XXVII.

Sono passate oramai ventiquattr'ore da che Vanardi è uscito per

disperato di casa sua, e Rosina non l'ha più visto ritornare. Nella

buona donna, di cui vi ho già detto più volte che l'indole era

eccellente, non aveva tardato molto a svanire del tutto la collera che

l'aveva spinta alle troppo male parole contro il marito; onde la s'era

pentita forte, e la paura l'aveva assalita potentissima che Antonio,

irritato di soverchio, non ponesse in atto la minaccia di tornar più.

La notte angosciosa ch'ella passò nella vana attesa del marito aveva

servito sempre meglio a macerarle per così dire l'animo ed ammollirne

la tempra. Quando la prima luce del mattino la sorprese, levata

ancora, tutto freddolosa, gli occhi rossi dal piangere, il pentimento

l'aveva così conquisa ch'ella proponeva, giurandolo a sè stessa,

d'essere d'ora innanzi pel marito una vera pasta di zuccaro.

Verso le dieci, ella ode il rumore di parecchi passi nel corridoio

delle soffitte; alza vivacemente la testa; ma sono in più, e con chi

verrebbe egli Antonio, se fosse lui? Richina la testa scoraggiata;

eppur sì, tutti quei passi si sono fermi all'uscio del camerone. O

cielo! ci picchian dentro. Un forte palpito la colse. Fosse avvenuta

disgrazia ad Antonio! e glie lo recassero allora sanguinoso, ferito,

morto? Si ripeteva il picchiare. Rosina andò ad aprire, e si trovò in

faccia quattro uomini sconosciuti, vestiti di nero. Erano il

segretario della giudicatura, uno scrivano, un usciere ed un pubblico

estimatore che venivano, dietro sentenza del giudice, sulle istanze di

Marone, a _procedere agli atti esecutivi in odio_ di Antonio Vanardi.

Rosina all'annunzio che glie ne diè il segretario, sentì mancarle il

cuore: sola com'è, vedersi prendere le poche robe e cacciata fuori di

casa coi bimbi!... Si mise a pregare, scongiurare piangendo; e il

segretario intenerito le dichiarò con evidente rammarico che la

volontà del bigotto padrone di casa era irremovibile, e che a loro non

toccava che fare il dover loro.

Ma s'era appena incominciato, quand'ecco un susurro nel corridoio di

gente che veniva, e poi tosto entrare una frotta, a capo la quale

erano Selva, lo speziale Agapito, il filantropo Salicotto, la

portinaia e suo figlio, e dietro loro il pizzicagnolo della strada, il

panattiere, il carbonaio, tutti i creditori di Antonio, e quasi tutti

gl'inquilini della casa.

Ed ecco come avveniva che tutta quella gente fosse lì.

Messer Agapito, si teneva sul passo della porta di sua bottega,

secondo il solito. A dire tutto il vero, la noia lo possedeva e lo

faceva sbadigliare. Da parecchi giorni era succeduto un cambiamento

nella sua vita che non tornava affatto a suo vantaggio: al vecchio

egoista mancava qualcheduno da tormentare. La partenza di Anna gli

aveva tolto un docile soggetto e sempre lì sotto mano da punzecchiare

ad ogni volta gli saltasse mattana: e ciò lo crucciava molto, il

brav'uomo ch'egli era.

Tornato a casa quel dì, e trovato in luogo della nipote un biglietto

che lo avvisava essere ella decisa a levargli il fastidio e il peso

della sua carità per essa, e volersi restituire al villaggio a vivere

miserissimamente del suo lavoro, Agapito aveva incominciato per

gridare all'ingratitudine ed alla perversità di quella bertuccia, per

cui egli aveva fatto cotanto; poi tosto se n'era anzi rallegrato,

dicendosi che la era un carico per lui, che la non era buona da

niente, e tanto meglio l'esserne disimpacciato. Ma ecco che a luogo di

Anna era pure stato costretto a prendere una fante; e questa conveniva

pagarla, per quanto meno egli volesse spendere, sempre di più della

nipote, a cui non dava la croce d'un centesimo: e la serva non era

acconcia a soffrire tutti gli umori e tutte le mattie del vecchio

speziale, ma alle aspre di lui parole rimbeccava di santa ragione, e

per poco egli volesse imporne la era subito pronta a piantarlo in

asso, senza più un cane che lo servisse. Epperò egli nel suo segreto

di belle volte lamentava già non poco la mancanza dell'_ingrata_

nipote, e andava macchinando come richiamarla all'ovile.

