1039 Enrico III re Benedetto IX papa (dopo il 1033)
1044 . . . . . . . Gregorio VI Benedetto IX e Giovanni
antipapi.
1046 . . . . imper. Clemente II Prima spediz. d'Enrico
III in Italia.
1048 . . . . . . . Damaso II
1049 . . . . . . . Leone IX
1055 . . . . . . . Vittore II II. sped. d'Enrico III
d'anni 39 il 5 ott.
1056 Enrico IV re . . . . .
1067 . . . . . . . Stefano IX
1059 . . . . . . . Nicolò II
1061 . . . . . . . Alessandro II Cadolao, o Onorio
II antipapa.
1073 . . . . . . . Gregorio VII
1077 . . . . . . . . . . . . . I. spediz. d'Enrico
IV in Italia.
1084 . . . . imper. . . . . . . Guiberto, o Clemente
III antipapa.
1086 . . . . . . . Vittore III
1088 . . . . . . . Urbano II
1093 . . . . . . . . . . . . . Corrado re d'Italia
figlio ribelle d'Enrico.
1099 . . . . . . . Pasquale II
1101 . . . . . . . . . . . . . Morte di Corrado
1105 . . . . . . . . . . . . . ribellione d'Enrico
V figlio d'Enrico IV.
1106 Enrico V re . . . . . . Enrico IV muore il
7 agosto.
1111 . . . imper. . . . . . .
1118 . . . . . . . Gelasio II Burdino, o Gregorio
VII, antipapa.
1119 . . . . . . . Calisto II
1122 . . . . . . . . . . . . . Pace di Worms.
Non ho indicato che la prima spedizione d'Enrico IV in Italia; principe
guerriero, che ripassò le alpi quasi ogni campagna.
[190] _Sigeberti Gemblac. Chronog. p. 833._
La famiglia de' conti di Tuscolo, che discendeva da Marozia e da
Alberico, avea dato alla Chiesa tre papi l'uno dopo l'altro, Benedetto
VIII l'anno 1012, Giovanni XIX, fratello di Benedetto, l'anno 1024, e
Benedetto IX, nipote dei precedenti, l'anno 1033; gli ultimi due si
erano fatti eleggere acquistando i suffragi del popolo con manifesta
simonìa, ed avevano renduta la dignità papale quasi ereditaria nella
loro famiglia[191]. Uno storico assicurava che Benedetto IX non aveva
più di dieci anni quando, profondendo l'oro, gli si acquistarono i voti
del popolo[192]. Questa estrema giovinezza non è altrimenti avverata; ma
ciò che non è controverso, è la scandalosa condotta di questo pontefice
nel corso di dodici anni, i furti, i massacri, le impudicizie che
lordarono la santa sede. «Inorridisco nel ripeterlo (scriveva papa
Vittore III, allora suo soggetto, e quarant'anni più tardi suo
successore), quale fu la vita di Benedetto poichè fu consacrato, quanto
vergognosa, corrotta, esecrabile; perciò non incomincerò il mio racconto
che dai tempi in cui il Signore si rivolse di nuovo alla sua chiesa.
Poichè Benedetto IX afflisse molto tempo colle sue rapine, assassinj,
abbominazioni il popolo romano, più non potendo i cittadini soffrire
tanta scelleratezza, riunironsi scacciandolo dalla città e dalla sede
pontificia. Innalzarono in sua vece, ma a prezzo d'oro ed a dispetto de'
sacri canoni, Giovanni, vescovo di Sabina, che, preso il nome di
Silvestro III, occupò tre soli mesi la sede della chiesa romana.
Benedetto nato dai consoli di Roma, e che veniva sostenuto da tutte le
loro forze, travagliava la città co' suoi soldati; ed alla fine obbligò
il vescovo di Sabina a tornare vergognosamente al suo vescovado. Allora
Benedetto riprese la perduta tiara, senza mutar punto gli antichi
costumi.... Ma vedendo che il clero ed il popolo sprezzavano le sue
sregolatezze, e tutti erano scandalizzati dalla fama de' suoi delitti;
siccome inclinato ch'egli era alle voluttà, e più desideroso di vivere
da epicureo che da pontefice, trovò l'espediente di rendere, per una
grossa somma di danaro, il sommo pontificato a certo Giovanni arciprete,
che aveva in città opinione d'essere uno de' più costumati e religiosi
chierici. Benedetto ritirossi ne' suoi castelli; e Giovanni, che si fece
chiamare Gregorio VI, amministrò la Chiesa due anni ed otto mesi, finchè
giunse a Roma Enrico re di Germania»[193].
[191] _Vitae Pont. roman. ex Amalr. Augerio, Pandulph. Pisan., et
Catal. Papar. t. III. p. II. p. 340._ e seguenti.
[192] _Glaber. Hist. lib. IV. c. 5._
[193] Enrico III fu coronato a Roma l'anno 1046. Vittore III,
chiamato prima Desiderio, cardinale ed abbate di Monte Cassino, fu
l'immediato successore di Gregorio VII ed eletto papa del 1086,
essendo molto vecchio. Lo squarcio che abbiamo riportato, è preso
dal III libro de' suoi Dialoghi, ed unito come appendice alla
Cronaca di Monte Cassino. _Lib. II. t. IV. p. 396._
Assicurano i suoi biografi che questo stesso Gregorio VI si dedicò
interamente alle armi per ricuperare colla forza i possedimenti
ecclesiastici ch'erano stati tolti alla santa sede; e siccome colui che
non sapeva leggere, ed era estremamente ignorante, ricevette dal popolo
romano un collega che unitamente a lui esercitasse il papato,
occupandosi delle cose del culto mentre Gregorio combatteva[194].
[194] _Amal. Auger. di Vitis Pont. p. 340._ — _Catal. Pap. 342._
Queste cessioni e divisioni fatte prima amichevolmente, non si
mantennero; e quando Enrico III giunse in Italia, Benedetto IX risedeva
a s. Giovanni di Laterano, Giovanni, l'aggiunto di Gregorio, a s. Maria
Maggiore, e Gregorio VI a s. Pietro in Vaticano. Enrico prima d'entrare
in Roma riunì a Sutri un concilio per giudicare questi papi; ma il solo
Gregorio VI si presentò innanzi a quest'assemblea. Il concilio avendo
giudicata illegittima la elezione di lui, siccome quelle degli altri
due, fu nominato ad occupare la santa sede, rimasta vacante, Suggero,
vescovo di Bamberga, proposto da Enrico III, il quale prese il nome di
Clemente II[195].
[195] _Baron, Annal. Eccl. ad ann. 1046. § 3-5. — Pagi Critica ad an.
§ 1._
L'intervento d'Enrico III all'elezione del sommo pontefice rese
all'imperatore l'intero esercizio del diritto ch'ebbero già
gl'imperatori greci e carlovingi di concorrere all'elezione dei papi,
diritto che non vedesi esercitato da Corrado e da Enrico II. Enrico III
acquistò pure a questo riguardo una maggior influenza che veruno de'
suoi predecessori. Fino allora il costume della Chiesa era stato quello
di lasciare ai suffragi de' Romani la scelta del pontefice, e di
aspettare per consacrarlo l'approvazione dell'imperatore: ma Enrico
approfittando della riconoscenza del nuovo papa, del pregiudizio che
l'ultimo scisma aveva arrecato alle elezioni popolari, e dell'appoggio
della sua armata, obbligò il popolo romano a rinunciare al diritto di
presentazione, ed a lasciare in sua mano senza riserva l'elezione de'
futuri pontefici[196].
