Se vi ricorda, gli era il lunedì a sera che Marone doveva recarsi da
Pannini per averne le sue novanta mila lire, e quel giorno medesimo un
agente di cambio era venuto a portare delle cartelle del debito
pubblico pel valore di sessanta mila franchi.
Ora quel giorno, Gustavo Pannini, infelicissimo nelle sue speculazioni
di borsa, doveva pagare dalle sessanta alle settanta mila lire di
differenza per la liquidazione di fin di mese. L'infelice era
disperato, e benchè non sapesse come trovarci un rimedio, aveva
pregato quell'agente a cui doveva pagare tal somma, quel cotal
Borgetti che ci avvenne d'incontrare in quegli uffici quando la prima
volta ci entrammo in compagnia di Antonio, di tornare verso sera che
in qualche modo avrebbe provvisto.
Pensò ad implorare il principale, e fattosi coraggio salì al piano
superiore dove il signor Bancone, tormentato dalla podagra, stava
sdraiato nella sua camera. Il milionario banchiere non lo lasciò manco
terminare; disse a Gustavo che gli era un babbuino ad aver giuocato al
rialzo, mentre egli, Bancone, aveva giuocato al ribasso: che quel
tanto e più cui Pannini perdeva era egli a guadagnarlo, e che non lo
avrebbe soccorso manco d'un centesimo per mostrargli ad essere più
accorto nell'avvenire: intanto pensasse a pagare, perchè in difetto
egli non avrebbe più tenuto nella sua banca un tale che non avesse
fatto onore ai propri impegni, altro che dargli il posto di primo
commesso; e con questa pillola confortativa, facendo smorfie orribili
per la gotta, lo congedò.
Pagare! come lo poteva Gustavo? Era dunque l'onore perduto e
l'impiego?.. In quella gli venivano ricapitate quelle tali cartelle
che ho detto. Se avesse potuto disporre delle medesime!... Cotal
pensiero si era appena affacciato alla sua mente che Borgetti
sopraggiungeva ad esigere la somma dovuta. Fu un atto più d'istinto
che di ragionamento. Gustavo prese quelle cartelle e le pose in mano
all'agente di cambio che lieto di vedersi così assicurato s'affrettò a
partirsi colla sua preda. Fu quando Borgetti era partito che Gustavo
si rese conto dell'azione che aveva commessa. Raccapricciò. Che cosa
direbbe al principale? che cosa allo suocero? sentì la testa dargli in
ciampanelle. Non c'era che un modo: partire, allontanarsi, fuggire. Ma
come, se non ne aveva manco i mezzi?... In quella ecco aprirsi l'uscio
e il signor Bernardo Busca, cassiere della banca, presentarsi con fra
mano alcuni sacchetti ed un grosso viluppo di biglietti di banca.
--Ecco le novanta mila lire richiestemi per questa sera. Vuole che le
riscontriamo insieme?
--Oh, non occorre: rispose Gustavo; le deponga costì, ed io glie ne do
tosto il discarico.
--Le cose in regola, disse il formalista cassiere. Potrei aver
commesso un errore nel contare, ed ella non deve accettare la somma
senz'esser certo del fatto suo. Verifichiamo.
--Lei non commette errori, signor Busca, ne son di là di sicuro. Pure,
se ciò le garba...
Il cassiere si pose a versare sulla scrivania i sacchetti di
napoleoni. Fu un'onda d'oro che coprì il tappeto verde, fu un suono
d'armonia seduttiva che, ripercossa dalle pareti di quel camerino,
destò, per così dire, il demone della voluttà del guadagno. A quel
rumore ed a quella vista gli occhi di vetro del cassiere rimasero quei
medesimi; ma le pupille di Gustavo s'accesero stranamente, mentre le
sue guancie impallidivano. Nel toccare, nel fare scorrere, nel
rammentare a pile quelle lucenti e tintinnanti monete, le dita del
giovane fremevano; con una tenacità carezzevole e desiderosa esse
palpavano i dischi metallici e la carta delle polizze di valore.
