Giusta il comune avviso di Antonio e di Giovanni, il liberar Gina
dalle mani del fiero marito era la prima e la sola cosa da farsi.
Conveniva a quest'effetto, anzi tutto, assicurarsi, senza possibile
errore, che quella di cui l'ortolano aveva loro parlato si fosse
propriamente la Gina cui essi cercavano, esaminare cogli occhi propri,
per quanto potesse loro venir fatto, come stessero le cose, e poscia,
se occorreva, ricorrere alle autorità e chiamare sulla misera donna la
protezione della legge.
Determinarono adunque i due amici, che il domani, che era un lunedì,
sarebbero partiti ambidue per alla volta di Valnota, e là governatisi
secondo l'occasione e i luoghi e le circostanze avrebbero loro
consigliato e concesso; e siccome Selva per ragione de' suoi impegni
non era libero tutta la giornata, stabilirono di partire al
pomeriggio, di fermarsi colà la notte e tornarsene il mattino
successivo.
Ma se per Giovanni v'era l'impedimento dei suoi affari a restar fuori
un giorno intero, il buon Antonio, che non aveva codesto, e l'avrebbe
voluto avere, si trovava impacciato da un altro ben più grave e più
assoluto che è facile ad indovinarsi; il manco di denari. Essere del
tutto a carico dell'amico gli rincresceva troppo, avendo da lui avuto
sì generosi soccorsi, e parendogli che Selva facesse assai più di
quanto gli toccava a metterci la sua parte in quel viaggio, egli che
non aveva vista neppur mai la persona di cui trattavasi e che non
aveva con lei altra attinenza fuori della compassione d'un cuor
generoso per una soverchia ed immeritata sventura. Onde, sollecitato
da questo bisogno che si aggiungeva agli altri della famiglia, Vanardi
umiliò anche una volta la sua dignità innanzi alla necessità e si
risolvette di andare per soccorsi dalla marchesa di Campidoro cotanto
in fama di generosa.
Ah! ben gli sapeva d'amaro questo nuovo sacrifizio, e, per quanto
rammollito e ricurvo dalla sventura, il suo animo aveva fieramente
riluttato un bel pezzo; ma poi aveva fatto come il malato che ha da
tracannare una disgustosissima bevanda, il quale chiude gli occhi e la
caccia giù; e il mattino del lunedì si presentava vergognoso e
raumiliato nell'anticamera della signora marchesa.
Dei supplicanti al par di Antonio ve n'era già un buon numero. Per
essere intromessi al cospetto della vecchia signora occorreva o
venirci con una commendatizia del parroco, oppure del presidente della
congregazione di Santa Filomena, che era il signor Marone, oppure del
filantropo cavalier Salicotto, od anche del dottor Lombrichi, o in
difetto di alcuna di queste tornar accetti al signor Grisostomo.
Antonio non aveva il primo requisito, ed era molto da temersi non
avesse neanche il secondo.
Quand'ebbe detto al domestico che lo interrogava, nome, cognome e
condizione, egli sedette in un canto e rimase ad attendere con tutta
la paziente rassegnazione che nella sua corta carriera di supplicante
aveva pur già dovuto imparare.
Ed aspettò tanto, che la mattinata omai era oltre e l'anticamera a
poco a poco si era vuotata, senza che egli, rimastoci ultimo, fosse
pur mai introdotto.
Antonio voleva appunto rivolgersi di nuovo al domestico, cui vide
accostarsi a quella stanza, quando il servo stesso lo prevenne, e
andandogli incontro, mezzo brusco, gli disse:
--Che cosa fate ancora voi lì?
--Aspetto sempre per parlare alla signora marchesa.
--Adesso è tardi, buon uomo; la non riceve più. Potete andarvene.
Primo pensiero del pittore fu di scappare di trotto; ma la ragione lo
soprattenne.
--Ho tanto, tanto bisogno di parlarle! diss'egli.
Il servo si strinse nelle spalle.
--Eh! dicono tutti così. Chi è che vi manda?
--Come? chi mi manda?
--Sì, voglio dire da cui siete raccomandato.
--Da nessuno.
--Ah! allora avrete parlato col signor Grisostomo.
--Non lo conosco.
--In tal caso, mio caro, non sarete ricevuto mai.
--Diavolo! Come ho da fare? Menatemi dal signor Grisostomo.
--In questo momento è fuori di casa: tornate dopodomani.
--Dopodomani! ripetè il poveretto lasciando cadere la testa e mandando
un sospiro desolato che diceva tutta la sua disperazione.
In questa attraversava l'anticamera quella vispa fanciulla che abbiamo
veduta nel fondaco di messer Agapito incontrarsi appunto col nostro
disgraziato pittore. Ella udì quelle due parole pronunziate con tanta
mestizia e quel sospiro tirato con tanta doglianza, e il suo buon
cuore ne fu commosso. Si fermò a guardare chi le aveva dette.
--Voi volete parlare alla signora marchesa? disse la brava giovane
accostandosi ad Antonio, e ravvisandolo di subito.
--Sì, madamigella.
--E vi preme?
--Oh tanto! esclamò il povero diavolo; e l'umiliazione, la vergogna,
la confusione davano al suo accento una efficacia anche maggiore.
--Voi siete quel pittore che abita nella casa del signor Marone qui
presso?
--Per l'appunto.
--Padre di famiglia?
--Quattro figli.
Carlotta non istette a pensarci nè tanto nè poco; fece un attuccio
graziosissimo colla testa, come per dire «voglio così» e prese per
mano senz'altro il pittore.
--Venite, disse, vi menerò io dalla marchesa.
Il domestico ch'era lì presente si mostrò tutto scandolezzato.
--Carlotta! esclamò egli in tono che significava: «Guarda che fai!
questa è troppa temerità.»
