X.

Vanardi uscì dalla casa di Giovanni col cuore più leggiero e col

taschino un po' più pesante. Quei tre napoleoncini, nella sua assoluta

miseria, gli parevano poco meno che un tesoro. Camminò verso il suo

quartiere con la testa più alta e il passo più ardito. Siccome voleva

comprare per la famiglia pane, companatico e vino, pensò con qualche

solletico di superbia di andare ad abbacinare il fornaio, il canovaio

e il salumiere, suoi inesorabili creditori che dubitavan di lui, collo

splendore dei marenghini nuovi che si faceva ballare in tasca con

intima compiacenza. Ma quando già era presso alle botteghe di que'

suoi creditori, si fermò ad un tratto per un nuovo, più saggio avviso

sopraggiuntogli. S'egli mostrava a quei cotali di possedere del

denaro, essi avrebbero preteso tanto più istantemente di venir pagati

dell'aver loro, e Antonio non ne aveva abbastanza da pagarli

compiutamente; e poi, se avesse loro dato quel po' di moneta che

doveva alla carità dell'amico, in che modo il giorno di poi avrebbe

provveduto al mantenimento de' suoi?

Si recò in fondachi dove non era conosciuto, e quando ebbe fatto

compra di ciò che desiderava corse tosto verso casa sua. Per fortuna

questa volta niuno de' suoi creditori era fuori a vederlo passare.

Antonio si stupì forte di non iscorgere neppure dietro i cristalli

dell'uscio il naso appuntato dello speziale. Corse su fino in cima

della casa, pieno di buona voglia e di buon umore, e si trovò in

faccia ad un tremendissimo ingrognamento della signora Rosina.

Costei, liberatasi da messer Agapito, aveva pensato che cosa le

convenisse di fare, se dire o tacere al marito l'insolenza del

farmacista; e la prudenza, e insieme l'affezione che aveva per Antonio

l'avevano persuasa ad abbracciare l'ultimo dei due partiti, e salvare

così il suo uomo da un dispiacere, ed anche dalle triste conseguenze

che avrebbe potuto fruttargli la collera cui egli non avrebbe mancato

di abbandonarsi contro lo speziale. Ma il silenzio era pur grave alla

ciarliera donna, che non aveva mai avuto sì bell'argomento di

chiacchiere da non finire! Era per essa un vero supplizio, e senza

manco averne coscienza, si sentiva stizzita contro il marito a cui

cagione vi si era determinata. E poi, neppure contro quello sfacciato

di messer Agapito ella non aveva potuto sfogare tutta la bizza che

glie n'era venuta, e bisognava bene che verso qualcheduno la si

procurasse un supplemento di sfogo, se non voleva correre il pericolo

di schiattarne. Incominciò coi figliuoli; e l'improvvido marito giunse

giusto in tempo a prenderne la parte sua.

Rosina era seduta al suo solito luogo, coi suoi soliti panni

d'intorno, occupata al suo solito lavoro; ma solo a vedere il modo

brusco e violento con cui ella tirava i punti, s'indovinava il

temporale che c'era in quell'anima. I bambini, la cui turbolenza era

stata frenata da qualche cosa di più grave che un ammonimento, stavano

aggruppati in un angolo rasente il muro, e facevan greppo in silenzio,

guardando di sottecchi non senza timoroso sospetto la mano della mamma

che andava e veniva nella sua opera con vivacità febbrile.

Antonio, entrando, salutò allegramente, ma la moglie non se ne diede

per intesa.

--Mentre io era fuori, domandò egli, è venuto qualcheduno a cercarmi?

Rosina crollò le spalle, e un punto tirato con più violenza stracciò

il filo.

--Maledetto! diss'ella con rabbia.

--Che? esclamò il marito volgendosi a guardarla con qualche stupore:

con chi ce l'hai?

--Col fistolo che ti colga.

--Grazie!... Ne siamo alle solite gentilezze?

Rosina infilò l'ago e si rimise a cucire canterellando in mezzo ai

denti una canzoncina arrabbiata.

