_La chiesa e la repubblica romana nella prima metà de' mezzi
tempi — Dissensioni tra i papi e gl'imperatori. — Regni di Enrico
III, Enrico IV, ed Enrico V, dal 1039 al 1122. — Pace di
Wormazia._
Tre principi della casa di Franconia, il figlio, il nipote ed il
pronipote di Corrado il Salico, occuparono la sede imperiale dopo la
morte di questo sovrano fino ai tempi in cui le repubbliche, che formano
l'argomento di quest'opera, ebbero conseguita l'indipendenza; epoca in
cui noi cominceremo a tener dietro alle particolarità della loro storia.
Ma prima di descrivere compendiosamente i regni dei tre Enrichi di
Franconia, convien rimontare alquanto a dietro, e far conoscere ai miei
lettori qual fosse, al principio de' mezzi tempi, lo stato della Chiesa
romana, che protetta dai tre primi Enrichi perseguitò gli ultimi due;
quale lo stato della città di Roma, di cui gl'imperatori contrastarono
ai papi la sovranità; mentre fino dal principio dell'età di mezzo si
andava in silenzio formando una nuova repubblica romana, che talvolta
tenne nella sua dipendenza i pontefici dominatori della cristianità.
Non è facil cosa il render ragione dei motivi che dissuasero i Lombardi
dall'occupar Roma quando Alboino conquistò il rimanente dell'Italia. Le
città marittime potevan essere agevolmente soccorse dai Greci di
Costantinopoli; Ravenna, Venezia e Comacchio erano difese dalle paludi
che le circondavano; Napoli, Gaeta, Amalfi, e le città della Calabria,
dalle montagne; ma Roma era posta in un paese affatto aperto. I
Lombardi, padroni dei ducati di Toscana, Spoleti e Benevento, chiudevano
tra i loro dominj l'antica capitale del mondo, che, difesa dalla lunga
muraglia che Aureliano aveva innalzata per comprendere nella città il
campo Marzio, presentava un circondario immenso, che la popolazione di
Roma, estenuata da continue disgrazie, non era in grado di difendere.
Gl'imperatori greci, o per debolezza o per timore di cimentare l'onore
delle loro armi, non vi tenevano più guernigione. Affidavano il governo
della città ad un prefetto, di poi chiamato duca, che dipendeva
dall'esarca di Ravenna, onde gli storici greci, vergognandosi forse di
confessare che i loro sovrani lasciavano l'Italia abbandonata,
s'astennero dal parlare di Roma pel corso di due secoli, dal principio
fino alla fine della dominazione lombarda[118].
[118] Teofilatto Simocatta che vivea ne' tempi dell'invasione
lombarda, scrisse la storia del regno di Maurizio dall'anno 582 fino
al 602, tenendo dietro alle più minute particolarità, senza che
nella sua storia si trovi, per quanto io sappia, una sola volta il
nome de' Lombardi, di Roma, o d'Italia. _Scrip. Byzan. t. III._ Dopo
di costui, pel corso di quasi quattro secoli, i Greci non ebbero
alcuno storico, ma soltanto alcuni aridissimi cronisti.
Ad ogni modo Roma non fu giammai occupata dai Lombardi, ed i fuorusciti
delle altre province d'Italia, venuti a cercare asilo in questa città,
ne accrebbero poi la popolazione, e la resero capace di opporsi colle
proprie forze agli attacchi de' successori d'Alboino. I papi
incoraggiavano i Romani a difendere la loro patria, ed a mantenersi
fedeli ai sovrani di Costantinopoli[119]. Erano i papi nominati dal
clero, dal senato e dal popolo romano; ma non potevano essere consacrati
senza il formale consentimento dell'imperatore d'Oriente[120]. Essi
mantenevano sempre due _apocrisiarj_, o nunzj alla corte di
Costantinopoli, ed a quella dell'esarca di Ravenna, per assicurare il
sovrano della loro dipendenza, per provvedere di comun accordo alla
difesa di Roma, e per la regolare amministrazione della Chiesa.
[119] Finchè lo credettero utile all'ingrandimento della loro sede
ed alla personale loro considerazione. Ma quando trovarono del loro
interesse il sottrarla alla sudditanza de' Greci, non si fecero
scrupolo di darla in mano ai Franchi. N. d. T.
[120] I Romani si dispensarono una sola volta dal chiedere l'assenso
imperiale, e fu in occasione dell'elezione di Pelagio II l'anno 577,
perchè la città era in modo circondata dai Lombardi, che non poteva
aver comunicazione con Costantinopoli. _Anast. Bibl. in vita Pelagii
II. t. III. Rer. Ital. p. 133._
I Romani, vedendosi trascurati dagl'imperatori, s'andavano sempre più
affezionando ai papi, che di questi tempi erano anch'essi quasi sempre
romani, e per le loro virtù rispettabilissimi. Risguardavasi la difesa
di Roma come una guerra religiosa, perchè i Lombardi erano tutti o
arriani, o ancora pagani; ed i papi per proteggere le chiese ed i
conventi contro la profanazione de' barbari, impiegavano le ricchezze
della chiesa di cui erano amministratori, e le elemosine che ricevevano
dalla carità de' fedeli occidentali: di maniera che il crescente potere
del papi sulla città di Roma aveva per fondamento due titoli troppo
rispettabili, le virtù ed i beneficj.
Poche storie sono così oscure come quella di Roma e delle province che i
Greci possedettero in Italia fino al regno di Carlo Magno, perchè nè i
Romani nè i Greci ebbero di que' tempi alcuno scrittore delle cose loro.
Le vite dei papi sono opera del secolo nono, e più tosto fatte per
edificazione de' fedeli, che per istruire gli storici[121].
[121] Le vite dei papi furono raccolte da Anastasio bibliotecario,
che morì avanti l'anno 882. Si chiama _liber pontificalis_ questa
raccolta, che fu pure attribuita a papa Damaso II. Fu probabilmente
l'opera di molti scrittori. Veggansi intorno a tal libro le
dissertazioni d'Emmanuele Schelestrat, e di Giovanni Ciampini.
_Script. Ital. t. III. p. 1._
Con tutto ciò in tal periodo di tempi si consumò una rivoluzione ch'ebbe
la più durevole influenza non solo sulla sorte di Roma, ma su quella di
tutto l'Occidente. La riforma, e se così amiamo chiamarla, l'eresia
degl'Iconoclasti alienò l'animo de' sudditi latini dai loro sovrani,
impegnò i papi a distruggere l'autorità che gl'imperatori avevano in
Roma, e fu la principal causa dell'indipendenza della città e della
sovranità della Chiesa.
La pura e filosofica religione di Gesù Cristo aveva fino dai primi
secoli della sua esistenza sofferte grandissime alterazioni, e per il
degradamento del popolo che la professava, e per la perdita d'ogni virtù
pubblica, e per la corruzione dello spirito e del gusto. Le sottigliezze
de' filosofi e l'ignoranza de' plebei avevano pure ugualmente
contribuito ad alterarne la semplicità, facendo rientrare il paganesimo
tutto intero in quella religione che sembrava averlo distrutto[122].
[122] Ciò deve intendersi sanamente rispetto a molte ceremonie, agli
abiti, ed a certe opinioni specialmente de' platonici e degli
eclettici, che si trovarono, o si suppose di trovarle conformi alle
dottrine evangeliche. N. d. T.
Il più notabile cambiamento che soffrì il cristianesimo ebbe origine
dalla pretesa scoperta di un'imagine di Gesù Cristo, poscia della
Vergine, che si attribuirono a celeste artefice, da che non vi aveva
avuta parte la mano di alcun uomo. Tali imagini ch'ebbero il loro nome
da questa circostanza[123], dopo essere state l'opera del miracolo, non
tardarono a farne ancor esse. Vittorie riportate sui nemici dello stato
e della religione; i Persiani respinti dalle mura di Edessa; infermità
risanate, e tutto ciò che può essere soltanto attribuito alla divinità,
fu l'opera loro. Ben tosto si attribuì la stessa possanza ad altre
imagini, comechè non ne fosse contestata, come delle prime, la celeste
origine: e la religione cristiana, che per più titoli poteva essere
incolpata d'avere retrogradato verso il politeismo, trovossi per
quest'ultimo passo cambiata in vera idolatria[124]. Si riguardarono le
statue e le imagini come aventi nella materia di cui erano formate
qualche cosa di divino; ed ebbero forse più onori per sè medesime che
presso i pagani, indipendentemente dall'oggetto rappresentato[125].
[123] Αχειροποίητος, fatto senza ajuto delle mani.
[124] Coloro che amano le belle arti, non incolperanno giammai la
Chiesa d'aver permesso il culto ragionevole e preso in buon senso
delle sacre imagini, cui l'Italia deve in gran parte il rinnovamento
delle arti. N. d. T.
[125] Dai Cristiani ignoranti; non altrimenti.
Intanto quasi nella medesima epoca un popolo barbaro ricevette da un
ambizioso conquistatore un nuovo sistema di teismo. L'islamismo più
d'ogni altra religione appoggiavasi sulla dottrina dell'umanità, e della
spiritualità di Dio; onde i Musulmani manifestarono sempre un eguale
orrore per l'associazione della creatura al culto dovuto soltanto al
creatore, e per la rappresentazione sotto forme materiali dell'Essere,
che i sensi non possono concepire, che lo spirito non può misurare. I
Musulmani rimproverarono i Cristiani d'idolatria, rivolsero contro di
loro gli argomenti ed il ridicolo, di cui gli antichi apologisti
cristiani eransi utilmente serviti contro i pagani; e questa
controversia diventava tanto più umiliante per gli Ortodossi, in quanto
che la loro professione di fede trovavasi in aperta contraddizione colla
pratica, e che l'odio del nome d'idolatra era ancor vivo nel loro cuore
quando essi medesimi meritavano di più il nome d'idolatri[126].