La giovane rispose crollando vezzosamente le spalle.
--Eh! lasciatemi fare... il _turco_ è fuori di casa, e quando venga...
se questi ci è ancora... ebbene gli diremo... gli diremo che son io
che l'ha fatto entrare... oh bella!
E trasse Antonio nella stanza della marchesa.
Era un antico salone, proprio di quelli degli antichi palazzi in cui
non si misurava con avara parsimonia lo spazio come nelle costruzioni
moderne, con antichi mobili, antiche tappezzerie, antichi quadri, si
sarebbe detto antica atmosfera. Entrando colà vi sareste creduti
trasportati nel secolo scorso, e in mezzo a quell'ampio ambiente, fra
tutta quella roba alla rococò, vi sareste aspettati da un momento
all'altro di veder comparire un guardinfante od una parrucca
incipriata.
Quasi ugualmente antica come le cose che l'attorniavano era la padrona
di quel palazzo e di quelle ricchezze. Ella, meglio che seduta,
sepolta in una gran poltrona, con attorno un esercito di cuscini,
stava presso alla gran caminiera, entro la quale ardeva un fuoco poco
meno che spaventoso. A ripararsi dall'ardenza che mandavano
esorbitante le legna cui consumava la fiamma vivace e le braci accese,
aveva innanzi un parafuoco di legno di mogano nella intelaiatura, con
una stoffa di seta ricamata a personaggi sbiadita nel colore. Comechè
regnasse in quella stanza una caldissima temperatura, la marchesa era
tuttavia sotterrata da una montagna di varie pelliccie e scialli e
mantelletti coll'ovatta; così bene che la non appariva che come un
enorme fagotto di robe da cui sporgesse una testolina, con una gran
cuffia bianca a ricciatura di tulle tutt'intorno, con una faccetta
sottovi, ammencita, ossea, del color della pergamena, corsa in tutti i
sensi da minutissime rughe. Questa testolina si dondolava di continuo
per un moto meccanico e involontario; e per questo medesimo le
mascelle non cessavano mai da un atto che sembrava un masticare.
Antonio, appena messo il piede riguardoso e peritante sul morbido e
spesso tappeto che in quella stanza impediva affatto il rumore del
passo, sentì una tossetta secca, e poi una voce fessa, debole,
stonata, che quasi non aveva più nulla di femmineo, la quale diceva:
--C'è qualcheduno costì?
--Sono io, rispose la Carlotta accorrendo sollecita presso la padrona.
La marchesa volse all'insù più che potè il suo capo dondolante, e
disse trascinando le parole e stentando nel pronunziare:
--Dov'è?... dov'è Grisostomo?
--È fuori di casa.
--Gli è mezz'ora che chiamo, e nessuno viene... Non ho più il mio
campanello... È un ora che lo cerco... chi l'ha preso?
--Eccolo qui: disse Carlotta raccogliendolo in terra e porgendolo alla
signora; le era caduto.
--Mi si lascia sola come un appestato... È questo il vostro dovere,
canaglia?... Nessuno ha cura di me... Fatemi venire Grisostomo.
--Le ho già detto, signora marchesa, che egli non era in casa.
--Dove è andato?
--Non lo so.
--Ancor egli mi abbandona... L'ingrato!... Datomi da bere, Carlotta...
Quel Grisostomo è un ingrato... Non è vero che gli è un ingrato?
La giovane era andata a prendere un gotto sopra un vicino tavoliere, e
lo porgeva alla vecchia.
--Eccole da bere.
--Ma ditemi se quel Grisostomo non è un ingrataccio.
Carlotta sapeva troppo bene che non le conveniva a niun modo sparlare
del favorito servitore, anche quando la marchesa pareva più disposta a
sentirne dir male, epperò rispose con accortezza diplomatica:
--Forse la signora marchesa lo avrà mandato essa stessa a far qualche
commissione.
La vecchia parve riflettere profondamente.
--Io? disse, come parlando fra sè; l'ho mandato io?... Mi par ben di
sì... Oh la mia povera testa!... Non mi ricordo più di niente... Sì,
sì, l'ho mandato a prender nuove del presidente della Congregazione di
santa Filomena che s'è rotto qualche cosa... che cosa s'è rotto?
--Si è slogata una gamba.
--Giusto: e poi doveva andare in un altro sito.. Dove l'è che doveva
andare? Ah! dal notaio... Sicuro, ora mi ricordo, dal notaio...
Vogliono che io rifaccia il mio testamento.
Guardò con una specie di curiosità maliziosa la cameriera.
--Sapete che mi vogliono far cambiare il mio testamento?
--So di nulla, io.
--E lo rifarò... E se siete buona, e se mi servite bene, ci sarà
qualche cosa anche per voi.
Un accesso di tosse la colse. Carlotta le pose innanzi la tazza che
aveva sempre tra mano.
--Beva!
--Che cos'è quella bevanda? dimandò la marchesa.
--Gli è sempre quel calmante che il dottore ha ordinato si ripetesse,
perchè dice che le fa tanto bene.
La testa della vecchierella s'agitò in un modo assai vivace, e la sua
vocina si fece tutta irritata.
--Non lo voglio più, non lo voglio più... Mi sento sempre più male,
io... Pare a voi che esso mi faccia bene?
--Io non saprei...
--Siete una sciocca: interruppe stizzita la marchesa.
--Però credo di sì: s'affrettò a soggiungere Carlotta.
--Voi non sapete di niente... chiamate Grisostomo; domanderò a lui.
--È la terza volta che ho l'onore di dirle che Grisostomo non è in
casa.
