CAPITOLO II.

_Sistema feudale. — Governo del regno de' Lombardi; modificazioni

occorse a questo governo dal 951 al 1039 sotto il regno di

Ottone, d'Enrico II e di Corrado il Salico, imperatori

d'Allemagna._

Le nazioni settentrionali essendosi mischiate cogl'Italiani, fecero

rinascere in questo popolo il sentimento della dignità dell'uomo,

l'amore della patria, il desiderio della libertà; ma in pari tempo gli

avevano portato un sistema di governo affatto nuovo, e nozioni intorno

ai diritti dell'uomo diverse affatto da quelle degli antichi. I diritti

della patria erano più grandi presso i Romani ed i Greci; ma la feroce

indipendenza individuale più assai rispettata presso i barbari. I popoli

del mezzogiorno avevano incominciato ad essere liberi entro le città,

ove riuniti nelle stesse mura, non tardarono a sentire fortemente

ch'essi non formavano che un solo corpo, e che tutti i loro interessi

erano comuni: per lo contrario i popoli dal settentrione s'erano

mantenuti liberi nelle foreste, ed avvezzi a difendersi da sè medesimi,

non cercarono in un'associazione affatto volontaria che quell'aumento di

forze che potevano acquistare, senza nulla perdere della individuale

indipendenza. Fino agli ultimi periodi delle nostre repubbliche, noi

vedremo gli effetti delle idee portate dal Nord. L'ineguaglianza fra i

cittadini, le diverse classi di uomini diversamente liberi, le

associazioni per respingere una potenza oppressiva, e più di tutto il

diritto di resistenza al governo, furono tutte conseguenze di quel

sistema d'indipendenza, che in appresso si chiamò feudale, e che fu così

frequentemente calunniato senza conoscerlo.

Tutte le nazioni settentrionali riconobbero l'esistenza d'una

grandissima disuguaglianza tra i cittadini. La riconobbero, diss'io, non

già che la stabilissero; perchè fu l'effetto delle loro conquiste,

l'effetto inevitabile dello stato di proprietà. La loro costituzione,

malgrado tanta disuguaglianza, assicurò ai cittadini una illimitata

indipendenza. Ma per un abuso delle loro vittorie, abuso inseparabile

dal loro stato di proprietà, non lasciarono veruna libertà agli uomini

ch'essi non riconobbero cittadini.

L'eguaglianza o l'ineguaglianza tra i diversi ordini di cittadini in

ogni nascente nazione quasi barbara è appoggiata necessariamente alla

prima divisione delle proprietà territoriali. Una nazione quasi barbara

non ha commercio, non ha capitali, non ha manifatture, e non può avere

altre ricchezze che le terre ed i suoi prodotti. La sola terra alimenta

gli uomini privi di commercio e di capitali; e gli uomini ubbidiscono

costantemente a chiunque può disporre dei mezzi di vita e di godimento.

Talvolta una nazione senza rivoluzioni e senza conquiste giunse a quello

stato d'imperfetta civilizzazione nella quale le terre vengono coltivate

senza che il commercio o le arti abbiano fatto verun progresso: allora è

presumibile che le terre sieno state da principio divise in parti

pressochè uguali; o per lo meno, che verun individuo non avrà avuto

dalla nazione una quantità di terreni affatto sproporzionata alle

braccia che dovevano coltivarli. I poderi potranno essere più o meno

estesi, ma non saranno mai province; e l'ineguaglianza tra i privati

cittadini non sarà mai tale che renda gli uni necessariamente dipendenti

dagli altri. I cittadini, benchè disuguali di fortune, non

dimenticheranno ch'erano in origine uguali, e rimarranno tutti liberi.

Tale è la storia degli stati dell'antica Italia e dell'antica Grecia, e

la cagione per cui da' più rimoti tempi non v'ebbero in queste contrade

che governi liberi. Ne' tempi presenti la distribuzione delle fortune

nelle colonie dell'America settentrionale ha qualche rassomiglianza con

questo primo stabilimento delle nazioni agricole: i proprietari delle

piantagioni danno ai loro poderi assai maggior estensione, che non ne

hanno i nostri, ma però sempre proporzionata alle forze della loro

famiglia; onde esiste presso di loro una tal quale _bilancia

territoriale_, per valermi dell'espressione d'Arrington, che

contribuisce al mantenimento della libertà americana[63]. Per altro

questa libertà poteva stabilirsi senza tale bilancia, poichè gli

Americani hanno capitali _accumulati_, commercio, arti e mezzi di vivere

indipendenti, ossiano poveri o pur ricchi.

[63] James Arrington repubblicano inglese, coetaneo di Carlo I e di

Cromwel, autore di uno de' migliori libri sul governo, intitolato

_Oceana_.

Ma questo equilibrio di proprietà territoriali può essere affatto

distrutto da una conquista, le di cui conseguenze possono essere

differentissime secondo che il popolo coltivatore sarà conquistato da un

popolo pastorale o agricolo. Presso i popoli tartari l'accrescimento

delle mandre è illimitato come le campagne della Tartaria. Lo stesso

uomo possiede spesse volte tanta quantità di vacche, di pecore, di

cavalli, che può mantenere al suo servigio alcune migliaja de' suoi

paesani; ed in fatti tutta la sua ambizione si riduce a poter accrescere

il numero de' domestici. E per tal modo, quantunque i Tartari siano

liberi, l'autorità patriarcale è talmente da loro rispettata, che un

capo di famiglia diventa facilmente un capo d'armata. Tali sono i capi,

che seguiti dai loro pastori e dai loro domestici fecero in più riprese

la conquista dell'Asia. Di mano in mano che conquistavano qualche

provincia, la ponevano sotto un governo dispotico, quantunque essi non

avessero tale governo. Ciò facevano essi, perchè il Kan di già

proprietario di tutte le ricchezze della sua armata, credette di poter

diventare ugualmente proprietario di tutto il territorio della nazione

conquistata. Egli aveva fatto curare le sue gregge dai suoi figliuoli e

da' suoi schiavi; dai medesimi farà coltivare i suoi nuovi terreni, e le

sue forze gli sembravano proporzionate ai poderi che si arrogava. Si

esaminino tutti i governi asiatici, e troveremo in tutti il sovrano

riguardato quale proprietario di tutte le terre. Essendo in suo

arbitrio, o de' suoi ministri, il ritenere, o l'escludere i coltivatori,

questi sentono l'assoluta dipendenza verso il padrone che può loro

negare il vitto; e quindi il diritto del monarca sulle terre diventa il

più sicuro appoggio del suo dispotismo.

Ma può altresì accadere che un popolo agricolo venga conquistato da un

popolo semibarbaro, ugualmente agricolo. Se il primo è schiavo ed

eccessivamente corrotto, ed il secondo libero, il conquistatore può

essere meno numeroso assai del vinto. In tale supposto i primi

abuseranno del diritto di conquista, attribuendosi l'intera proprietà

delle terre, e riducendo i vinti coltivatori dalla condizione di

possidenti a quella di fermieri. Dopo che avranno trovato

quest'espediente per dar valore ai loro dominj, niuna estensione di

terreni sembrerà loro eccedente per farne un patrimonio: invaderanno una

provincia come se formasse un solo podere, e per soddisfare alla propria

avidità, non pensando che a farsi ricchi, diventeranno assai potenti.

Per tal modo tutte le province dell'impero romano furono divise tra i

barbari del Nord, ed i coltivatori, come vili mandre di schiavi,

rimasero attaccati alle terre ch'essi coltivavano: per tal modo in tempi

a noi più vicini gli Spagnuoli che conquistarono il Perù ed il Messico,

ebbero l'intere province in patrimonio, non sembrando loro soverchio un

podere di trenta leghe d'estensione quand'era popolato da più migliaja

di coltivatori da lui dipendenti.

I popoli settentrionali che stabilironsi in Italia non conoscevano le

arti di lusso, e ben tosto le fecero sparire dai paesi in cui abitarono.

Il commercio non offri più all'uomo possessore d'una intera provincia i

mezzi di cambiare la sussistenza di più migliaja di persone colle

dilicatezze che niuno con lui divideva. Una futile vanità, il fasto, non

allettavano i conquistatori, i quali, divenuti gentiluomini, non

convertivano il prodotto d'un podere in abiti ricchissimi, in merletti,

in stoffe d'oro. Colossali erano le loro fortune, ma colossale altresì

l'uso che ne facevano. Le loro ricchezze consistevano in derrate che

servono ad alimentare gli uomini, grani, vino, bestiami, che

effettivamente impiegavano nel mantenimento degli uomini dipendenti da

loro. La forza aveva creata la loro ricchezza, e la loro ricchezza ne

accresceva a vicenda la forza. Su tale solidissima base si fondava la

potenza della nobiltà de' mezzi tempi.

Quando i Lombardi conquistarono l'Italia, questi uomini, valorosi,

indipendenti, guerreggiando per sè medesimi, e non per un padrone,

divisero le loro conquiste in altrettanti feudi quanti erano i

guerrieri. Conoscevano per altro i vantaggi della militare disciplina, e

conservarono all'armata la sua forma e la subordinazione nello

stabilimento che doveva farne una nuova popolazione. Diedero ai loro

capitani il titolo di duchi o generali[64], e loro affidarono il governo

delle città con un diritto di alta proprietà o di signoria sul

territorio che le circondava; conservarono a se medesimi il titolo di

_milite_, e cadauno ottenne la proprietà feudale d'una porzione del

territorio d'ogni città, dei castelli, o dei villaggi che ne

dipendevano. D'allora in poi il vocabolo _milite_ fu adoperato per

indicare il gentiluomo più tosto che il soldato.

[64] Veggansi le Leggi di Rotario nel Codice Longobardo parag. 6, 20

e 21 nel tomo primo parte seconda _Scriptorum Rer. Italicarum p. 18.

e 20_.

La proprietà non apparteneva realmente che ai gentiluomini. I

lavoratori, i vassalli, ch'essi avevano spogliati, ed obbligavano a

travagliare per conto loro, dandoli la terza parte dei prodotti,

trovavansi in una condizione assai vicina alla schiavitù[65]. Nel rango

superiore l'autorità dei duchi attaccata alla conservazione d'un

cert'ordine sociale, non fondavasi che sopra una finzione di proprietà,

sopra un diritto imaginario rispetto a territorj e province ch'essi non

possedevano. Pure lo stesso sistema formava la sicurezza del duca

ugualmente che del gentiluomo, sanzionando ad un tempo l'obbedienza del

vassallo e del valvasore: e quindi per il corso di più secoli i duchi

non furono forti che per la forza de' gentiluomini loro subordinati.