[126] Ειδωλα λατρεῖν vuol dire prostrarsi innanzi alle
rassomiglianze. Il rimprovero adunque formato dall'unione di questi
due vocaboli, non è già che gl'idolatri tengano le pietre o i marmi
in luogo di Dei, ma solamente per imagini della divinità, alle quali
rendono un culto.
I Musulmani fecero ancor di più per disingannare i Cristiani, li
vinsero. Il _Labano_ miracoloso dovette fuggire innanzi a loro, ed
Edessa fu presa a dispetto della sua trionfante imagine. Essi
distrussero i quadri e le reliquie coll'altare che le portava,
dimostrando l'impotenza dei pretesi agenti della divinità, dei santi,
degli angeli, dei semidei de' cattolici e delle loro imagini[127].
[127] Jejud, nono Califfo della razza degli Ommiadi, fece
distruggere tutte le imagini della Siria nel 719 o in quel contorno,
e precisamente nell'epoca in cui cominciava lo scisma
degl'Iconoclasti. Quindi gli Ortodossi rimproveravano i Settarj di
seguir l'esempio de' Saraceni e degli Ebrei. _Trag. Mon. Johann.
Jerosolym. Sc. Byzant. t. XVI. p. 235._
Queste disfatte avevano già da qualche tempo scossa alquanto la credenza
del popolo, allorchè una razza di montanari, che nell'Asia minore
conservava la sua indipendenza[128], l'amore delle armi, ed una
religione più vicina all'antico cristianesimo, ottenne di porre sul
trono di Costantinopoli uno de' suoi capi. Fu questi Leone l'Isaurico, o
l'iconoclasta, il quale segnalò il suo regno coi più violenti attacchi
contro le recenti superstizioni, il culto cioè delle imagini, ed i
progressi del monachismo. Quantunque provasse ancora in Oriente una
resistenza che pose il suo trono in pericolo, è certo che una assai
ragguardevole porzione del popolo professava le opinioni di Leone, il
quale aggiungeva al vigore del suo carattere una grande abilità[129].
L'Occidente era in pari tempo più addetto al culto delle imagini, e più
indipendente dall'imperatore. I Romani rifiutaronsi assolutamente di
sottomettersi agli editti di Leone, ed il papa d'allora, Gregorio II,
dopo avere tentato invano di richiamare gl'iconoclasti alla credenza
della Chiesa, autorizzò i Romani a rifiutare all'imperatore i consueti
tributi[130][131]. Intanto Ravenna e tutte le città dell'Esarcato
aprivano le porte a Luitprando re de' Lombardi, di modo che non
restavano più dell'Italia, sotto il dominio dell'impero orientale,
fuorchè le città marittime della magna Grecia.
[128] L'Isauria faceva parte della Cilicia.
[129] Del regno di Leone l'Isaurico e de' suoi successori
iconoclasti non sappiamo che quanto ne scrisse Teofane, il quale fu
perseguitato da questa setta. _Theop. Chronog. t. VI. Byz. p. 260. e
seguenti._ Cedreno si ristrinse a copiare, od a compendiare Teofane,
_t. VII. Biz. p. 355_.
[130] _Theop. in Chronog. p. 269. ad an. 9. imp. — Georgii Cedreni
Hist. Compend. p. 358._
[131] Lascio che il lettore istrutto giudichi se il dissenso da una
opinione religiosa giustificar possa la defezione di Gregorio II dal
legittimo sovrano. Il totale abbandono in cui la corte di
Costantinopoli lasciava le sue città d'Italia poteva somministrar
loro un più onesto titolo di procacciarsi un miglior protettore. N.
d. T.
Gregorio II erasi in varie circostanze fatto conoscere il protettore
della sua greggia, l'aveva difesa contro le invasioni de' Lombardi,
parte coll'opinione di santità che gli dava grandissimo favore presso
Luitprando, parte coi tesori della Chiesa ch'egli seppe utilmente
impiegare nell'assoldar truppe. Sottraendosi all'ubbidienza di Leone
l'Isaurico, Gregorio accusò Marino duca di Roma, e Paolo esarca di
Ravenna d'aver tentato per ordine del loro principe di farlo
assassinare[132]; e senza scacciarli da Roma li privò d'ogni autorità. E
per tal modo mediante la sua influenza, e col consenso del re de'
Lombardi, si stabilì in Roma verso l'anno 726 un simulacro di
repubblica, che sussistette oscuramente dopo il regno di Leone Isaurico
fino alla distruzione del regno lombardo, ed all'incoronazione di Carlo
Magno.
[132] _Vita Greg. II ex Anastas. Biblioth. t. III. Rer. Ital. p. 1.
p. 156._
Fu specialmente durante il pontificato di Gregorio III dal 731 al 741
che la repubblica romana sotto l'influenza del papa si governò come
stato indipendente. Allora si videro i nobili, i consoli ed il popolo
associarsi ad un concilio che condannava gl'iconoclasti: allora i Romani
rialzarono le loro mura, fortificarono Civitavecchia, fecero alleanza
coi duchi di Benevento e di Spoleti contro Luitprando re dei Lombardi, e
finalmente stipularono con quest'ultimo un trattato in nome del ducato
romano[133].
[133] _Vita Greg. III ex lib. Pont. Anast. bibl. t. III. Rer. Ital.
p. 158. Vita s. Zachariae ib. p. 161._
Si domanderà forse qual era il governo di questa repubblica o ducato; ma
ciò non è facile a sapersi, perchè i Romani ed il papa cercavano di
evitare ogni dimostrazione o positiva dichiarazione, onde non alienare
assolutamente l'imperatore, cui pure prestarono ajuto per ricuperare
l'Esarcato di Ravenna; e dopo di aver rimandato in Sicilia il patrizio
destinato a governarli, ricevettero nuovamente in diverse occasioni gli
ufficiali della corte di Costantinopoli, reclamarono la loro protezione
contro i Lombardi, e chiesero, quantunque inutilmente, truppe a
Costantino Copronimo per difendersi. Dal suo canto l'imperatore pareva
disposto a contentarsi di un'ombra di potere, ed a scaricarsi senza
strepito della difesa di una città, per la sua posizione difficile a
difendersi. Il papa come capo della Chiesa, come padre dei fedeli,
godeva di un altissimo credito e presso i cittadini, e presso i nemici
dello stato. Veniva spesso accordato alla santità del suo carattere
quello che sarebbesi rifiutato alle prerogative del suo rango.
Finalmente i nobili romani avevano imparato dai Lombardi loro vicini a
far rispettare la loro indipendenza, ed avevano terminato col non
ubbidire nè all'imperatore, nè al papa, nè al proprio senato. Come
padroni de' castelli possedevano essi tutto il territorio del ducato di
Roma, e quando dimoravano nella capitale si risguardavano quali principi
superiori alle leggi; ed il loro potere era proporzionato al numero de'
loro vassalli e satelliti. Di mezzo a tale conflitto di giurisdizione,
il papa capo del clero, patriarca di tutto l'Occidente, depositario dei
tesori del cielo, che facilmente cambiava con quelli della terra, il
papa si mostrava il solo difensore del popolo, il solo pacificatore
delle discordie de' grandi. I progressi dell'ignoranza avevano
accresciuta la sua potenza; egli era diventato quasi un semidio in terra
specialmente pei barbari di fresco convertiti, e lontani dalla sua
persona; formava centro di tutta la Chiesa, e solo egli poteva far in
modo che nazioni lontane, il di cui popolo ne conosceva appena il nome,
dessero prova del loro cristianesimo colla carità verso i Romani. La
condotta de' pontefici ispirava rispetto, siccome i loro beneficj
meritavano la riconoscenza. Forse eran essi superstiziosi, ma questa
debolezza si trasforma in virtù in faccia ai popoli ugualmente
superstiziosi: di costumi puri e severi, nè il lusso, nè la possanza gli
avevano ancora corrotti.
Gregorio III fu il primo che invocò la protezione de' Francesi a favore
della Chiesa e della repubblica romana; egli chiese a Carlo Marcello,
maestro del palazzo, soccorso contro Luitprando[134]. Quest'esempio fu
seguito dagli altri papi qualunque volta i Lombardi minacciavano
l'indipendenza di Roma. Oltre le lettere dei papi, ne esiste una dello
stesso Apostolo s. Pietro, che papa Stefano II indirizzò a Pipino, Carlo
e Carlomanno, ed a tutta l'universalità de' Francesi per riporre la
Chiesa di Dio ed il popolo sotto la speciale loro protezione[135].
[134] L'anno 741. Veggansi le prime due lettere del codice Carolino,
_t. III. p. II. Rer. Ital. p. 75 e 77_.
[135] La terza lettera del codice Carolino _p. 92_.
In compenso di tale protezione i papi accordarono alcune grazie ai re di
Francia. Zaccaria approvò la traslazione della corona di Francia da
Childerico a Pipino[136], e Stefano II incoronò quest'ultimo a Parigi
l'anno 764[137]. In appresso il medesimo papa elevò al rango di patrizj
romani Pipino, ed i suoi due figliuoli; ed a nome della Chiesa, de'
duchi, conti, tribuni, popolo ed armata di Roma, gli scrisse per
impegnarlo a difendere contro Astolfo una città di cui erano creati
magistrati[138].
[136] _Amalrici Augerii Vitae Pont. Rom. t. III. p. II. p.
78._ — _Frodoardus de Pont. Rom. poema ib. p. 79._
[137] _Anast. Bibl. Vita Stefani III. t. III. p. I. p. 168._ Lo
stesso papa vien chiamato da quest'autore Stefano III, e dagli altri
II.
[138] Lettere 4. 5. e seguenti del cod. Carol. p. 96.
