XXVIII.

In alto d'una piccola collina, verso la frontiera, c'è un piccolo

villaggio, il quale, all'epoca della nostra storia, possedeva ancora

una posta di cavalli. Nessuna linea invaditrice di strade ferrate

s'era spinta tuttavia sin là a togliere ai poveri quadrupedi il

privilegio di sobbalzare i pochi viaggiatori che di quando in quando

passano anche adesso per quella strada, per lo più affatto deserta.

Appena superata la salita s'entra nel villaggio, e lì a capo c'è

subito un gran casone bianco, con una spianatella dinanzi da cui si

domina maravigliosamente la strada che si contorce al disotto sulla

falda del colle e la pianura che si stende a' suoi piedi.

Sopra il portone della casa un'insegna di latta verniciata che

strideva al vento continuo che soffia dai monti, portava scritta,

sotto un corno da caccia dipinto, la leggenda: _Albergo della Posta_.

La strada postale traversa per lo lungo la via maestra del villaggio,

e poi comincia, a poca distanza da questo, un'altra salita che si

caccia in una gola delle montagne, le quali si drizzano sublimi e

solenni a limitar molto presso l'orizzonte.

Tempo addietro quel passaggio era frequentatissimo, e le scuderie

della locanda albergavano buon numero di cavalli a cui l'accorrenza di

viaggiatori non lasciava troppo lungo il riposo, e il locandiere non

aveva grand'agio da stare, com'era al momento di cui vi parlo, sulla

soglia della sua casa, le mani dietro le reni, il berretto negli

occhi, l'aria di cattivo umore, sbadigliando inoperoso.

E sì che lo avrebbe dovuto rallegrare l'inopinato arrivo di due

viaggiatori che si trovavano appunto nello stanze superiori; un

signore ed una signora, de' quali il primo aveva detto si sarebbero

fermati per riposarsi un'ora. Ma che valeva ci fossero codestoro, se

avevano rifiutato di prendere la menoma refezione, defraudando così il

povero locandiere dell'onesto guadagno ch'egli aveva già immaginato di

fare sulle loro borse?

Vi dirò subito che quei due viaggiatori erano Orsacchio e sua moglie.

Sapete già come e perchè essi viaggiassero sempre per le strade meno

frequentate e con che sollecitudine il marito volesse ora portarsi

colla povera Gina fuori Stato. Non vi stupirete quindi nel trovarli in

questo rimoto villaggio, fermi per un'ora soltanto, affine di

riposarsi, come ne avevano assoluto bisogno, e riprendere poi la loro

rapida corsa, che meglio sarebbe chiamar fuga addirittura.

Nella scuderia c'erano giusto due buscalfane, alte, magre, sfiancate,

che mangiavano la profenda con dente affamato ed aria triste per aver

l'onore di fare di lì a poco una trottata sino all'altra posta a

benefizio degli inaspettati viaggiatori.

Gina, poichè la era stata spiccata da quel luogo a cui aveva posto

affezione, pareva scema del tutto e si lasciava regolare come un

bambino, senza volontà, senza forza, senza parola. Il marito,

facendola entrare in una delle camere di quella locanda, le aveva

detto:--Sedete; ed ella si era seduta. Quando egli fosse venuto a

comandarle:--Sorgete e seguitemi; ed ella ciò avrebbe fatto colla

stessa indifferenza. Ogni sensitività, come ogni intelligenza, pareva

non che smussata, distrutta in lei.

Tre quarti d'ora dopo l'arrivo d'Orsacchio e di sua moglie,

l'albergatore, che v'ho detto star sulla porta inoperoso ed

ingrognato, ebbe ragione di stupirsi molto e di rallegrarsi alcun

poco, vedendo nella pianura che si distendeva sotto quella collina,

sulla strada che conduceva al villaggio, un'altra carrozza che veniva

al trotto serrato di due cavalli cui la sferza del postiglione

sollecitava, proprio come se colla loro rapidità avessero da

guadagnargli una buona promessa mancia.

