CAPITOLO I.

_Mescolanza degl'Italiani coi popoli settentrionali dal regno di

Odoacre fino a quello d'Ottone il grande._

476 = 961.

In sul declinare del quinto secolo, Romolo Augustolo, imperatore

d'Occidente, figliuolo d'un patrizio che di que' tempi era forse il solo

generale nato romano, fu deposto da' suoi soldati, che gli sostituirono

Odoacre, uno de' capitani delle guardie imperiali, d'origine Erulo o

Scita[10]. Questo usurpatore soppresse per modestia il nome d'impero

occidentale, e si accontentò del titolo di re d'Italia. Allora la

sovranità di Roma fu per la prima volta trasferita alle nazioni

settentrionali.

[10] Procop. _De Bello Goth. l. 1. c. 1_. — Byzant. t. II. p.

2. — Jornandes _De reb. Get. c. 46. t. I_. — _Rer. Ital. p. 214._

Un signore italiano, Berengario marchese d'Ivrea, fu cinque secoli dopo

coronato da' suoi compatrioti re d'Italia, e poco dopo dai medesimi

deposto. Allora i grandi feudatarj chiamarono dalla Sassonia Ottone re

d'Allemagna, ed a lui volontariamente si sottomisero, aggiungendo alla

dignità di re di Lombardia il titolo d'imperatore, che gli Occidentali

avevano fatto rivivere due secoli prima in favore di Carlo Magno, e

lasciato poi cadere in dimenticanza. E per tal modo con una strana

rivoluzione, della loro patria indipendente ne formarono una provincia

dell'impero germanico, quantunque assai lontana dalla sede del governo.

Queste due rivoluzioni che sostituirono il nome di monarchia a quello

d'impero, ed il nome d'impero a quello di monarchia, determinano la

durata delle sventure che travagliarono l'Italia avanti che potesse

riprendere il carattere e l'energia di nazione libera. Tali rivoluzioni

che presentano alcuni rapporti di circostanze generali, si

rassomigliarono assai più negli effetti. La prima che sembrava aver

posto il colmo all'ignominia di Roma, fece poc'a poco ripullulare tra

gl'inviliti Italiani le virtù ed il coraggio, che aveva distrutti il

dispotismo dei Cesari. L'ultima che si credette dover porre l'Italia

nella vergognosa dipendenza dei Tedeschi suoi antichi nemici, fu quella

invece che ridestò negl'Italiani il desiderio della libertà, e fu la

cagione immediata del risorgimento de' governi repubblicani.

Incerte ugualmente ed oscure sono le storie d'Augustolo e di Odoacre, di

Berengario e di Ottone; e dense tenebre ricuoprono que' tempi di

profonda ignoranza. Grandissima non pertanto è la diversità che passa

tra gl'Italiani del quinto, e quelli del decimo secolo. Nella prima

epoca troviamo la nazione caduta in quell'estremo avvilimento, cui il

più insultante dispotismo possa ridurre un popolo civilizzato; quando

nella seconda andava ripigliando quell'energia, quell'indipendenza di

carattere, che una lunga serie di traversie può dare ad un popolo

barbaro.

Sotto gli ultimi imperatori la nobiltà di Roma più capace non era di

grandi e generose passioni. Resa straniera alle cariche politiche e

militari, erasi spento nel cuor de' patrizj perfino il desiderio della

gloria; ed avrebbero creduto di avvilirsi col servire allo stato. Se la

storia ricorda ancora di quando in quando i nomi delle antiche generose

famiglie, non è che per parlare delle loro ricchezze e delle loro

sventure. Poteva la storia raccontare quanti preziosi arredi avevan

preso i barbari nei loro palazzi, e di quante migliaja di schiavi

spogliati i loro poderi; ma niente dir poteva di uomini affatto incapaci

di grandi azioni, i quali, senza talenti e senza virtù, passavano

confusi colla plebe abietta non lasciando alcuna traccia di sè medesimi.

Il rimanente della nazione, se fosse stato possibile, ancora più vile

dei patrizj, si nasconde affatto alle nostre ricerche. Osservando le

armate composte soltanto di stranieri e le campagne popolate di schiavi,

si domanda invano alla storia ov'erano allora gl'Italiani. Quando

leggiamo gli annali degli ultimi regni dell'impero d'occidente, quasi

non ci avvediamo che trattasi ancora d'un vastissimo stato: le armate

ridotte ad un pugno di uomini, il tesoro incapace di sostenere le più

piccole spese, l'impero mal difendersi dal più ignobile aggressore, il

popolo ed il senato permettere che un capitano delle guardie dia e tolga

a sua voglia il diadema a persone straniere, niun ordine della nazione

avere un sol uomo capace di prendere coraggiosamente le redini del

governo; tutto ci farebbe credere che trattisi d'un ignobile feudo,

anzichè della nazione erede del nome e della grandezza di Roma[11].

[11] Veggansi _Gibbon Storia della decadenza dell'impero romano c.

35. e 36._, _Murat. Ann. d'Italia an. 423=476_. E tra gli autori

originali la Storia miscella _l. XIV. e XV. Scrip. Rer. It. t. I. p.

92=99_; come pure le varie cronografie degli scrittori britannici.

Ma allorchè la corona d'Italia passò ad Ottone il grande, molti nobili

fieri indipendenti bellicosi cercavano con entusiasmo la gloria ed il

potere; nè avrebbero senza indignazione tollerato che persone straniere

alla loro classe, fossero i giudici, i generali, i ministri del re, i

difensori della patria. I minori vassalli non lasciavano, benchè meno

potenti, di mostrarsi al par dei primi energici ed audaci. Non potendo

aspirare alla signoria, combattevano per l'indipendenza: fortificavano

le loro rocche, addestravano all'armi i loro paesani, e volevano

intervenire alle assemblee nazionali, rifiutando di sottomettersi alle

leggi e ai tributi, cui non avessero data la sanzione col loro

preventivo assenso. D'altra parte i borghigiani, resi forti dalla loro

riunione nelle città, riclamavano la conservazione delle leggi e delle

costumanze municipali, e chiedevano di partecipare a quella libertà, che

non doveva essere l'appannaggio esclusivo d'una casta privilegiata, ma

appartenere a tutti gli uomini che sanno rendersene degni col coraggio e

colle virtù. E per tal modo l'intera nazione, animata dal medesimo

principio di vita, s'andava agitando per ogni lato, e facendo sperienza

delle proprie forze: e quando ancora non aveva trovato l'arte di

valersene in sua difesa, e per la propria felicità, pronunciava

oscuramente le grandi cose di cui mostrerebbesi un giorno capace.

Così notabile cambiamento nel carattere d'una intera nazione basta a

render degno della più grande attenzione questo primo periodo dell'età

di mezzo: una nazione ringiovenita dopo esser giunta all'estremo grado

di decrepitezza, è un fenomeno singolare, che altrove la storia non ci

presenta. Ma i cinque secoli, nel corso de' quali si rifuse il genere

umano, sono coperti da così dense tenebre, che le più accurate indagini

non dissiperanno giammai interamente. Verun monumento, veruno storico

abbastanza esatto ci rimane di que' tempi in cui tre popolazioni

settentrionali, i Goti, i Lombardi, i Franchi, s'incorporarono

successivamente agl'Italiani resi loro soggetti: troppo erano avviliti

gli ultimi avanzi della popolazione civilizzata; troppo ignoranti i

conquistatori per iscrivere la storia de' loro tempi. Le poche cronache

contemporanee ne conservarono bensì i nomi dei re, le guerre che

sostennero, e le rivoluzioni che frequentemente li balzavano dal trono,

ma non ci danno veruna notizia dei popoli, onde giudicar si possa dei

costumi e dello sviluppo delle sue facoltà. Altronde la storia de'

principi è affatto straniera al nostro scopo, quando non ci fa conoscere

le cagioni che diedero origine alle nostre repubbliche. E per tal modo

forzati di rinunciare al pensiero di dare una soddisfacente storia di

questi tempi d'oscurità, ci limiteremo ad indicare sommariamente il modo

con cui i settentrionali frammischiaronsi alle nazioni del mezzodì, per

richiamare poi separatamente ad esame alcuni oggetti, che in particolar

modo richiedono la nostra attenzione; cioè l'origine, i progressi e lo

scioglimento del sistema feudale, la storia della città e della chiesa

di Roma dopo la caduta dell'impero occidentale, la storia delle città

greche del mezzo giorno d'Italia, quelle delle città marittime, e

finalmente quella della formazione di tutti i municipj che diventarono

governi liberi. Così procedendo, potremo spargere qualche lume sui primi

secoli dell'età di mezzo, senza obbligarci ad una cronologica

nomenclatura di nomi barbari, che il lettore può facilmente trovare in

altre opere.

(476) Allorchè fu distrutto l'impero d'occidente, la _civilizzazione_ si

ridusse entro i limiti dell'impero d'Oriente[12]. I sovrani di

Costantinopoli contavano ancora tra le loro provincie la Grecia, la

Tracia, parte dell'Illirico, l'Asia minore, la Siria e l'Egitto: ma in

quest'epoca l'impero occidentale fu tutto diviso in brani tra le nazioni

del settentrione. I Franchi stabilironsi nelle Gallie, gli Anglo-Sassoni

nella Brettagna, i Visigoti nella Spagna, nell'Africa i Vandali, ed

Odoacre ebbe il regno d'Italia.

