La sera medesima del giorno in cui Vanardi aveva parlato a Selva,
questi con sua moglie discese in casa il signor Biale, come usava due
o tre volte la settimana, per farvi insieme la vegliata.
Il capitano e sua figlia Lisa stavano in un modesto ma pulito salotto,
in cui la tappezzeria e le masserizie mostravano, se non la ricchezza,
certo il buon gusto ed il buon governo.
Un allegro fuoco fiammava nel caminetto alla _Franklin_, e, sedutovi
presso su d'una poltrona coperta di cuoio color tané, il signor Carlo,
i piedi appoggiati al paracenere, la persona avviluppata in una vesta
ovattata, leggeva attentamente un volume della _Storia militare del
Piemonte_. Vicino a lui era un tavolino da una gamba sola con tre
piedi e sopravi una lampada col coprilume di carta verdescuro
all'infuori, che rifletteva la luce in un ristretto cerchio
tutt'intorno, lasciando nella penombra il rimanente della stanza.
Dall'altra parte di quel tavolino sedeva la moglie di Pannini; aveva
il suo cuscinetto da lavoro sulle ginocchia e cuciva.
Giovanni Selva nel dipingere a Vanardi l'antico capitano, Carlo Biale,
non aveva detto che la verità. È una figura che a prima vista vi
ispira confidenza e v'impone rispetto; una di quelle figure oneste,
aperte, gravi, le quali, solamente ad incontrarle, vi fanno provare
una certa soddisfazione e, nel contemplarle, vi fanno inorgoglire
d'essere della loro razza.
Lisa, sua figlia, ha diciott'anni. In punto a bellezza non uscirebbe
dalla mediocrità, s'ella non possedesse nello sguardo, nel sorriso,
nell'espressione delle sembianze, nell'aria del volto una quasi direi
malìa, la quale a chi l'accosta, a chi specialmente le parla, fa
ch'ella sembri la più bella, od anzi meglio, la più cara donna del
mondo. È l'eccellenza della sua anima eletta che si manifesta di
quella guisa e dolcemente comanda in una l'ammirazione e l'affetto.
Tenuta a battesimo dalla marchesa di Campidoro, fu fino agli ultimi
tempi carissima alla gentildonna, la quale il più spesso possibile,
fin da quando Lisa era bambina, la voleva seco; ed ella nel domestico
e frequente praticare in casa l'aristocratica famiglia, senza pur
volerlo, senza pensarci, senza accorgersene menomamente, aveva attinto
un'eleganza, una distinzione, una squisitezza di maniere che
meravigliosamente bene s'accordavano colla sua nativa gentilezza,
cortesia e bontà. Ella è di umor lieto ordinariamente, benigno sempre.
Amorevole qual'è, si compiace nelle mostre di affetto, nelle tenere
cure, nelle ufficiose attenzioni agli oggetti dell'amor suo: il padre
ed il marito. Poichè ebbe sposato l'amato giovane, Lisa fu pienamente
felice; visse in questa terra come in un paradiso; e la sua gioia
cotanta, nei primi tempi da cosa nessuna turbata, lasciò manifestarsi
nella rosea freschezza delle guancie, nel brillare degli occhi vivaci,
nella schiettezza del perenne sorriso, nell'allegre canzoni, nella
medesima alacrità posta ai quotidiani uffizi del domestico governo.
Però da alcun tempo quella sua tanta allegria era sminuita; la sera di
cui dico, sulla fronte di lei e sul volto avreste detto essere disteso
un velo che ne faceva meste le sembianze. Non era già un dolore, ma
una melanconia; meglio ancora era una preoccupazione non esente da
inquietudine. Un poco essa lavorava sbadata, a rilento, visibilmente
col pensiero ad altre ben diverse cose, un poco pareva rientrare in sè
s'affrettava, s'affrettava nel suo trar d'ago: tratto tratto i suoi
occhi neri ed espressivi si levavano dal lavoro e si rivolgevano
intenti, non senza una specie d'ansietà, verso l'uscio che menava alla
vicina stanza coniugale, in cui s'udiva un passo d'uomo che di quando
in quando si muoveva e un aprire e richiudere di cassetti e uno
spostar di mobili.
Di quando in quando il padre levava il suo serio e sereno sguardo
dalle pagine del libro e lo faceva guizzare verso la diletta
figliuola, ed era allora sollecita la buona Lisa a richiamare sulle
sue fattezze la usata espressione di tranquilla e beata ilarità, ed a
fare che l'occhio paterno incontrasse il più lieto di lei sorriso;
imperocchè ella avrebbe voluto fare ad ogni modo acciocchè il segreto
turbamento che era in lei non apparisse allo sguardo amoroso e
perspicace del padre.
