che gli Amalfitani videro violati i loro

privilegi, congiurarono contro il principe di Salerno, che, ferito da

trentasei colpi di pugnale, perì su la spiaggia che divide Salerno da

Amalfi[294].

[292] Se deve credersi a Camillo Pellegrini, era Guaimaro IV: ed il

principe di Capoa, di cui si parlò poc'anzi, era Pandolfo IV.

Antonio Caraccioli _Propilea_ chiama il primo Guaimaro III, l'altro

Pandolfo II _t. 5. p. 8._, ma credo che prenda abbaglio.

[293] _Leo Ost. l. II. c. 65. p. 385._

[294] _Henr. Brencmannus de Rep. Amalfit. Diss. I. ad Calc. Hist.

Pandect. p. 8. — Leo Ost. lib. II. c. 85. p. 401._

Dai servigi di Guaimaro passarono i Normanni sotto le insegne di Michele

Paflagone, imperatore di Costantinopoli. Il greco Patrizio Meniace che

faceva in Calabria grandi apparecchi per riprendere la Sicilia agli

Arabi, allora divisi da una guerra civile, assoldò i tre figli maggiori

di Tancredi, Guglielmo braccio di ferro, Dragone, ed Umfredo con

trecento Normanni[295]. Questa spedizione che doveva riconciliare i

Normanni coi Greci, fu invece cagione dell'intera loro separazione;

perciocchè i Normanni conobbero più da vicino la viltà, la venale

cupidigia e la dissimulazione de' Greci. Poco dopo essi s'unirono al

lombardo Ardoino, il quale servendo con loro nell'armata di Maniace, e

mostrandosi valoroso soldato, fu non pertanto da quel generale di

vilissimi schiavi che più non avevano sentimento d'onore, percosso col

bastone in presenza delle sue truppe per cagione di un cavallo che gli

si voleva rapire. I Normanni non fecero travedere la loro indignazione

finchè non furono dai vascelli greci portati al di qua dello stretto: ma

poichè trovaronsi sulle coste d'Italia, convennero di riunirsi in Aversa

il giorno di Natale del 1041, chiamandovi ancora il lombardo Ardoino; il

quale, soffiando nel cuor de' Normanni l'implacabile suo odio, li

determinò ad attaccare le province dell'impero d'Oriente ed a

conquistare per sè medesimi ciò che i Greci possedevano ancora nella

Puglia e nella Calabria. Così ardita intrapresa veniva resa meno

difficile da una rivoluzione, che avendo posto sul trono di

Costantinopoli un nemico di Maniace, forzò questi a ribellarsi, e per

tal modo a lasciar le province greche quasi senza difesa. I Normanni si

assoggettarono a dodici capi scelti da loro, cui diedero il titolo di

conti; affidando ad Ardoino il supremo comando della piccola loro

armata, accresciuta di trecento uomini che gli diede Rainolfo conte

d'Aversa. Avanzatisi nell'interno della Paglia, occuparono Melfi, che

gli aprì le porte senza opporre veruna resistenza; presero in seguito

Venosa, Ascoli e Lavello, ed in tre successive battaglie trionfarono tre

volte dei Greci. Rinforzaronsi poi con nuove alleanze, e per

ricompensarli de' ricevuti soccorsi, accordarono l'onore del comando a

due altri capi Atenolfo ed Argiro; il primo de' quali, essendo fratello

del duca di Benevento, gli aveva procurato il soccorso de' Lombardi,

mentre Argiro, ricchissimo cittadino di Bari e figliuolo dell'illustre

Melo, li favoreggiò col suo credito presso i Pugliesi e presso i

partigiani che aveva suo padre nelle greche città. In questa guerra il

valore e l'intrepidezza spesso appoggiate dall'astuzia e dall'intrigo

stavano dal lato de' Normanni: i Greci all'opposto erano vili, disuniti,

scoraggiati. Quasi tutta la Puglia fu conquistata in due anni, e nel

1042 divisa tra i conquistatori. Melfi dichiarata capitale dei loro

stati, rimase proprietà comune d'Ardoino e di Guglielmo braccio di

ferro, capo dei Normanni: i loro dodici conti ebbero altrettante città,

Siponto, Ascoli, Venosa, Lavello, Monopoli, Trani, Cannes, Montepiloto,

Trigento, Aceranza, Sant'Arcangelo e Minerbino. E per tal modo si formò

nella Puglia una specie di repubblica militare ed oligarchica[296].

[295] _Leo Ost. l. II. c. 67. p. 387. — Cedr. Comp. Hist. p.

577. — An. Borr. cum notis Camilli Pellegrini p. 150._

[296] _Leo Ost, lib. II. c. 67. p. 389. — Gauf. Malaterra Hist,

Sicula l. I. c. 9 et 10. p. 551. — Guilel. App. l. I. p. 257._

Benchè i Normanni avessero scelto a loro capo Guglielmo braccio di

ferro, degnavansi poche volte di eseguirne gli ordini; viveano essi coi

soli prodotti del saccheggio, e non essendo legati da veruna

convenzione, piuttosto che la guerra, esercitavano il ladroneccio alla

testa de' loro satelliti. I conventi, le chiese, e quegli stessi luoghi

santi che furono poc'anzi l'oggetto dei loro pellegrinaggi, non

isfuggivano alle loro rapine[297]: di modo che tanti replicati insulti

riunirono finalmente contro di loro i vicini potentati.

[297] Racconta Leone Ostiense, che essendosi i Normanni impadroniti

di molte possessioni di Monte Cassino, e di due fortezze s. Vittore

e s. Andrea, ogni giorno riceveasi da loro qualche oltraggio, onde

l'abbate del monastero era ridotto a tale, che aveva risoluto di

abbandonare il monastero e stabilirsi al di là dei monti.

All'improvviso lo stesso conte di questi Normanni, chiamato Rodolfo,

o più tosto Rainolfo, giunse a Monte Cassino accompagnato da molti

soldati, e si temeva che avesse intenzione di prendere l'abbate e

d'ucciderlo, pure egli e le sue genti lasciarono, come vogliono le

leggi ecclesiastiche, i loro cavalli e le armi fuori del tempio, in

cui essi entrarono per pregare. Mentre stavano inginocchiati avanti

all'altare maggiore, i frati serventi del monastero si avventarono

ai loro cavalli, ed alle armi, chiusero le porte del tempio, e

sonarono campana a martello. Gli abitanti della città accorsero

armati di freccie, attaccarono i Normanni che non avevano che le

spade per difendersi, e che invano imploravano il rispetto pei sacri

luoghi, ch'essi avevano tante volte profanati. Quindici di loro

furono ammazzati, il conte posto in prigione, e ricuperate colle

forze tutte le possessioni di Monte Cassino, o restituite ai monaci

come prezzo della liberazione di Rainolfo. _Chron. Mon. Cassin. l.