[12] All'epoca di cui si tratta non era dall'Italia, benchè dominata

dagli stranieri, sbandita affatto ogni coltura, e si possono

ricordare alcuni uomini illustri nelle lettere sacre e profane.

Altronde tante facoltose famiglie che seco trassero nelle isole

della Venezia letterati ed artefici e clienti d'ogni genere, e

v'innalzarono l'edificio della libertà italiana, hanno potuto

dividere colle provincie dell'impero greco il sacro deposito della

coltura e dei lumi che abbandonavano le contrade d'Italia occupate

dai barbari. Merita intorno a quest'argomento d'essere letta

l'erudita dissertazione di Gerolamo Zanetti: _Dell'origine d'alcune

arti principali appresso i Veneziani_. N. d. T.

(476 = 493) Sotto il dominio d'Odoacre non vennero in Italia popolazioni

nuove, e soltanto vi si fissarono più stabilmente que' mercenari

stranieri, che da molti anni formavano essi soli l'armata dell'impero.

Questi mercenarj sotto il comando d'un loro compatriotta si arrogarono

tutti i poteri dell'impero, siccome coloro che ne formavano tutta la

forza. Diedero al loro capo il titolo di re; e dal nuovo re domandarono

ed ottennero una distribuzione di terreni, per cui la terza parte delle

campagne d'Italia passò in proprietà de' barbari[13].

[13] _Proc. de bello Got. l. I. Byzan. Hist. Scrip. Editio Ven. t.

II. p. 2._

Il governo de' mercenarj, ed il regno di Odoacre durarono

diecisett'anni[14]: fu questo il passaggio del governo romano al governo

de' barbari. Odoacre si caricò agli occhi de' popoli dell'odiosa memoria

d'aver distrutto il nome ancora riverito dell'impero, ed avvezzò

gl'Italiani a risguardare in appresso come loro monarca uno de'

conquistatori settentrionali, che fino allora avevano considerati come

nemici, o come soldati mercenarj.

[14] Teodorico entrò in Italia l'anno 489, ma non ne ultimò la

conquista che colla presa di Ravenna, alla morte d'Odoacre l'anno

492. Una volta per sempre citerò in appoggio delle cronologie da me

adottate gli _Annali d'Italia_ del dottissimo Muratori.

(489) Quattordici anni dopo che Odoacre fu fatto re, Teodorico re degli

Ostrogoti entrò in Italia, consentendolo Zanone imperatore d'Oriente, ed

intraprese la conquista del regno di Odoacre, che terminò colla presa di

Ravenna l'anno 493. Teodorico che in gioventù era stato più anni alla

corte di Costantinopoli, univa alle virtù de' popoli barbari il sapere

delle nazioni civilizzate[15]. Egli intraprese di riunire e rendere

felici le due nazioni a lui soggette: chiamò gl'Italiani agl'impieghi

civili, i Goti alla milizia, e facendo rispettare l'Italia dagli altri

popoli barbari, fu il primo che ispirasse alcun poco di confidenza nelle

proprie forze agli avviliti Romani, che probabilmente incominciarono

dopo il regno di Teodorico ad avere in qualche pregio le antiche virtù.

[15] _Jornand. de reb. Geticis c. 52. p. 217, t. I. Scrip. Ital._

Ma se l'unione coi popoli settentrionali era utile al _rigeneramento_

de' Latini, altrettanto l'esempio di questi poteva snervare il valore

de' barbari. Nella stessa guisa quando si mischiano assieme due fluidi

di diversa temperatura, l'uno acquista il calore con pregiudizio

dell'altro: perciò i primi conquistatori dell'Italia perdettero in poco

tempo il natio valore. La dominazione Gota in Italia durò soltanto

sessantaquattr'anni[16], e gli ultimi diciotto anni della loro monarchia

furono impiegati in una sanguinosa guerra contro i Greci; durante la

quale Belisario, poi Narsete, conquistarono due volte l'Italia, e

distrussero il fiore di quella nazione che cinquant'anni prima faceva

tremare i Greci a Costantinopoli.

[16] Dopo l'invasione di Teodorico accaduta l'anno 489 fino alla morte

di Teja ed alla conquista di Cuma fatta da Narsete l'anno 553, i loro

re furono

l'anno 489. Teodorico.

526. Atalarico.

534. Teodato.

536. Vitige.

540. Ildebaldo.

541. ( Erarico.

( Totila.

552. Teja.

La storia degli Ostrogoti forma parte di quella del basso impero[17]; ma

non può riguardarsi come parte di quella che noi scriviamo, se non in

quanto i Goti furono i primi popoli barbari che s'incorporarono

cogl'Italiani. Le due nazioni soggette agli stessi padroni si unirono

strettamente: l'origine settentrionale de' Goti fu dai Latini

dimenticata; e da quell'epoca in poi non furono che un solo popolo.

Forse quest'unione non avrebbe avuto perfetta consistenza sotto la Greca

dominazione; ma questi non rimasero lungo tempo padroni dell'Italia.

Narsete che l'aveva conquistata e saviamente governata sedici anni, fu

richiamato a Costantinopoli dalla gelosa diffidenza dell'imperatrice. Il

vecchio generale, abbandonando il suo governo, affidava la cura di

vendicarlo ad Alboino (567) re de' Lombardi, che segretamente invitava a

scendere in Italia[18].

[17] Veggasi Gibbon _Decline and fall of the Rom. Empire Vol. VII.

cap. 41. e 43_. Il migliore degli storici Bizantini scrisse

minutamente la guerra de' Goti di cui fu testimonio. _Procop. Cæsar.

de Bello Goth. Lib. IV. Byzan. t. II._ I Goti ancora ebbero il loro

storico. _Jornades de Rebus Geticis_. Sembra che costui, allorchè

rovinò la sua nazione, si facesse monaco. _Scrip. Rer. Ital. t. I._

[18] Narsete morì a Roma di novantacinque anni nel 567 quando

disponevasi ad eseguire gli ordini di Giustino II. Alboino entrò in

Italia l'anno susseguente. Narsete viene accusato d'averlo chiamato

da Paolo Warnefrido: _Gesta Longob. Lib. II. c. 5. t. I. Rer. Ital.

p. 427_, e da _Anast. Bibl. Vitæ Rom. Pont._ in Vita Johannis III.

t. III. 133.

(568) Tra le nazioni germaniche quella dei Lombardi aveva nome d'essere

la più brava, la più fiera, la più libera. I Lombardi credevansi usciti

dalla Scandinavia[19]; e da oltre quarant'anni abitavano la Pannonia,

che cedettero gli Unni loro alleati, quando essi rinforzati da un

considerabile corpo di Sassoni, si avviarono alla volta d'Italia[20].

[19] _Paul. Warnef. de Gestis Long. l. I. c. 2. p. 408._

[20] _Ibid. l. II. c. 7. p. 428._

Malgrado la loro bravura, ed il loro numero, i Lombardi non ottennero di

occupare tutta l'Italia. L'immatura morte d'Alboino dopo il breve regno

di tre anni e mezzo, e l'anarchia che ne fu la conseguenza, arrestarono

le loro conquiste. Un popolo indipendente, fattosi forte nelle lagune di

Venezia, si sottrasse alla schiavitù lombarda. Roma col suo territorio,

che allora cominciò ad aver il nome di ducato, si tenne fedele

agl'imperatori d'Oriente sotto la protezione dei Papi[21]. L'Esarcato di

Ravenna, non che la Pentapoli che formava parte della Romagna, e le

città marittime dell'Italia meridionale furono dalle armi greche difese

contro i Lombardi: finalmente un principe lombardo, resosi quasi affatto

indipendente dai re della sua nazione, erasi stabilito nel centro delle

Provincie ond'è oggi formato il regno di Napoli, e vi regnava col titolo

di duca di Benevento. Intanto Alboino, ed i suoi successori avevano

stabilita in Pavia la sede del regno, che stendevasi dalle alpi fin

presso Roma.

[21] Ciò va inteso in senso assai largo, e con diverse

modificazioni, perciò che se i Papi tennero alcuna volta

coll'autorità loro, già cresciuta a dismisura, fedeli i Romani

all'impero Orientale, furono ancora quelli che sottrassero Roma

all'impero. N. d. T.

In tal maniera la conquista de' Lombardi fu per certi rispetti cagione

del risorgimento delle nazioni italiane. Principati indipendenti,

comuni, repubbliche, s'andavano agitando per ogni verso, e questa

contrada da tanto tempo addormentata incominciò a risvegliarsi. Poichè

nel susseguente capitolo avremo esaminata l'interna forma del regno

lombardo di Pavia, procederemo separatamente, e partendo sempre dalla

stessa epoca, a parlare del ducato e della repubblica di Roma, del

principato di Benevento, delle repubbliche d'Amalfi, di Napoli, di

Gaeta, di Venezia, e finalmente di tutte le popolazioni che si videro

allora acquistare un'esistenza politica.