--È vero... è vero... Mi pianta sempre così sola... Riponete pure
quella droga... Non voglio attossicarmi... Aspetterò a bere che
Grisostomo sia tornato e mi dica lui come debbo fare... Ah! è una gran
brutta vita la mia!... Povera donna!... In mano d'una gentaglia... Non
ho una persona a cui fidarmi... E quella senzacuore di mia figlioccia
che non si lascia mai vedere!... Tutti mi fuggono... Mi vedono malata
da morirne... Ho proprio assai male, sapete... E il dottore? Non s'è
ancora lasciato vedere il dottore?
--È presto l'ora in cui è solito a venire, e credo che non mancherà.
--Anche quel dottore è ingrato; sono io che l'ho messo all'onor del
mondo; ne prenderò un altro. Tutti ingrati, tutti!... Non c'è che
quella povera Mimì che mi sia fedele. _Mimì, Mimì_, dove sei _Mimì_?
E la testolina oscillante della marchesa si chinò verso il suolo da
una parte e dall'altra della poltrona, poi s'agitò vivamente
irrequieta.
--Oh mio Dio!... Dove l'è?... _Mimì, Mimì._ Non c'è più... Cercatela.
La cagnuola dormiva raggomitolata sopra uno sgabello lì vicino.
--La è qui: disse Carlotta additandola alla marchesa.
--Povera piccina! esclamò la vecchia con un'intonazione di tenerezza,
di cui si sarebbe creduta incapace quella voce squartata. Portatela
qui, adagiatela sulle mie ginocchia.
Carlotta prese quell'informe ammasso di carne grassa e spelata che era
la cagnolina, e non ostante la protesta ch'ella, destandosi di botto,
fece con un vociare che somigliava ad un grugnito, venne a deporla
sulle pelliccie della marchesa.
--Non farle male: esclamò questa commossa a quel lamento della brutta
e schifosa bestiola.
Questo fatto, chi lo avrebbe detto? tornò in aiuto di Vanardi; il
quale si stava là nel fondo della stanza dritto, impacciato, col suo
cappello in mano, senza sapere se meglio era inoltrarsi o partirsene
chetamente senz'altro.
Mimì, appena svegliata e sulle ginocchia della padrona, avvertì la
presenza di un estraneo; onde senza acquattarvisi tosto come soleva,
ma stando invece sulle sue piote podagrose, cominciò a ringhiare fra i
pochi denti che le rimanevano, poi volti in giro gli occhi cisposi e
visto lo sconosciuto, si mise ad abbaiare con tutta la forza di cui
essa era tuttavia capace.
--Che cosa c'è? domandò la marchesa agitata. C'è qualcheduno qui.
E volse la testa dalla parte verso cui abbaiava la cagnetta.
Vanardi vide innanzi a sè la pelle d'alluda di quel viso da mummia con
due occhi semi-spenti senza luce e senza vita, e si piegò in un
profondo inchino.
--Chi è costui? chiese la vecchia quasi atterrita: come qui? chi l'ha
fatto entrare?... chiamate Grisostomo, Carlotta.
E la buona ragazza che era Carlotta diede una pasticcina a _Mimì_ per
farla tacere; poi rispose alla padrona:
--Gli è uno di quei poverelli cui ella fa tutti i giorni la carità di
accordare udienza.
--Ah sì? disse la marchesa che non aveva cessato di fissare il suo
sguardo vitreo sul pittore. È raccomandato dal parroco?
--Credo di sì: rispose la giovane con imperturbabile franchezza.
--Come si chiama?
Antonio disse il suo nome.
--Non me ne ricordo... Dev'essere scritto su quella lista che c'è lì
sul tavolino. Ah no, quella lì è dei raccomandati da Salicotto... Se
non isbaglio, Grisostomo mi ha detto che Salicotto è un poco di
buono... Come può mai essere?... Io mi confondo... Voi dunque siete
raccomandato dal parroco?... Ah! se ci fosse Grisostomo!... Perchè
venite quando non ci è lui?
Vanardi non sapeva che cosa rispondere e si tacque.
--Accostatevi: disse la marchesa.
Il pittore ubbidì. Allora si vide quell'involto di pelliccie e di
coperture d'ogni fatta agitarsi per un moto interno che durò alcun
tempo, finchè una mano scarna, magrissima, dal color della cera antica
ne venne fuori. Questa mano si diede tosto a cercare, frugare e
rifrugare qua e là per la poltrona.
--I miei occhiali, Carlotta; dove sono i miei occhiali?
Erano sul tavolo vicino. La cameriera li prese e li diede alla
padrona; la quale messili a cavalcioni sul naso si pose a squadrare
l'uomo che le stava dinanzi.
Fortuna volle che _Mimì_, abbonita dalla pastina di Carlotta, sentisse
non so quale simpatia o curiosità per quell'uomo che non avea mai
visto: onde guardando verso Antonio prese ad agitarsi sulla farragine
delle pelliccie della padrona ed a gemicolare sommesso.
La marchesa non tardò ad accorgersi di questi diportamenti della sua
favorita.
--Carlotta, diss'ella, vedete che _Mimì_ la vuol scendere. Suvvia,
prendetela adagino e mettetela a terra.
E con occhio irrequieto tenne dietro all'operazione che la cameriera
s'affrettava ad eseguire.
Appena la cagnetta ebbe tocco il tappeto del pavimento, la corse, come
le concedevano la pinguedine e la gotta, verso Vanardi, e per benigna
protezione di non so qual nume, giuntagli ai piedi, si pose a fargli
quel tanto di festa ch'ella sapeva, a dimenare un simulacro di coda e
tentare di drizzarsi sulle piote deretane per appoggiare le anteriori
alle gambe di lui.
Vanardi, benchè molto glie ne pesasse, e gli paresse quasi una viltà,
si abbassò verso la bestiola e ne accarezzò con la mano il dorso
sconciamente grasso e privo di peli. La vecchia signora che aveva
guardato con interesse sempre crescente i moti e gli atti della
_Mimì_, drizzò al volto d'Antonio la sua faccia impresciuttita, sulle
cui labbra tirate c'era la smorfia di un sorriso.
