Già erano parecchi dì che sopra il volto severo e patito del capitano
Biale non appariva più cosa che pur di lontano somigliasse a un
sorriso; come poi la povera Lisa fosse dal suo dolore distrutta ve lo
lascio immaginare, essendo cosa più facile figurarsi che dire. Pure un
giorno, il capitano venne innanzi alla moglie di Gustavo con una cera
tanto più disfatta del solito, che essa tutta si scosse pel subito
timore d'ogni peggior male: mandò un grido, si gettò perdutamente
sopra il seno del padre, affissandone ansiosa le sembianze, e non
osando o non avendo tampoco la forza di formulare le varie affannose
interrogazioni che si accalcavano sulle labbra, tutte le espresse in
una sola parola che parve le erompesse proprio dal fondo dell'anima:
--Gustavo?
Il padre la strinse molto affettuosamente al petto e reclinò su di lei
la faccia commossa:
--Vive: rispose egli con un sospiro che pareva rimpiangesse il fatto;
è ferito, ma vive.
--È ferito? esclamò con profondo sgomento l'infelice.
E il padre con amarezza:
--Una ferita leggiera... Partirò quest'oggi stesso per andarlo a
vedere dove si trova.
Lisa si sciolse dall'amplesso, e disse ratto:
--Anch'io... Partiremo insieme... Non negarmelo!... Lo voglio.
Il capitano esitò un momento: il suo primo pensiero fu quello di
contrastare, ma poi tosto, ravvisatosi, disse:
--E sia.
Partirono. Gustavo inseguito e raggiunto dai carabinieri aveva tentato
uccidersi sparandosi la pistola contro il petto; ma la mano tremò in
quel punto allo sciagurato, e la palla non fece che sfiorargli il
torace. Era stato preso e condotto alle carceri di ***, e colà
arrivarono sua moglie e il suocero, muniti dell'opportuna licenza per
poterlo vedere.
L'elegante Pannini era cambiato in guisa da non poterlo riconoscere
più. Nel volto dimagrato e impallidito, nell'occhio irrequieto,
affondato entro la livida occhiaia, nelle labbra scolorate, tremanti
quasi di continuo, apparivano tutti i tormenti incessanti della sua
anima corrosa dal rimorso. Del non aver saputo uccidersi dolevasi seco
stesso come della maggiore sua sciagura. Pensate qual fosse il suo
animo al momento di comparire innanzi a Lisa ed al capitano! Un
istante pensò di rifiutarvisi; ma poi non n'ebbe il cuore. Un tremito
maggiore l'assalse: ed egli, che per debolezza della ferita recatasi
poteva a stento camminare, entrò nella stanza ove l'attendevano i
suoi, più pallido e più turbato che mai, la fronte per vergogna madida
di sudore, il passo vacillante, gli occhi fitti alla terra, senza
forza, senza voce, quasi senza respiro.
Ma benchè gli occhi tenesse bassi, pure travide di presente la fronte
severa del suocero che stava dritto colla sua alta statura all'altra
estremità della stanza in molto nobile e dignitoso contegno, e quella
vista lo atterrò anche più; gli parve l'aspetto stesso della virtù e
dell'onestà, cui egli aveva abbandonate con tanto infame trascorso;
avrebbe voluto sprofondare. Lisa stette un poco, quasi esitante, quasi
non riconoscesse subito in quella larva che le veniva dinanzi
l'adorato marito; poi l'impeto dell'affetto successe sollecito e
veemente; si gittò al collo di Gustavo e pianse lagrime dirotte, e
parlò incomposte parole di traboccante passione.
Anch'egli si stemperò in lagrime così abbracciato da sua moglie;
quindi, come non potendo regger più in piedi, si lasciò calar
ginocchioni per terra, e tendendo le due braccia verso il capitano,
che punto non si era mosso, esclamò con voce arrangolata:
--Perdono! perdono!
Biale s'avanzò lentamente verso il colpevole, muto, severo, solenne.
Il suo sguardo piombava inesorabile e grave sopra il reo; e questi
curvava il capo sotto di esso e si rannicchiava al suolo, da toccar
quasi colla fronte lo spazzo.
--Sciagurato! disse il capitano, quando gli fu presso, fermandoglisi
innanzi. Che hai tu fatto dell'onor nostro?
--Perdono! perdono! ripetè balbettando il miserabile.
--Perdono?... Sapete voi che l'onore era la sola nostra ricchezza e
tutta la mia superbia? E doveva io allevarvi e farvi due volte mio
figlio perchè voi ne lo rapiste? Meno ingrato sareste, meno infame, se
mi aveste ucciso. In nome di vostro padre, onoratissimo uomo, vi
rinnego e vi maledico.
Lisa gittò un grido e fece a cingere colle sue braccia il capo del
marito, come per difenderlo dalla maledizione paterna; ma Gustavo ne
la rimosse, si alzò, le lagrime aveva rasciutte, il volto più bianco,
le mascelle contratte, e una nuova risoluzione appariva in lui. Si
volse allo suocero e parlò con voce ferma e pacata.
--Fui traviato. Sono un infame; non ho discolpa, lo so. Non merito il
vostro perdono, non lo chiedo più nemmanco. Solo un'ultima grazia
imploro, e conviene che la dimandi a voi solo, che nessun altro
orecchio mi possa udire, nemmeno quello della mia carissima Lisa.