(568 = 774) La monarchia de' Lombardi durò abbastanza gloriosa duecento

sei anni[22]; nel quale spazio di tempo ebbe ventun re[23], e tra questi

molti egregi ed illustri principi, come ne fanno prova le savissime

leggi che diedero al loro regno. Ma i Lombardi non s'unirono

agl'Italiani come fecero i Goti loro predecessori. Entrando in Italia

avevano più crudelmente abusato della vittoria[24], di quel che

facessero i Goti, per cui le due nazioni rimasero divise da un

implacabile odio, anche lungo tempo dopo la caduta della monarchia di

Pavia. Ascoltiamo il vescovo di Cremona Luitprando di origine lombarda:

«Noi altri Lombardi, egli dice, siccome i Sassoni, i Franchi, i

Lorenesi, i Bavari, gli Svevi ed i Borgognoni, disprezziamo di sorte il

nome romano, che, in istato di collera, non sappiamo proferire maggior

ingiuria contro i nostri nemici, che chiamandoli _Romani_; giacchè in

questo solo nome comprendiamo tutto quanto vi può essere d'ignobile, di

timido, d'avaro, di lussurioso, di menzognero, e per dirlo in una

parola, tutti i vizj[25].» I Romani dall'altro canto, non è a dubitarsi

che non avessero maggiore antipatia pei loro oppressori. Ma la razza de'

Lombardi prosperava in Italia; mentre quella de' Romani s'andava

gradatamente estinguendo. I corrotti ed effeminati costumi degli ultimi

li tenevano nel celibato; mentre l'attività, il desiderio di perpetuare

ne' loro discendenti col proprio nome la gloria ch'eransi acquistata,

consigliava i Lombardi al matrimonio. I pochi Italiani ancora

bastantemente ricchi abbandonavano un paese, che ogni giorno diventava

per loro sempre più straniero, e si riparavano nel ducato romano,

nell'Esarcato, nella Calabria greca, o nelle lagune veneziane, dove

trovavano concittadini nemici dei loro oppressori. L'indipendenza di

queste provincie, che i Greci abbandonavano quasi totalmente a se

medesime, la loro piccolezza, i continui pericoli cui trovavansi

esposte, ridestavano nel cuore degli abitanti l'amor di patria.

[22] Dall'anno 568 in cui Alboino invase l'Italia fino al 774 quando

Carlo Magno, fatto prigioniero Desiderio, o Diego, a Pavia, si fece

coronare in suo luogo re de' Lombardi.

[23] I re Lombardi in Italia furono

L'anno 569 Alboino.

573 Clefi.

584 Autari.

591 Agilulfo.

615 Adaloaldo.

625 Arioaldo.

636 Rotari.

652 Rodoaldo.

655 Ariberto I.

661 ( Pertarito, e

( Godeberto.

662 Grimoaldo.

671 Pertarito per la seconda volta.

678 Cuniberto.

700 Luitberto.

701 ( Ragimberto, ed

( Ariberto II.

712 ( Aliprando, e

( Liutprando.

736 Ildeprando.

744 Rachis.

749 Astolfo.

757 Desiderio, con

759 Adelchi suo figliuolo.

[24] _Paulus Warnefridus de Gestis Longob. lib. II. c. 32. p. 436._

[25] _Luitp. in Legat. t. II. p. 481_. Bisogna ricordarsi che

Luitprando parlava così a Niceforo Foca nel calore della disputa,

perchè questi gli aveva rinfacciato che Ottone suo signore non era

altrimenti Romano, ma Tedesco.

I popoli stranieri, esposti alla corruzione, ne furono la vittima prima

dei popoli civilizzati. Benchè i Lombardi conservassero fino alla

dissoluzione della loro monarchia la costituzione libera che si erano

data; benchè il codice delle loro leggi fosse migliore assai di tutti

quelli de' popoli barbari; benchè la forma irregolare delle loro

frontiere accrescesse, proporzionatamente all'estensione dello stato, i

punti di contatto coi loro nemici, e che questa stessa irregolarità,

chiamandoli a più frequenti guerre, dovesse più lungo tempo tener vive

le abitudini militari; pure l'influenza del clima, la fecondità delle

terre, la servitù de' popoli della campagna, snervarono anco i Lombardi.

Nel tempo de' loro ultimi re non avevano più il valore de' Franchi, o

dei Tedeschi; da lungo tempo non avevano guerreggiato che cogl'Italiani

e coi Greci; e quantunque superiori a tutti, avevano pure adottato il

loro modo di combattere[26][27].

[26] I Lombardi ebbero uno storico, forse il migliore de' mezzi

tempi, Paolo Diacono, o Warnefrido. Egli scrisse in sei libri la

storia della sua nazione dall'epoca in cui uscirono dalla

Scandinavia fino alla morte di Luitprando accaduta l'anno 774. Paolo

Warnefrido fu contemporaneo degli ultimi re Lombardi, e di Carlo

Magno: visse alla corte de' suoi re, poi dell'imperatore: e

ritirossi vecchio in un convento, ove scrisse la sua storia. Lasciò

inoltre alcune opere teologiche scritte per ordine di Carlo Magno.

Le sue cose trovansi stampate nel _t. I. Rer. Ital._ Gli fu

attribuito un breve frammento che prosiegue la storia de' Lombardi

fino alla caduta di quella monarchia _t. I. p. II. Rer. Ital. p.

183_. Ma lo stile e le passioni dello scrittore lo dichiarano

affatto diverso da Paolo, e piuttosto Romano che Lombardo.

[27] In questi due ultimi § il nostro scrittore distrugge due

principj da lui stabiliti nella prefazione; 1.º che il carattere dei

popoli, le virtù, i vizj ec., non sono quasi mai dipendenti dal

clima; secondo, che le nazioni barbare stabilitesi successivamente

in Italia non cambiarono la razza de' primitivi abitanti, per

essersi, per così dire, perdute nel vortice della nazione italiana.

Sembra anzi che in Lombardia non restassero poco più che Lombardi, e

gli schiavi destinati all'agricoltura. Ma anche in questo vi è

qualche cosa di esagerato. L'avveduto lettore saprà da sè medesimo

dedurre dai fatti storici le dottrine generali: quanto è facile che

lo scrittore sostituisca i suoi principj a quelli che si deducono

dalla storia! I sistemi sono sempre pericolosi, ed il più delle

volte fallaci. N. d. T.

La lunga inimicizia de' Lombardi coi Greci e coi Romani cagionò la

caduta della loro monarchia. Luitprando aveva conquistato l'Esarcato di

Ravenna e la Pentapoli; ma i di lui successori Astolfo e Desiderio,

volendo occupare inoltre il ducato di Roma, costrinsero i Papi a porsi

sotto la protezione de' principi Francesi[28]. L'anno 755 Pipino obbligò

Astolfo a rendere, o piuttosto a promettere al Papa la possessione

dell'Esarcato, e delle provincie conquistate a danno de' Greci. Del 774

Carlo Magno, chiamato in Italia da Papa Adriano, conquistò la Lombardia,

fece prigioniere Desiderio, e si pose in capo la corona de'

Lombardi[29].

[28] Ecco la prima chiamata de' Francesi in Italia. Forse potrà

giustificarla la debolezza dei Greci; ma non potranno scusarsi i

Papi d'avere in pregiudizio dell'Impero Greco accettata la donazione

dell'Esarcato di Ravenna. N. d. T.

[29] _Annal. Bertiniani scrip. Rer. Ital. t. II. p. 498. Chron.

Reginon. lib. II. Sc. Germ. Struvii, t. I. p. 36._

Gl'Italiani risguardarono tale conquista come una nuova invasione

barbarica: se non che i talenti e le virtù di Carlo Magno compensarono

in alcun modo il brutale impeto de' suoi sudditi[30]. Questo monarca

assoggettò quasi tutta l'Italia alla sua dominazione. I Lombardi lo

riconobbero loro re, e col nome di Patrizio ebbe pure la signoria

dell'Esarcato, e del ducato romano; ed in fine anche Arigiso duca di

Benevento fu forzato di riconoscere la sua supremazia, e di rendergli

omaggio. All'Italia così riunita, diede uno de' suoi figliuoli per re,

ma il giorno di Natale dell'800 ricevette egli medesimo, per

acclamazione, dai grandi e dal popolo di Roma il titolo d'imperatore. E

per tal modo ripristinò egli l'impero occidentale che si trovò composto

di tutta l'Allemagna, della Francia e dell'Italia, la quale, benchè

dichiarata regno di suo figlio, non fu, rigorosamente parlando, che una

provincia del nuovo impero. La famiglia de' Carolingi occupò il trono

d'Italia dal 774 in cui la conquistò fino all'espulsione di Carlo il

Grosso accaduta l'anno 888.

[30] I Greci, i Romani ed i Lombardi, ci rappresentano concordemente

le armate francesi, che più volte invasero l'Italia dai tempi di

Narsete fino all'età d'Astolfo, come le più feroci di tutte le orde

nemiche.

(774 = 814) Carlo Magno, uno dei più grandi caratteri de' mezzi tempi,

non tardò ad acquistare sui suoi coetanei l'influenza d'un uomo

straniero al suo secolo. E come v'ebbero prima di lui alcuni uomini

straordinarj, che coll'energia d'un carattere mezzo barbaro

signoreggiarono un popolo civilizzato; così un uomo che ne aveva

prevenuto l'incivilimento ebbe intero dominio sui barbari per la forza

del suo spirito, de' suoi lumi, de' suoi talenti. Carlo Magno

accoppiando alle qualità del legislatore quelle del guerriero, il genio

creatore alla prudente vigilanza che conserva e mantiene gl'imperj, si

trasse dietro sulla strada della civilizzazione le nazioni allemanne, e

finchè visse le rese capaci di giganteschi passi. Con un solo legame

riunì i Barbari ed i Romani sotto un solo impero, i vincitori ed i

vinti. Finalmente egli pose i fondamenti d'un nuovo ordine di cose per

l'Europa, d'un sistema che appoggiavasi essenzialmente sopra le virtù

d'un eroe, e sopra il rispetto e l'ammirazione che ispiravano le sue

virtù.