Ed erano di cotali pensieri che gli frullavano nella mente quella

mattina di cui vi discorro; quando Selva presentatoglisi tutto turbato

nel volto, disse che veniva appunto in cerca di lui, desiderando

parlargli.

Messer Agapito, tutto ingrognato, senza pur tentare di fare il menomo

gioco di parole, in tono grave, senza offrire a Giovanni d'entrare in

bottega, pescò nella sua tabacchiera di corno una presa, e rispose

esser pronto ad ascoltare.

Selva non mostrando d'accorgersi punto punto di queste maniere disse:

--È egli molto tempo ch'ella non ha visto il mio amico Vanardi?

Lo speziale diede in un leggier guizzo e i suoi occhi corsero

interrogativi e dubitosi sulla faccia di Giovanni. Dopo quella sua

certa scena colla moglie d'Antonio gli era sempre rimasto nell'anima

un salutare timore verso quest'esso ed ogni cosa che venisse da lui.

Rispose adunque con una certa diplomaticheria:

--Io?... Ma!... Non saprei nemmanco. Questa mattina certo di no...

Perchè mi domanda ella codesto?

--Perchè? riprese Giovanni con faccia sempre più contristata, perchè

temo una grande disgrazia.

La curiosità dello speziale fu sovreccitata di presente.

--Oh! esclamò egli cogli occhietti accesi e porse a Selva la scatola

aperta. Che cosa mai? che cosa mai? È accaduta qualche novità?

--Lei è un uomo di molta prudenza.

Agapito levò in alto la sua mano destra col pizzico di tabacco fra il

pollice e l'indice.

--Epperò ho voluto consigliarmi con lei: continuò Selva.

--Dica pure. Eccomi qua tutto ai suoi comandi. Che cosa è arrivato?

--Ella sa le misere condizioni di quel povero Antonio.

--Eh, eh! fece lo speziale, strabuzzando degli occhi, crollando la

testa ed agitando la mano.

--Ebbene, la miseria ha mandato quell'infelice a un disperatissimo

partito.

Agapito fece un piccol salto indietro.

--Misericordia! sclamò egli; ne ha commessa alcuna di grossa....

--Si è ammazzato.

Lo speziale mandò un grido di stupore.

--Ammazzato!?

--Tutto me lo fa credere....

Agapito senz'altro, aprì l'uscio a vetri della bottega e chiamò i

garzoni.

--Martino, Giannello, la sapete la novità? Oh che caso! oh che

caso!... Ne son tutto rimescolato... Chi l'avrebbe mai detto?

--Che è? che è? domandarono i garzoni venendo fuori.

--Il pittore Vanardi s'è ucciso.

Oh! Ah! esclamazioni da non dirsi.

La portinaia usciva in quella dalla casa.

--Ucciso chi? domandò ella accorrendo.

Poichè le fu risposto ella gridò e schiamazzò per cinquanta. Bastiano

suo figlio, venuto fuori anche lui ed udita la novella, corse a

propalarla nelle botteghe vicine: tutti accorrevano al fondaco dello

speziale.

--Il pittore! Ucciso? Possibile! Come? Quando? Perchè? Povero diavolo!

Povera moglie! Poveri bambini!

In un momento la strada fu tutta sossopra e già a piovere

interrogazioni e commenti intorno a Giovanni, che ottenuto poscia un

po' di silenzio ebbe campo finalmente ad esporre il fatto.

Narrò come la mattina precedente avesse ricevuto una lettera

dall'amico in cui questi diceva, che disperato aveva risoluto finirla

con un gran colpo e torsi alla sua miseria ed alla vista di quella de'

suoi: gli raccomandava pertanto la sua famiglia nell'atto che gli

mandava quell'ultimo addio. Selva, datosi premura di cercare di

Antonio sparito di casa, non aveva potuto raccogliere altra notizia

fuor quella che il misero era stato visto gironzare sulla sponda del

Po.