--Oh, oh! esclamò essa in sul piacevole; _Mimì_ vi protegge. Vieni qui
_Mimì_... Da brava, vieni qui.... Accostatevi ancora, mio caro... Come
vi chiamate?
Antonio ripetè il suo nome.
--Avanzatevi.... ancora un po'... lì, più presso a me... così...
Carlotta date un'altra pasta alla piccina... Com'è cara, neh?
soggiunse volgendosi a Vanardi... Poi tosto di nuovo a Carlotta che
offriva la pasta alla cagnetta: non la vuole?... Guardate se la
preferisce un pezzetto di zuccaro.
La schifiltosa bestiola si degnò finalmente di accettare una zolletta,
e quando la padrona ebbe visto che i pochi avanzi dei denti di _Mimì_
si erano cimentati vittoriosamente colla durezza dello zuccaro
cristallizzato, tornò badare ad Antonio.
--Ebbene, brav'uomo, gli disse, contatemi su i fatti vostri.
Mentre egli s'accingeva a parlare, la marchesa nascose accuratamente
sotto le pelliccie la destra che aveva tratta fuori poco prima e si
scosse come se un brivido l'avesse assalita.
--Carlotta, diss'ella, aggiungete della legna; fa freddo qui dentro.
La giovane s'affrettò ad ubbidire, quantunque ce ne fosse già una
catasta ad ardere sugli alari.
--Parlate pure: soggiunse tornando rivolgersi al pittore.
Antonio apriva la bocca, quando l'uscio della stanza s'aprì ed entrò
la superba, imponente ed importante persona del signor dottore.
Vanardi rimase in asso, e Carlotta disse alla marchesa:
--Ecco il dottore.
La vecchia s'agitò sotto il monte delle sue pelliccie, più che non
avesse fatto per l'innanzi e fece con ogni suo sforzo a volgere il
capo tremolante della parte da cui veniva il medico.
--Ah dottore! diss'ella: è questo il modo? Mi lascia qui senza darsi
un pensiero di me.... Ho un male addosso, sa.... Sono due ore che
l'aspetto.
Lombrichi non si turbò niente affatto della sua placidità olimpica.
Continuò ad inoltrarsi col suo passo grave e ben appoggiato per terra,
sorridente in volto e colla coda dell'occhio cercando la sua bella
immagine nello specchio.
--Che cosa c'è? dimandò egli con sussiegosa gentilezza. Cara marchesa,
io son qui tutto per lei... Si figuri che per venir qui ho lasciato la
contessa A., che voleva seco ritenermi a viva forza, ho trascurato di
andare dalla baronessa B, che mi attende, ed ho mandato dire a madama
C, la moglie del banchiere, che mi trovavo impegnato tutto il giorno.
Così dicendo, aveva deposto sul tavolino il suo cappello, e colla mano
aveva dato una ravviatina ai baffi ed al pizzo: poscia sbirciò un
momento con piglio altezzoso Vanardi, fece un amorevole sorriso a
Carlotta e presa una seggiola, dopo recatala vicino vicino alla
poltrona della vecchia, vi sedette con le arie d'una affettuosa
dimestichezza.
--Ebbene? ebbene? soggiuns'egli allora, andando a cercare sotto alle
coperture la mano gialla e gelata dalla marchesa, e stringendola fra
le sue. Il nostro male è dunque cresciuto?
La vecchia fissava i suoi occhietti semi-spenti sulla faccia rubizza,
prosperosa e con gravità sorridente del signor dottore.
--Tanto, tanto: rispose ella con voce più fiacca e senza vibrazione
affatto.
E Lombrichi con piglio dottorale:
--Già, me ne avvedo. Il fiato è più difficile?
--Sì.
--Il sonno irrequieto?
--Sì, sì.
--La digestione grave?
--Sì, sì, sì.
--Sa che cosa? Abbiamo fatto lavorar troppo quella benedetta
testolina. Ci siamo occupati soverchio questa mane per le solite
nostre opere di beneficenza.... Quel gran buon cuore lì ci fa di
questi brutti tiri alla nostra salute.... Abbiam bisogno di calma noi,
di aver tutte le nostre faccende assestate, tutte le nostre
disposizioni prese, di non dover più pensare a nulla.... Ed anche
nelle opere di carità ci conviene mettere un freno, fare più per mezzo
degli altri che da noi stessi, e poichè ci sono intorno delle persone
degne di tutta confidenza, affidarci in loro e lasciar fare.... Oggi,
per esempio, son persuaso che abbiam parlato più del dovere, ascoltato
un subbisso di nenie da quei piagnoloni, ricevuto ogni sorta di
gente....
E dava un'occhiata di traverso a Vanardi, il quale avrebbe voluto
essere le cento miglia lontano.
--È vero, è vero: disse la marchesa dondolando vieppiù la testa; ma
quella è l'unica mia distrazione; eppoi abbiamo sempre fatto così in
questa casa.... fin da quando c'era ancora la buon'anima di mio
marito.... La colpa è di quell'ingrato di Grisostomo. È lui che
dovrebbe vegliare sulla mia salute, ed egli mi abbandona.... È tutta
la mattinata che è fuori.... Gli è un ingrataccio... ecco.
Lombrichi prese con zelo le difese dell'assente.
--Quel buon Grisostomo! esclamò egli. Non dica così di lui, cara
signora marchesa. Il brav'uomo è tutto divoto alla signoria vostra, e
se quest'oggi s'è allontanato da lei gli è perchè il servizio e gli
ordini di vossignoria ve l'hanno costretto. L'ho trovato non è guari
in casa del nostro buon amico, quel sant'uomo di Marone, dove era
venuto a prendere notizie di lui da parte della signora marchesa.