Non si creda però, malgrado lo splendore di tante conquiste, che il

regno di Carlo Magno contribuisse alla felicità degli uomini. Carlo

Magno è colpevole in faccia all'umanità; del regno de' suoi successori;

dei più malvagi secoli della storia dell'universo, il nono ed il decimo;

delle guerre civili dei Carlovingi; delle insultanti invasioni de'

barbari; della universale debolezza; della totale sovversione

dell'ordine, e del ritorno d'una barbarie più grande assai di quella del

secolo ottavo, nel nono e nel decimo[31].

[31] Dopo Jornandes, e Paolo Warnefrido, l'Italia non ebbe per molto

tempo veruno storico che si potesse loro paragonare. Non n'ebbe un

solo sotto il regno de' Carlovingi, quando non si voglia tener conto

di Agnello abbate di s. Maria _ad Blachernas_, il quale nel suo

_liber pontificalis_ dà la storia degli arcivescovi di Ravenna.

_Scrip. Rer. Ital. t. II. p. 1_. I Francesi n'ebbero in maggior

numero: gli Annali di Fulda, di Metz, Regino, ed Eginardo furono

pubblicati dal Duchesne _Scrip. Francor._ Gli Annali Bertiniani si

stamparono dal Muratori, _Scrip. Rer. Ital. t. II. p. 490_.

Carlo Magno fondò una monarchia quasi universale, ma non ha potuto, come

i Romani, consolidarla colle successive conquiste di sette secoli, e

temprare saldamente le catene che attaccavano l'una appresso l'altra le

nazioni vinte alla vincitrice, ed identificarle di maniera le une colle

altre, che venissero a formare un solo corpo. I sudditi di Carlo Magno,

sottomessi soltanto per il corso d'una vita, erano più tosto attaccati

alla sua persona che alla sua nazione. La feroce indipendenza di que'

popoli barbari si era prostrata innanzi a lui. Durante la loro

sommissione avevano perduto lo spirito nazionale, la forma propria del

loro governo, e tutto quanto poteva porli in situazione di mantenersi o

di difendersi; ma non avevano nemmeno preso ad amare una monarchia

affatto nuova; e l'idea del diritto e della giustizia era affatto

straniera a così violente istituzioni. Invano l'autorità sovrana

determinava tra i principi le successioni e le divisioni; questa

autorità mancante della sanzione de' secoli, cedeva a fronte

degl'interessi particolari, e dava luogo alle contese dei figli di Luigi

il buono. Gli ordini civili e militari non erano rinforzati da veruno

spirito nazionale, da veruna affezione dei popoli per un governo che

aveva sovvertiti tanti altri governi: e di qui ebbero origine le

invasioni de' Normanni e dei Saraceni, di qui la debolezza di un vasto

impero popolato da valorosi soldati, e non pertanto incapace di far

fronte ai più spregevoli nemici[32].

[32] I Normanni avevano già commesse alcune piraterie su le coste

quando ancor vivea Carlo Magno, ma non incominciarono a saccheggiare

la Francia che dell'836 e 837, quando devastarono la Frisia e

l'isola di Walcheren. _An. Bert. p. 523. Herm. Cont. Chr. p. 229.

apud Struv. Scr. Germ. t. I._ — I Saraceni cominciarono a

saccheggiare le coste d'Italia l'anno 839. Carlo Magno era morto in

gennajo dell'814.

Vero è che i successori di Carlo Magno furono tutti uomini senza

talenti; ma tale è pure l'ordinario andamento delle cose, e non era da

supporsi che il conquistatore dell'Europa, il fondatore d'una nuova

dinastia, dopo un regno glorioso di quarant'anni, avesse in oltre un

successore erede de' suoi talenti e delle sue virtù. Se ciò fosse

accaduto, se due o tre uomini come Carlo Magno avessero successivamente

occupato il trono dei Franchi, la monarchia universale sarebbesi

probabilmente mantenuta; ma l'Europa avrebbe perdute le prerogative che

la distinguono: sarebbesi forse più presto civilizzata, ma sarebbe

ancora rimasta in seguito _stazionaria_ come la China, senza energia,

senza forza, senza genio, senza virtù.

Effettivamente Carlo Magno figurò solo sulla scena del suo secolo; i

suoi Paladini non esistono che ne' romanzi; tra i suoi contemporanei, e

nella susseguente generazione, non sorse verun personaggio distinto. Il

secolo che lo precedette non mancò di grandi uomini; e tutti i popoli

soggiogati da Carlo, ebbero, come i Lombardi, capi meritevoli di essere

registrati nella storia. Almeno prima di lui la metà della specie umana

non era subordinata ad un solo capo, nè mossa dal capriccio d'un solo

uomo.

(814 = 888) Morì Carlo l'anno 814, e la sua famiglia non conservò che

settantatre anni la monarchia da lui fondata. Dopo alcuni regni

vergognosi e miserabili, Carlo il Grosso, l'ultimo de' Carlovingi, fu

deposto in novembre dell'ottocento ottanta sette, e morì due mesi

appresso. La storia de' Carlovingi non appartiene all'Italia, ma a tutta

l'Europa; e noi abbiamo la fortuna di poterci dispensare dal tenerle

dietro in mezzo alle scandalose guerre de' figliuoli contro il padre,

de' fratelli contro i fratelli, che ne formano la principale orditura.

Durante questo periodo di tempo l'Italia fu alquanto meno infelice degli

altri regni subordinati ai successori di Carlo, perchè governata

ventisei anni da Lodovico II principe virtuoso, nè senza talenti, nè

privo di bravura[33]; e fu appunto specialmente sotto il di lui regno,

che l'esempio del valor francese fece rinascere l'amore delle armi, e la

riputazione della milizia italiana. Le campagne d'Italia incominciarono

allora a ripopolarsi, e le città desolate dalle precedenti invasioni

ricuperano i loro abitanti[34].

[33] Luigi II fu associato alla corona l'anno 849, od 850, da suo

padre Lotario figlio di Luigi il buono. Morì in agosto dell'anno

875.

[34] I monarchi d'Italia della razza Carlovingia furono:

Pipino sotto Carlo Magno 781=810.

Bernardo figlio di Pipino 812=818.

Luigi il buono imperatore 814=840.

Lotario suo figliuolo 820=855.

Luigi II figliuolo di Lotario 849=875.

Carlo II il Calvo 875=877.

Carlomanno figliuolo di Luigi I di Germania 877=879.

Carlo il Grosso suo fratello 879=888.

Sotto il debole governo de' Carlovingi il patto sociale perdette ogni

forza: i re nelle guerre di famiglia furono obbligati di comperare i

soccorsi dei loro sudditi coll'accordar privilegi che resero nulla

l'autorità reale. Occupati nella difesa degli stati contro i nemici

stranieri, o resi deboli dalle loro guerre civili, eransi lasciati

pregiudicare in tutte le loro prerogative, sicchè appena ne' vasti loro

stati rimaneva qualche città o castello che non avesse un altro padrone.

Le province appartenevano ai duchi o marchesi, le metropoli ai vescovi,

le altre città ai conti; il re era senza autorità, quantunque i suoi

diritti non fossero mai passati in mano dei popoli.

(888) Gli avvenimenti ch'ebbero luogo dopo la deposizione di Carlo il

Grosso vogliono essere più attentamente considerati in quanto che si

avvicinano all'origine delle repubbliche. Appartengono in oltre più

strettamente alla nazione italiana che si trovò allora di nuovo

governata da un monarca italiano. Le rivoluzioni del trono, accadute nel

periodo di sessantatre anni dall'espulsione dei Carlovingi fino

all'incoronazione d'Ottone di Sassonia, posero in movimento, fissarono

il carattere nazionale, e svilupparono quella tendenza alla libertà

repubblicana, che ben tosto vedremo prender piede nelle città.

I Lombardi avevano divisa la loro monarchia in 30 principali feudi col

titolo di ducato, de' quali dovremo parlare con maggiore estensione nel

seguente capitolo, ove tratteremo del sistema feudale. Sotto la dinastia

de' Carlovingi furono i feudi ridotti a minor numero, non già, per

quanto sembra, in forza di alcuna legge, ma o col riunire più feudi

sotto un solo padrone, oppure dividendo un ducato in molte contee.

Perciò, allorchè fu deposto Carlo il Grosso, non eranvi in Italia che

cinque o sei grandi signori a portata di comandare alla nazione e di

disputarsi il trono. I grandi feudi di cui erano proprietarj, avevano

quasi tutti indifferentemente il titolo di ducato o di marchesato. Il

vocabolo di _Mart_ indicava presso i Franchi ed i Tedeschi i confini

degli stati; ed in fatto i soli grandi ducati conservati erano posti

alle frontiere dell'Italia, affinchè il loro signore potesse, ancora

senza essere soccorso dal monarca, difendere il regno dalle straniere

invasioni.

Il più potente de' grandi feudi d'Italia era quello di Benevento,

fondato da Zenone l'anno 568, e formato di quasi tutte le province che

oggi appartengono al regno di Napoli. Nel quarto capitolo, tracciando la

storia delle repubbliche dell'Italia meridionale che furono sempre in

guerra coi duchi di Benevento, dovremo con qualche accuratezza tener

dietro alla loro dinastia. Nel nono secolo erasi questo ducato diviso in

tre principati indipendenti, Benevento, Salerno e Capoa, che poi

s'indebolirono reciprocamente con ostinata guerra. È cosa notabile, che

que' signori non facessero mai alcun tentativo per ottenere la corona

d'Italia.

