XXIV.

Due giorni dopo, era il mercoledì, Antonio, che non poteva pagare il

padrone di casa non ostante la dilazione, si vedeva in giudizio

condannato al pagamento mediante lo staggimento e la vendita delle sue

poche robe.

Vanardi, che il giorno prima erasi tutto occupato per Gina,

presentando all'autorità competente una sua denuncia contro Orsacchio,

ora pensò di tornare agli uffizii del signor Bancone a ricevere da

Gustavo Pannini la promessa risposta.

Vedendo uscire il marito per tempo, Rosina si rallegrò molto; perchè

essa aspettava ogni mattina l'acquisitore del quadro, il quale venisse

a pigliar questo ed a recarne il prezzo, e assai si turbava al

pensiero che in tal momento Antonio si trovasse in casa.

Vanardi camminava inquieto alla volta del palazzo del banchiere. Era

l'ultima sua speranza, era l'ultimo filo di salute; se quella riesciva

a non altro che ad un disinganno, se questo gli si rompeva tra mano,

egli era senza redenzione perduto. La sua famiglia sarebbe stata

cacciata sulla strada, e il freddo e la fame si sarebbero disputato a

chi più tosto l'avrebbe morta.

Introdottosi nell'afa calda di quegli ufficii, dov'era già penetrato

una volta, Antonio si ricordò che il meno scortese di tutti colà

dentro era stato il cassiere; epperò tirò dritto sino allo

scompartimento di lui, e venuto alla cancellata, dimandò:

--Ci sarebbe il signor Pannini?

Il cassiere sussultò come se gli avessero dato all'impensata un forte

pizzicotto.

--Pannini! gridò egli con accento tra la meraviglia e l'indignazione.

Voi cercate di Pannini?

La fronte stretta del brav'uomo aveva una certa ruga che poteva

credersi volesse significare severità e corruccio, e gli occhi di

vetro del buon cassiere avevano una certa fissità a cui se si fosse

potuto attribuire un'espressione, si sarebbe detto esser quella del

dubbio e del sospetto.

--Sì signore: aveva risposto Antonio.

Il signor Busca parve meditare una qualche cosa importante da dire, e

come meglio dirla; ma due minuti di riflessione evidentemente

profondissima non gli valsero che a trar fuori la seguente richiesta:

--Sapete voi dove sia Pannini? Ne avete voi novelle?

Fu per Antonio la volta di mostrarsi meravigliato.

--Eh no! esclamò: se vengo qui a cercarlo....

--Qui! qui! proruppe il signor Bernardo; ma non sapete dunque niente

voi? Ah! quel birbone certo non metterà più i piedi qui dentro, a meno

che due carabinieri ve lo menino.... Il ladro è lontano chi sa

quanto!... È scappato chi sa dove!... Lo scellerato ci ruba dai

cencinquanta ai dugento mila franchi.

Vanardi cadde dalle stelle. Oh sì che adesso poteva servirgli la

protezione di quel tale per entrare negli uffizii della banca! Si

partì di là disperato del tutto, persuaso che oramai per lui non c'era

più scampo di sorta, e la sciagura lo voleva senza riparo nel fondo

della miseria.

S'avviò per tornare a casa che non aveva più la testa a segno; ed

entrò nel suo camerone sui tetti colla faccia d'un Amleto che si

apparecchia a dire il famoso monologo. La Rosina, che da un momento

all'altro aspettava chi venisse a pigliare il quadro, si stupì

sgradevolmente e si stizzì maledettamente del così sollecito ritorno

del marito. Egli entrò nel secondo scompartimento della stanza e si

buttò a sedere senz'aver pure il coraggio di parlare; essa cercava

modo di mandarlo via di nuovo, quando venne a turbarla per l'affatto

un picchio dato all'uscio.

Era il padrone d'un piccolo e riposto albergo a cui Orsacchio,

arrivato il mattino, era andato a pigliare stanza sotto un supposto

nome. Per non abbandonare la moglie egli aveva pregato il locandiere

di recarsi colà, a quell'ora, ed alla donna dare i denari ritirandone

il quadro; che se ci trovasse il marito fingesse uno sbaglio, non

parlasse di nulla e se ne venisse via tosto tosto.