I papi avevano lo stesso diritto di nominare un patrizio romano, come di
trasferire da una ad un'altra famiglia la corona di Francia. Il patrizio
era un ufficiale nominato dagl'imperatori greci: uno risiedeva in
Sicilia, ed un altro d'ordinario in Roma, ov'erano capi del governo. Ma
forse Pipino aveva un miglior titolo alla dignità reale nell'elezione
del popolo francese, che al patriziato in quella del popolo romano; ma
nella pericolosa situazione in cui trovavasi il popolo di Roma, poteva
il papa scusarsi se a qualunque prezzo gli assicurava un protettore.
Intanto queste trattative corruppero i pontefici, i quali dando ai
Carlovingi diritti ch'essi medesimi non avevano, ricevevano in compenso
terre e ricchezze delle quali i Carlovingi non avevano diritto di
disporre. Pipino costrinse Astolfo, re de' Lombardi, a restituire
l'Esarcato e la Pentapoli non già all'imperatore di Costantinopoli cui
appartenevano, e che faceva riclamare dai suoi ministri, ma bensì a s.
Pietro, alla Chiesa romana rappresentata dai suoi pontefici, ed alla
repubblica. Pare che lo storico di Stefano II adoperasse quest'ultimo
vocabolo per indicare il governo di Roma e delle province, che dopo
essersi staccate dall'impero greco rimanevano indipendenti; imperciocchè
lo storico termina l'elogio di questo pontefice con tali parole: «il
quale coll'ajuto di Dio dilatò le frontiere della repubblica e del
popolo sovrano, che formava la greggia confidata alle sue cure[139].»
[139] _Annuente Deo rempublicam dilatans, et universam Dominicam
plebem etc. Anast. Bibl. Vita Steph. III. t. III. p. 172. anno 755._
L'atto della donazione di Pipino non si è conservato, di maniera che non
conosciamo con esattezza le condizioni di così fatta concessione, in
forza della quale la Chiesa acquistò per la prima volta una dominazione
temporale[140][141]. Ma la storia ne istruisce che tale donazione non
ebbe mai effetto. Astolfo permise bensì che l'atto di donazione, e le
chiavi delle città donate si deponessero sull'altare di s. Pietro; e
varj ostaggi giunsero pure a Roma coll'inviato di Pipino; ma la Chiesa
non ebbe il godimento della sovranità di queste province, ed abbiamo
molte lettere dei papi nelle quali si lagnano che nè Astolfo, nè
Desiderio suo successore non avevano ancora dato alla Chiesa ed alla
repubblica romana il possesso delle città promesse[142], o pure che
avendone accordata taluna, se l'erano all'istante ripresa. E quando in
appresso, dietro le istanze della Chiesa, Desiderio lasciò queste città
in libertà, invece d'essere governate dal papa, passarono sotto
l'arcivescovo di Ravenna come rappresentante degli esarchi[143]: e
finalmente allorchè, chiamato da Adriano, Carlomagno conquistò l'anno
774 il regno dei Lombardi, confermò la carta di donazione di suo padre
senza però darle esecuzione; onde Adriano l'andava avvisando di dar
esecuzione a quanto, per la salvezza dell'anima sua, aveva promesso di
fare in favore della Chiesa e della repubblica de' Romani[144].
[140] La pretesa donazione di Costantino è stata con tanta evidenza
distrutta, che il nostro storico ha potuto, senza renderne ragione,
chiamar prima quella di Pipino. N. d. T.
[141] Il _liber pontificalis_ ne dà i nomi delle città cedute, cioè
Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Iesi,
Forlimpopoli, Forlì, castel Sussubio, Montefeltro, Acceraggio, monte
di Lucaro, Cera, castel San-Mariano, Bobbio, Urbino, Cagli, Luceolo,
Gubbio e Comacchio. _Anast. Bibl. p. 171._
[142] _Ecclesia sancta Dei et respubblica Romanorum. Epist. 7. 8. et
9. cod. Caral. p. 104. etc._
[143] _Agnelli lib. pontif. p. II, in vita Sergii archiepiscopi c.
4. t. II. Rer. Ital. p. 174._
[144] _Codex Carolinus epistola 69. p. 213., et passim._
Ma se le donazioni delle sovranità fatte da Pipino, Carlomagno e Luigi
il buono, si ridussero a semplici atti d'ostentazione, che que' principi
non ebbero mai intenzione d'eseguire, essi però arricchirono la Chiesa
con più utili beneficenze, dandole _l'utile dominio_ di una parte
dell'Esarcato e della Pentapoli, cioè i frutti e le rendite delle terre,
mentre la sovranità delle stesse province era riservata alla repubblica
romana, al patrizio, e per ultimo all'imperator d'Occidente. Altronde
all'utile dominio veniva pure annessa l'ubbidienza di moltissimi
vassalli, talchè il papa, che già da gran tempo veniva risguardato come
il primo cittadino di Roma, diventò pure il primo e più potente
barone[145].
[145] Costantino Porfirogeneta nel decimo secolo dice che i papi erano
sovrani di Roma. _De Thematibus, l. II. Th. 10. p. 22_. Ρώμη
ἰδιοκρατορίαν ἔχειν, καὶ δεοπόζεθαι κυρίως, παρά τινος κατὰ καιρὸν
Πάπα; pure ancora nel decimo secolo non era il papa che il più potente
signore di Roma.
Le dignità che danno potere e ricchezze diventano l'oggetto dei desiderj
degli ambiziosi, e ben tosto loro preda. Dopo le prime donazioni di
Pipino si videro aspirare alla cattedra dì s. Pietro persone affatto
diverse da quegli austeri sacerdoti che l'avevano fino a quei tempi
occupata, e gli annali della Chiesa incominciarono a macchiarsi dei
delitti del capo dei Cristiani. Due fratelli Stefano II, e Paolo I,
ch'ebbero successivamente il papato dal 762 al 766, vengono accusati
dagli storici della chiesa di Ravenna d'ingiustizia, di rapina, di
crudeltà[146]. Dopo la morte di Paolo, un antipapa s'impadronì colle
armi della sede pontificia; il legittimo papa Stefano III ebbe parte
all'assassinio di alcuni de' principali dignitarj della sua chiesa[147];
e tutto il clero adottò le abitudini ed i feroci costumi dei
gentiluomini del suo secolo.
[146] _Agnellus in lib. pont, vita Sergii. t. II. p. 172._
[147] _Vit. Steph. III. in Anas. Bib. p. 174._ — _Vita Stadr. p.
180._
Ne' tempi della barbarie, mentre l'ignoranza rende la fede più costante,
le passioni indomabili e feroci distruggono affatto la morale. Le
stragi, i tradimenti, gli spergiuri sono avvenimenti comuni nella storia
di quegli uomini cui il nono ed il decimo secolo accordarono il nome di
_Grande_. Ma dopo così enormi delitti, una magnifica penitenza attestava
la religione ed il pentimento del colpevole. L'ambizione del clero
mostrò ai grandi delinquenti una ignota strada per espiare i loro
delitti, e far dimenticare i loro furori; e questa fu quella delle
donazioni alla chiesa per la salvezza dell'anima del donatore[148].
Pipino e Carlo Magno avevano con somiglianti liberalità gittati i
fondamenti della potenza papale: comecchè essi non avessero soltanto
arricchita la santa sede, ma ancora l'arcivescovo di Ravenna in maniera
di poter gareggiare col papa, e poco meno anche l'arcivescovo di Milano,
e molti monasteri. Tutti i loro successori ne imitarono l'esempio, ed i
principali baroni, seguendo la pratica de' loro sovrani, fecero pagare
ai loro eredi i misfatti che avevano commessi: per lo che avanti il
dodicesimo secolo abbiamo più atti di donazioni fatte alle chiese, che
di contratti di qualunque altro genere presi cumulativamente. Di modo
che quando Ottone il grande entrò in Italia, le più ricche città, le
province più popolate venivano possedute dal clero; mentre i grandi
feudi laici erano spenti o divisi. Di quest'epoca i principali e più
potenti sovrani ecclesiastici erano il patriarca di Aquilea, gli
arcivescovi di Milano e di Ravenna, i vescovi di Piacenza, di Lodi,
d'Asti, di Bergamo, di Novara, di Torino, l'abbate di monte Cassino, il
più potente signore del ducato di Benevento, che fino all'età nostra
conservò il titolo di primo barone del regno di Napoli, e l'abbate di
Farfa nella Sabina[149]. Inoltre la maggior parte de' vescovi avevano
acquistato, in forza di un atto di qualche re o gran signore, la
giurisdizione della città in cui risiedevano, e non eravi un solo
vescovo, un solo monastero dell'un sesso o dell'altro, che in alcun
territorio o villaggio non possedesse diritti feudali.
[148] _Pro remedio animae meæ_, e simili, era la più usitata formola
con cui i grandi delinquenti colla donazione di poche terre a
qualche chiesa o monastero presumevano d'avere ampiamente
soddisfatto alla divina ed umana giustizia per gli assassinj
commessi nel lungo corso della loro vita; di modo che le più ricche
donazioni sono d'ordinario un sicuro testimonio della scellerata
memoria del donatore; come le donazioni non meno frequenti _propter
nimiam sui corporis dulcedinem mihi praestitam_ fatte dai principi
alle loro amiche colla maggiore pubblicità, ne attestano la
scostumatezza. N. d. T.