Risalendo la scala feudale il re, posto al di sopra dei duchi, avrebbe

dovuto esercitare sopra di loro l'autorità medesima che i duchi avevano

sui gentiluomini. Ma se il diritto di proprietà de' grandi vassalli su

tutta la provincia non era che una finzione della legge, il diritto di

proprietà del re su tutto il regno era una finzione ancora più lontana

dalla realtà: e poichè la stabilità del potere era appoggiata alla

ricchezza territoriale, il potere de' gentiluomini sui loro subordinati

doveva essere assoluto, precario quello del duca, e quello del re quasi

nullo.

[65] «Coloro tra i Romani, dice Paolo Warnefrido, che non furono

uccisi, vennero divisi fra i soldati dell'armata, resi tributarj, ed

obbligati di dare ai Lombardi il terzo del loro raccolto.» _De gest.

Long. l. II. c. 32, p. 436._

L'anno 576 epoca della morte di Clefi, il secondo de' principi lombardi

che regnarono in Italia, la nazione suppose di poter far senza capo. I

duchi che allora erano trenta, furono risguardati quali rappresentanti

di tutti gli uomini liberi accostumati a combattere sotto le loro

insegne. Si affidò loro l'amministrazione dello stato, ed essi

rappresentarono per dieci anni una imperfetta imagine di repubblica. A

tal epoca gli stessi gentiluomini s'accorsero che per assicurare la loro

libertà, era necessario che i loro capi dipendessero da un superiore, e

colsero l'opportunità d'una pericolosa guerra col Franchi e coi Greci

per sottomettersi nuovamente all'autorità reale[66].

[66] Paolo Warnefr. _de Ges, Lon. l. III. c. 16. p. 444._

I Lombardi erano indipendenti piuttosto che liberi; l'indipendenza loro

veniva guarentita dalle loro proprietà, dalle armi dei loro vassalli e

dalla debolezza dei re; non già dalla loro costituzione. Varie loro

leggi sembrano anzi fatte per sanzionare la tirannide. «Se taluno di

concerto col re, dice Rotari, prepara la morte ad un altro, o lo uccide

d'ordine del re, non è punto colpevole; nè la di lui persona, nè gli

eredi potranno essere molestati per tal fatto; imperocchè credendo noi

che il cuore del re sta in mano di Dio, non è possibile che si chieda

conto ad un uomo di colui che il re fece uccidere»[67]. E senza questa

legge i giudici del re potevano tenersi risponsabili, non solo alla

nazione, ma ancora alle famiglie de' colpevoli delle più giuste

sentenze. Lo spirito nazionale, l'indipendenza de' gentiluomini e la

debolezza del monarca, impedivano che la vita de' subalterni fosse, in

forza di tal legge, in balìa d'un despota.

[67] _Leges Rotharis Regis § 2. anno post invasionem Italiæ

promulgatæ. Scrip, t. I. part. II, p. 17._

Non è a sperarsi di trovare nelle costituzioni, o in verun codice delle

nazioni barbare, qualche garanzia de' diritti del popolo, delle

prerogative dei gentiluomini, o restrizioni alla illimitata autorità

reale; tutto ciò esisteva indipendentemente dalle leggi: ma ciò che

caratterizzava una nazione libera, era la fissazione della pena per ogni

offesa, portata ad una precisione, che al presente parrebbe ridicola, e

che altamente giovava ad impedire gli arbitrarj giudizj[68]; lo stesso

deve dirsi della legge che castigava la disubbidienza al duca o al re

con un'ammenda determinata; di modo che ognuno sapeva sempre a qual

prezzo e con quale pericolo poteva scuotere il giogo dell'autorità[69]:

era per ultimo la garanzia data ad ogni gentiluomo nella propria

giurisdizione[70]. La pubblicazione di tali leggi indicava un popolo

libero, più assai che il loro contenuto: «Io Luitprando, dice il monarca

nella prefazione, re cattolico e cristiano della nazione dei Lombardi,

che Dio ama, di consenso di tutti i miei giudici d'Austria, di Neustria

e delle frontiere della Toscana; di consenso di tutto il rimanente de'

miei fedeli Lombardi, ed in presenza di tutto il popolo, ho trovato ciò

che segue santo e lodevole, e conforme all'amore ed al timor di

Dio»[71].

[68] _Leges Rotharis § 45_ e seguenti _p. 21_.

[69] _Ibid. § 18-22, p. 20_.

[70] _In curte sua. Leg. Roth. § 32-34, p. 21._

[71] _Prologus ad Leges Luitp. Regis p, 51. Legis Longob. t. I. p.

II. Rer. Ital._

Il regno de' Lombardi era elettivo. Di diciotto re che avevano preceduto

Rotari, tre o quattro soli succedettero ai loro genitori[72]. Vero è che

dopo Carlo Magno, la corona rimase nella famiglia de' Carlovingi fino

alla sua estinzione; ma dopo Carlo il Grosso la nazione rientrò ne' suoi

diritti, ed esercitò molte volte in breve spazio di tempo il diritto di

nominare i suoi capi, onde mantenersene in possesso. L'assemblea

nazionale che chiamavasi _Placita seu Malli Regni_, riunivasi a Pavia

capitale degli stati lombardi, talvolta a Milano, ed in appresso in

campagna aperta nella pianura di Roncaglia presso Piacenza. Il nuovo

sovrano, o aspirasse al trono per averlo meritato colle sue vittorie,

oppure vi fosse invitato dai grandi, era quello che convocava

l'assemblea, la quale era composta di prelati, di duchi, di conti, dei

legati reali, dei giudici dell'imperatore, degli scabini, de' notai, de'

legisti, e per dirlo in una parola, di tutti gli uomini liberi, ch'erano

tenuti di assistervi quand'anche non vi avessero voce deliberativa[73].

[72] _Prologus ad Edictum Rotharis p. 17._

[73] _Antiqu. Ital. Medii Ævi Dissert. XXXI. t. II. p. 958._

Quest'assemblea dava, o piuttosto confermava la corona per acclamazione.

Nel secolo decimo era il più delle volte ridotta a giustificare

un'usurpazione deponendo il sovrano che aveva avuto la disgrazia di

rimaner perdente, a ricevere dal nuovo re il giuramento di conservare i

privilegi accordati alla chiesa dai suoi predecessori, e finalmente ad

esigere da lui le vaghe e generali promesse di rispettare i diritti di

tutti, d'osservare la giustizia, di proteggere i poveri, di reprimere le

vessazioni de' soldati. I soldati che nominavano e deponevano i re

avevan più cura di mantenere la loro indipendenza nelle province loro,

che i diritti dell'assemblea di cui erano membri. La carta d'elezione

terminava d'ordinario colle seguenti parole: «E come il glorioso re N.

si è degnato di promettere che osserverà tutte le condizioni

soprascritte, la di cui osservanza è ben necessaria; e che col divino

ajuto avrà cura della nostra e della sua salvezza, è piaciuto a tutti

noi di eleggerlo nostro re, signore e difensore; obbligandoci di

ajutarlo con tutte le nostre forze nel real ministero, per la sua

conservazione e per quella del regno»[74].

[74] _Synod, Ticin. pro elect. seu confinatione Widonis in rege

Italiæ, anno 890. Rer. It. t. II. p. 416., VIII. c. 12._

Intanto agli occhi del popolo il poter sovrano veniva trasmesso al nuovo

monarca col porre in sul suo capo la corona di ferro che custodivasi in

Monza. Quando il grande Ottone fu così coronato, Walperto arcivescovo di

Milano celebrò i santi misteri circondato da molti vescovi. Frattanto il

re depose sull'altare di S. Ambrogio tutti i reali ornamenti, la lancia,

il di cui ferro era stato fatto con un chiodo della croce di nostro

Signore, la spada reale, l'ascia, il budriere e la clamide imperiale; e

servì vestito da sottodiacono, mentre il clero celebrava la messa

secondo il rito ambrosiano. Terminato il sacrificio, l'arcivescovo

arringò i duchi ed i marchesi che lo circondavano, ricordando loro le

virtù di Ottone, che unse col sacro crisma; indi rivestitolo degli abiti

e delle armi deposte sull'altare, pose finalmente sul di lui capo la

corona di ferro de' Lombardi[75].

[75] _Landulf, Sen. Mediol. Hist. Rer. Ital t. IV. p. 79. l. II. c.

16._

L'assemblea generale dei _placiti_, alla quale spettava l'elezione del

sovrano, era pure la gran corte di giustizia del regno. È dal suo nome

_placita_ che derivarono i vocaboli di _plaider_ e _plaid_ dei

Francesi[76]. Veniva periodicamente convocata almeno due volte all'anno,

nell'estate e nell'autunno; e tutti gli uomini liberi immediatamente

dipendenti dal re dovevano assistervi. È probabile per altro, che i

vassalli assai lontani dalla residenza della corte potessero dispensarsi

dall'intraprendere un viaggio che doveva loro riuscire assai gravoso;

purchè intervenissero poi alle adunanze ch'erano presedute dal conte del

sacro palazzo in tutte le province a nome del re. Questo conte era il

principale ministro di giustizia della monarchia, cui apparteneva di

pieno diritto la convocazione dell'assemblea nazionale in tutte le parti

dello stato; di presederla in assenza del re; e quand'eran terminati i

pubblici affari, di rendere giustizia in suo nome[77]. Eranvi pure altre

assemblee nelle province di natura analoga alle adunanze del regno,

dette giudizj del signore, cui tutti gli uomini liberi dipendenti da un

grande feudatario dovevano assistere.

[76] Gl'Italiani ne derivarono i vocaboli _piatire_ e _piato_, ora

andati quasi affatto in disuso. N. d. T.

[77] _Antiqu. Ital. Med. Æv. Diss. VII, t. I. p. 362._

Ne' monumenti che ci restano di queste assemblee, non si trova cosa che

possa indicare che si facessero antecedenti discussioni ai decreti del

presidente. È bensì vero che non possiamo sperare di conoscere le

modalità degli stati del regno, stando al formolario, adoperato dai

notaj nella redazione dei loro atti, i quali, non potendo maneggiare il

barbaro latino in cui gli scrivevano, studiavansi di ommettere o

abbreviare tutte le particolarità che non avrebber saputo descrivere.