--Ah! è vero.... sicuro.... l'avevo dimenticato.... Ce l'ho mandato io
per sapere come quel povero Marone sta del suo braccio....
--Della sua gamba, vuol dire; la è una gamba quella che s'è
slogata....
--Sì, sì: è ben ciò che intendo io, una gamba.
--Glie ne posso dar io novelle fresche e precise; e' va un po' meglio,
ma per alcuni giorni è condannato a non uscire di casa. Uscendo di là
Grisostomo andava a parlare col notaio per quel certo affare che ella
ben sa....
--Sì, sì: so certo, quell'affare, il mio testamento....
Lombrichi diede una guardata sospettosa alla figura impacciata di
Antonio, ed interruppe:
--Ma ora parliamo di questa preziosa salute. Ci abbiamo dunque una
leggiera recrudescenza?... Già.... già.... Vediamo un poco.... Euh!
euh!
--Ebbene?... Che cosa mi ordina lei per rimettermi un po' meglio?
Il medico stette un minuto col polso della marchesa fra le dita,
corrugando la fronte in sembianza di gravissima meditazione; poi
rinascose egli stesso la mano di lei sotto le pelliccie e ve la coprì
bene.
--Uhm! diss'egli con gran sicumera, come se dicesse chi sa che
profonda sentenza; vi è stato un po' di agitazione, si ha bisogno di
calma, dopo la fatica occorre il riposo.
Trasse di tasca il suo pettinino di tartaruga e lo passò due o tre
volte nei baffi e nel pizzo, poi si mirò nello specchietto del manico
e riprese:
--Quella pozione l'ha già finita?
--No signore, saltò su Carlotta; anzi la non ne vuol più. Io glie ne
aveva mesciuto qui un bicchiere....
--Creda a me, disse Lombrichi alla marchesa: la ne prenda chè le
gioverà sicuro.
E tolto il bicchiere dalla fante, lo porse egli stesso alla vecchia
che lo bevette senza più renitenza.
Ma ecco a questo punto aprirsi di nuovo la porta, ed entrare sollecita
una giovine signora, vestita con modesta semplicità di buon gusto,
avvenevole senz'esser bella, con nelle fattezze, nello sguardo,
nell'atteggio delle labbra, l'espressione d'una meravigliosa bontà.
Essa accorse vivacemente presso la marchesa, esclamando con una voce
soavissima e piena d'affetto:
--Cara santola!...
E chinatasi ad abbracciarla, le depose sulla fronte e sulle guancia
una mezza dozzina di baci.
--Ecchè? disse la vecchia un po' stordita, traendo in là più che
poteva il suo capo: sei tu Lisa? Gran miracolo che ti sei ancora
ricordata di me!... È un mese.... sì, certo, un mese che non ti
vedo.... Già.... una vecchia madrina.... che importa alla signora?....
La si dimentica....
Lisa s'era ritratta alquanto per deporre il cappellino che s'era
slacciato e la mantellina che s'era tolta dalle spalle.
--Come! interruppe essa vivamente. Non lo sa? Vengo due o tre volte la
settimana; sono venuta anche jeri.
La marchesa scosse la testa dondolante.
--Jeri! diss'ella. Non mi ricordo.
--Non ho potuto venire sino a lei, perchè Grisostomo, come da un pezzo
mi viene dicendo, mi disse che il signor dottore aveva proibito di
lasciarla parlare a chicchessia. Io ho insistito e pregato
vanamente....
Lombrichi, il quale all'entrare della signora Pannini s'era levato da
sedere per salutare con cerimoniosa freddezza, s'inchinò un poco ed
interruppe:
--È vero che io ho data questa proibizione. La signora marchesa ha
bisogno d'essere lasciata tranquilla e non aver disturbi di sorta.
Lisa volse al medico uno sguardo dignitoso e ribattè con giusta
alterigia:
--Spero, diss'ella, che non conterà fra i disturbi una figlioccia che
viene per accudire alla sua santola.
Il dottore s'inchinò un'altra volta e fece un atto come per dire: «Non
voglio mica alludere a lei.»
Allora Lisa scorse la figura impacciata del povero Vanardi.
--Ma io, diss'ella con isquisita cortesia, sono venuta proprio a
disturbo di lei, signore, che stava discorrendo colla marchesa. Non
voglio essere d'impaccio, e piuttosto mi ritiro.
--No, no, sta qui: proruppe la vecchia. Quest'uomo può benissimo
parlare anche in tua presenza.... Dite pur su.... Com'è già che vi si
chiama?
Antonio ripetè per la terza volta il suo nome. Lisa si ricordò di
presente come la persona che portava quel nome fosse stata vivamente
raccomandata a lei ed a suo padre da Selva e da sua moglie.
--Ella è pittore? domandò con interesse ad Antonio.
--Signora sì.
--Ed amico dell'avvocato Selva?
--Per l'appunto.
--Ah, ah! tu lo conosci? interrogò la marchesa.
--Sì, santola, e sapendo ch'e' merita la sua protezione, glie lo
raccomando.
--Bene, bene: disse la vecchia volgendo il suo capo tremolante ad
Antonio, Eh, eh!... Sai tu Lisa che un'altra me l'ha giù
raccomandato?... Non indovineresti mai più chi.... _Mimì_, la brava
_Mimì_.... L'hai già veduta, Lisa? Essa è sempre più cara che è una
meraviglia; _Mimì, Mimì_, dico, vieni a salutar Lisa.
La cagnuola s'avanzò lentamente alla chiamata della padrona; la quale,
curvando più che le venisse fatto la testa, le faceva quella sua
smorfia grinzosa che equivaleva un sorriso.