II. c. 71. p. 390._

Leone IX formò la lega dei due imperi contro gli avventurieri normanni.

Essendo anch'esso tedesco, riclamò i soccorsi dovuti da Enrico III,

imperatore di Germania, ai popoli ed alla Chiesa, e n'ebbe cinquecento

uomini d'arme che furono il nervo della sua armata. Pubblicò intanto

come sacra la guerra che intraprendeva per la sicurezza dei popoli e

delle chiese; e che sarebb'egli capo dell'armata, onde combattere

piuttosto col soccorso del cielo, che coi mezzi umani. I Pugliesi, i

Campani, gli Anconitani e quelli dello stato della Chiesa si riunirono

sotto le sue insegne; e lo stesso fecero i Greci. Allora il santo

pontefice con un'armata assai numerosa, ma priva di generale, diede

principio alla sua spedizione con un pellegrinaggio a Monte Cassino per

ottenere sulla sacra armata la benedizione del cielo[298].

[298] _Leo Ost. lib. II. c. 87. p. 402._

I Normanni opposero alla sacra armata truppe meglio agguerrite. Era già

morto Guglielmo braccio di ferro, e Dragone a lui succeduto era stato di

fresco ucciso dai rivoltosi[299]; ma Unfredo il terzo de' fratelli, e

Roberto Guiscardo l'ultimo figliuolo del secondo letto di Manfredi di

Hauteville potevano riguardarsi e principalmente l'ultimo siccome i più

destri e più valorosi guerrieri d'Europa. Roberto Guiscardo giungeva

allora dalla Puglia con un ragguardevole rinforzo di Normanni, e

Riccardo conte d'Aversa della famiglia Drengot s'unì con tutte le forze

di cui poteva disporre ai suoi patrioti, per dividerne i pericoli e la

gloria. Benchè meno numerosi assai che le truppe del papa, i soldati

normanni erano uomini costantemente esercitati nel mestiere della

guerra, che quantunque divoti, erano per altro inaccessibili agli

scrupoli[300].

[299] _Gaufredi Malaterræ l. I. c. 11 et 13. p. 552._

[300] _Guilelmus Appulus l. II. p. 260._

Ad ogni modo prima d'intraprendere le ostilità tentarono i Normanni di

placare il pontefice, lasciando in suo arbitrio le condizioni, con cui

potessero ottenere perdono. Ma Leone IX, che trovavasi spalleggiato

dall'alleanza dei due imperi, e sicuro dei soccorsi del cielo, negava di

venire a trattative prima che i Normanni sgombrassero per sempre

l'Italia. Si venne dunque a battaglia presso di Civitella il giorno 18

giugno del 1053, e la vittoria rimase assai breve tempo dubbiosa;

imperciocchè tutta quella timida plebaglia riunita sotto le insegne

papali dalle prediche dei monaci, e di cui il papa aveva torto di

credere d'aver fatto un'armata, fuggì al primo incontro. Rimasero fermi

i Tedeschi, ma non essendo più di cinquecento, o come altri vogliono,

settecento uomini d'arme; avviluppati dai Normanni, perirono quasi tutti

sul campo di battaglia. Il papa che all'istante della disfatta erasi

riparato in Civitella, dovette uscirne e rimanere senza difesa fuori

delle porte, perchè gli abitanti non vollero esporsi al risentimento

dell'armata vittoriosa.

I Normanni s'avanzarono verso di lui, e quando gli furono vicini si

gittarono in ginocchio, e coprironsi di polvere implorando il suo

perdono e la sua benedizione. Lo condussero nel loro campo, trattandolo

sempre col più profondo rispetto: ma in mezzo a tante dimostrazioni di

religiosa umiltà lo tennero alcun tempo prigioniero, sicchè potè

persuadersi che ad un pontefice non si convengono le funzioni di

generale d'armata. E come aveva prima creduto che il cielo lo avrebbe

soccorso, credette allora che il cielo si fosse apertamente dichiarato

contro di lui, e fece egli stesso i primi passi per riconciliarsi con

quegli stessi uomini, contro i quali aveva predicato una specie di

crociata. Per soddisfare alla loro domanda, e riporsi in libertà,

accordò ai Normanni l'investitura in nome di s. Pietro, e come feudo

della Chiesa, di tutto quanto avevano conquistato, e di quanto potessero

ancora conquistare nella Puglia, nella Calabria e nella Sicilia[301].

[301] _Gaufredi Malaterræ l. I. c. 14. p. 553._

E per tal modo una disfatta diede alla santa sede ciò che ottenuto mai

non avrebbe con una vittoria, e la debolezza d'un pontefice pio ed

affatto ignaro della politica del mondo, conquistò quello che i più

arditi suoi predecessori non avevano pur osato di tentare. Infeudando ai

Normanni le province già possedute dai Greci e dai Lombardi, il papa se

ne attribuiva la proprietà, comecchè niun diritto potesse allegare su le

medesime, o formarne la più remota pretensione. Pure i Normanni chiesero

tale investitura, perchè così credevano di sanzionare in faccia ai

popoli superstiziosi i diritti meno sacri della forza e della conquista;

ma infiniti vantaggi derivarono da questo trattato alla Chiesa; poichè

dopo questa fatale investitura, il regno di Napoli rimase feudo di s.

Pietro, non con altro fondamento che di un dono strappato colla forza ad

un prete, che non sapeva pur egli d'avere alcun diritto sopra ciò che

donava.

I Normanni approfittarono della vittoria per estendere il loro dominio a

tutte le province comprese nell'infeudazione del papa. Unfredo soggiogò

la Puglia: Roberto Guiscardo con pochi compagni andò in Calabria, ove

fortificatosi nel castello di san Marco, faceva frequenti scorrerie nel

territorio greco, più degne di un assassino, che di un conquistatore.

Gli abitanti avevano abbandonati tutti i vicini villaggi; ed il maestro

di casa di Guiscardo gli dava talvolta avviso che mancavano le

provvisioni per l'indomani, nè aveva danaro per comperarne, e che,

quand'anche ne avesse, non troverebbe a molte leghe di distanza chi gli

vendesse alcuna cosa. Allora Guiscardo usciva dal suo forte, alcuna

volta coi Normanni, altre volte con degli Schiavoni banditi ch'erano a

lui accorsi da ogni banda, ed andava a saccheggiare i più lontani

villaggi[302].

