Due giorni dopo, era il mercoledì, Antonio, che non poteva pagare il
padrone di casa non ostante la dilazione, si vedeva in giudizio
condannato al pagamento mediante lo staggimento e la vendita delle sue
poche robe.
Vanardi, che il giorno prima erasi tutto occupato per Gina,
presentando all'autorità competente una sua denuncia contro Orsacchio,
ora pensò di tornare agli uffizii del signor Bancone a ricevere da
Gustavo Pannini la promessa risposta.
Vedendo uscire il marito per tempo, Rosina si rallegrò molto; perchè
essa aspettava ogni mattina l'acquisitore del quadro, il quale venisse
a pigliar questo ed a recarne il prezzo, e assai si turbava al
pensiero che in tal momento Antonio si trovasse in casa.
Vanardi camminava inquieto alla volta del palazzo del banchiere. Era
l'ultima sua speranza, era l'ultimo filo di salute; se quella riesciva
a non altro che ad un disinganno, se questo gli si rompeva tra mano,
egli era senza redenzione perduto. La sua famiglia sarebbe stata
cacciata sulla strada, e il freddo e la fame si sarebbero disputato a
chi più tosto l'avrebbe morta.
Introdottosi nell'afa calda di quegli ufficii, dov'era già penetrato
una volta, Antonio si ricordò che il meno scortese di tutti colà
dentro era stato il cassiere; epperò tirò dritto sino allo
scompartimento di lui, e venuto alla cancellata, dimandò:
--Ci sarebbe il signor Pannini?
Il cassiere sussultò come se gli avessero dato all'impensata un forte
pizzicotto.
--Pannini! gridò egli con accento tra la meraviglia e l'indignazione.
Voi cercate di Pannini?
La fronte stretta del brav'uomo aveva una certa ruga che poteva
credersi volesse significare severità e corruccio, e gli occhi di
vetro del buon cassiere avevano una certa fissità a cui se si fosse
potuto attribuire un'espressione, si sarebbe detto esser quella del
dubbio e del sospetto.
--Sì signore: aveva risposto Antonio.
Il signor Busca parve meditare una qualche cosa importante da dire, e
come meglio dirla; ma due minuti di riflessione evidentemente
profondissima non gli valsero che a trar fuori la seguente richiesta:
--Sapete voi dove sia Pannini? Ne avete voi novelle?
Fu per Antonio la volta di mostrarsi meravigliato.
--Eh no! esclamò: se vengo qui a cercarlo....
--Qui! qui! proruppe il signor Bernardo; ma non sapete dunque niente
voi? Ah! quel birbone certo non metterà più i piedi qui dentro, a meno
che due carabinieri ve lo menino.... Il ladro è lontano chi sa
quanto!... È scappato chi sa dove!... Lo scellerato ci ruba dai
cencinquanta ai dugento mila franchi.
Vanardi cadde dalle stelle. Oh sì che adesso poteva servirgli la
protezione di quel tale per entrare negli uffizii della banca! Si
partì di là disperato del tutto, persuaso che oramai per lui non c'era
più scampo di sorta, e la sciagura lo voleva senza riparo nel fondo
della miseria.
S'avviò per tornare a casa che non aveva più la testa a segno; ed
entrò nel suo camerone sui tetti colla faccia d'un Amleto che si
apparecchia a dire il famoso monologo. La Rosina, che da un momento
all'altro aspettava chi venisse a pigliare il quadro, si stupì
sgradevolmente e si stizzì maledettamente del così sollecito ritorno
del marito. Egli entrò nel secondo scompartimento della stanza e si
buttò a sedere senz'aver pure il coraggio di parlare; essa cercava
modo di mandarlo via di nuovo, quando venne a turbarla per l'affatto
un picchio dato all'uscio.
Era il padrone d'un piccolo e riposto albergo a cui Orsacchio,
arrivato il mattino, era andato a pigliare stanza sotto un supposto
nome. Per non abbandonare la moglie egli aveva pregato il locandiere
di recarsi colà, a quell'ora, ed alla donna dare i denari ritirandone
il quadro; che se ci trovasse il marito fingesse uno sbaglio, non
parlasse di nulla e se ne venisse via tosto tosto.