[149] _Murat. Antiq. Ital. diss. LXXI. t. V. p. 56._
Alla podestà temporale erano uniti quei doveri che allontanarono affatto
gli ecclesiastici dalle primitive loro funzioni. Quando un vescovo, un
abbate era conte d'una città, sotto questo titolo riuniva la prerogativa
di giudice e di generale; essendo incaricato del governo civile del
contado in tempo di pace, e della sua difesa in tempo di guerra. Come
castellani, gli ecclesiastici credevansi permesso di sostenere un
assedio assai prima che ardissero di porsi in campo alla testa di
un'armata. Ma nel secolo nono avevano già appreso a marciare contro il
nemico. L'imperatore Luigi II lo ordinò loro nel decreto che pubblicò
per l'impresa di Benevento l'anno 866[150]: e lo stesso papa Giovanni X
guidò l'anno 915 le truppe della lega ch'egli aveva riunite contro i
Saraceni.
[150] Questo bando viene riferito da Camillo Pellegrino. _Hist.
princ. Longob. t. II. p. I. p. 265._
I tre Carlovingi, spinti da quello spirito religioso che gli aveva
indotti ad arricchire il clero, credettero di santificare
l'amministrazione de' loro stati, fidandola agli ecclesiastici. Il
cancelliere, il principale ufficiale della corona, era quasi sempre un
prelato[151], ed i vescovi e gli abbati intervenivano al consiglio del
re ed agli stati della nazione. Durante il regno di Pipino, e parte di
quello di Lotario, Adelardo abbate di Corbia ed il monaco Wala suo
fratello furono i veri sovrani d'Italia. Dopo costoro altri
ecclesiastici occuparono in consiglio il loro luogo; e fu osservato, che
non rifiutaronsi di dirigere le guerre snaturate che i figli di Luigi il
buono fecero al padre. Il favore del sovrano, il potere, le ricchezze
corruppero in ogni tempo coloro che le possedevano, e non era da
supporsi che il clero sarebbesi conservato incorrotto, quando si fosse
riflettuto che a quell'epoca lo spirito della religione cristiana era
guasto affatto dalla più grossolana superstizione; che i di lei
ministri, scelti tra i secolari, dovevano essere partecipi dei vizj del
secolo; che i grandi signori erano solleciti di collocare tra il clero
alcuno de' loro figli, perchè la fortuna farebbe che in tale stato
servisse loro d'appoggio; che invece di far ammaestrare nelle lettere
ecclesiastiche questi nuovi canditati della Chiesa, venivano, come
giovani cavalieri, addestrati al maneggio delle armi e dei cavalli; che
l'avidità con cui si spogliavano le chiese dei loro beni, uguagliava la
profusione con cui erano state arricchite; che il re Ugo non era stato
il primo a provvedere a forza di beneficj ecclesiastici i suoi sicarj ed
i suoi bastardi; e finalmente molti sovrani deposti, molti grandi
signori ch'erano incorsi nella disgrazia de' loro superiori, venivano
forzati a ricevere la tonsura; onde il corpo del clero composto di così
fatta gente non poteva possedere le virtù proprie del suo stato. A torto
si è voluto opporre alla santità della religione la disordinata vita del
clero del nono e decimo secolo, quando appena sarebbe bastato un
miracolo per santificare gl'impuri elementi di cui era di que' tempi
composto il clero.
[151] Gli ecclesiastici erano di que' tempi le sole persone che
sapessero poc'o tanto leggere e scrivere, onde non è maraviglia se
loro venivano affidati gl'impieghi che richiedevano di saper leggere
e scrivere. N. d. T.
Abbiamo un'assai circostanziata storia de' papi contemporanei
degl'imperatori Carlovingi. Tale storia scritta da un bibliotecario
della corte romana, è generalmente parziale per i papi[152]. Lo scandalo
cominciò soltanto in sul declinare del secolo nono. Ma prima di
osservare la Chiesa lordata dalla dissolutezza di alcuni giovinastri,
vuole la giustizia che ci fermiamo all'epoca più onorevole del
pontificato di Leone IV.
[152] Le vite dei pontefici furono scritte da Anastasio
bibliotecario fino alla morte di Niccolò primo accaduta l'anno 867.
Le vite d'altri pontefici fino all'889 furono aggiunte da un altro
bibliotecario detto Guglielmo. Da quest'epoca fino al 1050, in cui
comincia la raccolta del cardinal d'Arragona, avvi un vuoto che non
è stato possibile di riempire.
Poco dopo la morte di Carlo Magno non tardarono i Saraceni ad accorgersi
della debolezza della sua immensa monarchia, e cominciarono a
saccheggiare le province marittime dell'Italia. Papa Gregorio IV era
stato costretto l'anno 833 a fortificare contro di loro la città
d'Ostia[153]; che pure non impedì loro di rovinare le città littorali,
per lo che gli abitanti di Civitavecchia dovettero salvarsi nelle
foreste; e l'audacia de' Saraceni crebbe a segno, che nell'847 osarono
di tentar l'assedio della stessa Roma, saccheggiando le basiliche di s.
Pietro in Vaticano e di s. Paolo, poste fuori delle mura. Nella stessa
epoca morì papa Sergio II, onde i Romani, per non trovarsi senza capo,
in così difficili circostanze, elessero papa Leone IV prete romano, uomo
di somma riputazione, e lo consacrarono senza aspettare l'approvazione
dell'imperatore[154]. Quantunque i Saraceni si fossero già allontanati
da Roma, Leone, volendo assicurarsi da ogni insulto, fece rifabbricare
le muraglie della città, ed accrescerne le fortificazioni. Il monte
Vaticano, che fin allora era fuori del circondario di Roma, fu cinto di
mura, e dal suo nome chiamato la _città Leonina_[155]. Rifece
Civitavecchia rovinata dai Saraceni[156], e coll'ajuto delle repubbliche
di Napoli, di Amalfi e di Gaeta, che sotto la protezione greca eransi
rese libere, attaccò una nuova flotta saracena, obbligandola a ritirarsi
con grave perdita. A queste gloriose azioni i suoi biografi aggiungono
il racconto di alcuni miracoli, uno de' quali rese la memoria di Leone
IV più illustre, che la fondazione della città cui diede il proprio
nome. Il borgo dei Sassoni che prolungavasi tra la città Leonina ed il
quartiere di Transtevere fu in parte consumato da un terribile incendio
arrestato dalle preghiere di Leone[157]: argomento della egregia opera
di Raffaello conosciuta sotto il nome dell'incendio di Borgo, che vedesi
nella quarta stanza del Vaticano.
[153] _Anast. Bibl. in vita Greg. IV. p. 206._
[154] Vita Leon. IV. Anast. Bibl. _p. 231_.
[155] _Ibid. p. 240._
[156] _Ibid. p. 245._
[157] Vita Leon. IV. Anast. Bibl. _p. 233_.
Dalla deposizione dell'ultimo monarca Carlovingio fino al regno d'Ottone
il grande, l'autorità dei principi che portarono momentaneamente il
titolo d'imperatore, fu sempre vacillante e controversa. Frattanto Roma
non facendo parte del regno d'Italia, ed essendo dipendente soltanto
dall'impero, allorchè vacava l'impero ricuperava la sua indipendenza, o
a dir meglio ricadeva sotto il giogo dell'oligarchia inquieta de' suoi
nobili. Tra costoro quello che poteva occupare il trono pontificio,
otteneva col favore delle ricchezze della Chiesa una grandissima
preponderanza su tutti gli altri, ed era risguardato come capo della
repubblica. Vero è che l'elezione doveva farsi coi suffragi riuniti del
clero e del popolo[158]; ma il clero era quasi tutto militare, e si
presumeva che la voce dei grandi dovesse rappresentare quella della
nazione; era perciò a supporsi che i voti della nobiltà si riunirebbero
a favore del più valoroso del loro corpo, del più accorto, e fors'anco
del più elegante dei giovani ambiziosi che aspiravano alla tiara,
piuttosto che a qualche prete commendevole per la sua santità, ma
incapace d'intrighi[159]. In mezzo all'universale degradamento le dame
romane non avevano perduto l'avvenenza ed i talenti delle antiche
matrone, ed erano perciò assai potenti. Anzi non ebbero mai le donne
tanto credito presso alcun governo, quanto n'ebbero le romane nel decimo
secolo. Sarebbesi detto che la bellezza erasi usurpati tutti i diritti
dell'impero.
[158] _A cunctis sacerdotibus, seu proceribus, et omni clero, nec
non et optimatibus, vel cuncto populo romano. Anast. bibl. in Leon.
III p. 195._
[159] Il ritratto che fa Anastasio di papa Adriano I. indica le
qualità che d'ordinario fissavano i suffragi. _Vir valde praeclarus,
et nobilissimi generis prosapia ortus, atque potentissimis Romanis
parentibus editus; elegans, et nimis persona decorabilis, constans
etiam, ec. In Adr. I. p. 179._
Due celebri patrizie, Teodora e sua figliuola Marozia, furono
sessant'anni assolute arbitre di quella tiara, che poc'anni dopo, tre
Enrichi alla testa delle armate tedesche non hanno potuto togliere ai
loro nemici.
Teodora, nata da illustre famiglia, possedeva immense ricchezze e varie
rocche: gli archi trionfali ed i solidissimi sepolcri degli antichi
Romani ridotti in fortezze dai gentiluomini erano custoditi dai suoi
soldati; ed in oltre disponeva a sua voglia degli amanti ch'ella aveva
non pochi tra i nobili romani. Il lodevol uso ch'essa fece di questa
specie d'impero, fu quello di far cessare la scandalosa guerra che
tenevano viva in Roma due opposte fazioni. Erasi veduto Stefano VI,
succeduto l'anno 896 a papa Formoso, far diseppellire il cadavere del
suo predecessore, sottomettere innanzi ad un concilio il morto corpo ad
un ridicolo interrogatorio, condannarlo, farlo mutilare, indi gettarlo
nel Tevere[160]. Dopo tal epoca i susseguenti pontefici ora dell'uno ora
dell'altro partito avevano a vicenda annullati gli atti de' loro
predecessori. La stessa Teodora era della fazione nemica di Formoso, e
sua figliuola Marozia, l'amante di Sergio III, uno de' di lui
persecutori. Ma poichè Teodora ebbe cogli artificj e colla galanteria
sottomessi i grandi ed il clero, i costumi della corte di Roma
diventarono se non più puri, almeno più dolci.