[302] _Gaufredi Malaterræ l. I. c. 16. p. 553._

Moriva Unfredo del 1057, onde Guiscardo lasciava il ladroneccio per

impossessarsi del contado di Puglia. Chiamò allora di Lombardia Ruggero

l'ultimo de' suoi fratelli, che stabilì in Calabria col titolo di conte

perchè vi continuasse le sue conquiste: ma sia per avarizia, sia per

gelosia, lo lasciò più ancora sprovveduto di danaro di quel che fosse

stato egli medesimo; onde il giovane conte, che doveva pur essere il

conquistatore della Sicilia, ed il padre de' suoi re, non avendo

ricevuto da Roberto che un solo cavallo in premio de' suoi lunghi

servigi, tornò in Puglia, e si fece a rubar cavalli, ed a spogliare i

mercanti nelle vicinanze di Melfi. Egli stesso, poichè pervenne alla

sovranità, ordinò al suo storico Gaufrido Malaterra di conservare la

memoria di tali avventure, onde la posterità conoscesse da quale stato

di miseria si fosse innalzato a così alto grado[303]. Ruggiero danneggiò

pure i possedimenti di Guiscardo, e v'ebbe tra i Normanni una specie di

guerra civile; se pure gl'insulti del giovane guerriero non debbono

piuttosto risguardarsi quali attentati d'un capo d'assassini in guerra

con tutta la società.

[303] _Gaufr. Malaterræ l. I. c. 25 et 26. p. 556._

Intanto Guiscardo, dopo aver soggiogata quasi tutta la Puglia, volendo

estendere le sue conquiste alla Calabria, fu costretto di pacificarsi

con suo fratello, cui nel 1060 affidò pure il comando di parte del suo

esercito. Attaccarono di conserva e s'impadronirono di Reggio, poi di

molte città della stessa provincia; per cui Roberto Guiscardo, trovando

il titolo di conte inferiore alla presente sua condizione, s'intitolò di

propria autorità duca di Puglia e di Calabria, titolo che gli fu alcun

tempo dopo riconfermato da papa Niccolò II[304].

[304] _Gaufridus Malaterra l. I. c. 35. p. 553. — Guilelmus Appulus

lib. II. p. 262._

Benchè avessero guerra coi due imperi, non interrompevano i Normanni il

corso delle loro conquiste, non trovandosi spesse volte a fronte nè

armate, nè generali. Enrico IV di Germania non era per anco uscito dalla

sua lunga minorità, quando gli attentati dei papi misero in pericolo la

sua corona. In Grecia Costantino duca, Romano Diogene e Michele duca,

trovandosi l'un dopo l'altro impegnati nella più pericolosa guerra col

Turco, non poterono distrarre le loro forze per soccorrere le province

occidentali, che in tempo d'alcuni brevissimi intervalli di tregua. E

già del 1061 più non rimanevano al Greci in Italia che Bari, Gallipoli,

Taranto, Brindisi, Otranto e poche castella. Ruggiero che comandava a

nome di suo fratello in Reggio di Calabria, approfittando delle

difficili circostanze in cui trovavasi l'impero greco, e delle intestine

divisioni de' Saraceni, formò l'ardito progetto di conquistare la

Sicilia occupata da questi ultimi, mentre Guiscardo terminerebbe di

scacciare i Greci dalla Calabria e dalla Puglia.

I Saraceni, tanto temuti due secoli prima, erano a tale stato di

languore e d'impotenza ridotti, da provare essi medesimi quel terrore,

che in altri tempi spargevano tra i loro vicini. L'entusiasmo religioso

gli aveva fatti soldati, il tranquillo possesso delle loro conquiste ne

aveva spento lo spirito guerriero. Educati in una religione voluttuosa,

privi di patria, quantunque dimorassero ne' più bei paesi del mondo,

dissiparono le ricchezze acquistate colle armi nel procurarsi i più

grossolani piaceri, e si resero effeminati al paro delle popolazioni

asiatiche di cui avevano da principio trionfato. Non è però che qualche

avanzo di valore non si conservasse ancora nelle ultime classi del

popolo; onde i Normanni che non trovarono resistenza ne' Saraceni

d'Italia, assoldarono tra costoro uomini valorosi che servirono

Guiscardo utilmente in tutte le guerre; ma i capi de' Saraceni, privi di

talenti e di coraggio, si governavano debolmente. La loro monarchia era

divisa in principati quasi indipendenti. Ogni città aveva un piccolo

principe, o emiro: e la discordia di due di loro _Benhumena_, e _Ben

Stammend_, che consigliò l'ultimo a recarsi a Reggio per implorare la

protezione di Ruggiero, agevolò ai Cristiani l'ingresso nella

Sicilia[305].

[305] Ismaele Alèmujad, più conosciuto sotto il nome d'Abulfida, fa

incominciare le turbolenze della Sicilia e la divisione dell'isola

in piccioli principati l'anno 426 dell'Egira (1034 — 1035) _Hist.

Sarac. Sicula p. 253. t. I. p. II. Rer. Ital._

Ruggiero non aveva che soldati di ventura, i quali lo seguivano

spontaneamente per essere a parte delle sue conquiste: ma questi non

essendo troppo numerosi, e restando breve tempo sotto le sue bandiere,

vedevasi obbligato a ritirarsi dopo pochi mesi dall'isola, senza avervi

fatto alcuno stabile acquisto. Per altro le sue imprese eseguite con

centocinquanta, e talvolta con trecento cavalieri ebbero un'apparenza

ancora più romanzesca, che le prime conquiste de' Normanni nella

Puglia[306].