Siamo di parere che non avessero voce deliberativa che i grandi signori;

che i giureconsulti e gli scrivani non fossero chiamati alle assemblee

dello stato che per giovare al loro signore col consiglio, comecchè,

istruiti assai più degli altri intorno alle cose della legge, potessero

avervi una maggior influenza: supponghiamo ancora che i cittadini si

riunissero in queste assemblee per dar maggiore autenticità agli atti

pubblici, perchè i testimonj e le parti si trovassero più facilmente, e

perchè più facilmente in tanto numero si avessero uomini istruiti

intorno ad ogni legge, i quali servissero d'arbitri ne' processi,

qualunque si fosse il codice nazionale che le parti dichiaravano d'avere

adottato.

Bel privilegio avevano le nazioni settentrionali conservato ai

cittadini, la libera scelta di sottomettersi alle leggi de' loro

maggiori, o pure a quelle che trovassero più conformi alle proprie

nozioni di giustizia e di libertà. Presso i Lombardi trovavansi in

vigore sei corpi di leggi; la legislazione romana, lombarda, salica,

ripuaria, allemanna e bavara; e le parti nell'incominciar de' processi

dichiaravano ai giudici che vivevano, e volevano essere giudicate

secondo la tale o tal altra legge[78]. La stessa facoltà della scelta fu

accordata ancora ai Romani quando il loro ducato venne riunito alla

monarchia dei Carlovingi. «Noi vogliamo, dichiara l'imperator Lotario,

che il popolo romano venga interrogato sotto qual legge vuol vivere; che

ognuno viva in appresso secondo la legge che avrà professata; che ne

siano avvertiti i cittadini e lo sappiano i giudici, i duchi ed il

rimanente del popolo»[79].

[78] In tutte le carte dei gentiluomini, dopo il loro nome,

dichiarano in principio la legge sotto cui vivono. _Lege vivens

salica ec. Ant. It. med. Ævi Dis. XXXI. t. II. p. 958_. — _Præf. ad

Leg. Long. Rer. Ital. t. I. p. II. p. 2._

[79] _Leges Lot. I. Imp. § 37 in calce Cod. Longob. p. 140._ Le

leggi pei Visigoti in Ispagna, sole di tutte le leggi barbare,

rifiutano questa facoltà ai loro sudditi. _L. II. Lex 9. p. 862.

Legis Wisig. apud Scrip. Hisp. t. III._ Questa legge è di Recesuind,

che regnò sui Visigoti dal 650 al 672. Il codice de' Visigoti è il

più sospettoso e meno liberale di tutti i codici barbari.

Sotto il governo de' Carlovingi l'estinzione di molte famiglie ducali

aveva fatto luogo ad un altro ordine di alta nobiltà, quello dei conti,

i quali venivano dal re incaricati del governo delle città. Di tutte le

classi dei nobili, quella dei conti sembrava più immediatamente

dipendere dal re; poichè quantunque la loro dignità passasse spesse

volte di padre in figlio, non era loro accordata che precariamente; e

fino all'epoca in cui Corrado il Salico autorizzò la trasmissione di

tutti i feudi di padre in figlio, sembra che i conti ricevessero il loro

governo dal sovrano, che poteva a suo piacere riprenderlo. Nella patente

di loro creazione il re dichiarava: «che conoscendo l'amore di N. N. per

la giustizia, gli affida la stessa città, che fu governata dal suo

predecessore, con obbligo di mantenersi costantemente fedele alla

corona; di giudicare tutti gli uomini sottomessi al suo governo, di

qualunque nazione essi siano, secondo le loro leggi e costumi; di

proteggere le vedove e gli orfanelli; di perseguitare i malfattori e di

far pagare al fisco le tasse dovutegli»[80]. In questa carta non è

menzionato un altro importantissimo ufficio dei conti, quello di

condurre le milizie alla guerra. E siccome più volte accadeva che il

conte d'una città n'era in pari tempo ancora il vescovo, questa militare

incumbenza assai male si confaceva al carattere ecclesiastico.

[80] _Marculfi Formul. l I. c. 8. In capit. Reg. Franc. Balutii t.

II. p. 330._

Il conte nelle sue particolari corti sceglieva tra gli abitanti gli

Scabini[81] che formavano la magistratura delle città; ed i cittadini li

confermavano col loro voto. Questi Scabini seguivano il loro conte alle

pubbliche assemblee del regno, di modo che ogni città trovavasi in

queste assemblee rappresentata dal suo governatore e dai suoi

magistrati. E come non vi si contavano le voci, e che le parti del

popolo erano quelle di sanzionare o rigettare le proposizioni del

principe colle acclamazioni, una più esatta rappresentanza sarebbe stata

illusoria.

[81] Il nome di Scabini, o _Schoppen_, viene di preferenza adoperato

dai re franchi, e quello di Sculdaesi _Schulteis_ dai re lombardi.

A traverso delle rivoluzioni degli ordini superiori della nobiltà, gli

uomini liberi, tra i quali erano state in origine divise le terre di

conquista, conservarono pel corso di cinque secoli almeno la medesima

indipendenza, ed il rango medesimo: sembrò inoltre che acquistassero

maggior considerazione e potenza, allorchè, ripopolatesi le campagne,

s'accrebbe il numero de' loro vassalli. Dopo tale epoca non furono più

considerati come semplici soldati; che anzi presero il titolo di

capitani, _catanei_, quello di conti _rurali_, e quello di signori o di

gentiluomini. Ognuno di loro possedeva un villaggio, le di cui terre

formavano la sua proprietà, ed i di cui abitanti erano suoi vassalli.

Un signore viveva nelle sue terre da piccolo sovrano; e perciò il

soggiorno del suo castello gli doveva essere più aggradevole assai che

quello delle città, ove doveva sostenere il confronto de' suoi eguali, e

l'umiliante superiorità della corte sovrana. Per mettersi in salvo

contro le incursioni degli Ungari e dei Saraceni, ogni gentiluomo nel

nono e nel decimo secolo fortificò il suo castello, che gli diventò

ancora più caro poichè all'indipendenza riuniva il vantaggio della

sicurezza. E per tal ragione le più considerabili città furono

abbandonate dai loro cittadini che coprirono la campagna di fortezze.

L'autorità de' conti e degli scabini sopra i signori rurali diventò

affatto illusoria, allorchè questi furono in istato di poter opporre

agli ordini de' loro superiori, castelli difficilmente espugnabili, e

milizie addestrate all'armi. Intanto le città s'adontarono nel vedere

che i gentiluomini sottraevano alla loro obbedienza parte delle campagne

che formavano il loro distretto, altronde credute necessarie alla loro

sussistenza. E l'implacabile odio che concepirono contro i nobili si

manifestò con una guerra crudele tostochè queste incominciarono a

reggersi a comune.

I nobili castellani venivano ancora indicati col nome di _valvasori_,

che nel sistema feudale esprime la doppia loro dipendenza.

Effettivamente essi erano ad un tempo vassalli dei conti o dei duchi dai

quali dipendevano immediatamente, e valvasori dei re. Circondati dai

loro contadini, ch'essi tenevano in una assoluta dipendenza, non

sentivano il bisogno di coltivare il loro spirito per distinguersi nella

società, nè di acquistare qualità singolari per inspirare rispetto ai

loro inferiori di già sottomessi. La caccia e le armi formavano le loro

delizie, come erano i soli oggetti del loro lusso. L'educazione d'un

gentiluomo riducevasi a saper domare un cavallo bizzarro, a palleggiare

con destrezza una grossa lancia, o lo scudo, ed a sopportare senza

fatica la più pesante corazza: avrebbero creduto di avvilirsi

occupandosi delle lettere o del dirozzamento dei loro costumi. Omai la

lingua volgare incominciava a prendere un carattere affatto diverso

dalla latina, che sola per altro si scriveva. Tutti i contratti dei

gentiluomini, de' quali moltissimi conservaronsi fino a questi tempi,

sono stipulati con istromenti dettati in così barbaro latino, che si ha

difficoltà a crederlo latino. A piè dell'atto l'acquirente, il

venditore, ed i testimoni, d'ordinario tutti gentiluomini, facevano il

segno della croce per non sapere scrivere, in seguito alla quale il

notajo dichiarava essere il segno di cadauno degl'interessati.

I gentiluomini erano non meno stranieri alle arti che alle scienze.

Studiavansi di rendere i loro castelli inespugnabili, ma non si curavano

punto di ornarli e di renderli aggradevoli. Sussistono ancora molti di

questi edificj, cupi, austeri, ma solidi in modo, che dopo aver

trionfato de' nemici, resistono da più secoli alle ingiurie del tempo.

Fabbricati d'ordinario in luoghi selvaggi sulle sommità delle rupi, o in

fondo a difficili passaggi, hanno più l'aspetto di prigioni, che di

signorili abitazioni, onde si lasciano andare in rovina. Nè il lusso

degli abiti era più conosciuto di quello delle case o degli arredi. Alla

corte dell'imperatore, ed a quella dei marchesi di Toscana facevasi

pompa talvolta di qualche abito sontuoso; ma gli abiti che i nobili

usavano ne' loro castelli non differivano molto da quelli dei paesani

loro soggetti.

Poco conosciuta è la condizione degli uomini di campagna subordinati ai

signori, quantunque sia l'oggetto della maggior parte delle leggi de'

Franchi, de' Lombardi, de' Tedeschi, e sia stato l'argomento di molte

dissertazioni, nelle quali Ducange e Muratori non sono sempre dello

stesso sentimento. I diversi nomi che trovansi nelle leggi e nelle

antiche scritture, indicano evidentemente varie classi di uomini

dipendenti; ma la precisa significazione di tali nomi ci è il più delle

volte ignota.

Gli _Arimanni_[82] formavano il primo ordine degli agricoltori ed

abitanti di campagna. Erano costoro uomini di libera ed onorata

condizione, che possedevano o avevano possedute alcune terre allodiali,

ma che in pari tempo coltivavano altresì le terre di qualche signore in

virtù d'un atto che non gli assoggettava a veruna vile condizione. Gli

Arimanni erano i soli abitanti della campagna non gentiluomini, che

fossero tenuti di assistere alle corti dei conti.