Il fatto era così straordinario che il buon ostiere si fregò gli occhi

due o tre volte, prima di credere alla loro testimonianza. Era da anni

ed anni che non aveva più visto il miracolo, che due carrozze in un

giorno passassero per quel villaggio.

La carrozza intanto aveva lasciato il trotto pel cominciare della

salita, che a giri tortuosi menava alla spianatella dell'albergo.

L'oste, il quale figgeva su quel legno l'occhio che uccel grifagno

figge sulla preda, vide la testa d'un uomo farsi fuori dello

sportello, come per guardare qual fosse la cagione di quella nuova

lentezza, poi volgersi al postiglione, e certo invitarlo a più

frettoloso andare, poichè quest'ultimo con una mezza dozzina di buone

sferzate obbligava le povere bestie, che apparivano stanchissime, a

sollecitare il passo su per l'erta.

Appena fermo il calesse innanzi la porta dell'albergo, quell'uomo, il

cui capo l'oste aveva visto porgersi in fuori dello sportello, saltò

giù. Era solo. Giovane, pallidissimo, le chiome arruffate, le

sembianze turbate, gli occhi inquieti ed incavati come chi da qualche

tempo non riposa ed è in continuo disagio o per fatica fisica o per

passione morale o per l'una e l'altra insieme.

E' si rivolse tosto all'oste, il quale gli era mosso all'incontro e

l'accoglieva con profondi inchini:

--Un boccon di colazione, disse, e presto. Fra mezz'ora al più voglio

ripartire.

--Sì, signore, come comanda: rispose il locandiere raddoppiando i suoi

inchini.

Il viaggiatore s'avviava per entrar nella casa; intanto il

postiglione, sceso di sella, erasi sollecitato a staccare i cavalli ed

aiutato da un mozzo venuto fuori al rumor della carrozza, in un attimo

s'era fornita la bisogna. Il postiglione, col suo cappello di cuoio in

mano, arrestò il giovane viaggiatore e gli chiese la mancia.

Il nuovo arrivato trasse di tasca il portamonete e vi prese dentro del

denaro; ma in quell'atto un'idea parve sovraccoglierlo.

--Voi volete tornare indietro subito? dimandò al postiglione.

--Signor sì: questi rispose.

Il viaggiatore si volse all'oste.

--Ci avete bene dei cavalli qui?

--Ne abbiamo due, cominciò a risponder l'oste; ma il postiglione che

ebbe tosto compreso tutto il pensiero del viaggiatore interruppe:

--Tanto e tanto con queste mie povere bestie non si potrebbe far più

un'altra posta. Appena se le avranno abbastanza di forza da tornarsene

a casa.

Il giovane non soggiunse più parola, diede la mancia al postiglione ed

entrò nell'albergo.

Sedette ad una tavola vicino alla finestra, a pian terreno; e mentre

stava aspettando, appoggiati i gomiti al desco e il mento nella palma

delle mani, si diede a guardar giù nel piano dove serpeggiava la

strada per cui egli era venuto. Ma parve che tosto un interno forte

pensiero sorgesse a dominarlo e lo distogliesse dalle cose

circonvicine, per portare la mente chi sa in quale regione, poichè il

suo sguardo si fece fiso e senza luce come quello d'occhio che non

vede, la fronte gli si annuvolò e le guancie gli si contrassero come

se fosse assorto in una profonda e dolorosa meditazione.

Ne lo riscosse l'oste, il quale venne a mettergli innanzi

l'asciolvere. Il giovane viaggiatore accennò volersi dar tutto a

codesta occupazione; si rassettò di meglio al desco, e volse un'ultima

sguardata a quella vista di paese che gli appariva dalla finestra.