[160] _Luitp. Ticin. Hist. l. I. c. 8. p. 480._ — _Amalricus Augerius
vitae pont. t. III. p. II. p. 317._ — _Frodoar. poema de Romanis
pontif. Ib. p. 318._
Teodora innamoratasi d'un giovane ecclesiastico, chiamato Giovanni, gli
ottenne da prima il vescovado di Bologna, poi l'arcivescovado di
Ravenna; e finalmente disperata per averlo, elevandolo a tale dignità,
allontanato da se, s'adoperò in modo presso i gentiluomini ed il clero,
che il fortunato amico fu col nome di Giovanni X innalzato sul trono
pontificio[161]. L'amore o la riconoscenza di questo papa verso la sua
benefattrice scandalizzarono il cardinal Baronio autore degli annali
della Chiesa; pure Giovanni X non viene accusato nè di veleni, nè
d'assassinj, nè di tradimenti; delitti enormi, che nella successiva età
macchiarono più volte il trono papale. Giovanni X amministrò gli affari
della chiesa con fermezza e con giustizia; seppe, per il comune
vantaggio de' suoi concittadini, pacificare i principi rivali che
dividevansi l'Italia, e gli stessi imperatori d'Oriente e d'Occidente;
egli stesso condusse le armate contro i Saraceni accampati al
Garigliano, ed in questa impresa acquistò la gloria di valoroso
guerriero, professione più confacente al suo carattere, che quella di
padre dei fedeli[162].
[161] _Liutp. Hist. l. II. t. II. p. 440._ Il Baronio ed il Pagi, e
tutti gli scrittori ecclesiastici ammisero come veridico il racconto
di Luitprando vescovo di Cremona. Il solo Muratori ne dubitò ne'
suoi Annali, appoggiato all'autorità degli epitaffi d'alcuni papi, e
del panegirico che Frodoardo ha fatto di tutti i pontefici in
quattro o cinque cattivi versi. Io darei la medesima fede ai sonetti
che si fanno in Italia per nozze, ne' quali la nobiltà, il valore,
l'amore, la bellezza, sono a tutti prodigati senza veruna
parzialità.
[162] _Luitp. Hist. lib. II. c. 4. p. 441._ — _Leo Ostiensis
Chronicon Monasterii Cassin. l. I. c. 52. t. IV. Rer. It. p. 325._
Quando Teodora strinse domestichezza con Giovanni, non era omai più nel
fiore dell'età. Prima d'esserne amante, aveva maritata sua figliuola
Marozia con Alberico marchese di Camerino, che dava alla famiglia della
sua sposa un nuovo lustro per la proprietà d'un gran feudo vicino a
Roma.
Intanto la storia non parla più di Teodora; per la di cui morte Giovanni
X aveva forse ottenuta l'indipendenza del suo dominio. Alberico primo
sposo di Marozia, che uno storico quasi contemporaneo dice console de'
Romani[163], fu ucciso in una sedizione, e la vedova Marozia del 925
esercitava sopra i baroni di Roma quell'impero, ch'ebbe prima di lei
Teodora. Solamente il papa, dopo essere stato l'amante della madre, non
poteva sentir amore per la figliuola, la quale dal canto suo aveva
estrema avversione per Giovanni X. Essa s'era impadronita per sorpresa
della mole Adriana, oggi detta castel s. Angelo, torre massiccia, la più
solida di tutti i monumenti dell'antica Roma, ch'era stata molto prima
trasformata in fortezza. Posta sull'altra riva del Tevere all'estremità
del ponte Elio, domina il passaggio tra il Vaticano ed il campo di
Marte, il corso superiore del fiume, gl'ingressi in città dalla banda
della Toscana, e di tutta l'Italia settentrionale: tal che questo
castello ne' tempi di mezzo, siccome ne' tempi presenti, viene
risguardato come la chiave di Roma. Quando si fu ben fortificata nella
mole Adriana, Marozia offrì la sua mano a Guido duca di Toscana; di modo
che colle loro forze riunite i due sposi, trovandosi quasi sovrani di
Roma, fecero ammazzare un fratello di Giovanni X, ch'era nella sua più
intima confidenza, rinchiusero lo stesso papa in una prigione, in cui
cessò ben tosto di vivere, e fecero successivamente eleggere a
quell'eminente dignità due loro creature[164].
[163] _Leo Ostiensis Chron. Monast. Cassinensis l. I. c. 61. p.
353._
[164] _Luitp. Hist. l. III. c. 12. p. 450._
Del 931 Marozia, rimasta vedova la seconda volta, fu non pertanto in
Roma abbastanza potente per riporre sulla santa sede Giovanni XI suo
secondo figliuolo, nella fresca età di ventun'anni, cui la maldicenza
diceva figliuolo di papa Sergio. Questo papa fu assai maltrattato
dall'annalista ecclesiastico[165], benchè in un regno di cinque anni non
potesse rendersi colpevole di verun delitto o mancanza; perchè ridotto
alle sole funzioni ecclesiastiche, non esercitò un solo istante il
potere allora annesso alla sua sede.
[165] _Baron. Ann. Eccles. ad annum 931._
La stessa Marozia erasene resa padrona; onde Ugo re di Provenza, che di
que' tempi bramava di consolidare il suo nuovo dominio di Lombardia, non
isdegnò di ricercare l'alleanza d'una femmina che doveva soltanto alla
galanteria la sua potenza. Di fatti Marozia sposò Ugo in terze nozze,
quantunque fratello uterino di Guido suo secondo marito: ma questa
unione non corrispose alle speranze concepite dagli ambiziosi sposi.
Pochi giorni dopo il matrimonio, levatosi Ugo da tavola, osò dare uno
schiaffo ad un figlio di Marozia del primo letto, il quale chiamavasi
Alberico come il padre, perchè, presentandogli la brocca, gli aveva con
mal garbo versata l'acqua sulle mani. Sdegnato Alberico per tanta
ingiuria, chiamò i suoi concittadini a prendere le armi, ed a scuotere
il giogo d'un barbaro. Ugo, costretto di salvarsi colla fuga, non potè
mai più rientrare in Roma, e Marozia terminò i suoi giorni in un
monastero[166].
[166] _Luitp, Hist. l. III. c. 12. p. 450._
E per tal modo i Romani, scosso ad un tempo il giogo dei papi, delle
femmine e dei re, lusingaronsi d'aver ricuperata la libertà dell'antica
Roma; e richiamarono il nome di repubblica, poichè videro un console
alla loro testa, prendendo Alberico indifferentemente il titolo di
console o di patrizio. Alberico intanto era un padrone che, avendo
saputo attaccare i Romani alla propria causa, li teneva in armi per
l'indipendenza della patria; e forse, nello stato in cui li trovò, la
sua amministrazione era la più confacente alla loro gloria. Conservò
ventidue anni il favore che si era acquistato del popolo romano, e
morendo lasciò quasi ereditario il principato di Roma a suo figlio
Ottavio in età di soli diciassett'anni. Nominò fin che visse
successivamente diversi papi, che tenne sempre sotto l'assoluta sua
dipendenza; e quando morì l'ultimo di questi, che gli era sopravvissuto
due anni, Ottaviano, ch'era prete, suppose di assicurare la propria
autorità aggiungendovi la potenza spirituale, e si fece consacrare
pontefice col nome di Giovanni XII: e dalle sue mani Ottone il grande
ricevette la corona imperiale.
Sembrerà cosa strana, senza dubbio, che nel decimo secolo, secolo
dell'ignoranza e della superstizione, il poter dei papi rovinasse così
subitamente; e non si vorrà credere che l'epoca, e la cagione principale
dell'abbassamento del potere sacerdotale fosse appunto la donazione
fatta da Carlo Magno alla santa sede. I papi, diventati in forza di tale
donazione sovrani, o per lo meno grandi feudatarj, dovevano soggiacere
alle stesse cagioni di deperimento, che sordamente attentano alla
potenza di tutti i monarchi e grandi signori. Non erasi ancora ritrovata
l'arte non ignota agli antichi d'esercitare un assoluto potere sopra
città lontane, di modo che tutte le città rendevansi indipendenti.
Scorgesi qualche traccia della protezione che i papi accordavano
talvolta alle città della Pentapoli e dell'Emilia, di cui avevano
ottenuta la restituzione alla repubblica; ma non trovasi verun documento
che dimostri che il papa le governasse. Convien dunque dire che non le
città, ma le possessioni territoriali, i feudi ed i dominj formavano le
ricchezze del papa, ed il pregio delle donazioni de' Carlovingi.
Frattanto i papi per trarre profitto da questi possessi territoriali,
gli avevano infeudati sotto un canone militare. Una nobiltà armata
rimpiazzò gli antichi vassalli plebei, che coltivavano i medesimi
dominj, ma che non avrebbero saputo difenderli: nè si previde allora ciò
che il governo de' preti doveva temere dallo spirito altiero,
indipendente, bellicoso dei gentiluomini.