--Vi si è buttato: interruppe a questo punto Agapito; la cosa è

chiara. Precisamente come quell'altro di cui parlava il giornale

quindici giorni sono... Anzi, mi ricordo che son io che glie ne ho

dato da leggere la pietosa novella, la quale gli fece tanta

impressione che volle gli lasciassi quel foglio... che poi non mi ha

più restituito.

--È certo, disse uno, che da qualche tempo egli aveva un'aria affatto

sconvolta.

--Ci si vedeva in viso, aggiunse un altro, che macchinava qualche

doloroso proposito.

--Poveretto!

Fu un alto levarsi di compianto: il fornaio medesimo, lo stesso

pizzicagnolo, perfino il carbonaio, uno de' più accaniti fra i

creditori d'Antonio, protestarono che a preferenza vorrebbero

rinunziare ad ogni loro credito verso il misero pittore che udire una

siffatta disgrazia.

Ed ecco, mentre più fitto era il capannello e più animate erano le

chiacchiere, sopraggiungere un altro personaggio ad interrogare che

fosse: niente meno che il filantropo, democratico, socialista cavalier

Salicotto. Le esclamazioni ch'egli fece e i sermoni ch'ei ne tolse

occasione a tirar giù contro i ricchi e le ingiustizie sociali, non ve

li ripeto per non infastidirvi; ma vi basti sapere ch'ei ne ottenne

gli applausi e l'ammirazione di tutta quella poveraglia là radunata,

la quale, per la maggior parte, vedeva nelle miserie del pittore poco

su poco giù le proprie.

Quando s'era sul migliore di questi compianti, quando la compassione

era giunta al suo apogeo, ecco entrar nel portone della casa i quattro

uomini vestiti di nero che abbiamo già veduto penetrare nell'alloggio

di Vanardi. La portinaia li riconobbe per quel che erano, e indovinò

quello per cui venivano; e figuratevi se la poteva rimanersi dal

dirlo! Allora fu un susurro pieno di minaccie e d'improperii contro

quel bigotto impostore, baciapile e succiapoveri di Marone, a cui

accollavano ogni peggiore appellativo: e tutta quella gente, la quale

mezz'ora prima, per avere il fatto suo, avrebbe voluto fare il

medesimo a danno del povero Antonio, ora pareva pronta, in difesa

della famiglia di lui, a qualunque partito anche violento.

Ad un tratto, come per un'idea nata simultaneamente in tutte quelle

teste, si gridò da ogni parte:--Andiamo su; conviene impedire una

tanta infamia; difendiamo quegli innocenti.

E come per una spinta possente, tutta quella massa s'avviò verso le

soffitte della casa di Marone. Il rumore di essa che saliva chiamava

sulle porte ad ogni ripiano i casigliani; s'interrogava, si

rispondeva: la curiosità, la pietà, l'indignazione accrescevano la

frotta, e di questa guisa giunsero, come vi dissi, nella stanzaccia

del pittore.

--Che cosa c'è? domandò il segretario stupito, e poco tranquillo di

quella invasione. Salicotto s'avanzò e cominciò un bel discorso in cui

Marone era acconciato pel dì delle feste: ma Rosina, che si stava

abbandonata e come sbalordita in un angolo, serrando a sè i suoi

bambini, sollevò la testa, vide Giovanni Selva, e di botto, con impeto

disperato, si slanciò verso di lui gridando:

--E mio marito? Dov'è? Che cosa è di lui?... Ditemelo per amor di Dio.

Quest'atto, queste parole, e l'accento con cui furono pronunziate,

commossero tutti.

--Cara signora Rosina, rispose Giovanni non senza imbarazzo ed

osservandola bene: io veramente non so bene... credo che suo marito

starà assente qualche tempo...

Messer Agapito frattanto s'era accostato al segretario e gli disse a

mezza voce in aria di mistero:

--Lasci tranquilla questa povera famiglia: il misero Vanardi è morto.

In altri momenti, altre parole, la Rosina non avrebbe udite; ma a quel

punto la terribile frase giunse chiara e precisa al suo orecchio. Essa

gettò un grido straziante e corse allo speziale.

--Morto!... Mio marito?... Lei lo ha detto... Lei lo sa!... O mio

Dio!... Mi dica tutto... mi dica il vero.