Antonio che si levava dalle tasche del soprabito con precauzione,

l'una dopo l'altra, due bottiglie di vino e le posava sulla tavola, si

rifaceva a domandare:

--Non è dunque venuto nessuno?

--E chi vuoi tu che ci sia venuto? rispose con impazienza la moglie, a

meno che non fosse qualche creditore per farsi pagare.

--Non parliamo di melanconie, per carità: esclamò Antonio, che trasse

di saccoccia un bell'involto di grossa carta azzurra da cui emanava un

confortevolissimo odore di salame, e lo pose sulla tavola vicino alle

bottiglie.

I bambini attratti da quella vista e da quell'odore si venivano

lentamente accostando, gli occhi larghi.

Antonio trasse ancora da quelle sue benedette tasche quattro pagnotte

o le mise ancor esse sulla tavola.

--E Giacomo non è venuto per caso a far la risposta della commissione

che gli ho data?

--Ti dico che non è venuto nessuno: ripetè con maggiore impazienza la

moglie: oh che sei sordo?

Allora la si degnò di fare attenzione ai preparativi di pasto

luculliano che il marito aveva disposti sopra la tavola.

--Che cosa è ciò? Dove hai tu presa tutta codesta roba? Te l'hanno

ancora data a credito?

--Oibò!.... L'ho pagata bravamente con quibus sonantibus.

E fece saltare il resto dei denari che aveva ancora in tasca.

La Rosina meravigliata allargò tanto d'occhi.

--Che? esclamò, come non potendo credere a tanto miracolo, del

denaro!... Come te lo sei tu procurato?

--Lo devo a quel bravo Giovanni, a cui non ho potuto tacere le mie

angustie.

Rosina smise alquanto del suo tono scontroso.

--Ah, quello è davvero un buon amico!

--Puoi dirlo sul sicuro.... Non solo mi ha soccorso di metà dei denari

che aveva presso di sè, ma si adoprerà in mio favore, e spero che sarà

efficacemente, per farmi ottenere un impiego....

Rosina gettò via dalle sue falde il lavoro a cui stava occupata e si

alzò sollecita, interrogando con molto interesse:

--Un impiego?... Possibile?... Quale?

Il marito le comunicò il progetto di Selva di farlo entrare negli

uffizi dei banchiere ricchissimo che avea nome Bancone, e i mezzi che

voleva usare per ciò. Il mal umore della donna si dileguò quasi per

l'affatto a codesta notizia.

--Avremo per lo meno il pane quotidiano assicurato: esclamò essa

lietamente; se pure tu saprai conservarcelo: soggiunse con un residuo

di acerbezza.

Vanardi mandò un grosso sospiro di pena e di rassegnazione.

--Lo saprò, diss'egli, ed alla mia povera arte, darò un addio....

--E fosse eterno! interruppe vivamente la Rosina.

--Papà; entrò opportunamente in mezzo il primo de' bambini con queste

parole: ho fame... Non vuoi darmi di quella buona roba che hai

portato?

--È giusto: disse il padre riscuotendosi; non mi manca l'appetito nè

anco a me. Non pensiamo ora a melanconie e godiamo di questo ben di

Dio che la sorte ci manda.

Anche la moglie trovò questo partito il migliore che fosse, perchè si

diede le mani attorno a preparare il desco, e fu così sollecita, che

due minuti dopo tutta la famigliuola era seduta intorno al mantile non

nuovo, nè fino, nè di bucato, e mangiavasi coll'appetito di gente che

si è preparata al pasto con lungo digiuno.

Il malumore della Rosina era sparito del tutto; e quella buona gente

godeva un istante di tranquillità e d'allegrezza in mezzo alle loro

traversie, obliando i travagli passati, le minaccie presenti,

lusingandosi nelle speranze che trasparivano nell'avvenire.

Quando più vivamente erano occupati nelle delizie del loro pasto e in

quelle dei castelli in aria che venivano sognando a gara, due picchi

all'uscio d'entrata annunziarono un visitatore.

--Chi viene adesso a seccarci? disse con malavoglia impaziente la

Rosina.