[82] Questo nome, siccome tutti i vocaboli delle leggi lombarde, è

d'etimologia allemanna. _Chreu mànner_, uomini d'onore. Si può

ancora tirarne l'etimologia da _heermanne_, uomini o capi

dell'armata. Veggasi la _Dissertazione XIII. Ant, Ital. t. I. p.

715._

Porrò nel secondo rango gli uomini di _masnada_ o le guardie del

signore. Questi ricevevano dai gentiluomini alcuni pezzi di terreno, che

possedevano come podere militare. Oltre il canone ch'essi pagavano a

danaro o in derrate, s'obbligavano pure a seguire il loro signore alla

guerra qualunque volta fosse costretto di prendere le armi[83].

[83] _Masseni_, antico vocabolo tedesco, per dire società, Veggasi

intorno a quest'ordine il Muratori _Dissertazione XIV delle

Antichità d'Italia_, Parmi per altro che abbia assegnato agli uomini

di _masnada_ un più basso rango di quello che effettivamente

avevano. _Masnadiere_ in italiano fu più tardi sinonimo di soldato,

e finalmente di assassino. Probabilmente la diversità di rango che

viene assegnato agli uomini di masnada procede che sotto questo

vocabolo s'intendevano tanto il capo d'una compagnia, che coloro che

la componevano. Nell'Aragona, ove queste classificazioni

continuarono più tardi che altrove a far parte della costituzione,

trovansi i _Ricos ombres de masnada_, che formano il primo ordine

dello stato, dopo i _Ricos ombres de natura_ (_Rico_, proveniente

dal tedesco _reich_, qui prendesi in senso di potere, non di

ricchezza) i _cavalleros de masnada_, etc. P. Salvanova Ximenes gran

giustiziere d'Aragona verso il 1320 dice, che, secondo le antiche

_observancias_, non sono propriamente mesnadarj, che i figli ed i

nipoti dei nobili, e gli altri da essi discendenti in retta linea.

Gli uomini di masnada, soggiunge, non devono essere vassalli d'altri

che del re. _Apud Hieron. Blancam, commentarii regum Aragonensium,

t. III, rer. Hisp., p. 733._

Gli _aldii_, ossiano _aldiani_ avevano il terzo rango. Somiglianti per

certi rispetti ai liberti de' Romani, erano uomini nati schiavi, che

avevano ottenuta dai loro padroni una quasi intera libertà, ed avevano

cambiata l'assoluta loro dipendenza in rendite determinate ed in servigi

personali[84]. Tenevano essi a pigione le terre de' loro signori, ma le

persone erano libere.

[84] Ignoro l'etimologia di questo vocabolo conservatosi nella

lingua spagnuola, nella quale _aldea_ ed _aldeani_ significano un

villaggio ed i villani. Veggasi _Murat., dissert. XV, t, 1 p. 841._

Finalmente gli schiavi componevano l'ultimo ordine della società, e la

più bassa, siccome la più numerosa classe degli abitanti della campagna.

La condizione loro non era in ogni luogo uguale; gli uni servi della

gleba vivevano sulle terre che coltivavano col prodotto del proprio

travaglio, corrispondendo l'eccedente ai loro padroni secondo certe

precise regole sanzionate dall'uso: altri ridotti ad una dipendenza

assoluta, non lavoravano che per i loro padroni, ed in virtù dei loro

ordini, e da loro avevano il nutrimento[85].

[85] _Ant. Ital. med. ævi, dissert. XIV, t. 1._

Ma quantunque la condizione degli schiavi fosse assai dura, erano meno

infelici degli schiavi romani in campagna, quando i costumi avevano

incominciato a corrompersi. Molte leggi lombarde proteggono i servi

contro l'ingiustizia o il soverchio rigore de' padroni; dichiarano

libero il marito della donna sedotta dal padrone[86]; assicurano l'asilo

delle chiese agli schiavi che vi si rifuggiassero[87]; e regolano le

pene proporzionatamente ai commessi delitti, invece di abbandonarli

all'arbitraria punizione del padrone. E siccome i signori conoscevano

d'aver bisogno de' loro soggetti qualunque volta venivano attaccati,

procuravano perciò di farsi amare, e li trattavano con dolcezza, onde

aver soldati pronti a difenderli. La schiavitù delle campagne romane ai

tempi degl'imperatori spopolò l'Italia, e la schiavitù delle stesse

campagne sotto la nobiltà feudale non fece danno alla popolazione.

[86] _ Lex Luitprandi regis, lib. VI, § 87, p. 80._

[87] _Ibid. § 90, p. 81._

Le leggi lombarde obbligavano i vassalli a seguire alla guerra a proprie

spese il loro signore, procurandosi del proprio il cavallo, le armi e le

vittovaglie. Carlo Magno ordinò che quando l'armata fosse invitata ad

entrare in campagna, ogni soldato si provvedesse di armi d'ogni genere,

d'abiti per un anno, e di viveri fino alla nuova stagione. Vero è,

quanto ai viveri, che i soldati introdussero ben tosto la costumanza di

farli somministrare dalle campagne e dalle province che attraversavano;

costumanza che divenne in seguito un diritto conosciuto sotto il

vocabolo di fodero[88], il quale fu limitato nel trattato di pace di

Costanza. Ogni uomo libero che ricusava di raggiungere l'armata

incorreva nella multa di sessanta soldi (trentasei once d'argento), e

non avendo di che pagarla, veniva ridotto in ischiavitù[89].

[88] _Futter_, foraggio, vittovaglia.

[89] _Capit. Cavr. M. in cod. Longob. § 35 p. 98._

Quantunque tutti gli uomini liberi dovessero recarsi all'armata, e che

nelle pressanti circostanze la legge non eccetuasse che un solo maschio

per ogni famiglia che n'avea più d'uno, il quale doveva ancora essere il

più debole[90]; pure le armate erano d'ordinario, poco numerose. Forse

la legge era male eseguita; forse il numero degli uomini liberi era

assai limitato, sia rispetto al numero degli schiavi e dei villani che

non prestavano servizio militare, come rispetto agli uomini troppo

poveri per mantenersi il cavallo, per cui univansi due o tre famiglie

per darne uno: finalmente può ancora supporsi che non si tenesse conto

delle milizie a piedi delle città, quantunque facessero parte delle

armate.

[90] _Const. Lod. II reg. Italiæ apud Camil. Pelleg., t, II, r. It.

p. 264._

Il nome di soldato si dava esclusivamente al cavaliere, il quale doveva

essere coperto di pesante armatura; doveva portar un caschetto, la

collana, la corrazza, stivaletti di ferro, ed un largo scudo. Combatteva

colla lancia, colla spada, collo stocco e coll'ascia, che la cavalleria

in appresso abbandonò. Il cavaliere, il giorno della battaglia, montava

il cavallo di battaglia; ma nelle marcie servivasi del palafreno, che

lasciava in mano dello scudiere quando doveva battersi. Secondo gli

ordini di Carlo Magno i pedoni dovevano portare una lancia, uno scudo,

un arco con due corde di cambio, e dodici freccie[91].

[91] Secondo capitolare dell'anno 813, § 9. _In capit. reg. Franc.

Steph. Balutii, t. I, p. 508._

Le leggi dei Lombardi, dei Franchi e de' Tedeschi sottomettevano quasi

tutte le cause al giudizio di Dio, ed il combattimento militare era la

più comune forma di giudizio. È ben naturale che da questo stato di

guerra giudiziaria, i gentiluomini passassero a private guerre

frequentissime. Quand'erano stati ingiuriati, le stesse leggi loro

acconsentivano di chiederne soddisfacimento, ed alla loro nimistà, una

volta dichiarata, davasi il nome di _faida_[92]. Le leggi non

gl'imponevano che il dovere di rinunciare alla vendetta quando veniva

loro pagato il compenso pecuniario dell'ingiuria ricevuta. Tale

pagamento chiamato _widrigild_[93] doveva farsi _cessante faida_; ma se

alcuna delle parti rifiutavasi di pagare o di ricevere il prezzo

dell'ingiuria, si prolungava la contesa, e le due famiglie restavano in

guerra[94].

[92] _Fehde_ inimicizia, guerra, sfida in tedesco; _Feud_, guerra,

oppure odio di famiglia in inglese.

[93] _Bidergeld_, argento dato contro, o argento di compenso.

[94] _Rotharis, leges in cod. Longob. § 45 et 74, p. 21. 22_. Per

altro Carlo Magno erasi arrogato il diritto di obbligare a dare e

ricevere il prezzo della faida, ma spesse volte i nobili vi si

rifiutavano. _Capitul. anni 779 apud Balut. § 22 t. I, p. 198._

La nobiltà trovavasi divisa da infiniti litigi di tal sorte; poichè

quasi tutti i gentiluomini preferivano ad un componimento amichevole la

decisione delle armi. Per tal motivo specialmente si prendevano

grandissima cura di tenere i loro vassalli esercitati nel maneggio delle

armi ed affezionati alla loro persona: e perchè i servi non potevano

entrare nella milizia, i loro padroni trovavano spesse volte conveniente

di affrancarli ed innalzarli al rango d'_uomini di masnada_ o

d'_Arimanni_.

Tale era all'epoca della sua istituzione il sistema feudale, un

miscuglio di barbarie e di libertà, di disciplina e d'indipendenza, la

quale in singolar modo contribuiva a rendere ad ogni uomo il sentimento

della propria dignità ed energia che sviluppa le virtù pubbliche, e

quella fierezza che le mantiene. La schiavitù de' coltivatori era, non

v'ha dubbio, la parte odiosa di questo sistema; ma dobbiamo risovvenirsi

che fu stabilito, allorchè la più assoluta e vergognosa schiavitù

formava parte del sistema e dei costumi di tutte le nazioni incivilite;

che gli schiavi romani che coltivavano la terra, dovettero chiamarsi

felici diventando servi della _gleba_; e che il vassallaggio fu la scala

per cui le più abbiette classi del popolo passarono dalla schiavitù

antica all'attuale loro libertà.