Di cotal turbamento che da alquanto tempo la possedeva, era cagione il
marito, il quale, benchè amoroso e carezzevole sempre, pure aveva da
parecchi giorni qualche cosa di nuovo e di strano nei suoi contegni,
che dava mille indefinite paure alla Lisa.
Il primo lievissimo velo di nube che costei aveva visto salire sul
sereno orizzonte della sua felicità coniugale era provenuto da quella
sciocca ambizione di sfoggio che Gustavo pareva avere ereditata dal
padre e dal nonno. Vedutolo sopra pensiero alcune volte, la giovane
moglie l'aveva interrogato con ansioso affetto, timorosa che alcun
cruccio ne angustiasse l'anima, ed aveva scoperto con dolorosa
meraviglia come a lui non bastasse per essere felice la fortuna di
quel tanto e spartito amor loro ed invidiasse nel profondo del cuore
le distinzioni sociali, gli sbarbagli della ricchezza di cui godevano
altri nel mondo. Rimproverato amorosamente dalla giovine donna, perchè
potesse ad altro ancora rivolgere il pensiero e il desiderio, che
l'amor loro non fosse, quando la Provvidenza era stata così pietosa
per essi da conceder loro sì fortunata sorte, Gustavo aveva risposto
che non tanto per sè andava egli desiderando la ricchezza e i suoi
vantaggi, quanto per lei, sua diletta sposa, che avrebbe voluta la
prima in tutto e per tutto e la più ammirata dovunque.
--Ma ciò, soggiungeva egli tutto infervorato, sta pur certa che
avverrà senza fallo, o ch'io perderò il nome. Voglio mettere ai piedi
della mia bella Lisa una fortuna principesca; e quando io voglio una
cosa...
Con pari ardore Lisa lo interrompeva per protestare ch'ella si trovava
abbastanza contenta della modesta agiatezza del loro stato, che ciò
che importava al suo cuore era ch'egli l'amasse sempre e che le
ricchezze, non che non desiderarle, non che non sapere che cosa farne,
ma le temeva benanco quali insidie della sorte, come temeva ogni
cambiamento nelle sue condizioni presenti che le tornavano le migliori
possibili.
Gustavo crollava la testa, faceva un suo cotal sorriso misterioso e
conchiudeva con dire abbracciandola e baciandola:
--Vedrai, vedrai; lascia fare a me e non temere di nulla.
Lisa si racchetava, ma sarebbe stata assai più tranquilla se il marito
avesse rinunziato ad ogni velleità di simile ambizione. Gustavo aveva
sempre usato frequentare di molto le veglie e le feste della società
elegante. Aveva la sciocca smania di comparirvi riccamente vestito di
tutto punto e starvi a paro coi più doviziosi; seguiva gli esempi e le
traccie del signor Padule, il primo commesso di Bancone, che incarnava
sempre in sè l'ultimo figurino delle mode. Non c'era convegno, non
solennità, non festa, per cui egli tanto non facesse da riuscire ad
avervi l'invito. La moglie aveva condotta seco alcune volte, ma poi si
era dovuto a ciò rinunciare perchè le acconciature di lei costavano
troppo più di quello ch'essi potessero spendere, e perchè Lisa
medesima che ci trovava un mediocrissimo diletto aveva determinato
assolutamente di non volerci metter più il piede. E di molto le doleva
che il marito abbandonasse tutte le sere lei e suo padre soli, e non
trovasse pur mai che una veglia in famiglia valesse il sacrifizio
d'una di quelle concorrenze piene di soggezione; le doleva tanto più
che il tempo da passare insieme coll'amato uomo fosse così ridotto
sempre a meno, poichè di giorno le occupazioni di Gustavo alla Banca
gli lasciavano poche ore libere, e le sere, il _mondo_ lo toglieva
affatto alla moglie.
Non andò guari che Lisa si accorse una segreta preoccupazione essere
nell'animo di suo marito; allo sguardo d'una donna amorosa non isfugge
mai un simil fatto. Lo interrogò: egli rispose colla più franca
negativa; e qualche tempo di poi si mostrò veramente così allegro, che
ogni sospetto dovette dileguarsi dall'animo di Lisa. Gustavo era più
amoroso che mai; recò a casa per la moglie i più splendidi e suntuosi
regali di ori, di gioie e di vesti, così bene ch'ella dovette
rimproverarnelo, e non osò mostrarli al padre che più severamente ne
avrebbe ripreso la follìa del genero.