Uguale moderazione manifestò Adalberto conte di Lucca e marchese di

Toscana. Quel signore possedeva la bella provincia, che pare dalla

natura destinata a formare uno stato indipendente, avendola con una

linea di montagne separata dal resto dell'Italia. Fino ai tempi di Carlo

Magno trovansi memorie di certo Bonifacio duca di Toscana[35]. I suoi

discendenti continuarono a governare quella provincia un secolo e mezzo,

e la loro corte aveva credito d'essere la più splendida e magnifica

delle feudali.

[35] _Muratori Annali d'Italia all'anno 813_. La famiglia di

Bonifacio marchese di Toscana, di cui fu ultima erede la celebre

contessa Matilde, è stata l'argomento delle più diligenti ricerche

di Muratori e di Fontanini. _Memorie della contessa Matilde_.

Di questi tempi venivano spogliati dei loro feudi i marchesi di Fermo e

di Camerino, i quali governavano le due piccole province che ancora

adesso chiamansi le Marche, e che altra volta erano i confini che i

Lombardi dovevano difendere dalle aggressioni dei Greci. Il marchese

d'Ivrea possedeva una provincia del Piemonte, che altra volta formava la

barriera de' Lombardi contro i Franchi: ma due più potenti principi

disputaronsi soli la corona; Berengario marchese del Friuli, ossia della

Marca Trivigiana, e Guido marchese di Spoleti, ossia dell'Umbria. Gli

stati del primo stendevansi dalle Alpi Giulie fino all'Adige: a lui

spettava la custodia del passaggio delle Alpi, il solo che dia facile

accesso in Italia, e quello in fatti per cui eranvi entrati tutti i

popoli barbari nelle precedenti invasioni. Berengario discendeva

dall'antica famiglia dei duchi Lombardi del Friuli; e poichè Carlo Magno

s'impadronì dell'Italia, questa famiglia aveva contratto parentado colla

casa imperiale. Berengario era figliuolo del duca Eberardo e di Gisla

sua consorte figliuola di Luigi il buono[36].

[36] _Annali di Muratori all'anno 877. t. VII. p. 215. Hadr. Valesii

Berengarius Augustus, Scrip. Italic. t. II. p. 376._

D'altra parte Guido duca di Spoleti aveva aggiunte ai suoi dominj le

Marche meno considerabili di Fermo e di Camerino, e Guido I suo Avo,

approfittando delle guerre civili ond'era travagliato lo stato di

Benevento, ne aveva acquistata gran parte, o più tosto erasene

impadronito a tradimento[37]. Guido, da tale conquista reso uno de' più

potenti principi, era originario Francese, ed alleato della real casa

de' Carlovingi, come che non se ne conosca il modo. Dopo avere

assoggettata la Chiesa Romana a molti tributi, erasi riconciliato, ed

era stato adottato da Papa Stefano V. Oltre la rivalità di potenza,

Berengario e Guido avevano altro particolar motivo di vicendevole odio.

Guido poc'anni prima era stato per ordine di Carlo il Grosso messo al

bando dell'Impero[38], e Berengario aveva accettato il non agevole

incarico di muovergli guerra, e spogliarlo de' suoi stati[39]. Questi

due principi, pari in potenza, aspirarono al regno d'Italia tostochè

l'impero di Carlo Magno s'andava dividendo fra diversi padroni.

Imperciocchè lo stesso anno che Arnolfo, bastardo della razza

Carlovingia, impadronivasi della Germania, Luigi, figliuolo di Bosone,

faceva lo stesso del regno d'Arles; Rodolfo, figlio di Corrado,

dell'alta Borgogna, ed Eude, conte di Parigi, della Francia occidentale.

[37] Nell'anno 853. _Erchempertus Hist. Princ. Long. apud Camillum

Pellegrin. c. 17. Rer. Ital. t. II. p. 241_.

[38] Si ritiene la frase straniera perchè comunemente adottata per

indicare la proscrizione dall'impero.

[39] L'anno 883. _Annales Bertiniani t. II. p. 570_.

Siccome tutti i principi d'Europa risguardavansi allora quali principi

francesi, tutte le guerre prodotte da questo smembramento assunsero il

carattere di guerre civili; guerre promosse dalla sola ambizione de'

grandi, cui il popolo non prende veruno interesse. Di qui ebbe origine,

in mezzo ad una nazione valorosa, la strana debolezza della monarchia, e

quella dissoluzione sociale che doveva alla fine ridurre tutte le città

a provvedere alla propria difesa ed a governarsi da loro.

(888 = 894) Intanto Berengario e Guido andavano sollecitando l'assemblea

degli stati, o più tosto i vescovi d'Italia, a dar loro la corona.

Questi due principi, a vicenda vincitori e vinti, comperarono, allorchè

ebbe luogo qualche rivoluzione, i voti degli elettori con novelle

concessioni; e si videro spogliare la corona di tutti i suoi privilegi,

senz'aver perciò ottenuto il sicuro appoggio dei loro partigiani. I

feudatarj abbracciavano sempre la parte del vinto, perchè il vincitore

richiedeva ubbidienza; lo che pareva loro cosa dura ed obbrobriosa[40].

[40] Guido morì l'anno 894, dopo aver portato quattro anni il titolo

d'imperatore. Lamberto suo figlio ereditò le sue pretensioni, e

portò il titolo d'imperatore fino all'anno 898 in cui morì a

Marengo, ucciso alla caccia.

(888 = 894) In sessant'anni che durarono le guerre civili, Berengario

regnò trentasei anni, prima col titolo di re d'Italia, e gli ultimi nove

con quello d'imperatore; il quale, dopo aver domati i principi della

casa di Spoleti suoi primarj rivali, rivolse le armi contro gli altri

competitori, che gli suscitarono i suoi sudditi, Luigi di Provenza e

Rodolfo di Borgogna; onde la lotta che sostener dovette per il trono,

durò quanto il suo regno; «imperciocchè, osserva uno storico quasi

contemporaneo[41], gl'Italiani vogliono aver sempre due padroni onde

contener l'uno col terrore dell'altro[42].»

[41] _Luitpr. Ticin. Historia lib. I. c. 20. Rer. Ital. t. II. p.

431._

[42] I sovrani che disputaronsi il trono d'Italia dopo la deposizione

di Carlo il Grosso fino ad Ottone il grande, sono i seguenti:

_re_, _imp._, _mort._

Berengario duca del Friuli 888 915 924

Guido duca di Spoleti 889 891 894

Lamberto figlio di Guido 892 892 898

Arnolfo re di Germania — 896 899

Luigi III re di Provenza 900 901 915

Rodolfo re della Borgogna transjurana 921 — 937

Ugo conte duca di Provenza 926 — 947

Lotario figlio di Ugo 931 — 950

Berengario II marchese d'Ivrea 950 — 966

Adalberto figlio di Berengario 950 — —

Ottone il grande re di German. 951 962 973

Il regno di Berengario, reso celebre dalle guerre civili dell'Italia, fu

pure l'epoca sventurata dell'invasione dei popoli nomadi del nord e del

mezzogiorno, gli Ungari ed i Saraceni, che pel corso di cinquant'anni

continuarono le loro devastazioni, cambiando i costumi degl'Italiani

coll'obbligarli ad adottare un nuovo sistema di difesa.

(888 = 924) La debolezza di Luigi, figliuolo d'Arnolfo re di Germania,

aprì le porte della Germania e dell'Italia agli Ungari, nazione barbara

ancor pagana, che, uscita come gli Unni dai deserti della Scizia, ne

aveva seguite le tracce per la rovina degli Occidentali, spopolando le

province, e forzando i Greci, i Bulgari, i Tedeschi, a redimersi dalle

loro devastazioni con vergognosi tributi. Questi feroci popoli furono

principale cagione che si prestasse fede all'opinione dell'avvicinamento

della fine del mondo; ed i teologi discussero gravemente la quistione,

se questi popoli erano coloro che la scrittura indicava coi nomi di Gog

e Magog[43]. Pareva che questi barbari si compiacessero di versare il

sangue umano, e non avessero le loro irruzioni altro oggetto che quello

di distruggere. Scorsero l'Italia e la Germania fino alle loro

estremità, incendiando le città aperte, e lasciando ovunque orribili

tracce del loro passaggio. Ma quantunque l'Europa rimanesse quasi

affatto abbandonata al loro furore, non fecero veruna stabile conquista:

quell'armata che aveva portato la desolazione a traverso dell'Italia

fino a Capoa, ed a traverso dell'Allemagna fino a San Gallo, dopo

essersi dissetata di sangue, si affrettava, senza che niuno la

sforzasse, di rinselvarsi nelle foreste della Pannonia, trasportandovi

le ricche spoglie che aveva raccolte[44].

[43] Una dissertazione su quest'argomento si conservava MS. nel

monastero della Novalese, citata dal Denina. _Rivol. d'Ital. lib.

XI. c. 2. t. II. p. 13._

[44] Veggansi intorno a queste invasioni _Murat. ant. Ital. Med.

Aevi Dis. I. t. I. p. 22. — XXI. t. II. p. 149. — XL. t. III. p.