Nel sistema feudale il legame sociale era assai debole, pure

sufficiente, finchè durò nelle piccole popolazioni che l'avevano

adottato lo spirito nazionale. Un'origine ed una gloria comune, un nome

nazionale caro a tutti i cittadini, leggi ammesse dal comun consenso,

spesso portate dall'estremità della Germania, e che costituivano il più

nobil titolo della eredità di ogni guerriero, strinsero, finchè i popoli

rimasero indipendenti, i legami che univano i Lombardi, i Bavari, i

Franchi salici ed i Franchi ripuarj. L'ambizione di Carlo Magno, che li

riunì tutti sotto la sua vasta monarchia, fu la prima cagione della

prossima scomposizione. L'uomo che appartiene all'impero del mondo non

ha più patria, nè sentimento nazionale. Per alcun tempo i governatori

hanno potuto essere sedotti dallo splendore delle conquiste del loro re,

e sentire il solletico delle vittorie, che pure distruggevano ogni

speranza di felicità: ma il vergognoso regno dei discendenti di Carlo

Magno fece cadere questa illusione, ed i popoli conobbero allora tutti

assieme, che l'impero d'Occidente non era una patria, o se pure lo era,

era tale da non far loro provare che dolore e vergogna, per essere

esposta alle continue umiliazioni dei Saraceni, degli Ungari, degli

Avari, degli Slavi, dei Normanni, dei Danesi, i quali tutti erano

divenuti potentissimi per il debole impero de' figli di Carlo Magno[95].

[95] Niuna distanza assicurava dalle incursioni de' Normanni. La

città di Luni, capitale della Lunigiana, tra la Toscana e la

Liguria, fu distrutta l'anno 867 da questa gente del settentrione.

_Ant. Ital. dissert. I, p. 25._ E stando ad una cronaca, o _jaga_

islandese, sembra che fossero i figli di Ragner Lodbrog quelli che

in tal modo guastarono l'Italia, e che avevano pure determinato di

bruciar Roma se un viaggiatore, esagerando loro la distanza di

questa città, non li faceva rinunciare al progetto.

Per le nazioni incivilite e corrotte, la perdita dello spirito pubblico

è una specie di morte nazionale, riducendo gli uomini a quello stato di

avvilimento in cui i Greci ed i Romani si trovarono sotto gli ultimi

imperatori. Ma in una nazione ancora piena d'energia, e dove un

principio di vita anima tutto, quando s'estingue lo spirito pubblico,

diventa maggiore il vigor individuale, che conserva ancora la dignità

dell'umana natura in mezzo alle sventure dello stato. Nello stesso tempo

in cui venti Saraceni osarono fondare una colonia nemica a Frassineto,

posto nel centro dell'impero di Carlo Magno, i baroni che lo

circondavano erano bravi soldati, e tutta la sua nazione bellicosissima.

Ma l'abbassamento dello spirito pubblico, la disunione di tutti i membri

dell'impero, le guerre civili, o a meglio dire private tra i signori dei

castelli, infine la diffidenza e la gelosia di ogni villaggio per il

villaggio vicino, rendevano la nazione incapace di far resistenza ai

nemici. Il disordine era cresciuto a segno che i paesani non ardivano

uscire dalle loro muraglie per seminare i campi, le raccolte venivano

distrutte o portate via dai nemici, le strade rese impraticabili dal

ladroneccio.

Nel sesto secolo tutti gli ordini della nazione, separatamente

considerati, erano scontenti del legame che gli univa. Allorchè un

principe ambizioso occupava il trono, aveva costume di dividere tra i

suoi favoriti i grandi feudi, come fossero impieghi civili, lo che

gravemente offendeva i principali signori: le città forzate di

difendersi da sè medesime contro le incursioni de' barbari,

circondaronsi di mura, addestrarono le loro milizie, e terminarono col

disprezzare un governo incapace di proteggerle: i gentiluomini, stanchi

d'un servizio rovinoso, paventavano i messaggieri del re, che non

chiamavanli che a fazioni militari senza gloria, ed a diete senza

libertà: per ultimo i paesani, oppressi dai loro signori e tormentati

dalle rapine delle guerre private, rifiutavano una patria che non gli

aveva in conto di cittadini. Di mezzo a tanta anarchia eransi formate

alcune parziali società per la comune difesa; ed i capi politici

indipendenti esistenti in seno alla nazione, e la formazione loro,

dovevano affrettare lo scioglimento di quel legame sociale che le

recenti associazioni rendevano inutile. Nello stato ordinario della

società, quantunque l'autorità sovrana sia onerosa a coloro che ne

sostengono il peso, tutti non pertanto temono gli effetti dell'anarchia,

e sentono come sarebbero esposti ad ingiuste aggressioni, quanto deboli

e sventurati, se un'autorità protettrice, se una forza superiore a

quella degl'individui, non reprimesse le violenze, e non conservasse

l'ordine fra gli opposti interessi che sogliono produrre fra gli uomini

incessanti motivi di querele. Ma quando la società accoglie nel suo seno

varie parziali associazioni, nè i capi, nè i membri temono più le

conseguenze dell'anarchia.

Un duca di Spoleti o del Friuli risguardava il re d'Italia quale

oppressore, che si arrogava il diritto di usurpare l'eredità ai suoi

figliuoli, di dividere le sue entrate, di porre limiti alla sua

autorità; un geloso nemico, che non potendo sempre opprimerlo colle

proprie forze, procurava di rivolgere contro di lui quelle de' vicini;

che per nuocergli univa l'astuzia alla violenza; ma che in veruna

circostanza accorreva in sua difesa, o gli era in qualsiasi modo utile.

Perciò i grandi feudatarj non risguardavano più la caduta del trono con

quell'inquieto timore che in noi produce un'imminente rivoluzione, di

cui non si possono calcolare gli effetti: al contrario essi erano a

portata di conoscere perfettamente i risultati di tale cambiamento.

Conoscevano ugualmente le forze proprie e quelle de' loro vicini;

vedevano di poter dividere tutte le prerogative dell'autorità reale, e

tutte le spoglie del trono; che senza pericolo di disordine o

d'anarchia, avrebbero anzi conseguito maggior sicurezza, l'indipendenza

e più illimitato potere.

Nè l'interesse de' sudditi era in tal caso in opposizione con quello de'

loro padroni, perchè il monarca non gli aveva mai salvati dalle

vessazioni del duca o del marchese, nè alla deposizione loro avevano mai

dato motivo le lagnanze del popolo: e quando i soggetti sono lasciati in

balìa de' loro padroni, è a desiderarsi che la signoria sia ereditaria,

affinchè i padroni sieno più interessati alla conservazione ed alla

prosperità della medesima. L'autorità d'un signore temporario non era

perciò più limitata, e quand'era destituito, gli era il più delle volte

surrogato un uomo di minor condizione, che la povertà rendeva più avido

e più oneroso ai sudditi.

Doveva inoltre sembrar più agevole ai sudditi de' magnati il limitare

l'autorità di un piccolo principe, che quella d'un gran re; di reprimere

le vessazioni d'un uomo che non aveva che le forze dei proprj sudditi,

piuttosto che quelle d'un sovrano che, adoperando la politica dei

despoti, valevasi dei sudditi d'una provincia per incatenare quelli di

un'altra.

Sembrerà strano che con tali disposizioni gl'Italiani non deponessero

Berengario II, e non abolissero l'autorità reale, invece di chiamare

Ottone dagli estremi confini dell'Allemagna, e sottomettersi a lui: ma

eranvi due altri ordini della nazione, che, quantunque mal soddisfatti,

credevano non pertanto di dover sostenere il trono. Le città non

potevano chiamare in loro soccorso che i re, i quali per altro non le

proteggevano: esse soffrivano tutti i mali dell'anarchia, e non avevano

ancora abbastanza di forze per provvedere alla propria sicurezza; onde i

cittadini antiveggenti dovevano desiderare che si sottraessero

lentamente all'impero, piuttosto che ricuperare tutto ad un tratto

quell'indipendenza che non avrebbero potuto difendere. Altronde anco i

gentiluomini e la nobiltà di secondo rango temevano ugualmente quello

scioglimento della monarchia che gli avrebbe posti in arbitrio de'

magnati limitrofi, amando meglio d'ubbidire ad un re, che ad altri

nobili ch'essi credevano loro eguali.

(961) La concessione della corona imperiale agli Alemanni garantì a

tutti gli ordini della nazione quel grado d'indipendenza che si

conveniva alla sua situazione ed alle sue forze; (961 = 965) facilitò lo

scioglimento pacifico del legame sociale, e l'erezione, nell'interno

dello stato, d'una quantità di piccole popolazioni che diventarono

libere tosto che non ebbero più bisogno della protezione del monarca. Il

regno d'Ottone fu al di fuori illustrato dalle vittorie, internamente

dallo stabilimento di una costituzione proporzionata allo spirito del

secolo ed al bisogno della nazione.

Ben più che a Carlo Magno si conviene ad Ottone il nome di grand'uomo; e

se non altro il suo regno contribuì efficacemente alla prosperità de'

popoli a lui sottomessi. Carlo ebbe l'ambizione de' conquistatori, e,

per ingrandire l'impero, distrusse collo spirito nazionale il vigore dei

popoli vinti. Ottone non fu meno vittorioso di Carlo, ma Ottone trionfò

dei nemici dei popoli ridotti a civiltà, e degli aggressori che

guastavano le province dell'impero colle loro scorrerie. Egli non cercò

di estendere i limiti dell'impero, e non s'arrogò che i poteri necessari

per proteggere i suoi sudditi; e dopo aver data la pace alle sue

province, preparò i popoli a poter un giorno essere indipendenti.

La costituzione che Ottone il grande diede agl'Italiani, poi ch'ebbe

conquistato tutto il regno di Berengario, era di tutte la migliore per

conservare al monarca, obbligato di trattenersi lungo tempo ne' suoi

stati di Germania, la sua autorità. Prima della fatale invenzione delle

truppe di linea, prima di scoprire che uomini liberi potevano ridursi a

vendere la loro volontà e le loro braccia per un miserabile salario, il

despotismo non poteva avere regolare e durevole stabilimento. Fin ch'era

in luogo, l'ascendente d'un grand'uomo faceva piegare ogni cosa alle sue

volontà, e ciò con tanto maggiore facilità, quanto più grande era nei

popoli il dovere della riconoscenza; ma tosto che s'allontanava,

l'interesse personale ripigliava il suo predominio sul cuore d'ogni

individuo, e l'obbedienza del soggetto si proporzionava esattamente al

beneficio che sperava di conseguire dall'ordine pubblico.