Biale stette un momento affisando il genero con quel suo occhio franco
e penetrativo: poi accennò col capo d'acconsentire. Il custode che era
presente al colloquio contrastò allegando i regolamenti; ma una buona
mancia fece tacere i suoi scrupoli. Si ritrassero amendue da una
parte, e Gustavo cominciò tosto a favellare sommesso. Lisa, come
tramortita, guardava con occhio senza luce, quasi non si rendesse ben
conto delle condizioni in cui si trovava, nè di quanto le succedeva
dintorno.
--Signore, disse Gustavo non osando più dar titolo di padre al
capitano, bisogna che io mi salvi dall'ignominia d'un pubblico
giudizio, d'una pubblica condanna. Voglio morire. M'è fallita la mano
una volta, ma la seconda non mi fallirà più. Se voi avete ancora
alcuna pietà per me; se vi cale far salvo dall'estrema vergogna il mio
nome; se un poco sopravvive in voi dell'affetto che mi avete per tanto
tempo e con tanta generosità portato, usatemi la carità di procurarmi
modo da togliermi a questa vita, a quest'onta.
Biale rimase di nuovo un poco guardando fiso il genero senza parlare.
--Togliervi alla vita, diss'egli poi, fuggir l'espiazione dopo la
colpa! Non sapete voi che è viltà anche quella?
Pannini abbassò il capo e mormorò con accento pieno di terrore:
--L'espiazione!... Il patibolo, forse!... La gogna... la folla curiosa
e crudele... il mio nome appiccato coll'ignominiosa sentenza ai canti
delle vie... Oh no, no... non lasciatemi a questo troppo supplizio.
E il capitano con accento profondo:
--Voi non avreste il coraggio di affrontare la vostra condanna,
pentito, rassegnato, offrendovi esempio agli uomini, implorando
perdono dalla società e da Dio?
--No, no... E con voce ancora più bassa soggiunse: Sarei vile.
--La vostra mano e il cuore son fiacchi; già una volta fallirono alla
vostra volontà. Non avrete neppure il coraggio del suicida.
Gustavo levò alquanto il capo e rispose fermamente:
--L'avrò!
Il capitano esitò ancora un momento, poi curvandosi all'orecchio del
genero gli disse ratto:
--Va bene.
Poi tuttedue s'avvicinarono alla povera Lisa.
--È tempo di partire, le disse il padre.
Essa lo guardò attonita, come se non avesse ben capito.
--Salutate vostra moglie, Gustavo: rispose Biale.
Pannini s'accostò a Lisa e le pigliò una mano. Allora la donna si
riscosse tutta, e come se una segreta voce la preavvisasse di quanto
avea da succedere, la si buttò al collo del marito, sclamando per
disperata:
--Oh, non mi dividerò più da te! Oh, non voglio più lasciarti!
Povera donna! Ella amava: per lei non esisteva delitto, per lei non
c'era argomento che valesse contro l'amor suo. Il padre le si fece
dappresso, accennando volerla tirar seco per avviarsi.
--Un momento, ella esclamò; ancora un momento.
E tornando a baciare fra le lagrime il marito:--Quando ti rivedrò,
Gustavo?
--Fra pochi dì, s'affretto a dire il capitano. Vieni, Lisa; ora è
forza partire.
E così Gustavo vide allontanarsi da lui per l'ultima volta quella
donna cui amava pur tanto, l'infelice, colla quale avrebbe avuta
esistenza sì lieta se non lo avesse morso al cuore il funesto demone
dell'oro.
Il domani Biale ottenne di tornare al carcere, ma ci fu solo, e collo
stesso metodo del giorno precedente, cioè con una vistosa mancia,
riuscì a far scorrere nella mano del genero un piccolo involto. Quando
tornò a casa aveva la fronte più annuvolata e lo sguardo più scuro che
par l'innanzi. A Lisa disse che per parecchi giorni era impossibile
rivedere il prigioniero. Ella si tacque, ma il cuore aveva pieno di
spaventosi presentimenti. Il giorno di poi la infelice non osava
neppure pronunciare il nome del marito innanzi al padre taciturno e
più cupo che non fosse stato mai; ma il suo sguardo timoroso era una
continua e sollecita ed ansiosa interrogazione.
Il capitano uscì, ma non istette guari a ritornare. Era sì
terribilmente turbato che Lisa comprese di botto una suprema sciagura
essere avvenuta; venne innanzi al padre bianca più che cadavere, le
labbra illividite, e senza potere articolar parola fissò con ansia il
volto del capitano, ponendogli la destra sopra il braccio.
--Gustavo, disse Biale solennemente, si è sottratto alla giustizia
degli uomini per sottomettersi direttamente a quella di Dio.
Lisa non comprese. Continuò a star lì a quel modo, fissa, immobile:
solamente le sue labbra tremanti si agitarono come per parlare, ma
senza pur mandare un suono. Il padre aspettò un istante; poi, visto
che la tremenda luce del vero pareva non balenare nemmanco alla mente
intorpidita della infelice, soggiunse:
--Gustavo è morto...
La donna gettò un grido straziante, e cadde riversa, come fulminata.