[196] _Sancti Petri Damiani opuscula, § 27. 36. apud Murat. ad an
1047._
Enrico III non abusò del potere che riduceva in così ristretti limiti le
libertà della Chiesa e del popolo. Clemente II, Damaso II e Leone IX,
ch'egli elesse successivamente, erano uomini religiosi, che riformarono
i costumi del clero e della Chiesa. L'ultimo, cui procurò la tiara, fu
Vittore II, prima vescovo (1054) d'Aichstett, che gli fu indicato dal
monaco Ildebrando, in allora sottodiacono della Chiesa romana. Enrico si
risolvette con difficoltà ad allontanare dal suo fianco questo prelato,
ch'era uno de' suoi principali consiglieri e de' più cari amici[197]; e
quando nel susseguente anno fu Enrico sorpreso dalla mortal malattia che
lo condusse al sepolcro in età di trentanove anni, confidò a questo papa
ed all'imperatrice Agnese l'amministrazione de' suoi stati e la tutela
di suo figlio in età di soli cinque anni. Vittore sopravvisse poco tempo
ad Enrico, ed i suoi successori non corrisposero alla confidenza che
l'imperatore aveva riposta nella santa sede.
[197] _Chron. s. Monas. Cassin. lib. II. c. 89. p. 403._
Fu in fatti dopo la morte d'Enrico III, che i Romani pontefici, benchè
sudditi e creature degl'imperatori, si eressero in loro censori e
padroni. Il successore di s. Pietro ambì apertamente un dominio
universale; ambiziosi prelati si presero cura di destare il fanatismo
del popolo, e per lo spazio di settant'anni d'anarchia la potenza
ecclesiastica e la secolare si fecero guerra non meno colle armi, che
coi delitti. Noi crediamo poterci dispensare dal raccontar di nuovo
circostanziatamente la troppe volte descritta contesa del sacerdozio e
dell'impero, per cagione dell'investiture; e ci limiteremo ad indicare
il carattere dei personaggi che vi rappresentarono le prime parti, e
quale fosse lo spirito del secolo che la vide nascere.
Fino alla prima minorità d'Enrico IV, aveva Ildebrando acquistata
grandissima influenza nella Chiesa e nell'impero. Il carattere della sua
anima lo chiamava a grandi cose; imperciocchè, in onta della società,
non è colle virtù amabili, ma spesse volte coi difetti e coi vizj che si
governano gli uomini. Nel carattere d'Ildebrando trovavasi quell'energia
di volontà che è figlia di smisurata ambizione, tutta la rusticità di un
essere ch'erasi reso nel chiostro straniero all'umana natura, e non
aveva mai amato un suo simile. Siccome questo monaco aveva imparato a
reprimere ogni affetto, le potenze dell'imperiosa sua anima eransi tutte
dirette al conseguimento de' suoi desiderj. Ciò che aveva progettato una
volta, diventava lo scopo delle mire di tutta la sua vita; egli
chiamavalo giusto, vero, ed arrivava a persuader sè medesimo prima di
persuaderlo agli altri, che la sua ambizione era un suo dovere. Egli
aveva veduta la Chiesa dipendente dall'impero, e sostenne che l'impero
era soggetto alla Chiesa; chiamò usurpazioni criminose, ribellioni
sediziose, i tentativi dei laici pel mantenimento d'incontrastabili
diritti; comunicò al clero il suo entusiasmo e la sua convinzione,
dandogli un impulso che si prolungò lungo tempo ancora dopo la sua
morte, e che innalzò i pontefici sopra i re dell'Europa[198].
[198] Veggansi intorno al carattere di Gregorio gli scrittori
ecclesiastici ed ortodossi. _Baron. an. 1073. — Pagi Critica
ibid, — Pandul. Pis. vitae Pont. t. III. p. I. Rer. Ital. p.
304. — Paulus Bernriedens. de gestis Gregorii VII. ib. p. 317._
Prima di montare egli stesso sulla santa sede, Ildebrando diresse per lo
spazio di vent'anni le elezioni del papi. Vivente ancora Enrico III, era
stato fatto depositario di tutta l'autorità del senato e del popolo
romano, e fu allora che fece alla corte imperiale eleggere Vittore: fu
l'anima della corte di Roma ne' pontificati di Stefano IX, Nicolò II ed
Alessandro II; di modo che può far maraviglia come ad ogni vacanza del
trono pontificio, non vi foss'egli elevato prima del 1073, epoca della
sua elezione; e convien credere che il suo duro ed imperioso carattere
gli alienasse i suffragi del popolo.
Ildebrando per mezzo de' suoi predecessori, de' quali era l'unico
consigliere, fece tentare la riforma del clero. Egli sentiva vivamente
che per renderlo onnipossente conveniva accrescere per lui il rispetto
del popolo, ed attaccarlo più strettamente al suo capo. Molti parrochi,
e probabilmente alcuni vescovi erano solennemente ammogliati; i
regolamenti ecclesiastici non ne avevano loro assolutamente tolta la
facoltà[199]; ma il popolo da molto tempo non accordava la sua
ammirazione che alle virtù monacali, e risguardava come degni di maggior
rispetto gli ecclesiastici celibi. Questi ultimi, rinunciando agli
affetti di famiglia, consacravano tutto intero il loro cuore alla
Chiesa; quindi erano più ligi ai papi, più zelanti e più potenti.
Ildebrando risolse di non soffrire uomini ammogliati tra i ministri
dell'altare, e mosso da' suoi suggerimenti, Stefano IX l'anno 1058
dichiarò il matrimonio incompatibile col sacerdozio, che tutte le mogli
dei preti erano concubine, e che tutti coloro che non le abbandonavano,
erano sul fatto scomunicati. Una tanto grave ingiuria fatta ad uomini
rispettabili, e ch'eransi uniformati alle leggi del loro stato, non fu
pazientemente tollerata: il clero di Milano si tenne più offeso degli
altri, perchè allegava l'espressa permissione del matrimonio accordata
da s. Ambrogio a quella diocesi, e l'esempio di due arcivescovi
ammogliati[200]. Riclamò con vigore, resistette, ed oppose a quella del
papa la decisione d'un concilio: ma Ildebrando sprezzò la sua
resistenza, ed i parrochi refrattarj furono denunciati come infetti
d'eresia, quando altro non facevano che difendere le antiche loro
costumanze. Questi nuovi eretici furono chiamati Nicolaiti[201].
[199] Tutti gli antichi storici milanesi assicurano che s. Ambrogio
aveva lasciato al clero della sua diocesi la libertà d'ammogliarsi
una sola volta, e con una vergine. Non pertanto il Pagi _Crit. An.
Eccl. an. 1045. § 7-10._, ed il Puricelli nella sua dissertazione,
_t. IV. Rer. Ital. p. 121_, sonosi sforzati di confutare
quest'asserzione. Stando ad una lettera di papa Zaccaria a Pipino
maggiordomo di Francia, § 11, il matrimonio fu vietato ai vescovi,
prelati e diaconi dal cap. 37. di un concilio africano, restando le
altre classi in libertà di seguire la costumanza delle chiese
particolari. _Cod. Carol. t. III. Rer. Ital. p. II. p. 84._
[200] _Corio Storie Milan. p. I. p. 6._ Galvanei Flam. _Maniss.
Flor. c. 150. t. XI. Rer. Ital. p. 673._ — _Landulph. Sen. Hist. Med.
lib. III. c. IV. t. IV. p. 96._ — Inoltre il quarto volume
tutt'intero del conte Giorgio Giulini, _Memorie della città e
campagna di Milano_, ove tratta l'argomento con molta estensione.