Ma quest'allegria fu una fase che non tardò a passare per lasciar
scorgere all'occhio scrutatore di Lisa i segni d'una nuova e maggiore
preoccupazione nel marito; e tale che da alcun tempo sembrava a lei
fosse addirittura un cruccio che ne tormentava l'animo. Aveva ella di
nuovo interrogato Gustavo con tutto interesse e con tutta
amorevolezza; ed egli a risponderle di bel nuovo press'a poco come
prima: non se ne ponesse in pensiero, non essergli capitato nulla, e
fra poco tempo vedrebbe che tutto andava per la meglio.
Le quali parole non avevano rassicurata l'amorosa donna che a mezzo; e
vedendo essa di tanto in tanto più tristamente pensosa e più
annuvolata la faccia del marito, l'inquietudine di lei ripigliava più
forte, quanto più si sforzava ad immaginare ed argomentare le ignote
ragioni di quella tristezza.
Il capitano, da parte sua, s'era accorto di qualche cosa riguardo alla
figliuola.
--Lisa: le disse un giorno, pigliandola per mano e fissandola ben bene
in volto. Tu non ridi più come per lo innanzi; tu non canti più da
mattina a sera come facevi. Che cosa è capitato?
La giovane s'era fatta del color delle fragole, come una colpevole
colta in fallo.
--Io, babbo? rispose ella tutto impacciata: ti pare?... Ma no... Son
sempre quella io... Non è capitato niente... Che cosa vuoi ci sia
capitato?
E da quel momento stette in sull'avviso per non lasciar scorgere più
nulla del suo turbamento al genitore.
Quella sera adunque in cui noi penetriamo nel salotto di codesta
famiglia. Lisa e suo padre erano soli presso al fuoco nel salotto, e
nella vicina stanza coniugale si udiva l'andare e venire d'un uomo che
non poteva essere altri che Gustavo.
Ad un punto, il signor Carlo alzò gli occhi dal suo libro, volse la
testa verso sua figlia e disse con accento pacato, ma in cui era pure
una leggiera tinta d'impaziente ironia:
--Che? Tuo marito non ha ancora terminata la sua acconciatura?
Cospetto di bacco! Sai che non c'è donna per quanto civetta essa sia
che impieghi tanto tempo alla teletta?
Lisa non sapeva che cosa rispondere; ed ecco, per fortuna, a torla
d'imbarazzo entrare nel salotto i due casigliani del piano di sopra,
Giovanni Selva e sua moglie Adelina.
Conosciuti quali erano dalla fantesca, i due visitatori avevano potuto
inoltrarsi senz'essere annunziati. All'udir gente che entrava il
signor Carlo aguzzò lo sguardo verso l'uscio; ma non vedendo bene chi
fosse nella penombra prodotta dal coprilume, sollevò questo dal globo
della lampada, e fece spandere la luce per tutta la camera.
--Siate i benvenuti, miei cari vicini: disse egli con molta
cordialità, ravvisandoli tosto, e chiuso il libro lo ripose sulla
tavola per porgere la destra a Giovanni che s'avanzava verso di lui.
Lisa, appena visto ancor essa chi entrava, s'era levata vivacemente da
sedere con un'esclamazione di affettuosa letizia ed un saluto
amichevole, ed era corsa incontro all'Adelina ad abbracciarla.
--Lei sta bene, signor capitano? disse Giovanni stringendo con
deferenza la mano leale del padre di Lisa.
--Benissimo, grazie. Di lei non lo domando neppure; lo si vede
abbastanza.... E neanche di lei signora, soggiunse con un sorriso di
galanteria, volgendosi ad Adelina, la quale s'era seduta dall'altra
parte del tavolino, accosto alla Lisa. Ella è un fior di rosa.
La moglie di Selva, sorridendo, minacciò scherzevolmente il signor
Biale coll'indice della sua piccola mano.
--Ah, signor capitano! Lei mi vuol fare imbizzarrire.
--E il signor Pannini? domandò Giovanni.
Il capitano fece una smorfia di cattivo umore e crollò le spalle con
atto di malcontento.
--È di là, rispose, in grandi occupazioni di teletta. Non so quando
avrà finito. Per me gli è un'ora che m'impaziento per tanta grulleria.
Lisa arrossì, come se fosse a lei diretto il rimbrotto, e timidamente
disse:
--Gustavo deve andare ad una gran festa, e....