Parve ci vedesse alcun che di spaventoso, poichè diede in un sussulto

e le sue sembianze si turbarono forte. Si mosse di subito come dietro

impeto irriflessivo, per levarsi e partirne; ma si trattenne, facendo

forza a sè stesso, guardò con occhio irrequieto l'oste, e poi di nuovo

la campagna, e sforzandosi a parer calmo, disse:

--Sarà bene che incominciate a far attaccare i cavalli alla mia

carrozza.

L'oste si grattò dietro l'orecchia tutto impacciato.

--Signore, balbettò egli, ci ha bene, come ho detto, due cavalli, ma

il guaio è che....

--Che cosa? interruppe vivamente il giovane, di cui lo sguardo pareva

non potersi più spiccare da ciò che stava mirando nella sottoposta

pianura.

--Che sono già allogati ad un viaggiatore arrivato prima di lei, e che

sta per partire a momenti.

Il giovane gittò là bruscamente la salvietta e si levò di scatto,

tutto turbato.

--E non ce ne sono altri?

--Signor no.

Il forastiero guardò nuovamente giù nella campagna, poi pigliando

l'oste pel braccio e traendolo seco nel cortile, soggiunse:

--Conviene assolutamente ch'io parta subito. Quel signore non può

certo aver tanta fretta quanta ho io. Qui ci sono due napoleoni d'oro

per voi, se fra due minuti io posso partire.

E senza aspettare fece scorrere nella mano del locandiere le promesse

monete. Siffatto argomento persuase affatto quel brav'uomo che si pose

egli stesso con molto zelo ad aiutare lo stalliere nell'opera

dell'allestire i cavalli.

Il viaggiatore uscì sulla spianata, e tornò a guardar giù con ansietà.

Due carabinieri a cavallo erano giunti appiè della collina e

cominciavano a salir lentamente su per l'erta che menava al villaggio.

Questo viaggiatore ho io bisogno di dirvi chi fosse? Era Gustavo

Pannini perseguitato già dal rimorso e dalla paura dell'umana

giustizia. Partitosi, come vi ho narrato, con un treno di ferrovia,

non aveva tardato a pentirsi d'aver scelto questo mezzo di fuga:

troppe erano le persone che ci s'incontravano. Alla prima stazione

abbandonò quella strada e quella direzione, e si diede a studiare come

farla, camminando solo traverso la campagna. Stabilì, nel primo luogo

in cui ciò gli fosse possibile, di procurarsi una carrozza e di

affrettarsi con essa, per istrade meno usate e più fuori mano, verso

la frontiera.

Giunse appunto in una piccola città in cui gli venne fatto di eseguire

il suo disegno. Comprò un paio di pistole, risoluto in ogni caso,

prima ad uccidersi che cascar vivo nelle mani della giustizia; si

procurò un calesse da viaggio, e via con tutta la rapidità che gli

concedevano le strade e i mezzi di trasporto: ed ecco di qual guisa

era arrivato quel mattino al villaggio, dove, spinto da ragioni presso

che le medesime, colla medesima intenzione era già Orsacchio.

Questi stava appunto per chiamar l'oste ed ordinargli attaccasse i

cavalli, quando udito lo scalpitar di questi nel cortile, si fece alla

finestra e vistili usciti dalla scuderia coi fornimenti si persuase

che si allestisse la carrozza di lui alla partenza. Fece quindi levare

la povera Gina, e con essa discese le scale e s'avviò fuori del

portone sulla spianata, dove in vero una carrozza da viaggio stava

bella e pronta a partire.

Ma colà giunto Orsacchio s'avvide che la carrozza non era la sua, e

che un altro viaggiatore sollecitava gli stallieri che finivano di

attaccare i cavalli. Si volse all'oste aggrottando in modo molto

minaccioso le sopracciglia.

--Non è dunque per me che si allestiscono questi cavalli.

L'albergatore si inchinò molto impacciato.

--Signor no: rispose.

Orsacchio proruppe con violenza:

--E per me, quando si vuole aspettare? L'ora che avevo detta è

passata. Fuori altri cavalli e si attacchino subito al mio legno.