Ottone aveva condotto in Italia una grande armata, ma quest'armata era

feudataria. Ogni ufficiale era tenuto, in virtù della sua baronia, di

servire al re per un determinato tempo, ed ogni cavaliere doveva per

tutto questo tempo seguire il suo barone da cui aveva ricevuto il feudo.

Ultimata la spedizione, l'armata voleva ed aveva il diritto di ritornare

ai suoi focolari. Se Ottone avesse voluto stabilire in Italia un gran

signore con una ragguardevole forza, non poteva farlo che dandogli terre

per lui e per i suoi vassalli, e spogliando gli abitanti d'un'intera

provincia delle loro proprietà: tirannica misura che, senza procurargli

assai fedeli vassalli, gli faceva tanti implacabili nemici. Se poi si

accontentava di provvedere le province di governatori stranieri senza

cambiarne gli abitanti, siccome i governatori non avrebbero avuto altra

forza che quella dei loro soggetti, così non potevano sperare d'essere

ubbiditi se non facendosi amare, e finchè i loro ordini non si

opponessero all'interesse dei vassalli. Per ultimo se Ottone si fidava

ai baroni italiani, si poneva, allontanandosi, in loro balìa più che non

lo fossero i suoi predecessori.

Ma Ottone era potente e glorioso; e ne' quattr'anni ch'egli aveva

impiegati alla testa d'una poderosa armata a sottomettere il regno

lombardo, egli aveva con mano forte preso lo scettro, e sempre trionfato

de' barbari, e represse le ribellioni de' sudditi e di suo figlio

medesimo[96]. Sempre caro a' suoi soldati, fu rispettato dal clero,

benchè si fosse valso dei primi per comprimerlo, deponendo due

pontefici, e riducendo la Chiesa nella sua dipendenza. Accrescevano la

sua potenza la fermezza del suo carattere, e la costanza irremovibile

delle sue risoluzioni che tendevano sempre a grandi cose. Pure con sì

grandi mezzi non avrebbe ancora potuto arrogarsi un'autorità dispotica,

senza esporsi a perderla all'istante che ripasserebbe le alpi. Fu troppo

savio, e troppo grande per farne soltanto l'esperimento; egli si valse

all'opposto della medesima sua potenza per gettare i fondamenti della

libertà.

[96] Lodolfo suo figliuolo del primo letto, che si ribellò l'anno

953, dopo essersi pacificato col padre morì l'anno 957 in Italia,

che voleva conquistare.

Le città erano state fino a' quei tempi governate dai loro conti, che

d'ordinario erano pure i loro vescovi: questi signori essendo quasi

tutti italiani dovevano per conseguenza essere poco ben affetti

all'imperatore. Non li rimosse Ottone, non ne ristrinse pure formalmente

le prerogative, ma favorì gli abitanti delle città a dilatare le loro

immunità con pregiudizio delle prerogative signorili. Il conte, come il

re, non aveva truppe sotto i suoi ordini, onde per dar esecuzione ai

suoi voleri in una città assai popolata, ed avvezza alle armi, era

forzato o di guadagnarsi l'affetto de' cittadini col rinunciare ad

alcune prerogative, oppure d'invocare l'autorità del re che non era

disposto a favorirlo.

Le città in certo qual modo abbandonate a sè medesime, si diedero, di

consenso del re, un governo municipale[97]. Tali costituzioni si

stabilirono durante il regno d'Ottone il grande e de' suoi successori,

senza opposizione, senza tumulto, ma altresì senza una carta che ne

attesti la legittimità: quindi l'antichità loro non è comprovata che

dalla prescrizione sempre in progresso allegata dalle città, qualunque

volta vennero richiamati in dubbio i loro privilegi.

[97] Nel 6.º capitolo si parlerà dell'origine dei municipj.

I nuovi municipj conservarono per Ottone il grande loro benefattore la

debita riconoscenza, che non venne meno finchè durò la di lui famiglia:

ma quando l'ultimo degli Ottoni morì senza figliuoli, trovandosi per

tale avvenimento sciolti dai vincoli che gli univano alla casa di

Sassonia, scossero interamente il giogo tedesco.

Per altro Ottone il grande negl'intervalli che dimorava fuori d'Italia

non lasciò depositarie del suo potere le sole città: poichè aveva

investiti varj signori tedeschi, ed alcuni italiani che gli avevano dato

sicure prove d'attaccamento, dei feudi più importanti, del marchesato di

Verona e del Friuli, e del ducato di Carintia. Enrico duca di Baviera

suo fratello, onde avere in ogni tempo libero l'ingresso d'Italia[98],

creò il marchesato d'Este in favore d'Oberto, uno dei gentiluomini che

lo avevano assistito contro di Berengario; ne instituì un altro che

comprendeva le diocesi di Modena e di Reggio per Alberto Azzone bisavo

della contessa Matilde, quello che aveva accolta nella sua fortezza di

Canossa l'imperatrice Adelaide[99]. Per ultimo creò il marchesato di

Monferrato per suo genero Almarano[100]. Alle città italiane riuscì

utile questa sostituzione degli stranieri e nuovi feudatarj agli

antichi. Il potere de' nuovi signori era vacillante ed incerto; i loro

vassalli ne erano gelosi, e lungi dal difenderli, cercavano di

spogliarli dei loro diritti; i vicini non si movevano per soccorrerli,

ed ogni giorno perdevano qualcuna delle loro prerogative. Abbandonarono

quindi le città, e si ridussero ne' loro castelli, ove credevansi più

sicuri, ma trovaronsi per tal modo, rispetto al potere, ridotti alla

condizione de' gentiluomini, comecchè conservassero la superiorità del

rango.

[98] _Contin reg. chr. Germ. l. II, p. 106 apud Struvium scr. Germ.

t. I._

[99] _Donizo Vit. nat. lib. I c. I. Script. It. V, p. 349._

[100] _Benvenuti de s. Gregorio hist. Monfer. t. XXIII, p.

325._ — _Guichen, hist. genolog. di Savoja l. V, tavola III ed

VIII._ — _Sigon. ad ann. 967, lib. VII._

Vedremo nel susseguente capitolo quali furono le differenze ch'ebbe

Ottone il grande colla Chiesa[101]; e vedremo altrove i motivi della

lunga guerra ch'egli e suo figliuolo sostennero contro i Greci per il

possedimento della Calabria e del ducato di Benevento. Questi sono i

soli avvenimenti del regno di Ottone in Italia, di cui gli storici

abbianci conservata distinta memoria. Dopo aver consumata la conquista

del regno lombardo, Ottone era tornato in Germania l'anno 965. Ripassò

in Italia l'anno susseguente, e risedette successivamente in Ravenna, in

Pavia, in Roma, in Capoa fino al 972; nel quale anno rivide la Germania,

ove morì presso a Maddeburgo il giorno 7 di maggio l'anno 978.

[101] Una tavola cronologica del regno dei primi imperatori tedeschi e

delle loro spedizioni in Italia parmi necessaria per far conoscere

quanto poco influissero nel governo di questa contrada, e per supplire

alla brevità della mia narrazione.

EPOCHE DEL REGNO DELLA CORONA SPEDIZIONE

IN ITALIA. IMPERIALE. IN ITALIA.

_entrata_,

_ritorno_,

_morte_

Ottone I 961 962 1º 961 965 ...

... 2º 966 972 973

Ottone II 962 con

suo padre 967) 1º 967 972 ...

solo 973) 2º 980 ... 983

Ottone III 983 996 1º 996 996 ...

... 2º 997 1000 ...

... 3º 1000 ... 1002

Ardovino marchese

d'Ivrea concorrente

con Enrico II ... ... ... 1015

Enrico II 1004 1014 1º 1004 1004 ...

... 2º 1013 1014 ...

... 3º 1021 1022 1024

Corrado II 1024 1027 1º 1026 1027 ...

... 2º 1036 1038 1039

(973 = 983) Gli succedette suo figliuolo, nominato pure Ottone, che il

padre aveva chiamato a parte dell'impero l'anno 967. Una guerra civile

mossa contro di lui da Enrico il rissoso, duca di Baviera, obbligò il

giovane Ottone a rimanere in Germania fino al 980. Passò dopo in Italia,

ove morì del 988. Allorchè parleremo delle repubbliche marittime, e di

quelle della Magna Grecia, dovremo dire alcuna cosa intorno alle guerre

che nel corso del poco illustre suo regno ebbe Ottone II a sostenere

contro le medesime.

(983 = 1002) Ottone morendo lasciava un fanciullo sotto la tutela di

Teofania sua consorte, della propria madre Adelaide, e dell'arcivescovo

di Colonia. Travagliato questo giovane principe, durante la sua età

minorenne, dalle guerre civili ch'ebbe a sostenere contro il duca di

Baviera Enrico il litigioso, non venne poi in Italia che del 996, ove

morì nel fiore dell'età sua l'anno 1002. In esso, che fu Ottone III, si

spense la famiglia di Sassonia, dopo aver posseduto quarantun'anni il

regno unito dell'Italia e della Germania.

In questo spazio di tempo i principi della casa di Sassonia dimorarono

venticinque anni fuori d'Italia, quantunque durante la loro assenza il

governo generale della nazione rimanesse in qualche modo sospeso:

imperciocchè non promulgavasi senza l'imperatore veruna legge criminale,

non riunivasi l'assemblea della nazione, non eravi guerra pubblica, non

leva d'uomini per l'impero, non tasse per il monarca. E siccome la

sovranità nazionale non poteva restar inerte, così rifondevasi nelle

province. I signori ed i prelati emanavano editti, le città leggi

municipali. I feudatarj nominavano i giudici dei villaggi; il popolo i

consoli ed i pretori nelle città. Ogni corpo si rivendicava il diritto

di difendersi, ogni cittadino diventava soldato: per ultimo magistrati

eletti dai loro eguali determinavano per le spese municipali una tassa

quasi volontaria, ed un consiglio che veniva chiamato consiglio di

confidenza, amministrava il danaro della città.