[201] _Baron. Annal. Eccl. ad an. 1059. § 43._
Un colpo assai più ardito fu scagliato l'anno 1059 da papa Nicolò II nel
concilio lateranese contro la podestà secolare. Tutti gli ecclesiastici
erano anticamente nominati dal popolo della loro parrochia; ma i signori
ed i re, avendo arricchita la Chiesa, eransi quasi tutti riservati il
diritto di presentazione ai beneficj, ch'essi o i loro antenati avevano
istituiti; vale a dire, il diritto di scegliere il prete che ne sarebbe
rivestito. Indipendentemente da un contratto tra il donatore e la
parrochia, quando una Chiesa possedeva un feudo, il nuovo prelato, in
forza delle leggi dello stato, non poteva prenderne il possesso senza
esserne investito dal signore che aveva l'alto dominio del feudo. Questa
era la legge feudale, la legge universale, che non ammetteva eccezioni
in favore degli ecclesiastici. Con tali diritti di presentazione e
d'investitura era stata tolta alla greggia, e data alla corona la
facoltà d'eleggere la maggior parte dei pastori; ed è verisimile che
alla corte degl'imperatori, come praticavasi prima nelle assemblee della
parrochia, e si usò dopo alla corte de' papi, si acquistassero i ricchi
benefici a prezzo d'oro. Ildebrando denunciò quest'abuso quale scandalo
infame, quale vergognoso mercato dei doni dello Spirito Santo, cui diede
il nome di Simonia. I Simoniaci furono dichiarati eretici e scomunicati,
e per preservare le Chiese da tale corruzione si proibì ai preti di
ricevere alcun beneficio ecclesiastico dalle mani d'un laico, _anche
gratis_[202]. La Chiesa si arrogò d'un sol colpo la prerogativa di
rinnovare i suoi proprj membri, mentre i re ed i grandi vennero
spogliati del diritto di distribuire i beneficj, de' quali i loro
antenati avevangli lasciata la libera disposizione; di un diritto, che
il primitivo contratto loro riservava come una proprietà ch'essi avevano
posseduto molti secoli, e che tutta la cristianità aveva riconosciuto
legittimo.
[202] _Baron. Annal. ad ann. 1059. § 32-34._
Il canone che proscriveva le investiture non fu da prima applicato
all'elezione dei papi; non avendosi un solo esempio che alcuno
imperatore vendesse questa suprema dignità; e le concessioni fatte dalla
Chiesa ad Enrico III erano troppo fresche per poterle adesso
distruggere; onde il concilio lateranese si limitò a modificarle. Le
future elezioni dei papi, invece di lasciarle, secondo l'antica
consuetudine, al popolo romano, si attribuirono ai cardinali, i quali
non ne avevano per altro l'assoluta esclusiva. Essi dovevano riunirsi
prima degli altri, ond'essere, giusta il decreto, le guide _praeduces_
dell'elezione; il rimanente del clero, ed il popolo dovevano
accontentarsi di seguirli, e doveva l'operazione aver compimento «salvo
l'onore ed il rispetto dovuto al re Enrico futuro imperatore, e
coll'intervento del suo nunzio il cancelliere di Lombardia, cui la sede
apostolica accordò il privilegio personale di prender parte all'elezione
colla propria adesione»[203]. Le vaghe espressioni del canone del
concilio lateranese furono poi il fondamento del diritto esclusivo, che
i cardinali si appropriarono, di nominare i capi della Chiesa. La
riserva, benchè assai più chiara, del diritto monarchico, non impedì che
alla prima vacanza accaduta due anni dopo, non si elegesse Alessandro
II, senza neppur chiedere l'assenso d'Enrico, o dell'imperatrice
reggente[204]. Di modo che la corte irritata nominò in Allemagna un
altro papa Cadolao vescovo di Parma, lo che diede motivo a nuovo scisma.
[203] _Decret. Nicolai II Papae in Chron. Monast. Farfensis. t. II.
p. II. Rer. Ital. p. 645._
[204] _Leo. Ost. Chron. Monast. Cassin. lib. III. c. 21. p. 431._
Nello stesso concilio di Laterano venne espressamente ammesso come
dottrina cattolica il domma della presenza reale nell'Eucaristia. Certo
Berengario, diacono d'Augers, aveva scritta un'opera contro i
propagatori di tale credenza; sosteneva nel suo libro, che la Chiesa non
aveva mai veduto nel Sacramento che una memoria, un simbolo del
sacrificio di Gesù Cristo. La sua professione di fede, che fino a que'
tempi era stata quella della cristianità, fu condannata come un'eresia,
di cui fu forzato a fare l'abjura[205][206].
[205] _Baron. Annal. Ib. § 15 — 23._
[206] L'opinione dell'autore non è quella della chiesa cattolica
vittoriosamente difesa da tante egregie opere, e specialmente da
quella profondissima d'Antonio Arnaldo intitolata: _Perpetuité de la
fois ec._
Durante la minorità d'Enrico IV, i suoi ministri, senza pregiudicarne i
diritti, seppero evitare un'aperta rottura colla santa sede. La fazione
degl'Italiani, che volevano difendere contro il papa la libertà della
Chiesa, formava già un sufficiente contrappeso all'ambizione dei
pontefici. Questo partito era quasi sempre dominante a Milano ed in
Lombardia; ed era potente anche in Roma, ove un uomo assai ricco ne
aveva presa la difesa. Questo capo era Pietro Leone, il quale,
quantunque giudeo d'origine, erasi acquistato un immenso credito nella
capitale del cristianesimo[207]. Egli ottenne di far entrare in Roma
l'antipapa Cadolao, che prese il nome d'Onorio II. Cadolao riportò una
vittoria sulle truppe del legittimo papa, e si stabilì nel vaticano; ma
ne fu presto scacciato dalle forze del duca di Toscana[208].
[207] Pietro Leone non ottenne per altro nè la confidenza
dell'imperatore, nè quella d'Onorio II. Il vescovo scismatico Benzo
lo aveva dipinto come un furbo. _Benzoni Episc. Albensis Panegir.
Hen. III. Im. lib. II. c. 4. et 8. p. 985. 987 apud Menchen. Scrip.
Germ. t. I._
[208] _Benzo Paneg. lib. II. p. 982 ec. — Vita Alexandri II ex Card.
Arrag. t. III. p. I. p. 302. — Vita ejusdem pont. ex Amalrico Augerio
p. II. p. 356._
Quando Ildebrando, che prese il nome di Gregorio VII, fu l'anno 1073
elevato sulla cattedra di s. Pietro, terminava appunto la minorità
d'Enrico. Questo principe, giunto oltre i vent'anni, aveva un'anima
troppo altiera, ed era troppo valoroso per piegarsi sotto vergognose
condizioni; onde posto da banda ogni riguardo per i pontefici che lo
esacerbavano con reiterati insulti e soverchierie, prese fin d'allora la
risoluzione di esporsi alle usurpazioni colla forza. Facevano alquanto
torto al nobile e generoso suo carattere l'essersi senza alcun ritegno
abbandonato alle giovanili passioni, ed il disprezzo per tutte le cose
religiose che gli aveva inspirato l'ambiziosa furberia del clero. I papi
ed i loro partigiani approfittarono di tali difetti per rappresentarlo
come un empio; pure vedremo, non già Enrico, ma papa Gregorio deturpare
la propria causa colla più ributtante durezza.