[306] _Gaufr. Malaterra l. II. c. 1 — 15. p. 560._

I Cristiani greci che abitavano nella città di Traina posta nella valle

di Dèmone, ne aprirono le porte a Ruggiero, il quale vi si fissò colla

giovinetta sua sposa e con trecento cavalieri, infestando i Saraceni del

vicinato. Ma gli stessi Cristiani disgustati dell'arbitrario procedere

de' loro ospiti, si rivoltarono, ed introdussero in città i Saraceni che

ne occuparono una parte. Non avendo allora altro luogo fortificato che

li coprisse, trovaronsi i Normanni esposti a continue battaglie contro

forze assai superiori, e nell'impossibilità di procurarsi i viveri con

lontane scorrerie. In così trista situazione soffersero ogni maniera di

disagi, e talvolta la fame. La contessa, e due o tre donne del suo

seguito dovevano preparare il vitto per Ruggiero, e per i suoi compagni

d'armi, avendo ascritti alla milizia tutti i domestici: ed erano a tale

carestia d'abiti ridotti, che il conte e la contessa non avendo che un

solo manto, valevanse alternamente quando l'uno o l'altro doveva uscire

in pubblico. Al conte, in un combattimento rimasto solo in mezzo ai

nemici, fu ucciso il cavallo; ma egli si fece largo colla spada, e

prendendo sulle spalle la sella, perchè non rimanesse in mano de' nemici

testimonio della sua disfatta, ritornò, attraversando lentamente le file

nemiche, al proprio alloggiamento. In tali miserie seppero i Normanni

sostenersi quattro mesi, occupando la metà d'una città di cui il

restante trovavasi in potere de' loro nemici. Il rigore dell'inverno fu

la loro salvezza. La città di Traina, posta a' piedi dell'Etna in un

suolo assai elevato, fu coperta di neve; onde i Saraceni ed i Greci, non

avvezzi a così acuti freddi, rallentarono i loro attacchi, ed i Normanni

giunsero una notte a sorprenderli, ed a scacciarli dall'altra parte

della città. Padroni allora delle nuove fortificazioni, si risguardarono

come in luogo d'intera sicurezza, quantunque in mezzo ad un'isola

nemica[307].

[307] _Gaufr. Malaterra l. II. c. 29 et 30. p. 556._

Malgrado la cavalleresca bravura de' guerrieri normanni, le loro

conquiste furono assai lente, o perchè le armate erano troppo piccole, o

perchè i soldati erano poco subordinati ai loro capi. Quando i primi

avevano fatta una ragguardevole preda separavansi dai loro stendardi per

andare a godersela tranquillamente, raggiungendo poi i loro compagni

quando erano di nuovo ridotti in povertà. A Ruggiero abbisognarono

trent'anni per conquistare la Sicilia, e poco meno a Roberto Guiscardo

per occupare tutta la Puglia. Soltanto nel 1080 riuscì a quest'ultimo di

scacciare per l'ultima volta dall'Italia i Greci, e di riunire ai suoi

stati Taranto, Castaneto, Bari e Trani[308]. Ma poc'anni prima avevano i

Normanni rivolte le loro armi contro i principi lombardi, che si

dividevano il restante del gran ducato di Benevento, e gli avevano

spogliati senza incontrar resistenza. Riccardo, conte d'Aversa, e

discendente di Drengot, del 1062 impadronissi del principato di Capoa,

di cui aveva preso il titolo[309]. Il principato di Benevento si estinse

l'anno 1077 per la morte di Landolfo IV, e fu smembrato da Viscardo, il

quale, tenendo per sè il territorio, ne cedette la città alla santa

sede, la quale pretendeva di averne il supremo dominio in forza di una

concessione dell'imperatore Enrico III. Finalmente Guiscardo attaccò

Salerno, la capitale dell'altro principato lombardo, ov'erasi rinchiuso

l'ultimo de' suoi principi Gisulfo. Per obbligarla più presto ad

arrendersi, Guiscardo si alleò cogli Amalfitani, i quali si felicitarono

dell'alleanza de' Normanni, e nominarono Guiscardo loro duca,

obbligandosi ad assisterlo nell'impresa di Salerno colle loro flotte: ma

non solamente si riservarono l'antica loro costituzione e la libertà, ma

inoltre fu convenuto che le truppe di Guiscardo non entrerebbero giammai

nella loro città e territorio, riservandosi esclusivamente la custodia

di tutte le loro fortezze. Sussidiato dagli Amalfitani, Guiscardo chiuse

Salerno dalla banda del mare, mentre colle sue truppe l'andava

vigorosamente stringendo per terra; di modo che fu costretta di

capitolare l'anno 1077. Gisulfo si ritirò nello stato di Roma, e Salerno

accrebbe il territorio del duca normanno[310].

[308] _Chron. Breve Normannicum t. V. p. 278._

[309] _Leo Ostiens. l. III. c 16. p. 423._

[310] _Gaufr. Malater. l. III. c. 3. p. 576._

Così fu spenta l'ultima dinastia de' regnanti lombardi cinquecentonove

anni dopo la prima loro discesa in Italia sotto il comando di Alboino, e

trecentotre dopo la disfatta di Desiderio ultimo loro re. A tale epoca

soltanto questa nazione, altra volta così potente, perdette il diritto

d'avere i suoi proprj sovrani. Presso agli Occidentali il nome di

Lombardia rimase a quella più settentrionale parte d'Italia ch'era

immediatamente soggetta ai re di Pavia; ma i Greci, forse con più

ragione, chiamarono Lombardia il regno di Napoli, di cui i Lombardi

beneventani conservarono il pieno ed indipendente dominio più di cinque

secoli.

Cacciati i Greci dalla Puglia e dalla Calabria, ed i principi lombardi

da Salerno e da Benevento, e conquistata la Sicilia che Ruggiero

governava come un feudo del ducato di Puglia col titolo di gran conte,

Roberto Viscardo si trovò capo d'un vasto stato acquistato colle forze

d'un semplice gentiluomo, il quale aveva egli stesso formata di

avventurieri e di pellegrini l'armata che combatteva sotto i suoi

ordini. La sua ambizione non era per altro ancora soddisfatta, essendosi

proposto di conquistare l'impero d'Oriente; per colorire il quale ardito

progetto, del 1081 attraversò il mare Adriatico, s'impadronì di Corfù e

di Botronto, ed assediò Durazzo. Non terremo dietro a Roberto in questa

spedizione estranea al nostro soggetto, e ci limiteremo ad osservare che

nello spazio di tre anni questo principe ebbe la gloria di veder

fuggitivi innanzi a lui i due imperatori d'Oriente e d'Occidente. In

ottobre del 1081 disfece l'esercito dell'imperatore Alessio Comneno,

venuto in persona per fargli levar l'assedio di Durazzo[311]. Chiamato

in Italia da una ribellione scoppiata ne' suoi stati, accorse del 1084 a

liberare Gregorio VII di cui erasi dichiarato protettore, quantunque lo

avesse poco prima scomunicato. Allora fu ch'Enrico IV, levato l'assedio

da Castel sant'Angelo ove trovavasi chiuso il papa, avanti che

arrivassero i Normanni, ritirossi da Roma, di cui Guiscardo ne abbruciò

la metà, abbandonandola al saccheggio de' Saraceni che formavano parte

della sua armata. Furono queste probabilmente l'estreme imprese di

Roberto Viscardo, che morì in Cefalonia il 17 luglio del 1085 mentre

rinnovava i suoi tentativi contro il greco impero[312].