Quand'ebbero finito di contare, Bernardo rimise i napoleoni ne'
sacchetti, sovrappose l'una all'altra le polizze di banco, lasciò il
tutto lì dinanzi a Gustavo e si ritrasse.
Il marito di Lisa rimase solo. Solo? No: v'era colà dentro un tremendo
demone tentatore, e quei sacchetti e quei pezzi di carta esercitavano
sul suo spirito un funesto fascino irresistibile.
Lì avrebbe potuto avere i mezzi per fuggire: lì avrebbe potuto avere
almeno assicurata la sua esistenza avvenire... S'alzò e si pose a
passeggiare per la stanza agitato:
--Perduto ad ogni modo, lo sono: disse egli ad un punto, tanto vale
adunque...
S'arrestò e passò la destra sulla fronte madida di freddo sudore.
--Fra poco Marone verrà a pigliare i suoi denari... tanto meglio!.. Oh
venga presto...
In quella si picchiò all'uscio del gabinetto.
--Gli è lui, pensò Gustavo, il sogno è finito; e ratto il suo sguardo
corse al denaro, e, come un lampo, gli passò per la testa l'idea di
gettarvisi su, d'arraffarlo e fuggire per l'altra porta.
Fermò il viso, mandò un sospiro, e con voce non calma del tutto,
disse:
--Avanti.
Ci entrò, non Marone, ma la vecchia di lui fante.
Voi sapete che il giorno innanzi il padrone di casa di Antonio era
caduto giù dalle scale e s'era slogato una gamba; non potendo quindi
venire, mandava la serva con una sua lettera in cui, narrando la
disgrazia avvenutagli, pregava il signor Pannini a volergli recare a
casa la somma in discorso, che glie ne avrebbe fatta una fiorita
compitezza.
Negli occhi di Gustavo balenò una fiamma di gioia. Non fu riflessione,
fu come una trista ispirazione dell'inferno. Si mise alla scrivania, e
rispose a Marone, quella sera non poter egli rendersi alle brame di
lui, ma il domani senza fallo sarebbe ito col denaro. Piegò la carta,
vi pose il suggello e la diede alla fante la riportasse al padrone. La
sua mano tremava un pochino. Quando la donna fu uscita, il giovane,
pallido e cogli occhi sconvolti, corse al tavolo, abbrancò sacchetti e
involti delle polizze, serrò tutto fra mani, fra le braccia, al suo
petto, con febbrile passione.
--Tutto questo è mio, esclamò; fuggirò... Prima di domani a sera non
si saprà nulla... Andrò in America... Là in pochi anni mi farò ricco a
milioni... Ricco!.. ricchissimo!..
Pose nelle sue tasche l'oro e le carte di valore; tremava come
assalito dalla terzana: non era più in sè: uscì ratto e dovette
tornarsene indietro a prendere il cappello che dimenticava. Aveva
sulla faccia l'impronta più della pazzia che del delitto. Quando fu
nella strada vide passare una carrozza da nolo venturosamente vuota;
la chiamò, ci saltò dentro e diede l'indirizzo per a casa sua. Era
l'imbrunire e i lampioni delle strade cominciavano ad accendersi qua e
colà. A casa lo aspettavano pel pranzo. Nello scendere di carrozza
egli ci pensò. Con che viso sarebbe venuto innanzi allo suocero ed
alla moglie? E poi conveniva partire il più presto possibile, e che i
suoi, cercando di lui, non dessero l'allarme; e s'egli parlava loro di
partenza l'avrebbero oppresso di richieste e postolo troppo
agevolmente in imbarazzo. Tutto questo gli passò pel capo in un
baleno; e il suo partito fu preso di botto. Entrò dal portinaio e
chiese un fogliolino di carta: ci scrisse su poche righe in cui diceva
alla moglie, per ragione del suo ufficio aver egli da partir tosto e
star assente alcuni giorni, non volesse quindi darsi pena del non
vederlo, e lo scusasse anche presso lo suocero dell'allontanarsi così
senz'altri saluti, ma necessità lo voleva.