--Ch'e' sia il figliuolo della portinaia che ci rechi la risposta di

mio zio! esclamò Antonio a cui una nuova speranza venne a balenare

alla mente.

--Uhm! fece la moglie movendo il capo con atto che dinotava

partecipare ella assai poco in questo argomento la speranza del

marito. Avrà egli risposto tuo zio?

--Avanti: gridò Vanardi verso l'uscio; e questo, aprendosi pian piano,

lasciò scorgere la faccia melensa di Giacomo.

--Vedi se l'ho indovinata! esclamò con vivezza di buon umore Antonio,

in cui la concepita speranza si era di subito ingrandita ed afforzata.

Avanti, avanti, mio bravo Giacomo. Voi siete stato a portare quella

lettera?

--Sor sì: rispose avanzandosi il giovane, i cui stupidi occhi si

fissavano con manifesta ed ingenua cupidigia sui commestibili e sulle

bottiglie che stavano sul desco.

--Oh che bravo figliuolo! soggiungeva il pittore. Vi ringrazio

tanto... E mio zio ce l'avete trovato?

--Sor sì: ripeteva il figliuolo della portinaia non istaccando l'avido

sguardo dal salame e dal prosciutto affettati che mandavano un

solleticante odore dai piatti di maiolica in cui erano stati

ordinatamente disposti.

--Va benissimo: disse Antonio. Voi ci direte per filo e per segno

com'è andata la cosa. Prendete una seggiola... Quella appunto... Non

impugnatela per la spalliera che la traversa vi resterebbe in mano...

Venite a seder qui presso di me... Lì!... Piano e con precauzione,

ve', perchè la è un po' scassinata... Così... Ed ora parlate.

--Sor sì... Auguro loro buon appetito...

--Grazie.

--Anche a lei, madama.

--Grazie tante.

--A proposito, disse Antonio che era di carattere il più largo e

generoso, bereste una volta con noi?

Giacomo chinò la testa fra le spalle, fece boccuccia, mando giù la

saliva e lo sguardo disse chiaramente quanto ciò gli sarebbe stato a

grado.

--La ringrazio... Non vorrei scomodarli.

--Niente affatto. Ecco qui il bicchiere di Tonietto... I bambini

beranno in quel della mamma... Assaggiatemi questo poco; ciò vi vorrà

sciogliere lo scilinguagnolo.

E mescette un buon mezzo bicchiere, che Giacomo tracannò senz'altre

cerimonie.

--Dunque a noi: riprese Vanardi; siete stato nella bottega di mio zio?

--Sor sì... Oh che buon odore ha quel prosciutto lì!

Chi non glie ne avrebbe offerto? Antonio non era capace di far

orecchie da mercante; d'altronde pensava che non potendo dare a quel

giovane la mancia, il fargli parte della loro colazione avrebbe tenuto

le veci di quella, e ne avrebbe suscitato lo zelo per altre occasioni

in cui si avesse ancora bisogno di lui. Offrì adunque a Giacomo di

que' commestibili, che tanto manifestamente gli tiravano la gola; ed

egli, senza farsi punto pregare, si mise di buon animo a mangiare a

due palmenti, con qualche stizza della Rosina, meno generosa che il

marito, la quale invano veniva saettando Antonio di occhiate di

rimprovero ad ogni grosso boccone che faceva l'indiscreto figliuolo

della portinaia.

--E mio zio era egli nel fondaco? gli domandò poi Vanardi che voleva

ridurre il discorso a ciò che gl'importava.

--Sor sì: rispose Giacomo con la bocca piena; da principio, entrando,

ho creduto di no, perchè non ci vidi colà che un garzone seduto dietro

al banco... Se la mi favorisse un po' da bere, signor Vanardi...

Grazie!

Tracannò un bicchier di vino.

--E dunque? disse Antonio per ravviare la narrazione interrotta.

--Dunque mi diressi a quel garzone e domandai se il padrone non c'era.