Lisa si risolvette a passare la sua manina inguantata sul dorso della
bestiola, ma non con troppa buona voglia; Lombrichi invece chiamò a sè
la podagrosa cagnetta, la tolse sulle sue ginocchia e le fece un mondo
di carezze e di feste. La marchesa guardava con occhio tutto
compiacenza gli atti del dottore. Lisa ne volle richiamare
l'attenzione al povero Antonio.
--Ebbene, diss'ella, l'istinto non ha ingannato _Mimì_, quando essa
notò il signor Vanardi come degno del suo interesse.
A questo punto Lombrichi credette doversi degnare di riconoscere il
pittore.
--Se non isbaglio, disse, voi abitate una soffitta in casa del signor
Marone?
--Signor sì.
--Ah, ah! esclamò la marchesa con una specie d'interesse: in casa di
quel sant'uomo. Siamo dunque vicini?
--E fu in casa vostra, soggiungeva Lombrichi, che venne ricoverato
Marone allorchè cadde giù della scala.
--Appunto.
--Oh, oh! tornò ad esclamare la vecchia; siete voi che avete soccorso
quella santa persona!...
Le cose parevano incamminate il meglio del mondo in favore del nostro
povero Antonio, quand'ecco la sua cattiva stella, per rovinarlo,
mandar in iscena un nuovo personaggio: il signor Grisostomo.
Era un uomo grande, grosso, a lunga barba nera, a spalle quadre, a
faccia e modi volgari, non privi d'impertinenza. Entrò con una certa
padronanza, e gettò intorno uno sguardo scrutatore.
--Oh, oh! quanto gente c'è qui! diss'egli di subito, senza nemanco
salutare. Evviva signora marchesa! La compagnia non le manca.
All'udire la voce di costui la vecchia aveva voltato ratto la testa
tremolante, e lo guardava con quegli occhietti spenti che parevano in
tal momento animarsi un poco.
--Ah siete qui buona lana? disse la marchesa. Sapevate ch'io stava
peggio, lo sapevate, e m'avete lasciata sola tutta la mattina.
E Grisostomo, venendo accosto alla padrona con molta famigliarità, e
rassettandole le robe ond'era coperta, ch'essa, nell'atto del rapido
voltarsi, aveva un poco disacconciate:
--Eh! sono stato fuori per suo servizio e dietro suo comando, sa bene?
--Sì, sì; mi ricordo.... ma siete stato tanto tempo!...
--Se ho tardato un po', disse Grisostomo, gli è perchè ho pensato bene
di fare insieme un'altra commissione in servizio di lei.
--Che commissione?
--Sono andato per que' cavalli più queti ch'essa desiderava alla sua
carrozza. Ho finito tutto, e di quest'oggi saranno nella scuderia.
La vecchia curvò il capo sul petto e d'infra le sue mascelle, che
masticavano col loro moto abituale, non uscirono che parole
indistinte.
--Eh lo sapeva io, s'affrettò a dire Lombrichi tutto sorridente,
deponendo a terra la cagnolina che teneva ancora sulle ginocchia; lo
sapeva bene che il bravo Grisostomo non poteva indugiare che per
servire la signora marchesa.
E tese amichevolmente la mano al domestico.
--Buon giorno, Grisostomo.
--La riverisco, signor dottore: poi girando di nuovo uno sguardo
all'intorno: ma dica un poco lei, non siamo in troppi qui dentro per
la quiete della signora marchesa?
A queste parole due persone arrossirono, Lisa e Vanardi.
--Ehm, ehm: rispose il medico guardandosi nello specchio; potrebbe
anche darsi.... certo che.... il troppo parlare e il troppo sentire a
parlare....
Lisa corse dalla marchesa, l'abbracciò amorevolmente e le disse con
caldo accento:
--Santola, vuole che io parta o che rimanga a farle compagnia?
La vecchia posò un momento il suo sguardo sul volto della figlioccia,
che stava lì innanzi e presso al suo; quelle sembianze giovanili ed
allora animate, quell'aria d'affetto che ne spirava, tornarono
piacevoli a mirarsi alla madrina.
--Rimani, rimani: rispose ella con qualche po' d'effusione. Mi fa
piacere il vederti, e tu vieni sì di rado!
Grisostomo fece una smorfia, e non ebbe neppure la cura di celare il
suo dispetto. Per isfogarlo si volse a Vanardi.
--E voi, gli domandò bruscamente, che fate qui, chi siete?
Antonio rispose non senza fierezza:
--Gli è alla signora marchesa che ho da parlare, ed a lei ho già dato
conto dell'esser mio.
--Oh, sentite che tono! esclamò il villano servitore imbizzarrito. Chi
vi ha introdotto?
Lisa già voleva intromettersi, ma a questo punto successa al
malavventuroso pittore una tanta disgrazia che la sua causa fu
compiutamente perduta. La cagnetta, posta in terra poc'anzi dal
dottore, s'era avvicinata ad Antonio, il quale, non badandole punto,
nel fare un passo indietro, calpestò con un piede una delle piote
podagrose della bestiola. S'elevò tosto un alto guaito; e la vecchia
si riscosse sulla sua poltrona, che più non avrebbe potuto fare se a
lei medesima avessero pestato un callo.
--Che cosa avete fatto a _Mimì_? Vieni qui, carina.... O Dio, come
zoppica!... Siete stato voi che me l'avete rovinata.... Insolente!
andate fuori... ch'io non vi veda più... Grisostomo, fate uscire
costui.
Antonio, senz'attender altro, si precipitò fuor della stanza con una
rabbia ed una vergogna nell'anima che Dio vel dica; già toccava
all'uscio del pianerottolo, quando Carlotta lo raggiunse, e in fretta
in fretta, senza dargli tempo nè a pensare nè a parlare, gli pose in
mano un involtino di alcune monete e gli disse:
--La vecchia è scema, Grisostomo è un birbone, ma la signora Lisa è un
angiolo; è lei che vi manda questo.