Il sentimento che i popoli attaccano all'idea astratta di patria, è

composto dai sentimenti di riconoscenza per la protezione che accorda,

d'affezione per le sue leggi e costumanze, e di partecipazione alla sua

gloria. Ma lo stato era in modo diviso, che ogni cittadino non poteva

conoscere se non la protezione dei magistrati della sua città; siccome

non poteva conoscere che le leggi, le usanze e la gloria della sua città

e delle di lei armi. Talchè abbandonando l'idea indeterminata di membro

d'un impero che non conosceva, e col quale non aveva alcun rapporto che

incomodo non fosse, ogni cittadino s'avvezzava a circoscrivere alla sua

città l'idea di patria e tutta la sua patria. In tal maniera formossi

nell'opinione degli uomini una strana rivoluzione, e fin qui senza

esempio; imperciocchè quantunque la prosperità e la libertà siano state

sempre il retaggio esclusivo delle piccole nazioni, come appartengono ai

grandi stati il despotismo, i grandi abusi, i traviamenti

dell'ambizione, le guerre senz'oggetto e le paci senza riposo; non erasi

ancor veduto, e forse non si vedrà mai più un popolo rinunciare agli

attributi di grande nazione, alla gloria attaccata ad un nome

collettivo, alla grandezza, alla potenza, per cercare la libertà nello

scioglimento del suo legame sociale.

La subordinazione feudale veniva scossa da ogni rivoluzione dell'impero

in modo che più stranieri rendeva sempre gli uni agli altri i membri

dello stato. La morte di Ottone III liberò le città dalla riconoscenza

dovuta alla famiglia del grande Ottone, e la guerra civile, eccitata

dall'elezione del suo successore, diede loro motivo d'esperimentare le

proprie forze, e di conoscere che non avevano omai più bisogno d'un

protettore straniero.

(1002) Saputasi in Germania la morte d'Ottone III, il marchese di

Turingia, il duca di Germania, ed Enrico III, duca di Baviera figliuolo

d'Enrico il rissoso, si disputarono la corona. Dopo una breve guerra

civile, rimase all'ultimo ch'era nipote del fratello del grande Ottone,

e fu coronato a Magonza sotto il nome d'Enrico II re di Germania[102].

Benchè non fosse per gl'Italiani che Enrico I, non contando questi

Enrico l'uccellatore, il quale non fu loro re, noi indicheremo questo

principe ed i suoi successori dello stesso nome col numero adoperato dai

Tedeschi, per evitare la confusione d'un doppio numero.

[102] _Chron. Ditmari Epis. Merzepurgii l. V. p. 365. ap. Leibn.

Scr. Brunsv. t. I._ — _Ann. Hildeghemenges. Ib. p. 721. an.

1002._ — _Her. Cont. Chr. p. 270._

Intanto la dieta de' signori italiani riunitasi in Pavia eleggeva re di

Lombardia Arduino marchese d'Ivrea[103]. La convenzione dalla nazione

italiana contratta colla casa di Sassonia non aveva più vigore dopo che

questa famiglia aveva cessato di esistere; i regni d'Italia e di

Germania erano affatto l'uno dall'altro indipendenti; e veruna legge

obbligava ad affidarne l'amministrazione allo stesso monarca. A fronte

di così evidenti ragioni l'elezione d'un re lombardo si risguardò dai

Tedeschi come un atto di ribellione; per cui si disposero a

riconquistare l'Italia: e continuando in questa loro strana pretensione,

trattarono sempre gl'Italiani come un popolo nemico o ribelle, che

dovevasi atterrire con rigorosi castighi, e tenere sotto il giogo. Gli

Ottoni furono i protettori della libertà delle città, e gli Enrichi

colla diffidente loro durezza sforzarono queste città medesime a

rivolgere contro di loro quelle forze che avevano ricevute dalla

libertà.

[103] Arnul_. Hist. Med. l. I. c. 14. et 15. t. IV. Rer.

It. — Landul. Seni. His. Med. l. II. c. 19. p. 82._

Arduino era stato eletto in Pavia, e tanto bastava perchè i Milanesi si

dichiarassero contro di lui; imperocchè Pavia e Milano si disputavano il

primo rango tra le città lombarde, e sentivansi di già abbastanza forti

ed indipendenti per potersi abbandonare alla vicendevole loro gelosia. A

ciò s'aggiungeva che Arnolfo arcivescovo di Milano aveva particolar

motivo d'essere scontento di Arduino. Egli arrivava dopo chiusa la dieta

di Pavia, da una ambasceria a Costantinopoli, speditovi da Ottone III;

onde risguardò come illegittima l'elezione d'un re senza l'intervento

del primo prelato della nazione. (1004) Approfittando dei soccorsi

dell'arcivescovo e della città di Milano, Enrico di Germania,

riconosciuto re da una nuova dieta di Roncaglia, si affrettava di venire

in Italia per la strada di Verona. Arduino, abbandonato dalle proprie

truppe che si dispersero prima di misurarsi col nemico, si vide

costretto di rifugiarsi nelle fortezze del suo marchesato; lasciando che

il suo rivale s'avanzasse senza incontrare ostacoli fino a Pavia, ove

ricevette dall'arcivescovo di Milano la corona d'Italia.

Lo stesso giorno dell'incoronazione, le indisciplinate truppe d'Enrico

diedero nuove ragioni agli abitanti di Pavia d'attaccarsi al suo rivale.

I Tedeschi riscaldati dal vino insultarono i cittadini in modo che

trovaronsi costretti di reprimere colle armi gli oltraggi d'una

soldatesca indisciplinata. Ad Enrico venne da' suoi cortigiani

rappresentato questo tumulto siccome _un furor di plebaglia, e

l'esplosione d'un'arroganza di schiavo_[104], che dovevasi reprimere

colla forza; ma la ribellione era più estesa, ed il pericolo maggiore

che non era annunciato. Enrico trovossi assediato nel palazzo che le sue

guardie difendevano a stento. Per liberarlo, e sottomettere i Pavesi

ribellati, non potendo, per essere state barricate le strade, avanzarsi

la truppa d'Enrico accampata fuori di Pavia, mise il fuoco alla città.

L'incendio allargandosi rapidamente favoriva il massacro; e la superba

capitale dei Lombardi fu bentosto un mucchio di ruine sparse di sangue,

da cui Enrico s'allontanò subito colla sua armata. Frattanto i Pavesi

rifabbricarono la loro città; e consacrando le nuove mura, giurarono di

vendicarsi dei Tedeschi; e proclamato di nuovo Arduino, dedicarono le

loro armi e le fortune loro al rialzamento del suo trono[105].

[104] _Ditmarus Chron. l. VI. p. 377. Scrip. Br. t. I._

[105] _Arnulph. Med. lib. I. c. 16. p. 12._

Enrico, cui stava infinitamente più a cuore la conservazione della

Germania, che l'apparenza di uno sterile potere in Italia, lasciò

passare dieci anni senza portarvi di nuovo le sue armi. D'altra parte

Arduino, mancante di truppe e di danaro, poco profitto ritraeva da' suoi

talenti e dal suo coraggio. Vercelli, Novara, Pavia, e probabilmente

quasi tutte le città del Piemonte riconoscevano i suoi diritti alla

corona: ma queste città non potendo assoldare milizie, rifiutavansi di

ricevere il re entro le sue mura per non ricevere col re le sue truppe

indisciplinate, ed un potere dispotico. Arduino perciò riparavasi nelle

fortezze del suo antico marchesato, e non rammentava ai popoli la sua

dignità reale, se non con qualche donazione ai monasteri; soli documenti

che siano a noi pervenuti del suo regno. Pareva che le città si fossero

parzialmente incaricate di difendere i diritti dei due concorrenti.

Milano attaccava frequentemente colle sue milizie i limitrofi vassalli

di Arduino, mentre i cittadini pavesi guastavano il territorio milanese:

tutti s'esercitavano nelle armi, tutti s'abbandonavano alla gelosia

ond'erano animati verso i loro vicini, tutti s'accostumavano a non

risguardare per loro patria che la propria città, ed adottavano il nome

dei re piuttosto per giustificare le loro guerre, che per voglia che

avessero di abbracciar la causa de' monarchi per cui apparentemente

combattevano.

Enrico II fu in Italia nel 1003 e nel 1014, e ricevette a Roma la corona

imperiale dalle mani di Benedetto VIII, senza che giammai si scontrasse

colle armate di Arduino (1015). Ma dopo il ritorno d'Enrico in Germania,

il re lombardo, sorpreso da grave malattia, depose spontaneamente le

insegne reali, e si fece monaco nel monastero di Frutteria per

prepararsi alla morte[106].

[106] _Mur. an. 1015. — Arn. Hist. Med. l. I. c. 16. p. 13._

Del 1024 gl'Italiani tentarono ancora di liberarsi dalla tedesca

dipendenza, approfittando della mancanza del re, cui, per essere divisi

i voti degli elettori, non veniva dato alcun successore. Perciò

gl'Italiani offrirono successivamente la corona di Lombardia a Roberto

re di Francia, ed a Guglielmo duca d'Aquitania[107]. Ma questi due

principi, avendo saggiamente riflettuto alla debolezza della monarchia

italiana, ai pericoli, ed alle spese che sarebbe loro costato l'acquisto

d'un onore illusorio, rifiutarono un dono che avrebbe rovinati gli

antichi loro sudditi. L'arcivescovo di Milano che aveva la direzione di

questi trattati, risolvette di passare egli stesso in Germania e trattar

la pace a nome della sua nazione con Corrado il Salico duca di

Franconia, ch'era stato eletto da una dieta tedesca, ed il di cui nome

va unito alle ultime leggi che compirono il sistema feudale[108].

[107] _Id. ad an. 1025. t. VIII. p. 557. — Notæ ad Arn. Med. l. II.

c. p. 14._

[108] Questo Corrado II, per i Tedeschi, perchè ebbero un Corrado I

dal 911 al 918, era primo per gl'Italiani.

(1024) Corrado II discendeva in linea femminina da Ottone il grande, lo

che gli diede un titolo per aspirare alla corona. Il suo predecessore

Enrico II era morto senza figliuoli; ed una delle virtù, che lo fece

degno con Cunegonda sua moglie dell'onor degli altari, vuolsi che fosse

la fedeltà con cui mantenne fino alla morte il voto di verginità emesso

di consenso della sposa[109].

[109] _Leo Ostiensis Chron. Monac. Cassinensium, lib. II c. 46. p.