--Sì, sì: fu sollecito a soggiungere il capitano, pentito d'aver fatto
pena alla figliuola. E' va ad un suntuoso ballo d'apparato che dà non
so qual principe della finanza.
--Desidererei parlargli: disse Giovanni; ma del resto ciò di cui
voglio pregarlo--perchè si tratta d'un favore che ho intenzione di
domandargli--posso dirlo a loro, è la medesima cosa.
--Parli, parli pure: disse con gentilezza invitatrice, non per
cerimonia, ma affatto sincera, il padre di Lisa.
In questa s'udì la voce di Gustavo dalla stanza vicina.
--Lisa, hai tu veduto i miei guanti?... Non li trovo più.... Ne avevo
ancora parecchie paia...
--Li ho riposti io: rispose Lisa alzandosi in tutta fretta. Vado a
darteli.
E corse sollecita dov'era il marito.
Gustavo in tutto lo splendore d'un'acconciatura di rispetto più che
accurata, abbagliante per i bottoncini di diamanti allo sparato della
camicia, pei bottoncini d'oro al panciotto nero, per la lunga e grossa
catena d'oro dell'oriuolo, dalla quale pendeva una voluminosa ciocca
di ciondoli, di ninnoli, di minuterie preziose, stava innanzi allo
specchio ammirando il nodo elegante della sua bianca cravatta e le
volute graziose alle tempia della sua zazzera arricciata dal ferro
sapiente d'un parrucchiere alla moda.
Si volse alla moglie che era entrata, e le disse con un sorriso
trionfante:
--Ti pare ch'io stia bene?
--Benissimo: rispose Lisa con ammirazione innanzi alla beltà di suo
marito.
--Vieni dunque a darmi un bacio.
Ella ubbidì con molto zelo. Gustavo le passò un braccio intorno alla
vita e guardandola con espressione di molto amore, soggiunse:
--Ah, perchè non posso condur meco anche te, mia buona ed adorata
Lisa, in una teletta che facesse stare al disotto quella di tutte le
altre? La tua bellezza, cara donna mia, disgraderebbe le più superbe
pretensioni di quelle poppattole che tengono lo scettro della moda...
Mandò un sospiro di sincero rimpianto, soggiungendo:
--Ah! se la fortuna mi avesse un po' assecondato!...
Sulla sua fronte venne di botto ad oscurarla quella nube che la moglie
da qualche tempo ci aveva notata ad intermittenze, però fu lesto a
discacciarla.
--Ma non ho perso ancora le speranze, continuò; ed anzi, chi sa che
fra poco...
Fece una reticenza, la quale, più ancora delle pronunziate parole,
eccitò la curiosità di Lisa.
--Che cos'è? domandò essa. Tu tenti qualche cosa? Tu hai qualche
progetto? Quale?
--Nulla, nulla: rispose il marito sciogliendo l'amplesso con cui la
teneva abbracciata e tornando allo specchio a mirarsi. Non andare
fantasticando colla tua testolina delle cose spiacevoli, sai... Non
voglio; no, cara, non voglio che la menoma ombra di cruccio passi sul
cuore della mia Lisa... Ti dico solamente che il mio costante
desiderio è il poter procurare a questa diletta donna tutti i piaceri
e le soddisfazioni della ricchezza...
--Ma io non ci tengo: disse vivamente la donna. Io non desidero in
nessun modo nè le feste nè gli sfarzi del gran mondo.
--Li desidero ben io per te... Come! a te non piacerebbe di venir
meco... non foss'altro che per istare insieme?
--Ah, Gustavo! Potremmo stare insieme tanto bene e con maggior
abbandono, qui, nella nostra casa!...
--Hai ragione: ma che cosa vuoi? Viviamo nella società, e non possiamo
sottrarci ai legami ed agl'impegni di essa... Quanto a me, poi, alla
mia carriera, al mio avvenire, è quasi una necessità il vivere quella
vita.
Lisa chinò il capo sospirando come per indicare ch'ella ben vi si
rassegnava, ma che penosa erale la sua rassegnazione.
--Oh, dunque, Lisa, riprese Gustavo cambiando tono: dammi i guanti.
La moglie venne a recargliene parecchie paia; egli ne scelse
accuratamente due, e messone uno in tasca per servir di ricambio, si
pose a calzar l'altro con tutta la cura che richiede una sì dilicata
operazione.
Passarono tutti due nel vicino salotto, Lisa portando il mantello, il
_cachenez_ ed il cappello del marito.
--La riverisco, signora, disse questi ad Adelina; buon giorno, Selva,
come va?