Ed ella era veramente, come diceva Carlotta, un angelo, quella brava
signora Lisa, cui que' tristi, uniti in empia lega, avevan fatto di
tutto per allontanare dalla presenza, non che dal cuore della
marchesa. Grisostomo non si mosse più dal fianco della vecchia fin che
la figliuola del capitano Biale rimase colà; ed ella in vero,
impacciata e infastidita dalla vista e dalle maniere di quel
tracotante, non tardò a partire.
--Signora marchesa, disse il cacciatore, quando appena fu fuori la
Lisa, il notaio oggi non può venire, ma verrà domani senza fallo.
--Il notaio! balbettò la marchesa, perchè cosa il notaio?... Ah! mi
ricordo. Ho da rifare il mio testamento. Volete proprio ch'io rifaccia
il mio testamento?... Oh poveretta me!... Ma ciò mi farà morire....
Ah, mi sento male, sapete Grisostomo.--E diffatti dopo poche ore la si
pose a letto colla febbre.
Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, che era il lunedì, Selva e
Vanardi si recarono a Valnota, e per una strana combinazione, che
pareva un aiuto della Provvidenza, trovarono che Orsacchio erasi
partito di là, per una misteriosa gita alla capitale. Matteo, tuttavia
riconoscente al pittore delle generose mostre d'interesse che ne aveva
ricevute, non pose ostacolo a che egli vedesse la signora della
palazzina, ed Anna, dietro i cenni di Antonio, si recò da Gina a
prepararla a riceverlo.
La infelice, ancora affranta dall'ultima crisi passata, era del corpo
più inferma, ma quasi del tutto in senno, come da lungo tempo non era
stata. Accolse Anna con un amichevole sorriso.
--Ho udito il baroccio a partire, diss'ella: _egli_ s'è dunque
allontanato... Sono sola!... Quanto tempo starà?
--Credo tutta la giornata.
Gina trasse un sospiro di sollievo.
--Signora, rispose la ragazza esitando, c'è qui un cotale che vorrebbe
parlarle.
--Parlarmi! esclamò la misera. A me! Ma non c'è nessuno che venga a
parlarmi. E chi ci verrebbe?... Non ho più alcuno al mondo io che si
ricordi di me....
--Sì, signora, disse Anna dolcemente. C'è ancora qualcheduno che si
interessa per lei... Qualcheduno ch'ella ha conosciuto in altri tempi.
Gina si riscosse tutta e si gettò ratta giù del sofà, su cui giaceva.
Pigliò le mani della giovane e lo strinse forte; poi guardandola con
occhio ardente dimandò ansiosa, agitata, tremante:
--Chi?... oh, chi?... Rispondi!... Sarebbe?... O Dio! o Dio!...
E la sua faccia s'illuminò d'un lampo di gioia sì eccelso che Anna ne
fu, come dire, abbagliata. Ma sparì tosto; il volto di lei tornò
all'espressione di profonda mestizia, e lasciandosi ricadere sul sofà
mormorò:
--È impossibile, è impossibile... Sono folle.
Antonio, che non poteva più stare alle mosse, s'inoltrò pianamente:
Gina vide l'ombra d'un uomo, trasalì, alzò vivamente la testa, quasi
per un miracolo riconobbe di subito chi ei si fosse. Sorse di scatto,
gettò un grido, si slanciò verso di lui, cadde nelle sue braccia
esclamando:
--Siete voi!... E Adolfo? e Adolfo?... Parlatemi di Adolfo.
Vanardi non aveva parole fatte a rispondere. Le lagrime gli cascavano
silenziose giù per le guancie. E' guardava quella misera donna così
dal dolore distrutta, e una massima compassione l'occupava.
Ella sollevò il volto verso quello di lui, lo guardò un poco, e poi
disse con un accento in cui parevano lottare la ragione e la pazzia:
--Voi piangete!... voi piangete!... E perchè?
Ad un tratto si spiccò vivamente da lui e mandò un grido:
--Ah! egli è morto!... È dunque vero? Voi piangete Adolfo... Perchè
siete venuto allora?... Lasciatemi morir qui.
E si buttò sul sofà con disperato dolore, tutta la persona riscossa da
un penoso singhiozzo. Antonio le si inginocchiò presso e si pose a
parlarle: ciò che a quel punto gli dettassero la commozione e la pietà
non l'avrebbe saputo ripetere egli medesimo di poi. La donna si calmò
a poco a poco; ma il suo occhio era più smarrito e le sue parole più
sconnesse e più tronche.
--Siete venuto a recarmene novelle, disse; vi ringrazio... Alzatevi,
signore... S'accomodi, la prego... Mio marito è fuor di casa, ma non
tarderà... Potete dire ad Adolfo che ho da parlargli... Conviene che
s'allontani da me... Mi avevano detto ch'era morto... Non l'ho mai
creduto, sapete... Signor Vanardi, ella è suo amico intimo. Le parla
alcune volte di me?...
Antonio volle persuaderla a venir via con lui, ad abbandonare quel
luogo e fuggire il suo carnefice, ma non ci potè riuscire. Gina aveva
posto a quel luogo un materiale attaccamento, e spiccarsene non
poteva, e non volle. Antonio dovette lasciarla, e ritornare in Torino
con Selva, deciso a denunciare all'autorità Orsacchio l'uccisore
d'Adolfo.
Ad una stazione intermedia della strada da percorrersi incontravansi i
due treni, l'uno che veniva, l'altro che andava alla capitale. In
questa sosta di pochi minuti in cui i due treni si trovavano allato,
Vanardi, guardando per caso nell'altro treno, vide due occhi grifagni
che stavano fisi su di lui, e riconobbe la brutta faccia di Orsacchio;
bene si ritrasse egli vivamente all'indietro, ma era troppo tardi: il
marito di Gina l'aveva visto e riconosciuto ancor'egli.