A queste parole suo zio trasse fuori la testa da quella sua baracca di

bussola dove ci ha lo scrittoio e mi domandò: «che cosa c'è? che cosa

si vuole?» Io trassi di tasca la lettera ch'ella mi aveva data e

risposi: «Questo per lei.» Suo zio si alzò, uscì fuori dal suo

nascondiglio e venne avvicinandosi a me: «Una lettera, disse, chi la

manda?» Gli risposi che era lei. Il vecchio che già aveva tesa la mano

verso di me per prenderla, fece tal quale come se invece d'un pezzo di

carta avesse visto ch'io gli porgeva una vipera; trasse indietro la

mano e sè stesso, ed esclamò: «Mio nipote! Non voglio nulla da lui, nè

lettera, nè altro. Andate al diavolo voi e chi vi manda.»

--Ah! fece Antonio con un sospiro di dolore.

--Ha detto proprio così: continuava Giacomo. Io, com'ella capisce,

rimasi lì in asso, colla mia lettera in mano, che non sapevo più che

cosa dire nè che fare. Suo zio si pose a passeggiare su e giù della

bottega colle mani dietro le reni, borbottando fra sè delle parole che

non capivo e facendo ballare il fiocco della sua berretta con iscosse

di capo che mi sembrava volessero dire che era molto in collera. «Che

cosa fate ancora costì? mi disse dopo un poco, più burbero che mai;

non avete udito che non voglio ricever lettera di sorta di quel

signore?... E ditegli ben chiaro che si risparmi la pena di

scrivermene, chè di lui e delle cose sue in nessun modo non voglio più

sentire a parlare.» Ripetè queste ultime parole, staccando una sillaba

dall'altra e con forza: «Non vo-glio più sen-ti-re a par-la-re! Avete

capito?» Avevo capito benissimo. Rimisi in tasca la lettera e me ne

uscii.

--Oh diavolo! sclamò Antonio col più doloroso disappunto.

--Eh! io l'aveva previsto che sarebbe andata così: disse la Rosina

tornata in tutto il suo malumore di poc'anzi.

--E questa lettera me l'avete dunque riportata? domandò Vanardi che

cominciava a rimpiangere i bocconi ed il vino che ingollava con tanta

voglia quello stupido di Giacomo.

--Un momento, rispose questi: mi lasci dire, chè non ho finito.

--Dunque avanti, corpo di bacco! esclamò Antonio con impazienza.

--Ecco! Avevo fatto appena una cinquantina di passi, quando sento a

gridare di dietro: «Ehi, ehi, quel giovane.» Pensando che si potesse

parlare a me mi volto, e vedo il garzone che correndo mi raggiunse in

breve e mi disse: «Venite, il padrone vuol ancora parlarvi.» Tornammo

insieme nel fondaco. «Sapete voi che cosa mi scriva quel birbante?»

(ha detto proprio così) mi domandò suo zio con voce di collera. Io

risposi che non sapevo di niente. «Date qui quella lettera!» soggiunse

ancora più burbero e sdegnoso. Io glie la diedi: la prese, la girò e

rigirò fra le mani, la spiegazzò quasi con rabbia e poi la gettò senza

aprirla sopra il banco. «Che cosa fate?» mi domandò ruvidamente,

vedendo ch'io non muoveva. «Aspetto la risposta,» gli dissi. «Eh! non

c'è risposta da fare, mi disse di mala grazia; andate pure pei fatti

vostri.» Ero già colla mano sul saliscendi per aprir l'uscio, quando

egli, che pareva cambiare ad ogni momento d'idee, mi comandò brusco

brusco: «Aspettate.» Prese la lettera, entrò in quel suo gabbiotto, e

ci stette forse un dieci minuti e più, non dando altro segno della sua

presenza che di soffiarsi rumorosamente il naso due o tre volte. Poi

venne fuori ed aveva una faccia tutto diversa...

--Era commosso? domandò vivamente Antonio che ascoltava questo

racconto con interesse infinito.

--Quello che fosse non so, ma non pareva più in collera. «Va, mi

disse, e di' a mio nipote che una risposta glie la farò forse tra

poco. Bisogna ch'io ci pensi, ch'io veda, ch'io sappia.... Infine in

un modo o nell'altro gli farò conoscere le mie decisioni.» Aprì egli

stesso la porta ed io me ne venni via, ed ora le ho detto tutto dalla

prima parola all'ultima.