675. — Luit. Tic. Hist. lib. I. c. 5. p. 428. lib. II. c. 2. e 4. p.

434. — Sigonius de regno Ital. l. VI. p. 149._

Quando accadde la prima invasione degli Ungari l'anno 900, Berengario,

cui era perfino ignoto il nome di questo popolo, e che lo vedeva

avanzarsi fin sotto le mura di Pavia dopo aver rovinata la Marca

Trivigiana, riuniva frettolosamente tutti i vassalli della corona, e

formava un'armata tre volte più numerosa di quella dei barbari, contro

de' quali si mosse. Gli Ungari spaventati, e non conoscendo ancora il

paese, ritiraronsi fino al di là della Brenta, facendo nello stesso

tempo offerte di pace, e chiedendo la permissione di ritornare senza

ostacolo ai loro focolari non portando con loro le prede che avevano

fatte. Ma Berengario, lusingato di poterli castigare in modo che più non

pensassero ad invadere i suoi stati, li forzò di venire a battaglia.

Egli non aveva abbastanza calcolata l'energia che suol dare la

disperazione, nè le segrete discordie che indebolivano il suo esercito,

e fu pienamente disfatto. Gli Ungari vittoriosi rientrarono nelle

province interne dell'Italia, che corsero senza incontrar resistenza;

perciò che la disfatta di Berengario aveva scoraggiata di maniera tutta

l'Italia, che verun capitano non ardiva porsi a fronte di così feroci

nemici[45].

[45] Luitp. Ticin. Hist. _l. II. c. 5. e 6. p. 436._

Prima di quest'epoca i Saraceni, altri barbari non meno feroci, eransi

già fortificati alle due estremità d'Italia. Avevano costoro dall'827

all'851 tolta ai Greci la Sicilia[46]. Erano di là passati nel regno di

Napoli, ov'eransi stabiliti dopo l'839; e verso i tempi in cui

Berengario salì sul trono, avevano occupate altre terre de' Latini, e

procuratisi nuovi asili. Avevano in particolare fortificato un castello,

o accampamento sul Garigliano, di dove facevano frequenti scorrerie

nella Terra di lavoro e nella campagna di Roma fino alle porte di

quest'antica capitale del mondo.

[46] I Saraceni sbarcarono su le coste della Sicilia in luglio

dell'827, come abbiamo dalla cronaca Arabico Siciliana di Cambridge,

_t. I. p. II. R. Ital. p. 245._ — Nell'anno 851 presero la città

d'Enna in cui s'era rifugiato, come nel più sicuro luogo dell'isola,

il Prefetto Greco. _Chronol. Ismael. Alemuja dad. Regis. Amani ib.

p. 251._ — Non pertanto rimasero tuttavia ai Greci poche fortezze

fino alla fine dello stesso secolo.

Altri Saraceni di diversa setta saccheggiavano il Piemonte. Una barca di

corsari musulmani sortiti dalla Spagna aveva fatto naufragio a

Frassineto presso di Nizza sulle frontiere della Liguria e della

Provenza. Questa barca, se crediamo allo storico Luitprando, era montata

da soli venti soldati, che invece di scoraggiarsi, approfittando delle

scoscese rupi su cui erano stati gettati dalla burrasca, vi si

fortificarono[47]. Le prime trincee non furono che siepi di spine: ma

trovarono questo loro asilo abbastanza sicuro per farlo centro delle

nuove piraterie sulle coste e villaggi vicini. I pirati della loro

nazione, avvertiti dai segni esposti, popolarono ben tosto il nuovo

stabilimento in modo, che osarono di avanzarsi fino nelle pianure del

Piemonte, saccheggiando Acqui: e traversando una volta il monte s.

Bernardo, s'impadronirono della città di s. Maurizio nel Vallese.

[47] Dall'861 all'896. _Luitp. Hist. lib. I. c. I. p. 425._

I Saraceni e gli Ungari tenevano lo stesso metodo di far la guerra. Sì

gli uni che gli altri non avevano che cavalleria leggiere, che batteva

il paese a piccoli squadroni senza tentare conquiste, e senza occuparsi

mai di difendersi alle spalle, o di assicurarsi la comunicazione col

grosso dell'armata. Non si prendevano maggior pensiere dei viveri e dei

foraggi, di cui provvedevansi ovunque colla violenza. La rapidità della

marcia dava loro infinito vantaggio sulla cavalleria pesante de'

gentiluomini, e sulle milizie a piedi delle città. E siccome non

cercavano di combattere, ma di rubare, evitavano possibilmente di

scontrarsi coi nemici. Non avendo altra patria che il piccolo loro

accampamento, invece di ritirarsi in faccia a forze superiori,

avanzavano il nemico in velocità, e si portavano sul di dietro a

saccheggiar le province che avrebbe dovuto coprire. Nè i re, nè i grandi

Feudatarj avevan perduto un palmo dei loro stati; ma in mezzo ai loro

dominj, un nemico che non potevano mai raggiungere, saccheggiava, quando

una e quando l'altra, tutte le loro province.

Gli Ungari spinsero talvolta le loro scorrerie fino a Capoa e fino ad

Otranto, talchè scontraronsi talvolta coi Saraceni. Frattanto questi

popoli nomadi dividevansi l'Italia; desolando (900 = 924) i primi tutto

il paese al nord del Tevere, gli altri tutte le contrade al mezzodì di

questo fiume.

Le guerre degli Ungari e dei Saraceni influirono immediatamente sulla

libertà delle città. Prima di queste incursioni erano in Italia quasi

tutte aperte e senza difesa; non prendevano veruna parte nel governo, nè

avevano milizie; ed i borghigiani godevano di troppo scarsa

considerazione perchè potessero credere d'avere una patria. Ma quando

furono ridotti a doversi difendere colle proprie forze contro un

assassinio, che stendevasi a tutta la contrada, senza che alcuna armata,

alcun ordine pubblico pensasse a reprimerlo; trovandosi abbandonati,

innalzarono a principio le mura, poi formarono le milizie, ed in seguito

le magistrature[48]. Le inferiori classi del popolo furono ancor esse

chiamate a parte della milizia e del governo, ed allora acquistarono

quella energia di carattere, che doveva farli tra poco cittadini.

[48] I Modonesi, fra gli altri, cinsero la loro città di mura verso

l'anno 900, e questi versi che trovansi in un vecchio codice della

cattedrale dovevano essere scritti sopra un muro:

_Non contra dominos erectus corda serenos_

_Sed cives proprios cupiens defendere tectos._

_Ant. It. Dis. I. p. 21_.

Per altro i popoli nomadi non influirono che colle loro ostilità a

formare il carattere degl'Italiani, non mai coll'unione loro o

coll'esempio. Gli Ungari che venivano creduti più rassomiglianti alle

fiere che agli uomini, ispiravano troppo orrore e spavento, perchè

alcuno pensasse ad imitarli, o ardisse di legarsi in amicizia[49].

Dall'altra parte i Saraceni, colonia militare dei mori d'Affrica, non si

rassomigliavano in verun modo ai sudditi civilizzati dei Califfi. Coloro

che desolarono le campagne d'Italia erano il rifiuto della nazione, non

conoscevano che l'arte della guerra, o per dir meglio dell'assassinio,

ed i loro costumi erano ancora più lontani dalla civiltà orientale, che

dai costumi de' cristiani ch'essi attaccavano. Dopo due secoli la scuola

di Salerno, il commercio col levante dei Pisani, de' Genovesi, de'

Veneziani, e le crociate, procurarono agl'Italiani ed alla loro

letteratura una leggiere tinta orientale: ma non fu che a questa più

recente epoca che si manifestò il gusto arabo. Le bande erranti

degl'Ismaeliti non v'ebbero alcuna parte: nulla avevan esse di

romanzesco o di religioso, nulla che potesse lasciare profonde tracce

nello spirito dei popoli.

[49] Gli Ungari ed i Turchi, che altra volta formavano un solo

popolo, si supponeva aver avuto origine dall'unione d'un mago e

d'una lupa. Essi compiacevansi che fosse data credenza a questa

mostruosa origine per accrescere lo spavento che ispiravano. Tale

tradizione si è conservata nelle frontiere della Turchia tra i

cristiani sudditi dell'Austria.

Il regno di Berengario, cui doveva immediatamente tener dietro una

rivoluzione, fu il più alto periodo della disorganizzazione dell'ordine

sociale. Pure questo principe non era nè di talenti sprovveduto, nè

senza virtù[50]. Benchè avesse più volte comperata la pace coll'oro,

aveva altresì spesse volte saputo conquistarla colle armi: le sue

imprese contro gli Ungari ed i Saraceni, benchè d'ordinario infelici,

sono una prova dei suoi talenti militari e del suo coraggio, come della

niuna disciplina delle sue truppe. I feudatarj che prodigavano ai loro

sovrani il titolo di tiranno, lo trovarono meno de' suoi rivali

colpevole. Tra questi il solo Luigi conte o duca di Provenza fu da lui

crudelmente trattato per delitto di fellonia. In altre occasioni diede

frequenti prove di clemenza e di generosa fiducia verso i suoi nemici:

ed un tratto di eroismo gli costò la vita.