In sul finire del nono secolo, i papi erano al colmo di quella specie di
potere ch'essi eransi acquistato colle loro proprietà; la nuova milizia
che avevano di fresco formata ne' loro dominj, aveva ancora presenti i
ricevuti beneficj, e sforzavasi d'accrescere il credito de' suoi
benefattori. Al suo valore, all'illimitato suo attaccamento, dovettero i
papi la preponderanza ottenuta nella repubblica romana nell'epoca
appunto in cui erano i più potenti baroni del ducato. Ma le rivalità di
Sergio e di Formoso divisero questa nobiltà in due fazioni; i
gentiluomini rimasero attaccati a quella delle due emule case da cui
avevano ricevuti i beneficj; e quando la fazione di Sergio trionfò, la
dignità pontificia fu resa quasi ereditaria nella famiglia di Teodora,
di Marozia, di Alberico; ed i cavalieri consacrarono la loro
riconoscenza a questa famiglia che gli aveva beneficati, tosto che si
credettero sciolti da ogni legame verso gli sconosciuti, che potevano in
appresso occupare la cattedra di S. Pietro.
Intanto la città di Roma, poi ch'ebbe scosso il giogo dell'impero
d'Oriente, conservò sempre le forme, se non lo spirito d'una repubblica.
Il papa non aveva entro Roma altro potere che quello che nasceva dal
rispetto religioso dovuto al suo carattere, e dal timore delle censure
della Chiesa. Sotto l'amministrazione d'Alberico i diritti del popolo
venivano rispettati, e mantenute le assemblee periodiche. Vero è che
l'uomo, che assicurava alla nazione l'indipendenza, era troppo potente
per lasciarla libera; ma quand'egli morì, suo figlio Ottaviano ereditò
bensì le sue possessioni ed i suoi diritti, ma non l'illimitato potere,
che la sola riconoscenza accordava a suo padre.
Nello stesso tempo che il popolo innalzò Ottaviano, ossia Giovanni XII,
alla dignità papale, affidò le incumbenze amministrative ad un prefetto
della città, cui diede per colleghi e consiglieri i consoli annali,
incaricando della tutela dei propri interessi dodici tribuni o
decurioni, i quali rappresentavano i rispettivi quartieri di Roma[167].
Allora si operò sul carattere nazionale una più importante rivoluzione,
che quella che aveva variate le magistrature. Alla morte del _gran
console_ si vide rinascere lo spirito pubblico, ed il popolo manifestò
il desiderio di circoscrivere l'autorità arbitraria e di metter fine
alle sue usurpazioni. Questo spirito impegnò i Romani in un'ardita, ma
disuguale lotta cogl'imperatori ed i papi; lotta che si protrasse quasi
per tutto lo spazio che abbraccia la presente storia.
[167] L'anno 996 esistevano già da più anni queste diverse
magistrature. _Baron. Annal. Eccles. ad an. 966. — Amalricus Augerius
in vita Joh. XIII. p. 329 — Pandulp. Pisan., et Catalog. Papar. in
eund. p. 329 — 332. Rer. It. t. III. p. II._
Ottone il grande depose successivamente Giovanni XII e Benedetto V, onde
il popolo romano adontato da tali atti di potere arbitrario, si dichiarò
due volte a favore dei papi, e sostenne colle armi, benchè con infelice
successo, la legittimità del loro titolo ed il suo diritto d'elezione.
Giovanni XII, dopo aver chiamato Ottone in Italia, non tardò ad
accorgersi d'essersi preparato un giogo sotto cui avrebbe dovuto piegare
il capo. Si collegò con Berengario contro l'imperatore, ma troppo tardi:
dopo essersi alcun tempo difeso nel forte S. Leo, il monarca italiano fu
fatto prigioniere. Ottone s'avanzò contro Roma, ed il papa fuggì a Capoa
con Adalberto figliuolo di Berengario[168]. Allora Ottone adunò un
concilio in Roma per giudicare Giovanni XII, o piuttosto, diceva egli,
per correggerlo de' traviamenti giovanili. Ma questo concilio rese
affatto pubblica la spaventosa corruttela della santa sede. Pietro
cardinale prete si alzò, ed innanzi a tutta l'assemblea passò in revista
i vizj ed i delitti dei papi[169]; e l'imperatore senza voler ammettere
o rigettare quest'accusa, scrisse la seguente lettera a Giovanni XII per
invitarlo a giustificarsi personalmente.
[168] _Luitp. contin. lib. VI. c. 6. p. 471._
[169] _Ib. cap. 7. e 8. p. 473._
«Al sovrano pontefice e papa universale il signor Giovanni, Ottone, per
la clemenza di Dio, imperatore augusto, e gli arcivescovi della Liguria,
della Toscana, della Sassonia e della Francia, in nome del Signore,
salute.
«Arrivati a Roma per il servigio di Dio, quando abbiamo interrogato i
vostri figli, i Romani, i cardinali, i preti, i diaconi e tutto il
popolo, intorno ai motivi della vostra lontananza, ed a quelli che
v'impedivano di venire a trovar noi difensori della vostra chiesa, e di
voi medesimo, ci raccontarono tali cose di voi, e tanto vergognose, che
se fossero dette degl'istrioni, ancora li farebbero arrossire. E perchè
tutto non rimanga ignoto alla grandezza vostra, ne riferiremo brevemente
alcune, perchè un giorno non basterebbe a farne di tutte circostanziato
racconto. Sappiate adunque, che voi siete accusato, non già da pochi, ma
da tutti, ecclesiastici e secolari, d'esservi reso colpevole d'omicidio,
di spergiuro, di sacrilegio e d'incesto con due vostre prossime parenti.
Aggiungono ciò che fa orrore ad udirsi, che a tavola beveste alla salute
del diavolo, che invocaste, giocando, Giove, Venere ed altri demonj. Noi
supplichiamo dunque caldamente vostra paternità di venire, e non
frapporre ritardo, a giustificarvi da queste imputazioni. E se mai
temeste la violenza della moltitudine temeraria, noi ci obblighiamo con
giuramento, che niente sarà fatto contro i regolamenti dei sacri canoni.
Dell'8 degli Idi di novembre 963»[170].
[170] _Luitp. lib. VI. c. 9. p. 474._
Giovanni nella sua risposta rifiutò di riconoscere l'autorità del
concilio, e minacciò di scomunicare coloro che osassero procedere
all'elezione di un nuovo pontefice. Avendolo inutilmente citato la
seconda volta, il concilio lo dichiarò decaduto dalla sua dignità, e
nominò suo successore Leone che fu consacrato sotto nome di Leone VIII.
Intanto i gentiluomini ben affetti alla famiglia d'Alberico, i cittadini
che volevano salvo il diritto del popolo romano di nominare il suo
vescovo, ed i partigiani dell'indipendenza della Chiesa, si riunirono
per dichiarare illegittima la deposizione di Giovanni, e l'elezione di
Leone. L'imperatore prima di partire, fu costretto di reprimere una
sommossa manifestatasi contro il suo papa; e quando fu lontano, Giovanni
XII rientrò in Roma, scacciò Leone, e fece crudelmente mutilare due
cardinali suoi nemici, e si preparò a difendersi. Un impensato accidente
pose fine a tutti i suoi progetti. Sorpreso di notte con una donna
maritata, morì pochi giorni dopo, percosso dal demonio, dice il vescovo
di Cremona, o più tosto dal marito geloso[171][172].
[171] _Luitp. Hist. l. VI. c. II. p. 475._
[172] Non dimentichi il cattolico lettore quanto in proposito dei
papi che disonorarono la sede di s. Pietro lasciò scritto il
cardinale Bellarmino: _Ne forte putaremus ob vitam et mores
integerrimos summorum pontificum tam diu stetisse hanc sedem,
permisit ad extremum Deus, ut etiam quidam parum probi pontifices
aliquando hanc sedem tenerent et regerent: quales sane fuerunt
Stephanus VI, qualis Leo V, Christophorus I, Sergius III, Joannes
XII, aliiqui non pauci_. N. d. T.
Non lasciaronsi i Romani sconcertare dalla morte di Giovanni XII, e gli
sostituirono all'istante un cardinale diacono, che prese il nome di
Benedetto V; e resistettero alcun tempo coraggiosamente all'armata di
Ottone, che intraprese l'assedio di Roma: ma in fine dovettero
arrendersi alla fame più che ai replicati attacchi de' soldati nemici.
Ottone ritornò in Roma seco conducendo il suo antipapa Leone VIII. Papa
Benedetto V, che la Chiesa ritiene come solo legittimo[173], comparve
pontificalmente vestito avanti al suo competitore e ad una numerosa
adunanza di vescovi nella chiesa di s. Giovanni Laterano; ove confessò
genuflesso e piangente d'aver usurpata la cattedra di s. Pietro; e
spogliatosi del suo manto consegnò il suo pastorale all'antipapa Leone,
il quale lo spezzò in presenza dell'assemblea. Dopo ciò il legittimo
pontefice fu mandato in esiglio in fondo della Germania[174].
[173] _Bar. An. Eccl. ad an. 964 — Pagi Crit. ib. — Sigon. de Regno
It. lib. VII._
[174] _Luitp. lib. VI. c. ultim. p. 476._ — _Vita Joh. XII ex Mss.
Vatic. Pandulphi Pisani t. III. Rer. It. p. II. p. 328._ — Baronio
trovasi qui in un dilemma somigliante al famoso sofisma del
menzognero. Se Benedetto è il vero papa, dunque è infallibile,
dunque ha detto la verità quando ha detto che non era papa.
Dopo la morte di Benedetto e di Leone, quando un nuovo papa, Giovanni
XIII vescovo di Narni, fu designato dall'imperatore, e che le due
podestà trovaronsi unite contro la libertà di Roma, non però i Romani si
ritrassero dalle difese. Ottone trovavasi in Germania; ed i magistrati
di Roma essendo scontenti del papa, gli ordinarono d'abbandonare la
città. Giovanni dovette ubbidire, e rimanere dieci mesi in esiglio in un
castello della Campania.