La superstizione suole ingrandire i lontani oggetti. Il cieco
attaccamento dei fedeli verso la Chiesa romana era in ragione contraria
della loro lontananza da Roma: i fulmini del Vaticano facevano tremare i
Tedeschi, ai quali pareva meritevole d'eterna censura qualunque veniva
condannato dal papa[209]: ed era precisamente tra la nazione
dell'imperatore, ed in seno alla sua famiglia, che i preti ottenevano
facilmente di abbatter il potere imperiale. Ma mentre i papi trovavano
nella corte imperiale ambiziosi seguaci e creduli fanatici, gl'Italiani,
mal sofferendo di vedere il capo dello stato sottoposto a vergognoso
giogo, abbracciavano le sue parti con tanto ardore, che lo avrebbero
fatto trionfare de' suoi rivali, se fossero loro mancati gli ajuti della
contessa Matilde, eroina de' mezzi tempi, che alla cieca superstizione
del suo sesso univa il coraggio, il vigore e la costanza del nostro; ed
appunto allora aggiungeva all'immensa eredità de' marchesi di Toscana
quella della famiglia di Canossa. Goffredo di Lorena marchese di Toscana
moriva del 1070, e sei anni dopo lo seguiva la consorte Beatrice, che
lasciava questa sola figlia del primo letto signora del più vasto e
potente feudo, che fino a tale epoca esistesse in Italia[210].
[209] Al nostro segretario Fiorentino dobbiamo questa verissima
osservazione energicamente sviluppata nelle sue storie. Accadeva ai
papi ciò che vediamo accadere a chiunque per dignità o per merito
trovasi elevato a somma riputazione; i lontani ne conoscono soltanto
le virtù, i vicini le virtù ed i vizj. N. d. T.
[210] Il sig. Fiorentini detto Lucchese scrisse con prodigiosa
erudizione la vita della contessa Matilde. Abbiamo pure una vita in
prosa di un anonimo, ed un'altra in versi di Donizzone suo suddito e
cappellano di Canossa, ambedue suoi contemporanei, le quali trovansi
nel tomo V. _Scrip. Rer. Ital._, e nel tomo I. _Script. Brunsvic.
Leibnitrii._
Unico scopo di tutte le azioni di Matilde fu l'elevazione della santa
sede, cui consacrò tutte le sue forze finchè visse, e lasciò morendo
tutto quanto possedeva. Ebbe due mariti, il giovane Goffredo di Lorena,
e Guelfo di Baviera; ma l'ambizione, o il fanatismo occupando
interamente il suo cuore, abbandonò due sposi che non credeva abbastanza
attaccati alla santa sede, e si consacrò interamente alla difesa dei
papi[211].
[211] Matilde era nata da Bonifacio e Beatrice l'anno 1046 e morì
nel 1115.
(1076) Enrico IV irritato dalla durezza di Gregorio VII tentò di deporlo
nella dieta di Worms, mentre Gregorio deponeva Enrico nel concilio di
Roma: ma questi, abbandonato da suoi vassalli di Germania, che volevano
dare la sua corona a Rodolfo di Svevia, e che gli facevano un'arrabbiata
guerra[212], fu costretto di venire in Italia a chiedere perdono a
quello stesso orgoglioso pontefice che aveva di fresco offeso. La
sentenza di scomunica restava sospesa sul di lui capo fino alla seconda
festa di quaresima del 1077, prima della quale eragli ingiunto di
recarsi a Roma. Nel cuore dell'inverno traversò Enrico le pericolose
foci delle Alpi le meno praticate, perchè le strade più agevoli erano
occupate dai suoi nemici; e giunto in Italia, era costretto d'implorare
presso il pontefice il favore di Matilde. Trovavasi allora Gregorio con
questa principessa nel forte castello di Canossa, posto in vicinanza di
Reggio, di dove preparavasi a passare in Germania. Oltre quello della
principessa Matilde, erasi l'imperatore procurato l'appoggio del
marchese d'Este, dell'abbate di Clugnì, e de' più principali signori e
prelati d'Italia. «Il papa resistette lungo tempo, dice Lamberto
d'Aschaffemburgo storico contemporaneo, ma vinto alfine dalle
importunità e dal rango di coloro che gliene facevano istanza: _E bene,
diss'egli, se veramente è pentito di quanto ha fatto, deponga nelle mie
mani la sua corona, e le insegne della dignità reale, onde darmi così
una prova del suo vero pentimento; e dichiari poi, che in conseguenza
della contumacia di cui si è reso colpevole, si conosce indegno della
dignità e del titolo di re_. I deputati trovando tali condizioni troppo
dure, insistevano presso al papa perchè le addolcisse, e non spezzasse
la canna. Cedeva a stento Gregorio alle loro istanze, acconsentendo che
Enrico s'avvicinasse a lui, e facesse penitenza per riparazione
dell'affronto fatto alla santa sede col disubbidire ai suoi decreti.
Venne Enrico, secondo gli era dal papa ordinato, e come il castello era
circondato da triplici mura, fu ammesso nel secondo recinto, rimanendo
tutto il suo seguito fuori del primo. Enrico, deposti gli abiti reali,
non aveva più nulla che lo mostrasse principe, verun indizio del
consueto fasto: colà rimanevasi coi piedi ignudi, e senza cibo dal
mattino fino a sera, aspettando invano la sentenza del pontefice. Così
fece il secondo ed il terzo giorno, e finalmente fu introdotto il quarto
in presenza di tutti, e dopo lunghe discussioni fu assoluto dalla
scomunica a condizione per altro di presentarsi ad ogni richiesta del
papa innanzi ad un'assemblea dei principi di Germania per giustificarsi
intorno alle accuse fattegli: che il papa sarebbe giudice, per lasciare
ad Enrico il regno, ove provasse la sua innocenza, o per ispogliarnelo
in caso contrario, e punirlo secondo il rigore delle leggi
ecclesiastiche..... Che fino a tale epoca non gli erano vietate
l'insegne della reale dignità e l'amministrazione de' pubblici
affari[213].»
[212] _Lambertus Schafnaburgensis de rebus gestis a German. p. 403.
apud Struvium Scriptorum Germanicorum, t. I._
[213] _Lambertus Schafnab. de Rebus German. p. 420._
Per tal modo con un insigne tradimento, dopo averlo assoggettato ad una
durissima penitenza, solo, mezzo ignudo, esposto all'eccessivo freddo
sopra un terreno coperto di nevi nel cuore dell'inverno[214]; invece di
assolverlo dopo così umiliante sommissione, lo sottoponeva ad un altro
tribunale, di cui Enrico non aveva ammessa la competenza, onde venisse
rigorosamente giudicato.
[214] Riporterò intorno a questo avvenimento i versi di Donizzone,
cappellano di Canossa, il quale fu probabilmente testimonio
dell'avvilimento d'Enrico. Sarà questo in pari tempo un saggio della
sua barbara poesia. _Vita Com. Mathil. l. II. c. I. p. 366._
_. . . . . . . . . . . . Frigus_
_Per nimium magnum Janus dabat hoc in anno._
_Ante dies septem quam finem Janus haberet,_
_Ante suam faciem concessit papa venire_
_Regem, cum plantis nudis a frigore captis_
_In cruce se jactans, saepissime clamans_
_Parce beate pater, pie parce mihi peto plane._
Tanto Lamberto, che Donizzone erano partigiani del papa, e nemici
d'Enrico, onde chiudono tale racconto con invettive contro l'ultimo
per avere violate le condizioni che gli erano state imposte.