[50] Il regno di Berengario è una delle più oscure epoche della

storia d'Italia. Le guerre civili e straniere, e l'estrema

confusione in cui era caduto lo stato, rendono difficilissimo il

poter seguire l'ordine degli avvenimenti. Molti storici del

quindicesimo secolo formarono di Berengario due diversi principi,

contando tre monarchi di tal nome invece di due. Conservasi fatto in

onore di Berengario un poema in barbara lingua latina, che gli fu

intitolato il giorno dell'incoronazione. _Anonymi Carm. Paneg. de

Laud. Bereng. Aug. Ser. Rer. It. t. II. p. 386._ Sonovi pure i due

primi libri della storia di Luitprando, scrittore della generazione

seguente.

(921) Berengario aveva felicemente terminata una lunga guerra civile, e

per la prima volta la pace regnava ne' suoi stati. Guido figliuolo

d'Adelberto marchese di Toscana, un altro Adelberto marchese d'Ivrea,

Lamberto arcivescovo di Milano, Olderico conte del Palazzo e maggiordomo

del re, Gilberto potente conte, non sappiamo di quali stati; tutti da

Berengario colmati di beneficj, e che erano a lui debitori del rango o

della sede che occupavano, o del perdono de' loro delitti, congiurarono

contro la sua vita. Offrirono la sua corona a Rodolfo re della Borgogna

transjurana, e lo invitarono a scendere in Italia. Berengario, informato

della cospirazione, credette di disarmare coi beneficj i suoi nemici.

Guido duca di Toscana, e Berta sua madre, caduti poc'anzi in suo potere,

ebbero tosto la libertà. Adelberto e Gilberto furono fatti prigionieri

da una banda di Ungari assoldati da Berengario; il primo seppe deludere

l'altrui vigilanza, e fuggì; ma l'altro dovette la propria salvezza

soltanto alla clemenza del re. Berengario marciò in seguito contro

Rodolfo, e lo vinse: ma reso dalla vittoria meno cauto, fu colto in

un'imboscata, ed interamente sconfitto. Allora Berengario fu costretto

di ritirarsi in Verona, ov'erasi più volte rifugiato prima.

L'inseguirono i congiurati, e persuasero certo Flamberto nobile

Veronese, cui l'imperatore aveva tenuto un figlio a battesimo, ad

assassinarlo.

(924) N'ebbe sentore a tempo, e chiamato innanzi a sè quel signore, gli

ricordò il proprio affetto, i beneficj accordatigli, l'enormità del

delitto, e lo scarso vantaggio che doveva ripromettersene: quindi presa

in mano una coppa d'oro: «Questa coppa, diss'egli, sia tra di noi il

pegno dell'obblìo del vostro fallo e del vostro ritorno alla virtù:

prendetela, e risovvenitevi che il vostro imperatore è il padrino di

vostro figlio.» La stessa notte per mostrare d'essere superiore ad ogni

sospetto, invece di rinserrarsi nel suo palazzo ch'era fortificato, andò

a dormire senza guardie in una casetta posta in mezzo de' giardini. La

mattina susseguente quando Berengario portavasi alla chiesa, gli si fece

incontro Flamberto con alcuni uomini armati, fingendo di volerlo

abbracciare, e lo pugnalò vilmente[51]. L'istoria non ci fece conoscere

le cagioni di così feroce odio e di tanta ingratitudine; solamente

c'informa che il primo e forse il più grande degl'imperatori italiani

non rimase lungo tempo invendicato. Milone, conte di Verona, accorse in

suo ajuto, troppo tardi per difenderlo, abbastanza a tempo per tagliare

a pezzi i suoi assassini.

[51] _Luitp. Hist. lib. II. c. 16. — 20, p. 440. e seguenti._

Nè i talenti, nè le virtù d'un sovrano potevano in questo sventurato

secolo contribuire efficacemente alla prosperità dello stato:

l'abitudine all'insubordinazione, il monarca senza mezzi di repressione,

i vassalli, deboli contro i nemici, e forti contro il proprio re, il

corpo sociale in dissoluzione, tutto era disordine e confusione. La

perfidia e la violenza avrebbero potuto mantenere un tiranno su quel

trono da cui doveva cadere un eroe.

Forse un tiranno era allora necessario alla nazione italiana per farle

sentire il bisogno di una costituzione libera. La debolezza e

l'insufficienza del potere cui era soggetta, facevanle desiderare un

governo fermo e vigoroso che la sollevasse dall'anarchia. Ella conosceva

i mali presenti dell'anarchia, e non quelli del governo che desiderava;

tal che non potendo paragonare gli uni agli altri, non s'accorgeva che,

ad uguale distanza dal dispotismo e dalla licenza, doveva chiedere la

libertà. Due anni dopo la morte di Berengario (926) si vide montar sul

trono de' Lombardi un uomo che ridusse alla più umiliante sommissione

quegli altieri feudatarj già rivali del suo predecessore, e sostituì

alla debolezza delle leggi la più sfrontata tirannia.

Costui era Ugo conte o duca di Provenza, cui gl'Italiani destinarono la

corona dopo averla tolta a Rodolfo di Borgogna[52]. Ugo era fratello

uterino d'Ermengardo marchese d'Ivrea, e di Lamberto marchese di

Toscana. Egli non ebbe più i rivali de' suoi predecessori nei duchi di

Spoleti e del Friuli, le di cui famiglie eransi estinte, o erano state

spogliate de' loro feudi nel tempo stesso che perdettero la corona. I

nobili inferiori, di cui sapeva mantener viva la vicendevole gelosia,

onde l'uno dopo l'altro isolatamente opprimerli, non potevano far argine

alla sua ambizione. Vero è che Ugo cercò invano, come vedremo in altro

capitolo, di guadagnarsi un appoggio in Roma, sposando la famosa Marozia

che n'era l'arbitra; ma la sua politica fu coronata da un più grande

successo in Lombardia. Dirigendo costantemente i suoi attacchi contro le

più distinte famiglie de' suoi stati, sacrificò l'un dopo l'altro senza

pietà tutti i grandi che potevano dargli sospetto, non perdonando

neppure a coloro che lo avevano fatto re, come suo fratello Lamberto

marchese di Toscana[53], e suo nipote Anscarro figliuolo d'Ermengardo

marchese di Spoleti e di Camerino[54]. Non risparmiava nemmeno i suoi

clienti, che ben tosto trovava troppo potenti per vivere sotto di lui, e

gli spogliava poco dopo averli arricchiti.

[52] _Luitp. Hist. lib. III. c. 3. p. 445._

[53] _Ibid. p. 451._

[54] _Ibid. l. V. c. 2. p. 461._

Nè i vescovi erano meglio trattati dei duchi, cacciando dalle loro sedi

coloro che non sapevano guadagnarsi la sua confidenza, e sostituendo

loro Borgognoni e Provenzali, che non avendo che il suo appoggio, erano

necessariamente da lui solo dipendenti[55]. Molti suoi bastardi furono

inoltre innalzati alle prime dignità della chiesa, o provveduti di

entrate ecclesiastiche, come di abbazie le sue amanti. Insomma il

patrimonio ecclesiastico era in sua mano l'oggetto d'uno scandaloso

commercio, che gli fruttava immense ricchezze. Mentre i grandi ed il

clero erano ridotti a così grande avvilimento, i signori, i conti, i

comandanti delle città, non dovevano sperare d'essere più dolcemente

trattati. Il diritto di successione ne' feudi, comecchè non si

appoggiasse ad una legge dell'impero, era però sanzionato dall'uso di

due secoli. Molti feudatarj del regno di Ugo erano stati investiti de'

loro feudi sotto il regno di Carlo Magno, ed anche sotto quella de' re

Lombardi, rimontando i diritti di taluno fino all'epoca dello

stabilimento della nazione lombarda in Italia. Ugo non ebbe verun

riguardo a questo tacito diritto, che, a dir vero, era contraddetto

dalle formole legali d'investitura, e si arrogò la facoltà di dare e

togliere i feudi, non solamente dopo la morte del beneficiato, ma anche

in vita.

[55] _Ibid, lib. IV. c. 3. p. 452._ — _Arnulph. Mediol. Hist. lib. I.

c. 3. 4. Rer. Ital. t. IV. p. 8._

Il solo ordine della nazione che forse non si lagnava, era il popolo,

non perchè meno maltrattato degli altri, ma perchè le sue sofferenze

riputavansi cose di così leggiere importanza, che gli storici non

credettero prezzo dell'opera il farne memoria. Ci dicono soltanto, come

essendosi Ugo impadronito di Frassineto, invece di cacciare da' suoi

stati i Saraceni che occupavano questa fortezza, li trapiantò nella

Marca Trivigiana onde chiudessero il passaggio ai Tedeschi; e che per

farsegli più affezionati, si astenne dal reprimere le loro violenze e

saccheggi[56].

[56] _Luitp. Hist. l. V. c. 7. p. 464._ — _Sigon. de Reg. Ital. lib.

VI. p. 160._

Sotto il licenzioso regno di Berengario e de' suoi predecessori, la

libertà cui pretendevano gl'Italiani non trovavasi garantita da un

potere nazionale indipendente da quello dei re. Il trono era il solo

centro dell'autorità, cui per altro i popoli non erano attaccati da

verun legame. Nè era per la forza della loro costituzione che i Lombardi

fossero liberi, ma bensì per la sua debolezza. Da che il tiranno ebbe

successivamente abbattuti i grandi feudatarj, ed innalzate le sue

creature ai più ricchi beneficj della chiesa, la nazione si trovò

schiava senza combattere. Per mancanza d'organizzazione politica, e non

già di carattere, non aveva in sè medesima sufficiente appoggio per

rialzarsi. Erale necessaria un'impulsione straniera, ed un soccorso

straniero per abbattere l'usurpatore.