[311] _Alexias Annae Comnensis l. IV. t. XI. p. 83._

[312] _Guilel. Appulus l. V. p. 276. ad fin._

La storia degl'immediati suoi successori non merita d'essere così

attentamente considerata. Suo figlio e suo nipote conservarono a stento

una monarchia ch'egli solo aveva fondata. Le guerre civili resero

inquieto il regno di Ruggiero I duca di Puglia. Ebbe costui un fratello

maggiore, chiamato Boemondo, famoso nella storia delle Crociate, che fu

poi principe d'Antiochia. Questo principe era stato spogliato de' suoi

diritti ereditarj dal testamento paterno e da un giudizio della Chiesa.

Guiscardo, volendo passare a seconde nozze, aveva fatto divorzio colla

prima moglie, sotto pretesto di lontana parentela, e Boemondo suo

figliuolo era stato ridotto al rango di figliuolo bastardo. Egli riclamò

contro l'ingiustizia del testamento paterno, e cercò di far valere colle

armi i suoi diritti, finchè la predicazione della crociata, aprendo una

nuova carriera alla sua ambizione, lo strascinò in Asia colle armate

cristiane. Partì del 1096 con suo cugino Tancredi, ed i Normanni

spiegarono nell'Asia la stessa bravura, la stessa politica, la stessa

avidità, la stessa ambizione che gli aveva già resi potenti e temuti

nella Neustria, in Inghilterra, in Italia ed in Grecia[313].

[313] La ricordanza delle imprese di Boemondo e di Tancredi, celebri

eroi del Tasso, ci fu conservata da un loro contemporaneo Radolfo

Cadomense, che ne scrisse la storia metà in prosa e metà in versi.

_Murat. Scrip. Rer. Ital. t. V. p. 285._

La lontananza di Boemondo e de' suoi guerrieri ridonò la tranquillità a

Ruggiero, duca di Puglia, che non aveva più rivale, ma d'altra parte

indebolì i suoi stati, e s'oppose ai progetti d'ingrandimento e di

conquista[314]. Guglielmo, figliuolo di Ruggiero, succedette al padre

nel 1111, e regnò fino al 1127 in cui morì senza lasciar figliuoli, per

cui tutta l'eredità dei figli di Tancredi Hauteville venne in dominio di

Ruggiero II, gran conte di Sicilia e figliuolo di Ruggiero I. Il regno

di Guglielmo non fu, come quello del padre, fecondo d'importanti

avvenimenti, onde ci affretteremo d'arrivare a quello di Ruggiero, che

terminò di consolidare la monarchia normanna, acquistandole il titolo di

regno, ed unendo a' suoi dominj il principato di Capoa e le repubbliche

della Campania, rimaste fino a tal epoca indipendenti. Quantunque il

regno di Ruggiero sia posteriore alla pace di Worms ed al periodo di

tempo compreso in questo volume, abbiamo creduto di doverci alquanto

scostare dal metodo prescrittoci per non interrompere il racconto della

fondazione d'una monarchia nelle due Sicilie, e per terminare la storia

delle repubbliche greche della Campania, onde non essere in dovere di

parlarne in avvenire.

[314] Intorno al regno di Ruggiero, duca di Puglia, merita d'esser

letto il quarto ed ultimo libro di Gaufredo Malaterra, _p. 590._

Ruggiero II, conte, poi re di Sicilia, ai talenti ed alle virtù di

Guiscardo univa maggior vanità e minor grandezza d'animo. Trovando il

titolo di duca inferiore alla sua potenza, ambì il nome di re, ed

abbracciò opportunamente, all'occasione d'uno scisma che divideva la

Chiesa, il partito dell'antipapa Anacleto II, cui era più che mai

necessaria la sua protezione, mentre tutta la cristianità riconosceva

per legittimo papa Innocenzo II. Questi non poteva pagare a troppo caro

prezzo la protezione dell'unico principe dichiaratosi a suo favore, d'un

principe vicino a Roma, ed abbastanza potente per riporre il suo

protetto sulla sede pontificia e per mantenervelo colle sue armi. In

forza dell'alta signoria sulle due Sicilie che Leone IX aveva acquistata

alla santa sede, Anacleto decorò il suo vassallo del titolo di re,

ponendogli colle sue mani la corona in capo. In pari tempo per formare

il nuovo regno unì alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia il

principato di Capoa, che apparteneva ai Normanni d'Aversa, e la

repubblica di Napoli, sui quali stati egli non aveva verun diritto[315].

[315] _Petrus Diac. Contin. Chron. Cassin. lib. IV. c. 97. p.

554. — Abbas Telesinus lib. II. c. I. et sequ. p. 622. t. V. — Falco

Benev. Chr. t. V. p. 106._

Dopo l'incoronazione, Ruggiero si prese cura di ricompensare il

pontefice scismatico che lo aveva fatto re, e spinta la sua armata verso

Roma, ove Innocenzo II, ajutato dai Francipani suoi parenti, erasi posto

in possesso del supremo pontificato, sconfisse le milizie della Chiesa,

stabilì Anacleto in Roma, e costrinse Innocenzo a salvarsi a Pisa, di

dove passò in Francia per implorare soccorso contro l'usurpatore.

Ruggiero, appena fatto re, pensò a limitare i privilegi de' suoi popoli.

La libertà degli Amalfitani attrasse i primi sguardi di Ruggiero. Dopo

il 1038 in cui que' repubblicani eransi sottomessi a Guaimaro, principe

di Salerno, avevano sempre posti de' principi stranieri alla testa del

loro governo. I Normanni succedettero ai Lombardi: Roberto Guiscardo e

suo figliuolo Ruggiero avevano ottenuta quasi per forza la dignità

ducale; e comunque ogni capitolazione assicurasse agli Amalfitani la

conservazione della libertà e de' privilegi loro, andavano non pertanto

perdendo sotto un capo straniero quel sentimento di assoluta

indipendenza che prima formava la principale loro forza. Ma mentre la

repubblica d'Amalfi piegava a men libero governo in Europa, alcuni suoi

cittadini gittavano in Palestina i fondamenti d'un ordine, che doveva

ereditare il suo potere sui mari, ed essere depositario della gloria

cavalleresca d'Europa.