I popoli lombardi ed i vescovi italiani, quasi tutti in guerra col papa,
non dissimularono il concepito sdegno sia per l'inumano proceder di
Gregorio, sia per la vile sommissione d'Enrico. Ma questi, uscito appena
di Canossa, si disponeva con tutti i mezzi a vendicare l'avvilito onor
suo. La sorte delle armi si dichiarò a suo favore. Tornato in Germania
attaccò Rodolfo di Svevia, e lo sconfisse più volte. Perdeva questi la
vita in una battaglia datagli nel 1080[215], nel giorno medesimo in cui
i Lombardi che stavano per Enrico, trionfano della contessa Matilde alla
Volta nel Mantovano.
[215] _Sigeberti Gemblacensis Cronog. p. 843._
Gregorio aveva formato il piano del dispotismo ecclesiastico, e ne aveva
proclamati i principj. Gli annali ecclesiastici conservarono la raccolta
di queste massime intitolata _dictatus papae_. Fa sorpresa il vedere con
quale audacia la tirannia teocratica ardisce levarsi la maschera. «Non
v'ha al mondo che un solo nome, quello del papa; egli solo può impiegare
gli ornamenti imperiali, e tutti i principi devono baciare i suoi piedi;
egli solo ha l'autorità di nominare e deporre i vescovi, convocare,
presedere, e sciogliere i concilj. Non v'è chi possa giudicarlo; la sola
elezione lo costituisce santo. Egli non ha errato mai, ne può errare in
avvenire. Egli può a sua voglia deporre i principi, e sciogliere i
sudditi del giuramento di fedeltà, ec.[216]»
[216] _Baronius Annal. ad an. 1076. § 24._
Gregorio non visse abbastanza per vedere maturati i suoi ambiziosi
progetti. Enrico tornato in Italia del 1081 opponeva a Gregorio
l'antipapa Guiberto arcivescovo di Ravenna, che facevasi chiamare
Clemente III. Nell'anno 1084, dopo averla più volte assediata, Enrico si
rese padrone di Roma, e vi fece consacrare il suo papa, da cui riceveva
poscia la corona imperiale. Mentre Gregorio si stava nella mole Adriana,
ed i romani eransi collegati con Enrico per assediare il loro papa,
Roberto Guiscardo capo di que' Normanni, di cui parleremo nel
susseguente capitolo, avanzandosi alla volta di Roma con una
considerabile armata, dopo aver costretto l'imperatore a ritirarsi,
bruciò la città da s. Giovanni Laterano fino al Coliseo, e fece schiavi
un infinito numero di cittadini. Dopo questo saccheggio, l'antica città
rimase quasi affatto deserta, essendosi la popolazione concentrata al di
là del campidoglio in quella parte che altra volta formava il campo di
Marte[217]. Roma fu in preda a tutti i mali che un nemico barbaro suol
cagionare ad una città presa d'assalto, e Guiscardo condusse seco,
partendo, il papa, il quale morì prigioniero in Salerno in maggio del
1085, dopo avere ripetuti i suoi anatemi, e le sue imprecazioni contro
Enrico contro l'antipapa Guiberto e contro i loro principali
aderenti[218]; ma dopo avere altresì colla sua alterigia e durezza di
carattere disgustati quasi tutti i vescovi d'Italia; obbligati gli
stessi romani, che gli erano lungo tempo rimasti fedeli, a prender
l'armi contro di lui; e finalmente dopo essere stato principalissima
cagione della rovina di quella maravigliosa città, di cui era pastore e
quasi sovrano.
[217] _Vita Greg. VII. ex Card. Arrag. p. 313. — Landulphus Senior l.
IV. c. 3. p. 120. — Gaufridus Malaterra Hist. Sicula l. III. c. 37.
tom. V. Rer. Ital. p. 587._
[218] _Pauli Bernriedens. vit. Greg. VII. c. 110. p. 348._
Vittore III, Urbano, Pasquale e Gelasio II, succeduti nel papato a
Gregorio VII, avevano adottate le sue massime. Matilde dal canto suo
dispiegava una tal quale grandezza d'animo, ch'era figlia della cieca
sua superstizione. Del 1092, Enrico cogli ajuti dell'antipapa rovinava
nel Modonese i possedimenti di Matilde, e ne andava indebolendo il
partito in modo, che i teologi della duchessa, avviliti da tante
disgrazie, la consigliavano nella dieta di Carpineto di prendere
consiglio dalle circostanze presenti, e di riconciliarsi
coll'imperatore: perchè Matilde ordinando loro di tacere, io morirò,
disse, anzi che trattare di pace con un eretico[219].
[219] _Donizzo Vita comitissae Matil. l. II. c. 7. p. 371._
(1093) Nel susseguente anno riuscì ad Urbano II di far ribellare ad
Enrico il maggior figliuolo Corrado, e la Chiesa[220] applaudì con
feroce piacere alla ribellione ed alle infami calunnie che Corrado, per
giustificare la propria condotta, andava pubblicando in pregiudizio
della gloria paterna[221]. Corrado fu riconosciuto dal papa re d'Italia;
ed in Monza ricevette la corona di Lombardia. Dopo otto anni di guerre
civili morì Corrado disprezzato da que' medesimi che lo avevano istigato
alla ribellione, ed avevano saputo approfittarne. È però vero che la
ribellione di Corrado giovò a stabilire l'equilibrio tra le due nemiche
fazioni.
[220] Ciò è detto assai impropriamente, confondendo la Chiesa col
papa e colla sua corte. N. d. T.
[221] _Dodechini appendix ad Marianun Scotum apud Struvium Scrip.
Germ. t. I. p. 661. — Sigeberti Gembl. Chronog. p. 848._
Nella stessa epoca il fanatismo religioso eccitava un assai più grande
incendio. Urbano II (1095), quello stesso pontefice che protesse un
figlio ribelle, predicò la crociata nei Concilj di Piacenza e di
Clermont; e scosse in modo tutta l'Europa, che le popolazioni
occidentali attraversavano a guisa di torrenti l'Italia per recarsi in
Oriente[222]. I crocesegnati, risguardandosi come soldati della Chiesa,
non potevano soffrire che venisse opposta veruna resistenza al papa;
onde ristabilirono sulle rovine della potenza imperiale quella della
santa sede. Enrico non si trovò abbastanza forte per resistere a questo
torrente, e del 1097 si ritirò in Germania.
[222] L'armata de' crociati che attraversò l'Italia era capitanata
da Ugo fratello del re di Francia, da Roberto di Fiandra, da Roberto
di Normandia, e da Eustachio di Bologna. Cacciò di Roma l'antipapa
Guiberto, togliendogli, ad eccezione di castel s. Angelo, tutte le
fortezze.
Dopo tal epoca, ad altro omai non pensò Enrico che a rendere la pace
alla Chiesa ed all'impero. Benchè inseguito dalle scomuniche papali,
mostrò di non curarsi delle ingiurie de' pontefici; anzi pareva
inclinato a spogliarsi della corona in favore del figliuolo Enrico V,
sperando che più facilmente potessero trattar d'accordo due antagonisti
non ancora esacerbati da lunga discordia[223]. L'inesecuzione di tale
progetto offese l'ambizione del giovane principe, il quale riscaldato
dagli emissarj di Pasquale II, che, valendosi dell'ardente suo desiderio
di regno, seppero rappresentargli la fellonìa che stava per commettere,
come un'azione santa e gloriosa, si fece ribelle. Narrando questi
tragici avvenimenti mi atterrò all'autorità del Sigonio istorico
affezionato alla santa sede[224].