Tale soccorso le fu dato dalla Germania. A quest'epoca, per la prima

volta, gl'interessi delle due nazioni e delle due monarchie si

frammischiarono, e tale unione portò un re sassone sul trono di

Lombardia.

Di quanti feudatarj ebbe l'Italia, un solo di questi tempi possedeva

ancora l'eredità paterna, non per favore del sovrano, ma per la sua

nascita, e per l'amore de' suoi soggetti: era questi Berengario marchese

d'Ivrea, e nipote dal lato materno dell'imperatore di questo nome. La

zia di Berengario Ermengarda era sorella di Ugo dai suoi maneggi portato

sul trono d'Italia: onde per un residuo di riconoscenza per sua sorella,

e per la fresca giovinezza del marchese, Ugo gli aveva lasciata la vita

ed il governo d'Ivrea. Per altro, da che s'accorse che gli occhi

degl'Italiani erano verso di lui rivolti (940), comprese ch'era tempo di

perderlo; e tutto dispone per rapirlo colla sua sposa e per abbacinarlo.

Berengario avvertitone segretamente, fugge con Gilla sua consorte, cui

l'avanzata gravidanza non impedì di valicare il san Bernardo, che il

tiranno credeva chiuso ancora dai ghiacci[57].

[57] _Luitp. Hist. lib. V. cap. 4. p. 462._

Ottone il grande regnava allora in Germania; il più potente come il più

magnanimo de' principi ch'eransi divise le spoglie dell'impero de'

Carlovingi. Le virtù sembravano ereditarie nella sua famiglia. Suo avo

Ottone, duca di Sassonia, era stato dalla dieta l'anno 912 dichiarato re

di Germania, ed egli aveva rifiutato tale onorificenza[58]. Suo padre

Enrico I, chiamato l'uccellatore, aveva otto anni dopo accettata la

medesima dignità offertagli dai voti unanimi de' Franchi, dei Bavari,

de' Turingi, de' Sassoni; ed egli ne giustificò la scelta con un regno

glorioso per le continue vittorie riportate sui Danesi, gli Slavi, e gli

Ungari[59]. Ottone il grande che montò sul trono l'anno 937 proseguiva

prosperamente la guerra contro i pagani, e le sue vittorie chiudevano

agli Ungari la strada dell'Occidente che avevano saccheggiato sì lungo

tempo. Il generoso monarca accolse alla sua corte il marchese d'Ivrea,

permettendogli di riunire presso di lui gl'Italiani malcontenti; e senza

soccorrerlo direttamente, gli permise di preparare quant'era necessario

per abbattere il trono di Ugo.

[58] _Contin. Chron. Regimonis lib. II. apud Istruv. Ser. Ler. t. I.

p. 101. — Herm. Cont. Chron. ib. p. 257._

[59] _Sigeberti Gemblacensis Chronog. apud Struvium t. 1. p. 811.

an. 934._

(945) Infatti la rivoluzione si eseguì colle sole armi italiane.

Berengario, seguito dalla sua piccola armata, calò in Lombardia

attraversando la Marca Trivigiana, avendogli facilitato il passaggio

delle Alpi e delle foreste il malcontento dei popoli. Di mano in mano

ch'egli avanzava s'andò rinforzando talmente la sua armata, che Ugo non

osò di affrontarla. Il marchese d'Ivrea convocò a Milano gli stati del

regno, facendoli arbitri tra l'antico ed il nuovo monarca.

Quell'illustre assemblea sentì d'aver ricuperata l'indipendenza, e per

conservarla sforzossi di stabilire l'equilibrio dei poteri tra i due

pretendenti al trono. Riconobbe re Lotario figliuolo di Ugo, e confidò

poi l'intera amministrazione del regno a Berengario[60].

[60] _Luit. Hist. lib. V. c. 12 e 13. p. 466._

Non era possibile che le cose rimanessero lungo tempo in tale stato: vi

si opponeva la mal soddisfatta ambizione di Berengario, il quale

considerando che Lotario non aveva meritato col di lui padre l'odio

degli Italiani, e che sua consorte Adelaide era adorata dai sudditi,

aveva giusta cagione di temere che la confidenza degl'Italiani

s'accrescerebbe ogni giorno per Lotario con suo pregiudizio: e

Berengario fu creduto colpevole d'aver avvelenato il giovane re per non

rimanere esposto all'incostanza del favor popolare[61]. Morto Lotario,

chiese per suo figliuolo la mano della vedova Adelaide, e cercò, ma

inutilmente, colle minacce e col trattarla duramente, di ridurla al suo

volere. Egli non s'avvide che non era più il tempo di poter assicurare

il dominio coi delitti, avendo egli col suo esempio avvertiti

gl'Italiani, che trovavasi oltre monti un vendicatore dei delitti dei re

lombardi. I popoli avevano veduta senza interesse l'incoronazione di

Berengario, i prelati sentivano pietà d'Adelaide, i grandi temevano un

despota nel re senza rivali. Di comune accordo ebbero ricorso ad Ottone

il grande, supplicandolo di liberar l'Italia da quello stesso re,

ch'erasi presentato come suo liberatore.

[61] _Luit. ibid. c. 4. p. 463._ — _Frodoardi Chron. apud Murat. Ann.

ad an. 950. t. 8. p. 58._ — La storia di Luitprando termina a questa

rivoluzione; ciò che lascia in una perfetta oscurità il breve regno

di Berengario II.

(951) Il grande Ottone entrò di fatti in Italia l'anno 951. La regina

Adelaide che dal castello posto sul lago di Garda in cui era custodita

strettamente, aveva potuto rifugiarsi nella fortezza di Canossa, divenne

sposa d'Ottone, e fu dopo morte ascritta al ruolo de' beati. Giunto

Ottone a Pavia senz'ostacolo, vi fu coronato re de' Lombardi; ma,

richiamato in Germania dopo pochi mesi dalle guerre civili e dalle

invasioni straniere, Berengario ne approfittò per pacificarsi con un

rivale così forte. Egli si presentò in Augusta ad una dieta di Tedeschi

con suo figliuolo Adelberto, che aveva pure il titolo di re de'

Lombardi, e fece omaggio della sua corona ad Ottone, che riconobbe per

suo superiore; fece cessione della Marca Trivigiana, e con ciò del

passaggio d'Italia ad un duca tedesco; e sotto la protezione del re

sassone regnò ancora qualche tempo in Lombardia[62].

[62] _Contin. Regin. Chron. l. II. p, 106. Scrip. Ser. Struvii. t.

I. — Herm. Contr. Chron. p. 261. ib, — Sigeberti Gemblacensis Chronog.

p. 815. ib._

Ma mentre Ottone ristabiliva la pace in Allemagna, e batteva sul Lech

gli Ungari in modo che non furono più in grado di pensare nè alla

Germania nè all'Italia, i signori italiani lo dichiaravano arbitro di

tutte le controversie col loro re. Avevano essi, o credevano d'avere

giusti motivi di querelarsi; onde Ottone, mosso dalle loro preghiere, e

da quelle del papa, dopo aver loro mandato in soccorso uno de' suoi

figliuoli, del 961 intraprese egli medesimo per la seconda volta la

conquista d'Italia. Niun ostacolo s'oppose alla sua marcia. Dopo essere

stato di nuovo incoronato a Pavia, ricevette in Roma la corona

dell'impero dalle mani di Papa Giovanni XII; e con un lungo assedio

prese in fine la fortezza di s. Leo al conte di Montefeltero, ove fece

suoi prigionieri Berengario e sua moglie, che mandò a Bamberga, ove

quest'illustri esiliati terminarono i loro giorni. Costrinse il loro

figlio Adelberto a rifuggirsi presso i Greci, e consumò la riunione

dell'Italia all'impero germanico.

Veruna rivoluzione non ebbe mai una più notabile influenza sul carattere

d'una nazione, sulla sua costituzione, e sui futuri destini, quanto

l'unione delle due corone di Germania e di Lombardia n'ebbe su

gl'Italiani. Se i monumenti storici del decimo e dell'undecimo secolo

bastassero per ordire da quest'epoca l'istoria delle città italiane, è

dal regno degli Ottoni che io vi avrei dato cominciamento: imperciocchè

le città riconobbero dalla munificenza e dalla politica di questi

principi la loro costituzione municipale, ed i primi germi dello spirito

repubblicano. Fu l'allontanamento della corte sovrana che gli abituò

all'indipendenza; e finalmente, dopo spenta la famiglia degli Ottoni, le

guerre tra i principi che aspiravano alla corona addestrarono le città

alle armi, dando loro facoltà di combattere sotto le proprie insegne.

Forzati dall'aridità degli storici che ne servono di guida, a lasciare

tra l'ombre questi tempi troppo imperfettamente conosciuti, proseguiremo

ne' susseguenti capitoli ad indicare solamente l'influenza delle grandi

rivoluzioni della monarchia sulla costituzione nazionale, ed i costumi

del popolo. Raccoglieremo in seguito separatamente le poche notizie che

ne rimangono intorno ad alcune repubbliche, la di cui libertà risale ai

tempi di cui abbiamo ora rapidamente percorsa la storia, e non

incominceremo che col dodicesimo secolo ad analizzare l'interno ordine

delle città, per seguitare da vicino e con circostanziato racconto i

generosi loro slanci verso la libertà.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16) · 第 7 / 18 题