Agapito era più imbrogliato che un gatto nella stoppa; si strinse

nelle spalle, nicchiò, balbettò, si grattò il naso e finì per dire che

egli lo aveva inteso da Selva.

Allora Rosina tornò da quest'ultimo ansiosa, affannata, tremante,

disfatta nelle sembianze, come persona che attende sentenza di sua

vita o di sua morte.

Giovanni, all'aspetto di quel dolore, parve sentire un pentimento e

stette un poco in bilico, non sapendo come farla; poi rispose

esitando:

--Coraggio!... La non si disperi così... La cosa non è affatto

sicura... ho delle buone speranze che non sia...

La donna si abbandonò tutta al suo dolore. Strinse a sè i suoi piccini

e si diede a singhiozzare con tanto tormento che era una pena il

sentirla.

--Signori, disse il segretario, io non domanderei di meglio che

lasciar in pace questa sventurata famiglia: ma come si fa? Ho il mio

dovere da eseguire...

Lo speziale saltò in mezzo, il naso illuminato da una buona idea.

--Signori, signori, gridò: qui c'è un ingordo padron di casa che vuol

essere ad ogni modo pagato... Ebbene, propongo che si faccia una

colletta per pagarlo noi...

--Sì, sì! fu gridato da ogni parte: facciamo una colletta, e tutte le

mani corsero al borsellino.

Ma in questa una voce trafelata ed ansiosa si fece udire di dietro la

folla, gridando:

--Largo, largo, per carità.

Ed un uomo, facendosi dare il passo a spintoni, penetrava nella camera

e dirigendosi di botto al segretario, diceva:

--Faccia grazia, sospenda tutto; son qua io, pago tutto io.

Era il droghiere, zio e padrino d'Antonio.

Quella mattina questo signor zio aveva ricevuto per la posta dalla

città una lettera, la cui scrittura gli era affatto sconosciuta.

Apertala e lettala, gli si offuscò la vista, gli si misero a tremare

le gambe, e un forte pallore gl'imbiancò subitamente la faccia.

In quella lettera Giovanni Selva, che il droghiere conosceva di nome e

sapeva amicissimo di suo nipote, gli annunziava come Antonio, datosi

del tutto al disperato, fosse sparito, scrivendogli i fieri propositi

che aveva contro sè stesso, ed abbandonando nella più terribile

miseria la sua famiglia, la quale, non osando più raccomandarsi allo

zio, si raccomandava all'amico Selva; soggiungeva che di quel giorno

medesimo il padrone di casa e moglie e figli di Antonio avrebbe

scacciato e fatto vendere la roba loro; aver perciò pensato di

scrivere allo zio di cui conosceva il buon cuore, il quale non avrebbe

certo abbandonato quegl'innocenti che erano suo sangue e che portavano

il suo nome.

Il buon droghiere, che in fondo amava pur sempre il suo figlioccio,

rimase come tramortito, voleva fare, voleva correre, e non sapeva nè

che cosa, nè dove: aveva un dolore che gli faceva groppo alla gola e

confusione alla mente. Si disse, maledicendosi, ch'egli, ch'egli solo

era cagione di tanta sciagura. Perchè era egli stato così crudele

verso il figlioccio? Suo figlioccio! Era lui che lo aveva tenuto a

battesimo. E con questo fatto, e con aperta parola, non aveva egli

preso impegno di vegliare continuo sulla sorte e sui giorni di quel

ragazzo? E' l'aveva promesso a suo fratello, al padre del piccino: ed

era così che aveva mantenuta la sua parola? La colpa d'Antonio che

prima gli pareva una montagna ora non era più che un granellino di

sabbia. Ricordava la buona indole del giovane e il rispetto che aveva

sempre avuto per lui; ricordava il brutto modo con cui egli l'aveva

accolto l'ultima volta che era venuto a supplicarlo. Ahimè! Quella era

pure stata l'ultima volta ch'ei l'aveva visto. Chè non poteva allora

tendergli le braccia e chiamarlo al suo seno nell'amplesso della

riconciliazione? Capiva, ora che gli era tolto, tutto il piacere che

avrebbe provato nel perdonare.