Il locandiere si fece piccin piccino, si curvò nelle spalle con aria

desolata e confessò che di cavalli non ce n'erano altri che quelli.

Orsacchio dalla collera divenne rosso come un tacchino. S'aggiunse che

in quella il suo occhio corse a caso giù per la scesa della strada e

ci vide i due carabinieri che ne avevano già superato un buon terzo.

Anche a lui premeva sfuggirli, ancor egli aveva buone ragioni per

credere cercassero di lui; lasciò Gina là dove si trovava e corse da

Gustavo che stava appunto per salire nella carrozza.

--Signore, questi cavalli erano promessi a me: diss'egli bruscamente,

arrestandolo pel braccio; ed io ho fretta di partire.

Gustavo fece a sciogliersi dalla stretta d'Orsacchio, ma nol potè.

--Anch'io ho fretta, rispos'egli. Mi lasci andare... Che modo è

codesto?

Orsacchio colla coda dell'occhio vedeva i carabinieri avanzarsi sempre

più.

--Le dico che non sarà lei a partire, ma io...

Anche Gustavo osservava con ansia l'avvicinarsi sempre più degli

agenti della forza pubblica.

--Signor no: interruppe egli col tono di uomo risoluto a tutto. Mi

lasci, o guai per lei!

E con uno strappo si liberò dalle mani di Orsacchio e saltò nel legno;

ma Orsacchio lo prese ai panni.

--Mi lasci, urlò di nuovo Gustavo che vedeva i carabinieri sempre più

presso.

--No, rispondeva con pari accanimento Orsacchio spinto dalla ragione

medesima: no per Dio!

--Avanti! gridò Pannini al postiglione, il quale già in sella, la

frusta in mano, stava rivolto a veder quella scena: avanti... e di

galoppo.

Il postiglione accennò colla frusta ad Orsacchio che era mezzo nella

carrozza colla sua persona.

--Vuole ch'io schiacci questo signore?

E Gustavo, quasi fuor di sè, lottando sempre a respingere Orsacchio:

--Due napoleoni se tu parti tosto di galoppo.

--Quattro, gridò il marito di Gina furibondo, se tu scendi da cavallo.

Il postiglione pareva infradue senza sapere a quale obbedire.

Gustavo guardò nuovamente giù della scesa; il suo aspetto si sconvolse

vieppiù; gli occhi balenarono; trasse di tasca le sue pistole e le

appuntò al petto d'Orsacchio.

--Si ritragga o sparo.

Orsacchio, invece d'arretrarsi, tentò abbrancare le canne delle

pistole. Un colpo partì: vi rispose un grido soffocato. Gustavo fu

libero; sorse in piedi, s'abbrancò al piccolo schienale del seggiolo

del cocchiere e puntando la pistola al postiglione, gli gridò:

--A te ora... di galoppo o ti spacco il cranio.

Orsacchio era caduto sanguinoso; a quello sparo, a quella vista, Gina

si riscuoteva tutta, mandava un urlo e si rappiattava spaventata

contro la parete della casa. L'oste sul ciglio della spianata chiamava

colla voce e coll'agitar delle braccia i carabinieri, i quali

all'udire quel colpo avevano alzato la testa e stavano guardando qua e

là per vedere che fosse. La carrozza partiva di gran galoppo.

Pochi istanti dopo, i carabinieri, i quali ai cenni dell'oste avevano

sollecitato il passo delle loro cavalcature, giungevano sul luogo.

Orsacchio era morto sul colpo. Gina dalla vista di quel sangue era

mandata in una di quelle crisi che l'assalivano di quando in quando. I

carabinieri, udito sommariamente il fatto, cacciarono gli speroni ne'

fianchi ai cavalli, e via di gran corsa dietro la carrozza di Gustavo,

la quale era già sparita al fine della strada che attraversava il

villaggio.

La carità del prossimo · 第 31 / 35 题