[223] _Annal. Hildeshemens. apud Leibn. p. 733. — Dodech. append. p.
666. — Sigeberti Gemb. Chr. p. 854._
[224] Il Sigonio non è uno scrittore contemporaneo; e perciò la sua
penna non è ligia alle passioni di un secolo di guerre civili.
Altronde egli si appoggia alla testimonianza di più antichi autori,
quali sono _Ottone di Frisinga l. VII. c. 8. 12. p. 113. all'ab.
Uspergense nel Cronico p. 243, all'anonimo scrittore della vita di
Enrico IV. ec._
(1106) Doveva il giorno di Natale del 1106 riunirsi in Magonza la dieta,
la quale, per esservisi condotti tutti i fautori del giovane Enrico, fu
più numerosa assai delle precedenti. Il giovane Enrico consigliò il re
suo padre a non porsi in balìa di persone di dubbia fede; onde
l'imperatore che sinceri credeva i consigli dello sleale figliuolo, si
ritirò nel castello d'Ingelheim. Colà gli si presentarono un giorno gli
arcivescovi di Magonza, di Colonia e di Worms, intimandogli, a nome
della dieta, di mandare le decorazioni imperiali, la corona, l'anello ed
il manto di porpora, onde rivestirne il di lui figliuolo. E perchè
l'imperatore chiedeva il motivo della sua deposizione, gli rispondevano
aspramente essere ciò accaduto per avere tanti anni travagliata la
Chiesa con una odiosa contesa, perchè vendette i vescovadi, le abbazie e
tutte le dignità ecclesiastiche; perchè non ubbidì alle leggi
nell'elezione de' vescovi. Ecco, soggiungevano, i motivi che
determinarono il sommo pontefice ed i principi di Germania non solo a
privarvi della comunione dei fedeli, ma ancora del trono.
«Ma voi, replicò l'imperatore, voi arcivescovi di Magonza e di Colonia,
che mi accusate d'avere vendute le dignità ecclesiastiche, dite almeno
quanto esigessi da voi allorchè vi diedi quelle chiese, le più ricche e
potenti del mio impero: e perchè, se forzati siete di confessare ch'io
nulla vi chiesi, perchè v'associate ai miei accusatori, quasi non
sapeste che in ciò che vi risguarda ho esattamente eseguito il mio
dovere? Perchè v'unite voi pure a coloro che hanno mancato alla data
fede ed ai giuramenti fatti al loro principe? perchè vi fate loro capi?
Pazientate ancora pochi giorni, che l'età ed i sofferti affanni mi
mostrano non lontano il naturale termine di mia vita; o se pure volete
ad ogni modo togliermi il regno, fissate un giorno in cui mi toglierò di
mia mano la corona di capo per porla su quello di mio figliuolo.»
Gli arcivescovi gli fecero comprendere di essere disposti a dare anche
colla forza esecuzione agli ordini della dieta, onde Enrico ritirossi; e
consigliatosi coi pochi amici che gli rimanevano ancora, vedendosi
circondato da gente armata cui non avrebbe potuto resistere, si fece
recare le insegne reali ed il manto; indi, salito sul trono, fece
chiamare gli arcivescovi.
«Eccole, disse loro, quelle insegne della real dignità, che la bontà del
re dei secoli, ed i pieni suffragi dei principi dello stato mi
accordarono. Non farò uso della forza per difenderle, che non previdi un
domestico tradimento, nè pensai a prevenirlo. Il cielo mi diede grazia
di non supporre tanto furore ne' miei amici, nè tanta scelleratezza nei
miei figliuoli. Pure, con l'ajuto di Dio, il vostro pudore difenderà
forse la mia corona, o se pure non vi tocca il timore di quel Dio che
difende i re, ne vi cale della perdita dell'onor vostro, soffrirò dalle
vostre mani una violenza da cui non posso difendermi.»
Ai deputati, resi incerti da tale discorso, perchè mai esitate, gridò il
vescovo di Magonza, non è di nostra spettanza il consacrare i re e
vestirli della porpora? Perchè non sarà da noi spogliato quello che per
una «pessima scelta fu da noi vestito?» A tali parole, avventandosi
contro Enrico, i deputati gli tolsero la corona di capo, e forzandolo a
scendere dal trono, lo spogliarono della porpora, e degli ornamenti
reali. Intanto Enrico gridò ad alta voce: «Sia Iddio testimonio del
vostro procedere. Egli mi castiga per i peccati della mia gioventù,
facendomi soffrire un'ignominia che altro re non sofferse giammai. Ma
voi che osaste portar le mani sul vostro sovrano, voi che violaste il
giuramento che vi voleva a me fedeli, voi pure non isfuggirete alla sua
collera: Iddio vi punirà come ha punito l'Apostolo che tradì il suo
maestro.»
Ma gli arcivescovi, disprezzando le sue minacce, si recarono presso il
giovine Enrico per consacrarlo; mentre l'imperatore chiudevasi in
Lovanio, ove s'affollavano intorno a lui gli antichi amici,
promettendogli il loro soccorso. Formarono infatti una potente armata, e
ben tosto si trovarono a fronte in aperta campagna il padre ed il
figlio, e nel primo fatto rimase questi perdente, e costretto a fuggire.
Non tardò per altro a riunire le sue truppe e condurle a nuova
battaglia, nella quale il padre compiutamente battuto, rimase
prigioniero de' suoi nemici che lo caricarono d'oltraggi[225].
[225] Appartiene senza dubbio a quest'epoca l'abboccamento tra il
padre ed il figlio, di cui il vecchio Enrico informò Filippo I re di
Francia con una lettera del 1106. «Appena lo vidi, gli scrive,
commosso nel più intimo del mio cuore da dolore e da paterno
affetto, mi gettai a' suoi piedi supplicandolo, scongiurandolo in
nome di Dio, della sua fede, dell'anima sua, a non macchiare in
questa occasione, quand'anche co' miei peccati mi sia meritati i
divini castighi, la sua coscienza ed il suo onore; imperciocchè
veruna legge umana o divina costituisce il figliuolo vindice dei
delitti del padre.......» Nella medesima lettera gli parla della
sofferta prigionia. «Lasciando da un canto gli obbrobrj, le
ingiurie, le minacce, le scuri pronte a cadermi sul capo, se non
facevo quanto mi era comandato, la fame e la sete ch'io soffersi per
opera di tali ch'erami ingiurioso di vedere e d'ascoltare; per non
dire ciò che ancora più doloroso riesce, che altra volta fui felice
ec. .....» Questa commovente lettera ci fu conservata da Sigeberto
Gemblacense presso Struvio _t. I. p. 856_.
Fu l'infelice monarca in così misero stato ridotto, che venne a Spira
nel tempio da lui eretto alla Vergine, chiedendo al vescovo di quella
città gli alimenti, soggiungendo ch'era ancora capace delle funzioni di
chierico, sapendo leggere e scrivere: e perchè gli venne rifiutata così
umile inchiesta, si volse alle persone presenti, dicendo loro: «Voi
almeno, o miei amici, abbiate pietà di me; vedete la mano di Dio che mi
castiga.» Di là a poco tempo dovette il giorno 7 degl'Idi d'agosto
succumbere alla profonda afflizione che lacerava il suo cuore. Il suo
cadavere rimase cinque anni insepolto nella chiesa di Liegi, perchè il
papa aveva vietato di seppellirlo in luogo sacro[226].