L'albergatore, che non era de' più furbi, entrato, e non visto innanzi

a sè che la Rosina, credette poter parlare senza più cautele.

--Siete voi la moglie del pittore Vanardi?

--Sì signore.

--Bene: vengo per quel certo quadro che avete venduto l'altro jeri, e

qui ci sono i denari.

Antonio udì queste parole e saltò fuori con impeto di dietro il

paravento; l'oste rimase in asso, guardò la donna, la vide farsi

bianca bianca, poi rossa rossa di volto, capì che l'aveva sgarrata e

non pensò ad altro che a battere in ritirata.

Se Vanardi fosse stato in chiaro dei patti, chi sa se l'assoluto

bisogno non l'avrebbe fatto cedere: ma egli non dovette nemmanco

cimentarsi con siffatta tentazione, perchè l'oste che ricordava le

pressanti raccomandazioni del suo committente di non dir nulla al

marito, accortosi che giusto quest'esso gli stava dinanzi, non attese

altro, e già era fuor dell'uscio che Antonio aveva ancor da aprir

bocca.

Marito e moglie si trovarono a fronte e si guardarono tra impacciati e

stizzosi. Ma nella Rosina non fu tarda a dominare del tutto la stizza;

ne nacque una lite del diavolo, in cui anche il marito, che aveva

l'anima per traverso, fece la parte sua, e che finì colla partenza di

Antonio il quale, dato di piglio al suo cappellaccio, fuggì

protestando che piuttosto che vivere con un basilisco simile di donna

gli era più caro qualunque caso, mentre la Rosina gli gridava dietro

che il fistolo lo portasse; sapete bene, i soliti spropositi che fa

dire la collera e che a sangue raffreddo pare impossibile si sieno

potuti dire.

Antonio girò lungamente pei viali fuor di città come una mosca senza

capo. Ad un punto si lasciò cadere sopra un panca, e coprendosi colle

mani la faccia si domandò con infinita angoscia dell'animo:

--Ed ora che cosa debbo fare?

Di botto mandò un'esclamazione, fece un trasalto e si battè la fronte

come uomo a cui si affaccia l'inspirazione d'un'idea. Si frugò in

tutte le tasche finchè da quella del petto nel soprabito trasse fuori

un giornale ripiegato: era quello che parecchi giorni prima gli avea

imprestato messer Agapito, perchè facesse leggere alla moglie il

pietoso caso di quel povero diavolo che non sapendo più come

provvedere alla sua famiglia s'era buttato nel fiume. Dopo il luttuoso

avvenimento, narrava il giornale come la carità dei concittadini si

fosse desta ed avesse provvisto agli orfani ed alla vedova del

disgraziato.

Vanardi lesse e rilesse quell'articoletto; si vedeva che ci faceva su

delle meditazioni profondissime; ma in mezzo alla serietà del suo

aspetto passava tratto tratto un lampo di malizia, quasi di buon

umore. Dopo una buona ora di siffatta meditazione, ripiegò

accuratamente il giornale, lo ripose in tasca, s'alzò e si diresse

verso l'abitazione di Giovanni Selva.

Questi era eziandio molto conturbato ed afflitto a cagione

dell'orrenda disgrazia avvenuta alla famiglia del signor Biale,

disgrazia che vi racconterò nel capitolo venturo; ma alla vista della

desolazione impressa sul volto di Vanardi obliò tutto il resto per non

darsi cura che di lui.

Il pittore espose come quella medesima disgrazia della famiglia Biale

togliesse anche a lui ogni speranza, raccontò la scena avvenuta colla

moglie e finì per confessare che aveva presa una grande risoluzione.

--Quale? domandò con inquietudine Selva.

Antonio mostrò all'amico l'articolo del giornale che glie l'aveva

ispirata, e soggiunse:

--Un uomo, perchè il mondo lo soccorra e i nemici lo perdonino,

conviene che muoia... Io non ho che un mezzo per ridurre mia moglie un

agnellino, per fare che mio zio torni un padre ai miei figli, perchè

tutto si aggiusti in bene della mia famigliuola: e questo mezzo è

quello di morire.

La carità del prossimo · 第 27 / 35 题