La cagione che aveva menato Orsacchio in città era sempre quel
benedetto ritratto che egli voleva possedere ad ogni costo.
Informatosi se il pittore fosse in casa, e saputo dalla portinaia
ch'egli era assente, Orsacchio era salito al quartieretto di Vanardi,
ed alla Rosina aveva detto senza preamboli, additandole il quadro:
--Datemi questa tela e vi pagherò cinquecento lire....
La donna allargò tanto d'occhi.
--Cinquecento lire! ripetè essa.
Orsacchio scambiò la meraviglia di lei per irrisoluzione, e pressato
qual era di finirla, soggiunse:
--Seicento... ottocento, via, e non esitate più...
Rosina non esitò punto.
--Manderò a prenderlo domani o dopo domani. Lo consegnerete a chi ve
ne recherà il denaro.
--Mandi al mattino dallo dieci alle undici; a quell'ora mio marito non
c'è.
--Va bene.
Alla vista di Antonio che veniva dalla direzione di Valnota, un subito
sospetto entrò nell'animo di Orsacchio. Un istinto lo avvisò che gli
era per lui che quel maledetto pittore aveva fatto tal viaggio, che il
suo asilo era scoperto, e che contro di lui l'amico d'Adolfo avrebbe
eccitata la vendetta della legge. Provò una tal rabbia che dirlo è
nulla. Quel mondo ch'egli aveva con tanta cura sfuggito tendeva ancora
un braccio a ghermirlo.... Che fare? oh non si lascerebbe prendere.
Fuggire di nuovo, ramingar sempre, cercare un ancora più nascosto
ricetto in estera contrada!
Giunse a casa con un turbinio di siffatti pensieri pel capo che non
gli lasciavano requie. Andò diviato verso la camera di sua moglie, e
in quella che precedeva si arrestò e tese l'orecchio. Gina piangeva e
andava pronunziando tratto tratto con immensa effusione di affetto il
nome di Adolfo.
Al vedere entrare inaspettato il marito, la donna si drizzò pallida e
spaventata cessando immantinente dal piangere, quasi dal rifiatare.
Anna, che le era compagna, si ritrasse in un angolo timorosa ancor
essa.
L'uomo guardò intorno con occhi che mandavano luce di sangue. Indovinò
tutto. Incrociò le braccia al petto, si rivolse ad Anna, e
fulminandola con quel suo sguardo tremendo, le disse:
--Un uomo è entrato qui, quest'oggi, ed ha parlato a mia moglie.
Anna non ebbe neppure in pensiero di negare, curvò il capo e si
tacque.
--Uscite! soggiunse imperiosamente Orsacchio: e qui dentro non verrete
più.
La fanciulla partì, Gina guardava stupidita e non si mosse. Orsacchio
fece due o tre giri per la camera, poscia piantandosi ritto innanzi a
lei:
--Domani, le disse, noi ripartiremo.
E la lasciò sola.
Il domani infatti Orsacchio fu alla più vicina città, e verso sera ne
tornò con una carrozza a due cavalli di posta. Aveva messo in poche
valigie egli stesso tutto ciò soltanto che poteva dirsi
indispensabile; e quando le ebbe fatte caricare sul legno, entrò nella
stanza di Gina, e senz'altri preamboli le disse brusco:
--Venite.
La donna alzò il capo, guardò un poco il marito e parve tutto disposta
ad obbedire.
Orsacchio s'avviò primo verso l'uscio, ed essa lo seguì; ma quando il
suo piede ebbe tocca la soglia, Gina s'arrestò.
--Dove andiamo?
--Che v'importa saperlo? Noi partiremo di qui.
Ella indietreggiò.
--Partire di qui! esclamò. Non voglio.
Orsacchio la prese ad un braccio e ripetè più fieramente:
--Venite!
Ma ella, scrollando il capo, con una pacatezza da scema, rispose:
--No, no, non voglio... sto bene qui... sto molto bene... amo il mio
giardino... benchè ci sia la neve... ma la neve andrà via e torneranno
i fiori...
Il marito le strinse violentemente il braccio e accostando le sue
labbra all'orecchio di lei, quasi da toccarlo:
--Non obbligatemi a mezzi di rigore, le disse. Voglio essere ubbidito,
lo sapete.
La poveretta diede in uno scossone come chi da una placida quiete
venga improvvisamente turbato per un alto terrore. Mandò un grido, e
fece a sciogliersi dalla stretta della mano di lui.
--Lasciatemi, lasciatemi!... Ah, voi mi fate male... Lasciatemi stare
per carità.
La si dibatteva per divincolarsi; egli s'avviò verso la porta,
trascinandola a forza dietro sè: Gina gettava grida di spavento e
s'attaccava dall'uno all'altro a tutti i mobili della stanza.
--Tacete! tacete! le diceva sommesso il feroce.
--No, no, urlava essa: non voglio partire, voglio rimaner qui...
Uccidetemi piuttosto.
Orsacchio l'afferrò per le due braccia, la tirò violentemente a sè, la
strinse riluttante al suo petto, le pose innanzi al volto il suo
orribilmente contratto, e con accento crudelissimo le disse spiccato:
--Sì... come ho ucciso Adolfo.
Gina puntò le sue deboli braccia alle spalle di lui per rigettarsene
indietro, si dibattè per isciogliersi da quell'orribile amplesso, ma
le forze le mancarono a un tratto, e svenne.
Così priva di sensi ei la portò sollecito nella carrozza.
--A Torino, diss'egli al postiglione: e di galoppo.
Quindi si slanciò nella vettura che partì di furia.
L'infelice donna abbandonava quella casa come c'era arrivata, svenuta.