Di là il papa supplicava l'imperatore di accorrere in suo soccorso, il
quale di fatti scendeva in Italia colla sua armata, e prima ancora del
suo arrivo Giovanni era richiamato in Roma. La sommissione degli
abitanti non bastò ad addolcire l'anima vendicativa del papa, il quale,
poichè le truppe dell'imperatore occuparono la città, fece levare dal
sepolcro e spargere al vento le ceneri di Roffreddo prefetto di Roma,
che gli aveva intimato l'esiglio. Il nuovo prefetto colla testa
inviluppata in un otre, e condotto per la città sopra un asino, fu
esposto allo scherno del pubblico: i consoli furono esiliati in fondo
alla Germania, ed i dodici tribuni del popolo perdettero la vita sul
palco[175]. La gloria di Ottone non fu meno macchiata di quella del papa
da così odiose esecuzioni. «Noi volevamo accoglierti con bontà e
magnificenza, disse il greco imperatore Niceforo Foca allo storico
Luitprando ambasciatore di Ottone, ma l'empietà del tuo padrone non lo
ha permesso; egli occupò Roma come nemico, e fece perire molti Romani
colla spada, altri sotto la scure del carnefice, a non pochi fece cavare
gli occhi, ed alcuni cacciò in esiglio»[176].
[175] _Bar. An. Ecc. ad an. 966. — Pagi Crit. et Murat. ad an. 967._
Tutte le vite di papa Giovanni XIII. _Scrip. Rer. Ital. t. III. p.
II. p. 330._
[176] _Legatio Luitp. ad Niceph. Fhocam, t. II. R. It, p. 479._
In verun'altra epoca la storia dei pontefici fu forse macchiata da più
delitti, che sotto il regno dei tre Ottoni di Sassonia; ma,
fortunatamente per la memoria dei papi, le cronache che parlano di tali
delitti, non hanno circostanziato il racconto in modo da imprimersi
tenacemente nella nostra memoria.
Poco avanti la morte d'Ottone I, Benedetto VI, nato romano, succedette a
Giovanni XIII. Bonifacio Francone, figliuolo di Ferruccio, e cardinale
diacono, arrestò ben tosto il nuovo papa, e chiusolo in una prigione di
Castel sant'Angelo, lo fece strozzare, o com'altri vogliono, morir di
fame. Asceso egli stesso sulla cattedra pontificia, spogliò in quaranta
giorni le chiese e le basiliche dei loro tesori, e di quanto avevano di
prezioso; e perchè i Romani, mossi da suoi delitti, avevano prese le
armi per iscacciarlo da Roma, fuggì a (984) Costantinopoli colla sua
preda, di dove tornò a Roma dopo dieci anni per brigar di nuovo la
tiara[177].
[177] _Amalricus Augerius, Pandulphus Pisanus, et Catalogus Papar.
t. III. p. II. p. 332. — 335. — Ptolomei Lucensis Hist. Eccles. l.
XVI. c. 27. t. XI. p. 1043._ Molti cataloghi pongono qui un papa
_Domno_, di cui la Chiesa riconosce l'esistenza sotto nome di
_Donno_, quantunque i calcoli de' tempi non lascino alcuno spazio
per il suo regno di diciotto mesi. Io credo che questi sia lo stesso
Benedetto VI, _Domnus Benedictus_. Sarà stato ommesso in una qualche
copia del catalogo il nome di Benedetto, ed il titolo di _Domno_
diventato il nome d'un secondo personaggio supposto, la di cui
istoria è perfettamente simile a quella di Benedetto VI.
La fazione imperiale fece consacrare l'anno 975 Benedetto VII, nipote
del gran console Alberico, la cui famiglia possedeva il contado di
Tusculano[178]. I conti di Tusculo s'obbligarono di sostenere in Roma il
partito imperiale, e coll'appoggio della casa di Sassonia, dominarono le
elezioni, onde poi i feudatarj, l'imperatore ed il papa uniti, fecero
causa comune contro la libertà.
[178] Questa genealogia dei conti Tusculani che dà ragione del loro
credito e subita potenza, non ha fors'altro fondamento che il
ritorno degli stessi nomi nelle famiglie; ma io la vedo adottata da
Vitali, _Stor. Diplom. dei Senat. di Roma p. I. p. 23_, ed indicata
ancor dal Pagi. _Critica an. 975. § 3._
Del 983 morì Benedetto VII, cui i Romani sostituirono Giovanni XIV
vescovo di Pavia; ma otto mesi dopo, Bonifacio VII, tornato da
Costantinopoli a Roma, s'impadronì colle armi del suo rivale, e
rinchiusolo in una prigione di Castel sant'Angelo, ve lo lasciò perir di
fame, mentr'egli stesso occupava per la seconda volta la santa sede, e
governava la chiesa undici mesi.
Tanti delitti stancarono la pazienza de' Romani, ispirando loro così
fatta avversione e disprezzo per il potere sacerdotale, che molti secoli
e memorie poterono a stento renderlo ancora rispettabile. Mentre i papi
erano risguardati quai feroci ad un tempo, e pusillanimi tiranni, e
troppo indegno il loro giogo, un uomo ancora caldo la mente dell'antica
gloria di Roma, e che ardentemente bramava di rinnovare i bei giorni
della repubblica, Crescenzio, cominciava a farsi conoscere, ed
acquistava il favore del popolo coll'eloquenza e col coraggio. Rianimò
il nobile orgoglio de' Romani, che sotto di lui si credettero ancora
degni discendenti dei padroni del mondo; li mosse a scuotere l'autorità
de' papi appoggiata soltanto alla confidenza dei popoli nella santità
d'un ministero apostolico, e che perdeva ogni titolo all'ubbidienza, da
che i pontefici avevano rinunciato alla virtù. Crescenzio incominciò ad
esercitare in Roma qualche potere col titolo di console l'anno 980,
press'a poco all'epoca in cui Ottone II entrò per la prima volta in
Italia: ma quest'imperatore, occupato dalla guerra che faceva ai Greci
nel ducato di Benevento, non pensò a cambiare l'amministrazione di Roma.
Se Crescenzio non potè prevenire i delitti di Bonifacio VII, è però
probabile che prendesse parte al suo castigo[179]. E perchè Crescenzio
procurava di allontanare interamente i papi da quel governo di cui
avevano sì lungo tempo abusato, gli storici pontificj si lagnano delle
sue persecuzioni[180]. Anche Giovanni XV, eletto l'anno 985, e vissuto
fino al 996, fu dal console esiliato; ma da che riconobbe l'autorità del
popolo, fu richiamato a Roma, e visse in buona intelligenza con
Crescenzio[181]. Questo papa morì allora quando, stanco di rimanere nei
limiti della podestà ecclesiastica, aveva spedito un'ambasceria ad
Ottone III, che sortiva allora dalla minorità, per indurlo a passare in
Italia.
[179] Bonifacio VII fu sottratto ai castighi che aveva meritato da
subitanea morte: ma il di lui cadavere abbandonato agl'insulti della
plebe, dopo essere stato strascinato per le strade, fu appiccato al
cavallo di Costantino. _Catal. Papar. 335._
[180] _Baron. ad an. 996._ Egli riporta il suo epitaffio. §10.
[181] _Vita Johan. XV. ex Amalr. Augerio, t. III. p. II. p. 334._
(996) L'imperatore arrivava a Ravenna quando seppe la morte del papa; e
gli destinò successore un signor tedesco, suo parente, chiamato Bruno,
il quale sostenuto dai conti di Tusculo e dall'armata imperiale che
avanzavasi verso Roma, fu posto sulla cattedra di s. Pietro col nome di
Gregorio V.
All'avvicinarsi delle truppe tedesche Crescenzio erasi ritirato nella
mole d'Adriano; onde Gregorio che non voleva incominciare il papato con
atti di rigore, s'interpose per fare la pace tra l'imperatore ed il
console. Ottone partì ben tosto per tornare in Germania, ed il nuovo
pontefice, orgoglioso di una dignità più assai rispettata nella sua
patria che a Roma, degl'illustri suoi natali e del favore d'Ottone, di
cui risguardavasi come il luogotenente, volle farsi superiore alle leggi
ed ai privilegi del popolo. Conobbe Crescenzio a' quali pericoli sarebbe
esposta la libertà romana se gl'imperatori, non contenti di visitare la
città colle armate tedesche, s'avvezzavano a lasciarvi pontefici della
propria famiglia, ed interamente attaccati a' loro interessi.
Gl'imperatori greci, più per debolezza, che per un sentimento di dovere,
avevano maggior rispetto per i privilegi dei popoli. Le repubbliche di
Venezia[182], di Napoli, d'Amalfi fiorivano sotto la loro protezione.
Questi sovrani nè mai viaggiavano, nè mai cercavano d'innovare
l'amministrazione delle province lontane; ed invece di favorire le
usurpazioni del sacerdozio, non avrebbero verisimilmente permesso ai
papi di arrogarsi maggiori poteri, che non ne accordavano ai patriarchi
di Costantinopoli. Perciò credette Crescenzio che, sottomettendo
nuovamente Roma all'impero orientale, assicurerebbe alla repubblica i
sussidj pecuniarj, e la libererebbe ad un tempo dalla artificiosa
ambizione de' papi e dall'alterigia e dalle violenze de' monarchi
sassoni. Alcuni ambasciatori greci, incaricati apparentemente di altre
incumbenze, furono chiamati a Roma, ove si trattennero fin ch'ebbero con
Crescenzio fissate le basi del patto solenne che doveva precedere questa
grande riunione.
[182] Che fino ai tempi di Carlo Magno, o poco prima, la repubblica
veneta riconoscesse la supremazia degl'imperatori d'Oriente, è
opinione assai probabile, comecchè rigettata dagli storici veneti;
ma dopo i Carlovingi è certo ch'erasi affatto emancipata dalla corte
di Costantinopoli, colla quale conservava strettissime relazioni per
la necessità del commercio che aveva con quella capitale. N. d. T.