[226] _Sigon. De Reg. Ital. l. IX._
Sentiamo una specie di compiacenza nel vedere il vecchio ed infelice
Enrico vendicato da' suoi medesimi nemici. Il feroce Pasquale fu tradito
e perseguitato dal medesimo principe ch'egli aveva stimolato a
ribellarsi al padre; e questo figlio snaturato d'un padre che lo amava,
umiliato da quella Chiesa per la quale aveva combattuto contro suo
padre.
(1110) Enrico V non potè avanti il 1110 venire in Italia a ricevervi
dalle mani del papa la corona imperiale. Soddisfatta la brama di
occupare prima del tempo la paterna eredità, non era soddisfatta la sua
ambizione se non la possedeva tutta intera. Il diritto delle investiture
veniva con ragione risguardato siccome una delle principali prerogative
della corona, ed Enrico non era disposto di rinunciarvi a verun patto.
Avvicinandosi a Roma, stipulò ai confini della Toscana con Pietro Leone,
uno de' più potenti signori di Roma, una convenzione, che poi rinnovò a
Sutri, tendente ad assicurare la pace tra la Chiesa e l'impero. Convien
dire che considerabili fossero le forze d'Enrico, e che Pasquale benchè
collegato coi Normanni si trovasse ancor assai debole, poichè serviva di
base al trattato una larga concessione del papa a favor
dell'imperatore[227]. Lo stesso Enrico ne dava parte con sua lettera ai
fedeli in tale maniera:
«Il signor Pasquale voleva, senza ascoltarci, privare il regno delle
investiture dei vescovi che noi possediamo, e che nel corso di quattro
secoli possedettero i nostri predecessori, fino dai tempi di Carlo
Magno, sotto sessantatre diversi pontefici, in virtù e coll'autorità dei
privilegi. E perchè noi gli chiedevamo per mezzo dei nostri deputati
qual cosa allora rimarrebbe al re, avendo i nostri predecessori donate
alle chiese quasi tutte le nostre proprietà, rispondeva che gli
ecclesiastici sarebbero contenti delle decime e delle offerte, e che
potrebbe ripigliarsi e conservare per se e suoi successori le terre e
diritti signorili donati alle chiese da Carlo, da Luigi, da Ottone, da
Enrico. A ciò facevamo rispondere che non volevamo renderci colpevoli di
tanta violenza e di tale sacrilegio verso le chiese; ma il papa assicurò
e promise con giuramento che riprenderebbe di propria autorità tutti i
beni alle chiese per rimetterceli legalmente in forza della sua piena
autorità. Allora i nostri deputati dichiararono che s'egli dava
esecuzione alle sue promesse, che pure non ignorava egli medesimo di non
poter mantenere, noi gli avremmo accordate le investiture delle
chiese.... Frattanto per dare a conoscere che di nostra spontanea
volontà non arrechiamo alcun danno alle chiese del Signore, facciamo
sotto gli occhi, ed all'udito di tutti, pubblicare a comune intelligenza
il presente decreto.» Il giorno 12 febbrajo del 1111 il papa e
l'imperatore recaronsi nella basilica Vaticana per eseguirvi
l'incoronazione in presenza di tutto il popolo. «Noi, per la grazia di
Dio, Enrico imperatore augusto de' Romani, doniamo a s. Pietro, a tutti
i vescovi ed abbati, ed a tutte le chiese, quanto i nostri predecessori,
re o imperatori concedettero, diedero, offrirono sperando un eterno
premio. Quantunque peccatore mi guarderò bene, per timore del terribile
giudizio, di sottrarre tali doni alle chiese.» — «Dopo aver letto e
sottoscritto questo decreto invitai il signore papa a dar esecuzione, a
quanto aveva promesso colla carta delle nostre convenzioni, ma mentre
persistevo in tale domanda, tutti i figliuoli della Chiesa, vescovi ed
abbati, tanto suoi che nostri, gli si opposero tutti con fermezza in
faccia, dicendo ad alta voce, che il decreto dal papa promesso (ci si
permetta di dirlo senza offesa della Chiesa) era eretico; ond'egli non
osò proferirlo.»
[227] Le prime convenzioni fatte con Pietro Leone vengono riportate
dal Baronio all'anno 1110. § 2, e quelle di Sutri all'anno 1111. §
2; ma per ben intenderle convien leggere _Petrus Diacon. Contin.
Chronici Cassin. l. IV. c. 35. p. 513._ e le lettere d'Enrico V.
presso Dodechin. _Ap. p. 668._, ed abbreviate in _Sigibertus Gemlac.
Chronog. p. 861._
E per tal modo, mentre Pasquale intimava ad Enrico di rinunciare al
diritto d'investitura, faceva che il suo clero non gli permettesse di
rilasciargli i diritti signorili posseduti dalla Chiesa. Tale contesa
diede luogo ad un violento tumulto che impediva la cerimonia
dell'incoronazione; perlochè Enrico adirato fece sostenere il papa e la
maggior parte degli ecclesiastici che lo accompagnavano, dandogli in
guardia al patriarca d'Aquilea[228]. Ma al cardinale di Tuscolo ed al
vescovo d'Ostia riuscì di fuggire inosservati in mezzo al tumulto, e
rientrarono travestiti in Roma, eccitando i cittadini a prendere le armi
per liberare il capo della Chiesa. La mattina susseguente, appena fatto
giorno, le milizie romane uscirono impetuosamente dalla città, ed
assalirono i Tedeschi che occupavano la città Leonina, ossia il
quartiere del Vaticano in Transtevere. Lo stesso Enrico trovossi in
grave pericolo di perdere la vita, e la sua armata sarebbe stata
interamente disfatta, se i Romani non avessero lasciata imperfetta la
vittoria per ispogliare i fuggiaschi. Enrico approfittando di tanto
errore, riunito un corpo di Tedeschi e di Lombardi, caricò le milizie
romane, e le spinse parte nel Tevere, parte sforzò a salvarsi in estremo
disordine entro le mura della città. Ad ogni modo non credette di
cimentarsi, con un'armata troppo debole, a nuovi insulti, rimanendo in
una città nemica; e si ritirò sollecitamente nell'alta Sabina, seco
conducendo il papa prigioniere[229], il quale rimase due mesi rinchiuso
con sei cardinali nella fortezza di Tribucco. Altri cardinali furono
rinserrati in altro castello, e tutti duramente trattati, onde disporli
ad accettare una convenzione che ponesse fine alla lite.
[228] _Chron. Monast. Cassin. l. IV. c. 38. p. 517. — Pandulp. Pisani
vita Paschalis II. p. 357. — Vita Pascalis II ex Cardin. Arragonio p.
361._
[229] _Chron. Cassin. l. IV. c. 39. p. 517._
Non isperando altronde soccorso, ed oppresso dai patimenti proprj e da
quelli de' compagni della sua disgrazia, Pasquale, cui veniva fatto
credere che l'imperatore procederebbe tosto alle ultime estremità, e lo
farebbe morire con tutti i suoi cardinali, se non s'arrendeva alle sue
domande, acconsentì finalmente di fare all'imperatore espressa e formale
cessione, con atto firmato da lui e da sedici fra cardinali e vescovi,
dell'investitura dei vescovadi e delle abbazie del suo regno, purchè
l'accordasse gratuitamente e senza simonia[230]; promettendo inoltre di
non prender veruna parte in quest'oggetto. Assolse poi tutti i
partigiani d'Enrico dalle scomuniche che potessero aver incorse; promise
di non scomunicare in avvenire Enrico, ed accordò che le ossa d'Enrico
IV fossero finalmente collocate in luogo sacro. Questo trattato solenne,
munito di tutte le formalità, fu riconfermato con giuramento sull'ostia
sacra divisa tra le parti che ricevevano l'eucaristia. Dopo di ciò il
pontefice pose di propria mano la corona imperiale sul capo d'Enrico, ed
ebbe da Enrico la libertà. Durante questa cerimonia rimasero chiuse le
porte di Roma, onde impedire che i cittadini irritati non la turbassero
con improvviso assalto[231].