Alcuni mercanti d'Amalfi chiamati dagl'interessi di commercio in

Oriente, ed in seguito condotti dalla divozione a Gerusalemme; l'anno

1020 ottennero dal Califfo d'Egitto la facoltà di costruire presso al

santo Sepolcro un ospedale dedicato a s. Giovanni per alloggiarvi i

viaggiatori della propria nazione, ed i Cristiani che venivano a

visitare i luoghi santi. Nello stesso tempo fabbricarono una chiesa

dedicata a santa Maria dei Latini, ed un convento per le femmine

consacrato a santa Maria Maddalena. Questi edificj innalzati a spese

degli Amalfitani, e da loro provveduti di sufficienti entrate, rimasero

quasi un secolo esclusivamente in mano dei cittadini d'Amalfi, fino ai

tempi in cui Goffredo Buglione pose alla testa de' crociati l'assedio a

Gerusalemme. Gherardo della Scala, borgata del territorio d'Amalfi, era

a tal epoca rettore del convento degli ospitalieri di s. Giovanni, il

quale avendo armati i cenobiti in favore de' crociati, gli ajutò

potentemente a sottomettere la città. La guerra sacra cambiò la natura

di quest'ordine religioso; gli ospitalieri abbandonarono la cura degli

ammalati per difendere la nuova patria, e combattere contro gl'infedeli,

e l'ordine che il commercio aveva creato, non rimase più aperto che alla

nobiltà militare. Pure i cavalieri di Malta, successori de' borghigiani

d'Amalfi, riverberano ancora qualche gloria su la repubblica che li

produsse[316].

[316] _Brencmannus de Rep. Amal. Diss. I. p. 7._

Gli Amalfitani, come abbiamo osservato, erano, in forza de' loro

trattati, rimasti in possesso dell'interna amministrazione delle loro

magistrature repubblicane e della guardia delle fortificazioni delle

città e de' castelli del territorio. Allorchè Ruggiero fu coronato re,

li richiese di rinunciare a tutti i privilegi che erano, secondo ch'egli

diceva, contrarj alle prerogative di un monarca. Irritato dal rifiuto

degli Amalfitani, riunendo le flotte siciliane e le truppe normanne

attaccò con tutte le sue forze questa piccola repubblica, e dopo avere

con regolari assedj sottomesse l'una dopo l'altra tutte le sue fortezze,

le costrinse a conformarsi ai suoi voleri[317]. I gentiluomini che

militarono per Ruggiero contro Amalfi, caddero anch'essi vittima della

sua immoderata ambizione. Tanto è vero, che quando uomini liberi

congiurano contro l'altrui libertà, non devono lusingarsi di conservare

lungo tempo la propria.

[317] _Abbas Telesinus l. II. c. 7. p. 623._

In fatti Ruggiero intraprese di sottomettere i principali baroni del suo

regno, i quali non avendo fino allora combattuto che in qualità di

volontarj, godevano d'un'assoluta indipendenza. Roberto, principe di

Capoa, era il primo de' gentiluomini normanni. Discendente da Drengot,

fondatore della colonia normanna d'Aversa, non era unito di parentela

alla famiglia di Hauteville; era capo d'uno stato conquistato dai suoi

antenati, e rimasto quasi indipendente. Pure il principe di Capoa non si

era rifiutato di rendere omaggio al nuovo re quando fu coronato a

Palermo; e solo quando il re volle forzare i suoi baroni a far guerra al

legittimo papa, il principe di Capoa non volle marciare, e s'alleò con

Sergio, maestro dei soldati di Napoli, e con molti baroni normanni

ugualmente disposti a difendere la loro libertà civile e religiosa.

La guerra de' baroni contro il re non ebbe felice fine, perchè essendo

stati battuti l'un dopo l'altro, e presa la città di Capoa, la città di

Napoli restò sola indipendente, circondata da ogni lato dagli stati di

Ruggiero, che comprendevano tutta l'Italia meridionale. Colà riparossi

il principe Roberto di Capoa, ma vedendo che sarebbe tosto inseguito

dalle armate del re Ruggiero, convenne col maestro de' soldati della

repubblica sul modo di difendere quest'ultimo asilo della libertà.

Fu Roberto dai Napoletani mandato a Pisa, repubblica già fatta potente,

ch'era già succeduta nel commercio marittimo alle città di Napoli e

d'Amalfi. Egli invocò per sè e per la repubblica di Napoli i soccorsi

de' Pisani contro un re che tentava di distruggere nel mezzogiorno

d'Italia la libertà delle antiche loro alleate, e che inoltre teneva la

Chiesa nell'oppressione, mantenendo sulla cattedra pontificia l'antipapa

invece del legittimo pontefice[318]. I Pisani ch'eransi già caldamente

dichiarati a favore d'Innocenzo II, allestirono una flotta sulla quale

imbarcarono circa otto mila uomini per soccorrer Napoli, chiedendo per

le spese dell'armamento ai Napoletani tre mila libbre d'argento. Questi

sacrificarono di buon grado gli argenti delle loro Chiese alla difesa

della libertà[319].

[318] _Alexand. Abb. Telesin. l. III. c. 1-7. p. 634._

[319] _Falco Benevent. Chron. p. 118._

Intanto il re Ruggiero che aveva già fatto abbruciare i sobborghi di

Napoli, e fortificare Aversa, armava una flotta in Sicilia per attaccare

la città dalla banda del mare, mentre la guarnigione d'Aversa, ed i varj

posti che avea stabiliti nella Campania, toglievano ai Napoletani ogni

comunicazione colla terra. Egli aveva per questo servigio richieste le

migliori milizie degli Amalfitani costretti di favorire la causa di

Ruggiero e degli scismatici. Le galere d'Amalfi dovettero pure unirsi

alla flotta di Sicilia; ed Amalfi, avendo le sue milizie accantonate in

Aversa ed in Salerno, rimase senza difesa[320]. N'ebbero avviso i

consoli di Pisa Alzopardo e Cane, che avevano il comando della flotta

forte di quarantasei vele, e con un colpo di mano presero Amalfi, che fu

saccheggiata. In tale occasione i Pisani acquistarono il famoso

esemplare delle Pandette di Giustiniano, di cui arricchirono la loro

patria[321]. Ma il re ch'era entrato in Aversa, di cui faceva riparare

le fortificazioni, non tardò ad esserne vendicato. Fece sfilare le sue

truppe per sentieri creduti impraticabili a traverso le montagne, e

piombò addosso ai Pisani che assediavano il castello di Fratta,

uccidendo, o facendone prigionieri mille cinquecento, tra i quali uno

de' loro consoli, sforzando gli altri a rimbarcarsi a precipizio[322].

[320] _Abb. Telesin. l. III. c. 24. p. 638._

[321] _Brencmannus Dissert. II. de Amalphi Pisanis diruta, c. 24 et

sequ. ad calcem Historiæ Pandectarum._

[322] _Abbas Teles. l. III. c. 25. p. 638._ Racconta una cronaca

pisana, che una flotta di Ruggiero forte di sessanta vele soccorse

dalla banda del mare l'improvviso attacco del re. _Breviar. Hist.