(997) Era in allora vescovo di Piacenza un Greco, chiamato Filagato, il
quale aveva seguito in Occidente l'imperatrice Teofania quand'ella sposò
Ottone secondo. Crescenzio mise gli occhi su quest'uomo, siccome il più
opportuno a rimpiazzare Gregorio V[183]. Non mancavano ragioni per
adonestare la deposizione d'un uomo, la di cui elezione poteva ritenersi
forzata; e Crescenzio fece valere questo titolo d'illegittimità; onde
cacciato Gregorio, venne innalzato alla sede pontificia il vescovo
piacentino, che prese il nome di Giovanni XVI.
[183] Era originario di Rossano di Calabria, ed aveva avuto il
favore di Ottone II.
Se i progetti di Crescenzio avessero potuto condursi a termine, se
Filagato poteva mantenersi sulla sede romana, l'intera sorte dell'Europa
e della religione potevano mutarsi. L'Italia poteva assicurarsi
l'indipendenza, equilibrando le forze dei due imperi, ed accrescendo le
sue relazioni coi Greci essere più presto richiamata all'antica coltura,
e forse comunicar loro invece lo spirito di libertà, il coraggio e le
virtù che avrebbero impedita la caduta dell'impero d'Oriente. Del resto
il potere dei papi non rilevavasi mai più. Gl'Italiani non avevano più
per loro l'antica considerazione; i Greci erano gelosi della loro
pretensione all'universale supremazia; e le nazioni settentrionali, che
ne avevano col loro rispetto stabilita la potenza, sarebbersi alienate
da un papa influenzato dai Greci. Ma avanti che le truppe, che dovevano
appoggiare questa rivoluzione, arrivassero da Costantinopoli, Ottone III
entrò di nuovo in Roma, ed ebbe nelle sue forze Giovanni XVI. Invano san
Nilo, abbate d'un monastero vicino a Gaeta, venne in età di novant'anni
a gittarsi ai piedi dell'imperatore e di papa Gregorio per implorare la
loro misericordia; invano rammentò loro che il vescovo gli aveva levati
ambedue al fonte battesimale; invano supplicò d'accordare all'estrema
sua vecchiaja lo sventurato suo concittadino: niente potè piegare il
feroce animo dell'adirato pontefice. Giovanni XVI barbaramente mutilato,
fu dannato a lungo supplicio, il di cui racconto fa fremere la
natura[184].
[184] _Acta s. Nili abbatis apud Baron. an. 996. § 16. 17. et 18._
Intanto Crescenzio, coi vecchi amici della libertà, erasi riparato nella
mole d'Adriano, che fu poi lungo tempo chiamata la Torre di Crescenzio.
Questo solido ammasso di pietre, che sopra un diametro di duecento
cinquanta piedi non presenta altro vuoto od apertura, che un'angusta
scala, resistette all'attacco degli uomini, come aveva resistito a
quelli del tempo. Conoscendo inutile ogni sforzo, l'imperatore finse
alla fine di voler entrare in trattative, e s'impegnò colla reale sua
parola di rispettare la vita di Crescenzio ed i diritti de' suoi
concittadini; ma quando col soccorso della data fede l'ebbe in suo
dominio, fece tagliare il capo a lui ed a molti suoi seguaci[185].
[185] _Arnul. Hist. Med. l. I. c. 11. et 12. t. IV. p. II. — Landul.
Senior Hist. Med. l. II. c. 19. p. 81. — Chron. Monast. Cassin. lib.
II. c. 18. p. 352._
Stefania, vedova di Crescenzio, nascondendo il suo profondo dolore, e
non lagnandosi degli oltraggi ricevuti, faceva ogni sforzo per
avvicinarsi all'imperatore, onde fare una segnalata vendetta del tradito
consorte. Poichè una brutale violenza avea, a suo credere, distrutta la
gloria e la purità di sua vita, stimò che la bellezza rimastale non
doveva omai essere che lo stromento della sua vendetta. Ottone era
tornato indisposto da un pellegrinaggio al Monte Gargano, ove l'avevano
forse condotto i suoi rimorsi. Stefania trovò modo di fargli parlare
della sua abilità nell'arte medica; e sotto i suoi abiti di corrotto
potè ancora sedurlo colle sue bellezze; e come sua amante, o come suo
medico, essendosi guadagnata la sua confidenza, gli diede un veleno che
lo trasse ben tosto a dolorosa morte[186].
[186] _Stephania autem uxor ejus traditur adulteranda Teutonibus._
Arnulph. Med. loco cit. — _Ab uxore, ut fertur Crescentii
Senatoris... qua impudice abutebatur, potionatus._ Chronic.
Cassinense lib. II. c. 24. p. 355. — Landolfo il vecchio dice ch'ella
lo fece avviluppare entro una pelle di cervo avvelenata, e non meno
micidiale di quella del Centauro Nesso.
Gli storici tedeschi proclivi ad onorare la fresca gioventù d'un
principe di ventidue anni, si sforzano d'ingrandire il carattere
d'Ottone III[187]. Pure non rammentano veruna grande azione che possa
meritar credenza ai loro elogi. Ultimo rampollo della casa di Sassonia
morì, senza lasciar figliuoli, a Paterno presso a città Castellana
l'anno 1002 detestato dai Romani che cercavano ogni anno di scuotere
l'ingiusto giogo che voleva loro imporre.
[187] _Annales Hildesemens. apud Leibn. t. I. Brunsvicens. Scrip. p.
721. — Ditmarus Restitutus l. IV. p. 364. et segu. — Sigeberti
Gamblacensis Chronog. p. 825._
In principio dell'undecimo secolo, la città di Roma fu nuovamente
straziata da una contesa, quasi ignota, tra i partigiani della libertà,
dell'imperatore e del papa. Un figliuolo di Crescenzio, nominato
Giovanni, aveva dal padre ereditato l'amore del popolo romano, ed il suo
attaccamento alla causa della libertà. Verso il 1010, aveva restituita
alla repubblica l'antica sua forma, i consoli, il senato composto
soltanto di dodici senatori, e le assemblee popolari. Egli stesso
generalmente indicato col nome di Patrizio, era l'anima della nascente
repubblica; ed un secondo Crescenzio, forse suo fratello, col titolo di
prefetto di Roma amministrava la giustizia e presedeva ai
tribunali[188]. Il viaggio e l'incoronazione a Roma dell'imperatore
Enrico II, l'anno 1013, diminuirono la libertà della città ed accrebbero
il potere di Benedetto VIII, che questo religioso sovrano proteggeva con
tutto il suo credito. Il carattere de' Romani era a quest'epoca un
bizzarro composto di grandezza d'animo e di debolezza, e vedremo
l'inconseguenza del loro carattere manifestarsi di tratto in tratto in
tutto il corso di questa storia. Un movimento generale verso le grandi
cose dava luogo improvvisamente all'avvilimento; e dalla più burrascosa
libertà i Romani passavano alla più umile servitù. Sarebbesi detto che
le ruine ed i deserti portici della capitale del mondo tenessero i loro
abitatori nel sentimento della propria impotenza, ed in mezzo ai
monumenti della passata dominazione lo scoraggiamento della presente
nullità. Il nome de' Romani ch'essi portavano, rianimava spesso il loro
coraggio, come lo rianima ancora in questa età; ma ben tosto la vista di
Roma, del foro deserto, dei sette colli restituiti nuovamente al pascolo
delle mandre, i templi desolati, i monumenti dell'antica gloria caduti a
terra, facevan loro sentire che non erano più i Romani d'altri tempi. Se
la chiesa romana, al contrario di questo spirito vacillante, di tali
alternative di coraggio e di pusillanimità, fosse allora stata quello
che mostrossi in appresso, perseverante nelle sue intraprese, immutabile
ne' suoi progetti, ambiziosa per ispirito di corpo, e per sentimento
della propria eternità, ella avrebbe facilmente trionfato del partito
repubblicano. Fortunatamente per questo le tumultuarie elezioni del
popolo davano alla Chiesa per papi soltanto capi di fazione, la di cui
ambizione non andava più in là della propria famiglia, i di cui vizj
assorbivano tutte le ricchezze, e distruggevano ogni vantaggiosa
opinione. A ciò s'aggiungevano i frequenti scismi che indebolivano
ancora più la santa sede. Quando Enrico III venne la prima volta a Roma
per ricevere la corona imperiale, vi trovò tre papi che si disputavano
la tiara; ed il primo atto d'autorità che dovette fare in Roma, fu
quello di ristabilire l'unità della Chiesa.
[188] _Ditmaris Restit. lib. VI. p. 400. — Mabill. Ann. Benedict. ad
ann 1011._
L'imperatore Corrado il Salico era morto in Utrech il 4 giugno del 1039.
Aveva avuto da Gisla sua sposa un figlio, Enrico III detto il nero,
ch'egli aveva in sua vita già fatto incoronare re de' Romani[189].
Enrico fu riconosciuto ancora dagli Italiani lo stesso anno, o il
susseguente al più tardi. Eriberto, arcivescovo di Milano, passò in
Germania per ultimare con lui la guerra tra la sua metropoli e Corrado.
Ma, a dispetto di tale pacificazione, Enrico III ritenuto in Germania da
una pericolosa guerra ch'ebbe col re di Boemia[190], tardò alcuni anni a
venire a prendere possesso delle due corone di Lombardia e dell'impero.
La sua assenza diede luogo in Milano a nuove turbolenze, di cui
parleremo altrove; e lasciò altresì manifestarsi in Roma il più
scandaloso scisma che fosse mai stato.
[189] Ecco la tavola cronologica del regno dei tre Enrichi della casa
di Franconia, e del regno dei papi loro contemporanei: essa serve di
continuazione alle tavole già inserite ne' due precedenti capitoli.