--Grazie, Giacomo: disse Antonio il cui cuore s'era aperto di nuovo

alla speranza: le novelle che mi porti sono migliori di quelle che mi

avevi fatto temere dapprima. Evidentemente lo zio fu tocco dalla mia

lettera; il suo affetto per me non è ancora spento del tutto, e il suo

buon cuore non si può smentire. Vedrai, Rosina, che di quest'oggi

medesimo il padrino si rifarà vivo per noi.

La moglie non aveva così liete speranze, ma non contestava ciò nulla

meno che le apparenze non fossero più favorevoli che per l'addietro.

Bisognava bene far festa a questo più benigno sorriso che regalava la

sorte, e ne pagarono la spesa le due bottiglie, delle quali, per zelo

specialmente di Giacomo, ben presto si vide il fondo.

Ma Giacomo era tutt'altro che avvezzo a simil baldoria, obbligato

dalla parsimonia della madre ad un culto esagerato della virtù della

temperanza. E ciò fu causa che quando egli, dopo essere rimasto nel

quartiere del pittore poco meno d'un'ora, discese nella loggia sotto

il portone era in preda ad una certa vivacità, ad un certo eccitamento

cui non era calunniare soverchiamente il dirlo una mezza cotta.

La portinaia scandolezzata accusò con isdegnose imprecazioni Antonio

di corrompere la savia morigeratezza di suo figlio; e per punire

quest'ultimo d'aver ceduto alle seduzioni del tentatore lo tenne tutto

il dì chiuso in casa, senza che si discorresse altrimenti per lui nè

di pranzo nè di cena.

Vanardi aspettò tutto quel giorno alcuna novella del padrino: ma

invano. Nulla giunse; in nessun modo il droghiere diede segno di vita.

Il domattina Antonio stette in casa fino alle dieci, nella speranza

sempre che da un momento all'altro qualche cosa apparisse. Verso le

dieci fu picchiato all'uscio e il pittore corse con uno slancio ad

aprire: era il signor Martino, giovane dello speziale, che porse ad

Antonio per commissione del suo principale una bustina di lettera

suggellata, che dal peso e dal suono si conosceva contenere monete.

--Se la volesse far grazia di scrivermene una ricevuta: disse Martino.

Antonio dissuggellò tosto tosto l'involtino e ci trovò dentro quattro

righe di scritto sopra un foglio di carta e due napoleoni d'oro da

venti lire. Nel bigliettino Agapito diceva che la somma acchiusa era

maggiore di quel che il pittore potesse pretendere, e quindi non lo

seccasse più.

--Che villano! esclamò Antonio, senza che la presenza del garzone

potesse più frenarlo. E mi manda quaranta lire!... Il miserabile!...

Appena se mi paga i colori.

Voleva rimandargli addietro il denaro; ma pure veniva tanto opportuno!

Rosina che era presente, non avrebbe lasciato passare senza contrasto

un simile dignitoso atto di risentimento; si acconciò a ritenerli e

farne la ricevuta, colla quale il signor Martino se ne andò.

Pochi momenti dopo era un usciere di Giudicatura che veniva cercando

il povero Vanardi, e gli rimetteva in mani proprie parecchi atti di

citazione provocati dal venditore di carbone, dal pizzicagnolo, dal

panattiere.

Antonio guardò quelle carte, sbalordito, come se fossero una sua

condanna di morte. Poi si battè la fronte, prese una subita

risoluzione, si calcò il cappellaccio in testa e con quel po' di

denaro che aveva corse via per ammansare mercè alcuni acconti i suoi

creditori. Un quarto d'ora dopo egli si trovava precisamente nella

florida condizione in cui era il giorno innanzi, cioè senza un soldo

in tasca.

E non era un quarto d'ora ch'egli era uscito di casa, quando bussavano

alla porta del suo alloggio, e dietro invito di Rosina vi entravano il

signor Marone ed uno sconosciuto.

La carità del prossimo · 第 12 / 35 题