Pisanæ t. VI p. 170._

Nel susseguente inverno il principe di Capoa tornò a Pisa accompagnato

da Sergio medesimo, maestro de' soldati di Napoli. Ma questo

rispettabile magistrato, che già da trentadue anni governava la sua

patria, rappresentò invano ai Pisani riuniti a Parlamento su la pubblica

piazza, che l'ultima delle repubbliche che ancora sostiene la causa

della libertà nel mezzogiorno d'Italia era vicina a succumbere; che

Ruggiero, il quale aveva preso il titolo di re, non tarderebbe di

attentare alla libertà di tutta l'Italia[323]; che l'interesse

dell'indipendenza e della comune salvezza trovavasi unito a quello della

religione e della Chiesa: ma i Pisani, spossati da una lunga guerra coi

Genovesi e dalla rotta avuta alla Fratta, ricusarono di sostenere essi

soli il peso d'una guerra cui erano stranieri. Roberto volle fare altre

pratiche; e recatosi in Germania implorò a nome d'Innocenzo II, della

repubblica di Napoli e de' baroni normanni oppressi da Ruggiero, i

soccorsi dell'imperatore; mentre Sergio tornò a Napoli ad annunciare a'

suoi concittadini, che omai non dovevano sperare d'essere liberati che

dal proprio valore.

[323] Stando ad un frammento di cronaca pisana, che termina a

quest'epoca, pare che i Pisani si determinassero alla guerra per

aver Ruggiero preso il titolo di re d'Italia. _Chron. Pis. t. VI. p.

110._

Le pratiche di Roberto presso l'imperatore Lotario furono più felici che

non credeva. Il celebre abbate di Chiaravalle s. Bernardo che aveva

abbracciato il partito d'Innocenzo II, mal soffriva di vedere Anacleto

pacificamente in Roma; e perchè Ruggiero era il solo sovrano che lo

proteggeva, scrisse a Lotario caldissime lettere per animarlo a punire

il siciliano protettore del pontefice scismatico[324]. L'imperatore

cedette alle istanze del santo, e prima che terminasse l'inverno

s'incamminò alla volta d'Italia; ma siccome doveva fermarsi in ogni

provincia per riformarne l'amministrazione e ricuperare i diritti

dell'impero, Roberto lo prevenne, e, recatosi a Pisa, equipaggiò col

soccorso de' Pisani cinque navi ch'ebbe la fortuna di condurre cariche

di viveri nel porto di Napoli, sfuggendo alla vigilanza delle galere

reali, che lo tenevano strettamente bloccato. Le provvisioni della città

erano terminate; ma quelle portate da Roberto, e l'avviso di un prossimo

soccorso rianimarono il coraggio degli abbattuti cittadini.

[324] Veggasi la lettera di s. Bernardo a Lotario _apud Baron. Ann.

Eccles. an. 1135. § 19._

Poi ch'ebbe vittovagliata la città, l'instancabile Roberto tornò presso

l'imperatore onde affrettarne la marcia. Lo trovò accampato in vicinanza

di Cremona, e scegliendo l'istante in cui questo monarca, circondato dai

suoi generali, faceva la rassegna del suo esercito, si prostrò a' suoi

piedi, e coprendosi di polvere, supplicava Lotario a rendergli la

paterna eredità, ed a soccorrere gl'infelici suoi alleati, che,

abbandonati da lui, perirebbero in breve di fame. Di fatti Napoli

trovavasi ridotta agli estremi; le donne, i fanciulli, i vecchi cadevano

sulle piazze vittima della fame; «ma Sergio (mi valgo delle espressioni

d'un autore contemporaneo[325] che partecipò di tante sofferenze); ma

Sergio il maestro de' soldati, ed i fedeli cittadini che avevan cura

della libertà della patria, e che non avevano tralignato dagli antichi

costumi de' loro padri, preferivano morir di fame alla perdita della

libertà, ed al giogo di così detestato nemico.»

[325] Falcone di Benevento allora esule dalla sua patria ribelle ad

Innocenzo II erasi rifugiato in Napoli. _Chron. p. 120. A._

Fortunatamente l'imperatore s'avanzò alla fine per far cessare i

lamenti, e prevenire lo scoraggiamento. I messaggieri di Napoli, che

avevano accompagnato Roberto, rientrarono in città, dichiarando con

giuramento innanzi al maestro de' soldati ed al popolo adunato in

assemblea, che avevano veduto l'imperatore a Spoleti colla sua armata.

Pochi giorni dopo entrarono pure in Napoli alcuni messaggieri di

Lotario, dichiarando ch'era giunto in riva al fiume di Pescara; e

finalmente l'arcivescovo di Napoli, ed alcuni principali cittadini,

mandati a Lotario, riportarono ai Napoletani la sicura notizia del suo

imminente arrivo; perchè, sostenuti da tale speranza, continuarono a

soffrir la fame, rigettando le offerte del nemico, quantunque ridotti a

soli trecento uomini in istato di portare le armi[326].

[326] _Abbas Teles. l. IV. c. 2. p. 642._

(1137) La loro costanza non rimase lungo tempo senza premio.

L'imperatore, dopo avere staccati dall'esercito tre mila uomini che

sotto il comando d'Enrico di Baviera, suo genero, dovevano accompagnare

Innocenzo II e metterlo in possesso del ducato di Roma e della

Campania[327], passò il fiume di Pescara nel giorno di Pasqua. La città

di Termoli e tutti i signori degli Abruzzi si affrettarono di

sottomettersi all'imperatore, che, entrato nella Puglia, s'impadronì di

Siponto e del monte s. Angelo, e sparse tanto terrore tra i sudditi di

Ruggiero, che tutte le città, non eccettuata Bari, prevennero le sue

armi e gli s'arresero. Il papa intanto avanzavasi per la strada di s.

Germano alla volta di Capoa, ove ristabilì il principe Roberto. I

Normanni, battuti ovunque tentarono d'opporsi alle armate imperiali, non

fecero più resistenza, di modo che in una sola campagna Ruggiero

perdette tutte le province al di qua del Faro.