368._

(1026) Poichè Corrado ebbe pacificata la Germania, e stabilita la sua

discesa in Italia, spedì, secondo l'usanza che di fresco era invalsa,

deputati a prevenire tutte le città della sua venuta, chiedendo loro il

giuramento di fedeltà, ed il pagamento delle tasse, che in questa sola

circostanza erano devolute al tesoro reale. Tali imposte chiamavansi nel

barbaro latino di que' tempi _federum_, _parata_, e _mazionaticum_. Il

primo consisteva in una determinata quantità di vittovaglie destinate al

mantenimento del re e della sua corte, che d'ordinario venivano

rappresentate da una somma di danaro. Il secondo era un tributo col di

cui prodotto riparavansi le strade ed i ponti de' fiumi che doveva

attraversare il re. Il terzo serviva alle spese dell'alloggio de'

cortigiani e dell'armata reale durante il loro viaggio[110].

[110] _Carol. Sigon. de Regno It. lib. VII. p. 175. — Alho Fris. de

Gestis Frid. I. lib. II. c. 12. p. 709._

Corrado venne fino a Roncaglia, pianura posta in riva al Po presso a

Piacenza, ove alla venuta degl'imperatori riunironsi sempre le diete

italiche. Pareva che d'improvviso sorgesse una città in mezzo a deserta

campagna. Piazze e strade tirate a filo separavano il padiglione reale,

quelli de' signori, e dell'armata, ed una muraglia circondava tutti

questi quartieri. I negozianti che vi accorrevano da ogni banda,

costruivano le loro botteghe fuori delle mura, e formavano i sobborghi

della città, che avevano l'aspetto d'una magnifica fiera. Il padiglione

del re ergevasi nel centro del suo campo; innanzi al quale vedevasi

appeso ad un'antenna uno scudo, cui tutti i feudatarj invitati

dall'araldo facevano a vicenda la sentinella. La funzione di vegliare

armati le prime notti teneva luogo di revista dell'armata, e gli assenti

potevano essere condannati alla perdita del feudo, per non avere

soddisfatto al loro dovere di accompagnare il re nella sua spedizione. I

primi giorni della dieta erano dal re consacrati a decidere le cause

private, onde tenersi in possesso dell'esercizio del potere giudiziario.

Riceveva ne' susseguenti giorni le ambascerie delle città, regolandone i

rapporti colla monarchia, e terminando le vicendevoli loro controversie.

Finalmente negli ultimi giorni della dieta il re s'occupava

degl'interessi de' signori, e delle quistioni attinenti ai feudi.

La dieta che del 1026 fu preseduta da Corrado il Salico viene indicata

da alcuni storici quale epoca importantissima d'un cambiamento nella

legislazione feudale, credendo che la prima costituzione che trovasi nel

quinto libro dei feudi si promulgasse in quest'epoca[111]. Per la legge

di Corrado il Salico tutti i beneficj militari furono dichiarati

ereditarj di maschio in maschio; e si costrinsero i signori di

rinunciare all'abusivo diritto di privare de' proprj feudi i loro

vassalli; tranne il capo di fellonia, ed anche in allora dopo un

giudizio de' loro pari. Poi ch'ebbe scorsa l'Italia, e rinnovate con

pubbliche udienze ed importanti giudizj la memoria dell'autorità

imperiale, Corrado ritornò colla sua armata in Germania.

[111] _Sigon. de Reg. l. VIII, ad an. p. 194. — Denin. Rivol. d'It.

l. X. c. 2. p. 76._ — Può differirsi questa costituzione anche al

1037, e pare che questa sia l'opinione del Muratori. Ma è probabile

che nella sua prima discesa in Italia Corrado regolasse con una

legge un oggetto che da lungo tempo eccitava le lagnanze de'

feudatarj.

Nè appena fu lontano, nuovi disordini mostrarono i vizj del sistema

feudale, che questo monarca aveva inutilmente cercato di correggere.

(1027 = 1036) Le città del centro della Lombardia godevano, gli è vero,

d'una libertà assai estesa, ed i grandi, e specialmente i prelati,

avevano scosso il giogo dell'imperatore, ed emancipatisi quasi affatto

dalla sua autorità: ma i gentiluomini, i capitani, i valvasori, che

formavano l'ordine equestre, lungi dal partecipare della libertà degli

altri ordini, vedevano peggiorata la loro condizione. Pareva che la

nazione non formasse un solo corpo che nelle diete o udienze di

Roncaglia; ma ancora a queste i gentiluomini intervenivano senza

missione, senza privilegi, senza alcun appoggio per riclamare contro la

soverchieria de' grandi feudatarj, o contro le usurpazioni delle città.

Terminata la dieta, scioglievasi ancora lo stato, ed i signori de'

castelli ritornavano ne' loro dominj per difendervisi, e farsi giustizia

colle proprie armi e con quelle de' loro vassalli. Le campagne venivano

affatto rovinate da queste guerre private, e tutto posto in estrema

confusione.

Il ladroneccio che accompagnava le guerre della nobiltà, fu sotto

Corrado più tosto sospeso che represso dalle ammonizioni di alcuni

uomini pii, i quali pretendevano, e fors'anche credettero di buona fede,

aver loro il cielo rivelato che Dio ordinava agli uomini d'ogni credenza

una tregua di quattro giorni per settimana dopo la prima ora di giovedì

fino alla prima ora del lunedì. Tutti gli uomini, per qualsiasi errore

da loro commesso, dovevano in questi quattro giorni essere in libertà di

occuparsi de' proprj affari; e guai a coloro che durante la _tregua di

Dio_ facessero qualche vendetta contro i proprj nemici o contro quelli

dello stato. Questa pace si predicò la prima volta l'anno 1033 dai

vescovi d'Arles e di Lione, e nella stessa epoca fu introdotta in

Italia[112]; ove non ebbe mai intera esecuzione. Erano gl'Italiani, fra

tutti i cristiani, i meno superstiziosi, e meno degli altri disposti a

prestar fede ad un ordine emanato dal cielo.

[112] _Landulp. Sen. l. II. c. 30. p. 90. — Ducangius in Glossario

Latin. voce_ Treva.

Le private guerre dei gentiluomini furono in breve seguite da una guerra

più generale ch'essi di comune accordo dichiararono ai prelati, ch'erano

per lo più loro signori, ed in pari tempo agli abitanti delle città. I

valvasori non potevano vedere senza gelosia questi uomini, nati loro

eguali o inferiori, godere dell'autorità sovrana, i primi come principi,

gli altri come repubblicani. Lagnavansi in ispecial modo dell'orgoglio

d'Eriberto, arcivescovo di Milano, il quale senza avere verun rispetto

alla costituzione di Corrado, spogliava de' suoi feudi qualunque de'

suoi vassalli avesse la sventura di cadere nella sua disgrazia. Allorchè

seppero che l'arcivescovo aveva ingiustamente oppresso un gentiluomo,

tutti i vassalli della sede milanese presero ad un tempo le armi, ed il

loro esempio fu seguito da tutti i gentiluomini della Lombardia[113].

Dall'altra parte i cittadini che erano stati soverchiati più volte dalla

nobiltà, e che credevano partecipare della grandezza de' loro prelati,

presero le armi per difenderli. La prima battaglia si diede nelle

contrade di Milano, ove dopo un'ostinata resistenza i gentiluomini

dovettero abbandonare la città. Ma giunti in campagna trovarono molti

ausiliarj che si posero sotto le loro insegne; e la città di Lodi,

invidiando la grandezza di Milano, dichiarossi a favore de'

gentiluomini, i quali nella battaglia di Campo Malo ruppero i Milanesi

(1035 = 1039) comandati dall'arcivescovo. Chiamato da questi disordini

nuovamente in Italia, l'imperator Corrado convocò la dieta in Pavia,

onde provvedere a tanti mali. Incominciò dall'ordinare l'arresto

dell'arcivescovo Eriberto, e dei vescovi di Vercelli, di Cremona, di

Piacenza[114], ed appoggiò caldamente le lagnanze dei valvasori; ma ogni

sua pratica riuscì inutile al ristabilimento della pace. I prelati,

fuggiti alle guardie imperiali, riguadagnarono le loro città, e

trovarono i cittadini pronti ad armarsi per la loro difesa. Corrado

volle inseguirli, e fu respinto dai Milanesi, e costretto di rinunciare

all'assedio di quella città[115].

[113] _Anno 1035. Arnul. Hist. Med. l. II. c. 10. p. 16._

[114] _Sig. Gemblacens. Chron. p. 833. — Her. Cont. p. 279. — Annales

Hildeshemens. p. 728._

[115] _Arn. Med. l. II. c. 13, p. 18. — Land. Serv. II. c. 25._

Ad accrescere la confusione prodotta da questa guerra civile s'aggiunse

una nuova scissura. I gentiluomini insorti avevano pur essi dei vassalli

con giurisdizione militare, che in allora chiamavansi _valvassini_, i

quali tenevano schiavi, ossia servi attaccati alla _gleba_. Queste due

classi di uomini, in tempo che gli altri ordini della società

impugnavano le armi per l'indipendenza, si credettero ugualmente in

diritto di riclamarla, e presero le armi contro i loro signori,

chiedendo la libertà generale.

A quest'epoca tutti i ranghi della società trovaronsi in guerra gli uni

contro gli altri: ma l'eccesso medesimo dell'anarchia produsse

finalmente una pace vantaggiosa a tutta la nazione; i diritti di ciascun

ordine furono stabiliti con precisione; la costituzione di Corrado

intorno alla successione dei feudi fu adottata dalla nazione; quasi

tutti gli schiavi furon posti in libertà; e soppresse o addolcite assai

le più umilianti condizioni annesse alla dipendenza feudale[116].

Finalmente, bramando i gentiluomini di avere una patria, si

determinarono quasi tutti di fars'inscrivere alla cittadinanza delle

città vicine; ossia, per valermi della frase di quell'età, di

raccomandare le persone ed i feudi loro alla protezione delle città. È

assai verisimile che questa generale pacificazione si effettuasse l'anno

1039 nell'istante in cui le armate trovandosi a fronte in vicinanza di

Milano, la notizia della morte di Corrado il Salico le consigliò a

deporre le armi[117].

[116] _Const. Conv. Sal. Imp. l. V. tit. I. lib. Feudorum. — Cod.

Longob. t. I. p. II., Rer. p. 177._

[117] _Arnul. lib. II. c. 16. p. 18._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16) · 第 8 / 18 题