Diede la lettera al portiere perchè la recasse tosto su a Lisa, e
tornato nella carrozza ordinò al cocchiere lo menasse in fretta allo
scalo della ferrovia, da cui stava giusto per partire a quell'ora un
treno.
Al ricevere di quel biglietto, Lisa, col meraviglioso istinto di donna
amante, presenti che quella era una disgrazia; non sapeva capire come,
venuto fin sotto alla porta, Gustavo non fosse salito a darle almanco
un bacio d'addio. Passò una notte agitatissima ed insonne, e pareva,
tanta era la sua inquietudine, che ad ogni momento s'aspettasse lo
scoppio del fulmine che doveva distrarre ogni suo bene terreno.
E il fulmine precipitò verso mezzogiorno. Lisa e suo padre, dopo
l'asciolvere stavano nel salotto, quando una violenta scampanellata
risuonò dall'uscio dell'appartamento. Lisa, senza sapere il perchè,
sentì il suo cuore mettersi a palpitar forte. Si udì nella stanza
precedente il passo concitato d'un uomo ed una voce aspra ed affannata
che diceva:
--Non c'è?... È partito?... Voglio veder sua moglie... suo padre...
voglio parlare a qualcheduno, io!
Il signor Biale voleva andare a vedere egli stesso che cosa fosse,
quando la serva entrò di fretta.
--Gli è un signore tutto accalmanato, disse, che dimanda di sor
Gustavo, e vuole ad ogni modo venire innanzi.
--Introducetelo, comandò l'antico capitano.
In questo mentre lo sguardo di costui si posò sulla figliuola. Ella
era sì pallida e turbata ch'egli se ne atterri.
--Lisa, esclamò, c'è qualche cosa? che sai tu?...
--Niente, niente: ebbe tempo appena di rispondere la donna.
Il signor Bernardo, il cassiere di Bancone, si precipitava nella
stanza coll'impeto d'un masso che precipita giù da una china.
--Signora! gridò egli avanzandosi quasi minaccioso verso Lisa: dov'è
suo marito? Ho bisogno di parlargli, ho bisogno d'averlo qui subito.
Lisa confusa, quasi spaventata, non seppe nemmeno rispondere. Il
capitano, facendo un passo verso il nuovo venuto, disse con accento
asciutto e risentito:
--Signore, mio genero non è a Torino.
Busca si volse di scatto verso di lui.
--Ah, proruppe, il birbone è proprio scappato...
Il signor Biale gli troncò aspramente la parola.
--Chi siete voi? che modo è codesto? che impertinenza è la vostra?
E il dabbene Bernardo con tutto il calore di cui era capace:
--Chi sono? Sono il cassiere della banca a cui vostro genero ha
portato via cencinquanta mila lire.
A questa brutale sortita, Lisa cadde seduta, mandando un grido: Biale
indietrò come colpito a mezzo il petto da una botta.
--Signore! sclamò quest'ultimo: voi mi darete ragione di queste
parole.
Il cassiere contò senz'altro come la mancanza di Pannini dal suo posto
e quella delle cartelle del debito pubblico avessero già desto alcun
sospetto in Bancone; come una lettera di Marone avesse avvisato che
egli non aveva ricevuto i denari; come la misteriosa partenza di
Gustavo troppo confermasse i concepiti sospetti.
--È impossibile, è impossibile, disse Biale diventato pallido, che
pure sentiva entrare in suo cuore lo spavento che quella potesse
essere la verità.
Lisa si drizzò con impeto, presa da nuova energìa, e gettò le braccia
al collo del genitore.
--Sì, è impossibile: grida ella: oh! difendetelo voi, padre mio, non
lasciatelo calunniare il mio Gustavo. Egli è innocente, ne sono
sicura...
E la meschina ruppe in pianto.
--Sta di buon animo: le disse il capitano abbracciandola; sarà uno
sbaglio che tosto si metterà in chiaro... Io vengo con voi, signor
cassiere: voglio parlare al vostro principale.
Ed abbracciata amorosamente la figliuola, partissi tosto col signor
Bernardo.