[327] _Pet. Diac. Chr. Cassin. lib. IV. c. 105. p. 561._

I Pisani avevano, per la libertà di Napoli, fatto uno sforzo ancora

superiore a quello de' potenti loro alleati. Avevano armata una flotta

di cento navi con cui entrando vittoriosamente nel porto vi

ristabilirono ben tosto l'abbondanza[328]. Rivolsero in seguito le loro

armi contro di Amalfi onde rivendicare l'affronto soffertovi due anni

prima. La città s'affrettò di capitolare, ma i castelli di Scala e di

Scalella che ne dipendevano avendo voluto resistere, furono presi a viva

forza, ed abbandonati al saccheggio. Questo secondo disastro compì la

rovina della repubblica d'Amalfi, che d'allora in poi andò sempre

decadendo. A quest'epoca la sola città aveva cinquanta mila abitanti; e

Brencman assicura che quand'egli v'andò in principio del secolo

decimottavo ne contava appena mille[329]. Oggi ne ha sei in otto mila.

Questa repubblica ebbe banchi di commercio in tutti i porti della

Sicilia, dell'Egitto, della Siria, della Grecia, i quali furono tutti

abbandonati, tosto che verso il 1350 i re di Napoli abolirono le forme

repubblicane dell'interna sua amministrazione. Non pertanto due uomini

nati in Amalfi illustrarono ancora questa città dopo perduta l'antica

sua potenza; cioè Flavio Gioja che del 1320 inventò, o perfezionò la

bussola, e Masagnello celebre capo della sedizione di Napoli l'anno

1647. Questo pescivendolo, giunto senza educazione al governo di un

potente stato, si mostrò ancora superiore all'elevato rango in cui lo

aveva posto l'azzardo, e meritò d'essere risguardato come padre di un

popolo di cui aveva saputo calmare i furori.

[328] _Falconis Beneventani Chron. p. 122._

[329] _Brencmannus de Rep. Amal. Dis. I. c. 13._

La repubblica di Napoli non godette a lungo del suo trionfo sul re di

Sicilia a cagione della discordia che si manifestò tra i suoi

confederati nella presa di Salerno. Sdegnaronsi i Pisani che

l'imperatore, senza il consentimento loro, segnasse la capitolazione di

quella città, alla cui resa aveva contribuito la loro flotta quanto, o

più dell'armata imperiale. Dal canto suo Innocenzo pretendeva, non si sa

con quale fondamento, che Salerno fosse di spettanza della santa sede.

Questa doppia contesa consigliò la ritirata de' confederati: i Pisani

fecero vela per la Toscana, Corrado si mosse alla volta della Germania,

ed il papa si stabilì in Roma. Ruggiero che non aveva omai in faccia che

nemici vinti più volte, rientrò nel suo regno di qua del Faro. Salerno

gli aprì le porte, sottomise Nocera, bruciò Capoa, e colla rapidità con

cui le perdette, riebbe quasi tutte le province che gli furono tolte

nella precedente campagna[330].

[330] _Falco Benev. Chron. p. 124. — Chr. Mon. Cas. l. IV. c. 126. p.

598. — Romual. Arch. Saler. Chr. p. 189. t. VII. Rer. Ital._ Nel

racconto di questo storico debbono esservi senza dubbio delle

lacune, benchè si pubblicasse come una narrazione continuata.

Innocenzo II, disgustato dell'imperatore, tentò di metter fine alla

guerra ed allo scisma colle trattative. Tre cardinali del suo partito

furono ammessi in presenza di Ruggiero a discutere contro tre altri del

partito d'Anacleto i titoli della validità dell'elezione dei due

competitori. Questa conferenza, come d'ordinario accade, lasciò tutti

nella propria opinione; sicchè, quando fu terminata, i due papi si

scomunicarono di nuovo perchè l'avversario non aveva voluto arrendersi

all'evidenza delle proprie ragioni. Fortunatamente per la pace della

Chiesa, Anacleto morì poco dopo; e quantunque i suoi partigiani si

affrettassero di eleggere il successore, che prese il nome di Vittore

III, Innocenzo con una grossa somma di danaro ne ottenne l'abdicazione e

la cessazione dello scisma[331].

[331] _Petrus Diac. Chr. Monast. Cassin. l. IV. cap. ultimum, p.

602_.

(1138) In un sinodo tenuto in Roma l'anno susseguente, Innocenzo rinnovò

le censure fulminate prima contro Ruggiero ed i suoi aderenti, e per

appoggiarle colla forza s'avanzò alla testa d'una piccola armata fino al

castello di Galluzzo, di cui ne cominciò l'assedio, durante il quale fu

sorpreso ed inviluppato dalle truppe di Ruggiero e di suo figlio, poste

in fuga le sue truppe, ed egli, fatto prigioniero e condotto nel campo

nemico.

La sorte di Napoli venne decisa da questa catastrofe. Innocenzo

prigioniero sacrificò, senza difficoltà, i suoi antichi difensori al

loro più caldo nemico; accordò a Ruggiero l'investitura di Capoa

spogliandone lo sventurato suo amico Roberto; accordò pure al re di

Sicilia l'onore di Napoli e delle sue dipendenze, vale a dire, la

sovranità su questa repubblica, su cui i papi non avevano mai avuto

verun diritto[332]. I Napoletani che avevano perduto il duca Sergio in

una delle ultime battaglie[333], e che non sapevano a chi rivolgersi per

ottenere soccorso, dovettero sottomettersi, cedendo alla necessità.

Mandarono deputati a Benevento ad offrire la corona ducale al re

Ruggiero, da cui furono uniti alla monarchia[334].

[332] Veggasi questa Bolla presso il Baronio _ad an. 1138._

[333] _Romuald. Salern. Chron. p. 190._

[334] _Falco Benev. p. 129._

Il re che fin allora aveva trattati i paesi conquistati con estrema

crudeltà, si mostrò più generoso verso i Napoletani. Confermò tutti i

loro privilegi che non erano in opposizione col potere monarchico, e ne

conservò l'amministrazione municipale, che mantennesi intatta quasi un

secolo[335]. Intanto colla sommissione di Napoli a Ruggiero si spense

affatto la libertà nell'Italia meridionale; e Napoli, perduta la sola

prerogativa che possa rendere grandi le piccole nazioni, diventa

straniera alla nostra storia. Quantunque crescesse in popolazione

allorchè diventò la capitale del regno, le sue ricchezze ed il suo

commercio diminuirono. Le leggi reali di Ruggiero, l'istituzione d'una

nobiltà militare, l'introduzione d'una moneta falsificata posta in corso

con infinito danno del commercio e dell'agricoltura, cavarono dagli

occhi de' Napoletani amare lagrime sulla perdita della loro

libertà[336].

[335] _Falco Benev. ad finem cum nota Camilli Pellegrini._

[336] Il re vietò la circolazione dei _Romesini_, moneta di bassa

lega di Costantinopoli, ossia della nuova Roma; ed in loro vece

coniò dei ducati metà argento e metà rame. _Falco Benev. p. 131._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16) · 第 11 / 18 题