[230] Veggasi quest'atto presso _Sigeb. Gembl. Chron. p. 863._
[231] _Chron. Monast. Cassin. l. IV. c. 40, p. 518._
Se il trionfo d'Enrico fu intero, non fu però di lunga durata. Il
collegio dei cardinali, tosto che vide liberato Pasquale, manifestò il
suo malcontento perchè il capo della Chiesa avesse ceduti i suoi più
cari privilegi, per i quali Gregorio VII, ed i suoi successori eransi
esposti a tanti pericoli, avevano fatto versare tanto sangue, e dannate
al fuoco eterno le anime di tanti fedeli fulminati dalle scomuniche
generali, o morti durante l'interdetto. Questi clamori andarono
crescendo allorchè, ritiratosi Enrico colla sua armata in Allemagna, il
clero si vide liberato da ogni timore. I cardinali prigionieri con
Pasquale, che avevano ricevuta la libertà quando il papa col loro
assenso aveva firmato l'atto delle investiture, invece d'appoggiare il
di lui operato, credettero giustificarsi da ogni rimprovero con
un'equivoca dichiarazione. «Noi approviamo quanto abbiamo
precedentemente approvato, e condanniamo ciò che sempre abbiamo
condannato[232].»
[232] _Baron. Annal. Eccl. ad ann. 1111. § 25._
Volevano i più zelanti cattolici, che il papa annullasse il giuramento
da lui emesso ed il trattato, e scomunicasse l'imperatore; ed intanto i
legati della santa sede, prevenendo il giudizio della Chiesa, avevano
promulgata tale sentenza ne' concilj provinciali; onde in principio del
susseguente anno, Pasquale fu costretto di convocare un concilio
generale nel palazzo di Laterano per decidere tale quistione. (1112)
Questo concilio abolì il privilegio estorto al papa, e fulminò la
scomunica contro Enrico. Pasquale nè s'oppose, nè ratificò tale
sentenza. Quantunque spiegasse nella persecuzione d'Enrico IV un
eccessivo fanatismo, non lasciava di essere religioso e di buona fede;
avendone già dato prova quando propose ad Enrico V di cedergli le
regalie, come ne diede un'altra col resistere alle importune istanze del
suo clero per annullare un giuramento estorto colla violenza. (1116)
Tornò Enrico in Italia del 1116, per prendere possesso dell'immensa
eredità della contessa Matilde, morta il 24 luglio del precedente anno.
Vero è che questa principessa aveva con testamento del 1102 lasciati
tutti i suoi beni presenti e futuri alla Chiesa romana per la salvezza
della propria e delle anime de' suoi parenti; ma questo testamento in
cui non trattasi che delle proprietà, e non dei feudi, o de' beni
signorili, non si ebbe per valido[233]. Si pretese che una donna non
potesse disporre delle proprie terre, e l'eredità di Matilde fu in tutto
il secolo dodicesimo un soggetto di contestazione tra gl'imperatori ed i
papi.
[233] Siccome i pretesi diritti de' papi alla sovranità di una parte
dell'Italia non avevano altro fondamento che la donazione della
contessa Matilde, è cosa veramente notabile, che in quell'atto di
donazione non s'incontri un solo vocabolo indicante sovranità,
diritti signorili, dominj di paesi e città, giustizie, omaggio di
vassalli; nulla in somma fuorchè la semplice trasmissione dei dominj
rurali. _Pro remedio animae meae et parentum meorum, dedi et obtuli
Ecclesiae sancti Petri, per interventum Domini Gregorii Papae VII,
omnia bona mea jure proprietario, tam quae tum habueram, quam ea
quae in antea aequisitura eram, sive jure successionis, sive alio
quocumque jure, ad me pertinent, et tam ea quae ex hac parte montium
habebam, quam illa quae in ultramontanis partibus ad me pertinere
videbantur_. La contessa aveva già fatta tale donazione sotto il
papato di Gregorio VII, ma perdutasi la carta, la rinnovò in favore
di Pasquale II. Questa carta è stampata in calce al poema di
Donizzone. _Script. Rer. Ital. t. V. p. 384._
Poichè fu riconosciuto possessore dell'eredità della contessa, Enrico
s'avanzò verso Roma, chiamatovi dai principali nobili contro papa
Pasquale, che loro aveva dato varj motivi di malcontento. Enrico veniva
ricevuto in Roma quasi in trionfo, mentre il papa fuggiva a monte
Cassino, indi a Benevento[234].
[234] _Chron. Monas. Cassin. l IV. c. 60. e 61. p. 528._
Morì Pasquale nel susseguente anno in età assai avanzata senza che
potesse tornare a Roma. Mentre la maggior parte de' cardinali, uniti ai
vescovi ed ai senatori di Roma, elessero a succedergli Gelasio II, la
fazione imperiale gli sostituì Bordino arcivescovo di Braganza, che la
Chiesa risguarda come antipapa. Gelasio che trovavasi sciolto da
qualunque giuramento, nell'atto di ricevere la tiara, scomunicò
l'imperatore, indi riparossi in Francia per non rimanere esposto alle
vendette d'Enrico. A Gelasio, morto dopo due anni, successe Calisto II,
con cui l'imperatore, stanco di trovarsi in una guerra di così incerto
fine, trattò di componimento. Il suo antipapa era caduto in potere de'
cattolici, e tutti i grandi di Germania lo scongiuravano a dar pace alla
Chiesa ed all'impero.
(1122) L'accomodamento si fece a Worms l'anno 1122, ove Enrico aveva
aperta la dieta. L'imperatore concedette alla Chiesa il diritto di dare
le investiture coll'anello e col pastorale, promettendo in pari tempo di
restituirle tutte le possessioni ed i beni signorili di s. Pietro,
appresi da lui o da suo padre. Dall'altra parte il papa accordava ad
Enrico il privilegio, che tutte l'elezioni de' vescovi e degli abbati si
dovessero ne' suoi stati d'Allemagna eseguire alla sua presenza, ma
senza simonia o violenza. Il candidato era obbligato a ricevere
dall'imperatore l'investitura de' beni signorili spettanti alla sua
chiesa per mezzo della consegna dello scettro. Furono quindi levate
tutte le scomuniche, e la contesa che aveva divisa tutta la cristianità,
fu terminata con un così semplice espediente, che reca a prima vista
sorpresa come non siasi avvertito assai prima, poichè almeno in
apparenza contentava le due parti. I diritti feudali venivano in tal
modo separati da quelli della Chiesa, e le due potenze conservavano le
prerogative più convenienti alla propria natura[235]. Fatto è però che
le due parti avevano avvertitamente fino a tal epoca allontanato simile
accordo. L'imperatore non meno che il papa cercavano di confondere i
diritti spirituali e temporali; e non si deve che alla spossatezza d'una
lunga guerra, ed al raffreddamento del fanatismo de' loro partigiani,
l'essersi convenuti a condizioni di giustizia e di equità.
[235] _Card. Arag. in vita Calix. II. p. 420. — Baronius Annal. Eccl.
an. 1122. § 11. ec. p. 149. t. XII._