Ad un punto si alzò di scatto battendosi colla palma la fronte, e

cercò tutto affannato colle mani tremanti la sua mazza e il suo

cappello. Quando già fuori dell'uscio, tornò indietro, si riempì le

tasche di denaro e corse precipitoso verso la dimora del nipote. Gli

si era fatto presente che in quel giorno, forse in quel momento

medesimo, la povera famigliuola di Antonio veniva cacciata di casa.

Il sopraggiungere del droghiere pose fine alla scena che aveva avuto

luogo nell'abitazione del pittore. Per quanto fosse tenace la

curiosità di quella gente, dovettero pure sfilare tutti, lasciando

soli lo zio, la moglie e i figliuoli di Antonio e Giovanni Selva.

Il dolore dava alla Rosina le buone ispirazioni. Quando ebbe

conosciuto che quel vecchiotto soprarrivato era lo zio di Antonio, e

l'ebbe visto sì efficacemente soccorrer loro, ella, spingendosi

innanzi i suoi bimbi, venne a cadergli ai piedi, tutto lagrimosa, e

con quell'accento che parte dal cuore e giunge altresì commovente al

cuore altrui, gli disse:

--Il Cielo la benedica, o signore... Grazie, non per me, ma per questi

innocenti... Per loro la prego, per loro poverini; non per me che sono

causa di tutto il male: perdono, perdono!

E la povera donna, smarrita, chinava il capo sino al suolo nel più

umile atto di pentimento.

Quei due forti dolori furono di botto simpatici l'uno all'altro. Lo

zio ebbe dimenticato in un attimo tutte le sue ire passate: non vide

più che una povera donna amata dal caro e rimpianto nipote, e che gli

veniva innanzi come parte di lui. Per impulso interno sollevò la

misera, la prese tra le sue braccia e la strinse al seno. Piansero

amendue in quell'amplesso. Ella prese i suoi bimbi e li serrò alle

gambe del vecchio intenerito, e il più piccino gli pose in collo.

Quando Giovanni vide il buon droghiere seduto con sulle ginocchia i

figli d'Antonio che lo chiamavano zio e lì presso la Rosina che gli

baciava la mano, capì che era tempo d'andarsene anche per lui, e corse

via commosso e con tanta sollecitudine, che pareva s'affrettasse a

portare a qualcheduno la lieta novella.

Poche ore dopo tutta la famiglia del pittore era stabilita in casa

dello zio. La Rosina da quel giorno cominciò ad essere una tutt'altra

donna. Non c'è nulla che sublimi maggiormente l'animo umano che un

forte dolore fortemente sentito. Ogni volgarità, ogni meschinità,

quando in fondo la tempra sia buona, sparisce dall'animo colpito da

suprema sventura. Esso si rialza, ed estrinseca a così dire, tutte le

sue interne virtù affine di esser pari al suo stato, perocchè nulla

v'abbia di più osservabile al mondo dell'uomo che soffre.

Oltrechè Rosina s'accusava pure d'essere cagione di tanta sciagura,

ricordava ancor essa quell'ultima scena che aveva mandato fuor di sè

Antonio, e, che troppo aveva ella ragione di temere fosse stata

l'ultima spinta ai disperati propositi del marito. E questa le

chiamava in mente tutte le scene precedenti; e questo suo ultimo gran

torto le rifaceva vivi innanzi tutti gli altri suoi, ed essa capiva ad

un tratto come la sua condotta e il carattere e le maniere fossero

state riprensibili e disgraziate. Così in lei pure l'amore pel marito,

ora perduto, veniva manifestandosi tutto e maggiore d'assai di quello

che avrebbe creduto ella medesima: e quest'amore concentrandosi ne'

suoi bambini che le erano già sì cari, ne conseguiva che in essa,

verso lo zio che li aveva accolti e che facea loro godere agi cui non

avevano goduto mai, erano nate ed una riconoscenza sterminata ed

un'osservanza affettuosa che la facevano riguardosissima a non

dispiacergli per nissun modo. Di che ne conseguiva eziandio che ad

ogni giorno passasse, il droghiere, il quale era scevro da tanto tempo

della vita di famiglia, cui pure aveva così cara, ponesse maggior

affezione a quella donna e a quei ragazzi, e si lodasse sempre più di

averli seco.

Ah! s'egli avesse potuto ancora avere il caro Antonio!

La carità del prossimo · 第 30 / 35 题