L'albergatore, che non era de' più furbi, entrato, e non visto innanzi
a sè che la Rosina, credette poter parlare senza più cautele.
--Siete voi la moglie del pittore Vanardi?
--Sì signore.
--Bene: vengo per quel certo quadro che avete venduto l'altro jeri, e
qui ci sono i denari.
Antonio udì queste parole e saltò fuori con impeto di dietro il
paravento; l'oste rimase in asso, guardò la donna, la vide farsi
bianca bianca, poi rossa rossa di volto, capì che l'aveva sgarrata e
non pensò ad altro che a battere in ritirata.
Se Vanardi fosse stato in chiaro dei patti, chi sa se l'assoluto
bisogno non l'avrebbe fatto cedere: ma egli non dovette nemmanco
cimentarsi con siffatta tentazione, perchè l'oste che ricordava le
pressanti raccomandazioni del suo committente di non dir nulla al
marito, accortosi che giusto quest'esso gli stava dinanzi, non attese
altro, e già era fuor dell'uscio che Antonio aveva ancor da aprir
bocca.
Marito e moglie si trovarono a fronte e si guardarono tra impacciati e
stizzosi. Ma nella Rosina non fu tarda a dominare del tutto la stizza;
ne nacque una lite del diavolo, in cui anche il marito, che aveva
l'anima per traverso, fece la parte sua, e che finì colla partenza di
Antonio il quale, dato di piglio al suo cappellaccio, fuggì
protestando che piuttosto che vivere con un basilisco simile di donna
gli era più caro qualunque caso, mentre la Rosina gli gridava dietro
che il fistolo lo portasse; sapete bene, i soliti spropositi che fa
dire la collera e che a sangue raffreddo pare impossibile si sieno
potuti dire.
Antonio girò lungamente pei viali fuor di città come una mosca senza
capo. Ad un punto si lasciò cadere sopra un panca, e coprendosi colle
mani la faccia si domandò con infinita angoscia dell'animo:
--Ed ora che cosa debbo fare?
Di botto mandò un'esclamazione, fece un trasalto e si battè la fronte
come uomo a cui si affaccia l'inspirazione d'un'idea. Si frugò in
tutte le tasche finchè da quella del petto nel soprabito trasse fuori
un giornale ripiegato: era quello che parecchi giorni prima gli avea
imprestato messer Agapito, perchè facesse leggere alla moglie il
pietoso caso di quel povero diavolo che non sapendo più come
provvedere alla sua famiglia s'era buttato nel fiume. Dopo il luttuoso
avvenimento, narrava il giornale come la carità dei concittadini si
fosse desta ed avesse provvisto agli orfani ed alla vedova del
disgraziato.
Vanardi lesse e rilesse quell'articoletto; si vedeva che ci faceva su
delle meditazioni profondissime; ma in mezzo alla serietà del suo
aspetto passava tratto tratto un lampo di malizia, quasi di buon
umore. Dopo una buona ora di siffatta meditazione, ripiegò
accuratamente il giornale, lo ripose in tasca, s'alzò e si diresse
verso l'abitazione di Giovanni Selva.
Questi era eziandio molto conturbato ed afflitto a cagione
dell'orrenda disgrazia avvenuta alla famiglia del signor Biale,
disgrazia che vi racconterò nel capitolo venturo; ma alla vista della
desolazione impressa sul volto di Vanardi obliò tutto il resto per non
darsi cura che di lui.
Il pittore espose come quella medesima disgrazia della famiglia Biale
togliesse anche a lui ogni speranza, raccontò la scena avvenuta colla
moglie e finì per confessare che aveva presa una grande risoluzione.
--Quale? domandò con inquietudine Selva.
Antonio mostrò all'amico l'articolo del giornale che glie l'aveva
ispirata, e soggiunse:
--Un uomo, perchè il mondo lo soccorra e i nemici lo perdonino,
conviene che muoia... Io non ho che un mezzo per ridurre mia moglie un
agnellino, per fare che mio zio torni un padre ai miei figli, perchè
tutto si aggiusti in bene della mia famigliuola: e questo mezzo è
quello di morire.