IX.

--Il signor Biale, così cominciò Selva, come già ti dissi, è un uomo

che ora conta oltre a sessant'anni. Lo conosci tu di persona?

--No: rispose Antonio, non so d'averlo visto mai.

--È ancora un bell'uomo, alto di persona, a fronte calva, a faccia

severa, quantunque tutto bontà, a sguardo benevolo ed occhi

intelligenti. Fu militare, ed ha conservato qualche cosa della

rigidità del portamento e della bruschezza di maniere del soldato. Ha

la fibra di quel vero acciaio che piega, se occorre, ma fino ad un

certo punto soltanto, e piuttosto s'infrange che andar sotto al

livello della dignità e dell'onestà del carattere, che perdura

inalterabile, ed all'influsso corrosivo delle male parti della

società, delle passioni e della sciagura non si guasta nè s'infiacca.

La natura gli ha regalato un'onestà a tutta prova, la disciplina

militare, a cui fu soggetto ne' suoi giovani anni, gli ha aggiunto un

non so che di puritanismo autoritativo che lo fa abborrire da ogni

discussione, guardare con occhio acuto e sicuro dove stia il dovere, e

vistolo, camminare a passo franco verso di esso, quali che sieno gli

ostacoli che trammezzino.

«Il dovere è per lui la formola suprema, la regola inflessibile a cui

misurare tutte le sue azioni. Esso lo fa inchinare venerando innanzi a

Dio; esso lo rende caritatevole e pronto al sacrifizio verso il

prossimo; esso lo fa amoroso e previdente padre di famiglia, ed

insieme egregio cittadino, pronto a dare le sostanze e la vita per la

patria. Per effetto della sublime bontà del suo animo, dovere ed amore

si confondono per lui in una medesima cosa. Egli, quello che dice, ama

di farlo. Sotto alla rigidità delle sue maniere ed alla soldatesca

asciuttezza de' suoi contegni e' nasconde tesori d'amore da

disgradarne l'anima della donna più pietosa e meglio fornita di

affetti. Questa profonda e contenuta bontà si manifesta raro nel

laconismo delle sue parole, ma prova eloquentemente nelle opere,

avvolte pur sempre in quel caro e prezioso appannamento, lasciami dir

così, della semplicità e della modestia.

«Suo padre era un uomo duro, a cui per contro la pietà parlava poco al

cuore, troppo invece l'interesse. D'un'onestà ancor egli a tutte

prove, non avrebbe fatto torto d'un centesimo ad uomo al mondo, ma non

avrebbe dato nemmeno un soldo, nemmanco un suo incomodo di mezzo

minuto per fare un'ombra di bene ad un suo simile, cui non avesse

ragione da amare, o temere, o sperarne ricambio; non si sarebbe

peritato neppure un istante a rovinare chicchessiasi, un uomo ed anche

un'intiera famiglia, per soddisfare le due passioni che più

violentemente possedevano la sua anima fiera: l'amor del guadagno e

quello della vendetta.

«Di quest'ultima sua feroce passione ben ebbe a sentirne gli effetti

la famiglia del povero Pannini...

--Pannini, interruppe Antonio, quello stesso che ora ha sposato la

figliuola del signor Biale?

--Lui no; il marito della signora Lisa a quel tempo era ancora in

_mente dei_; e suo padre medesimo non era che un fanciullo; un

fanciullo era eziandio, di pochi anni anzi minore, il signor Carlo, il

padre della Lisa medesima; ma gli è appunto di quella famiglia che si

tratta e dell'avo del vivente signor Pannini. Fra costui e il padre

del signor Carlo esisteva da tempo una ruggine che sempre era venuta

crescendo. Biale era segretario ed amministratore delle fortune

copiosissime della nobile famiglia di Campidoro. Pannini ne era il

maggiordomo. Tutte due erano da tempo legati a quella casa e ne

curavano od ostentavano di curarne gli interessi, e tuttedue avevano

delle benemerenze verso i padroni che davano loro un influsso che

altri non avrebbe avuto nelle loro condizioni. Pannini, quando la

famiglia, per gli sconvolgimenti politici dell'invasione straniera e

del dominio francese in Piemonte, aveva emigrato di paese, aveva

voluto associare la sua alla sorte de' suoi padroni, li aveva seguiti,

e poichè essi erano ridotti a povere fortune dal sequestro e dalla

vendita dei loro beni patrimoniali, esso li aveva generosamente

mantenuti, senza che loro quasi se ne avessero ad accorgere, col

frutto dei risparmi che egli aveva potuto fare in addietro ed aveva

seco portati in esilio. Ma Biale non aveva dimostrata minor devozione

per quella stirpe: quando i beni della medesima erano stati posti in

vendita, egli aveva fatto così bene, che direttamente per sè, e

mediatamente per alcuni suoi fidatissimi, erasi reso acquisitore di

tutto quanto, giungendo persino a salvare la parte più preziosa e che

avessero più cara dei loro mobili e delle loro domestiche memorie.

Quando poi i Campidoro erano ritornati col loro re, egli modestamente

era andato a riporli in possesso d'ogni parte di quel patrimonio che

possedevano prima della tempesta della rivoluzione. Son codesti

servizi di tali che non si dimenticano più, e Pannini e Biale furono

pei Campidoro qualche cosa di meglio che un ragioniere ed un

maggiordomo, quasi due membri della famiglia; la quale, a quel tempo,

era ridotta a due uomini, il padre vecchio cadente oramai e un solo

figliuolo non più giovane, marito dell'attuale vecchia marchesa, che

sarà l'ultima a portare quel nome illustre, non avendo il Cielo

benedetto di figli il suo matrimonio.

«In quella situazione in cui si trovavano era troppo facile che

nascesse rivalità fra il signor ragioniere ed il signor maggiordomo, e

che perciò, a scavalcarsi a vicenda, l'uno tendesse a danneggiar

l'altro nello spirito dei padroni; e così avvenne di fatto. Pare anzi

che il primo a cominciare siffatta guerra sia stato Pannini; e Biale,

accortosene, ebbe la maggior rabbia che possa tormentare anima d'uomo

e giurò di fargliela pagare.

«La brutta lotta durò assai tempo con varia vicenda. Il marchese padre

pareva propendere pel maggiordomo, il figliuolo e specialmente la

moglie sembravano invece più inchinevoli al ragioniere. Pannini aveva

un torto che pare essere un difetto inerente all'organismo di quella

famiglia, poichè fu quello che menò poi a rovina suo figlio, in quel

tempo appena adolescente, e che io stesso ho già avuto occasione di

notare nel suo nipote Gustavo: un amore straordinario dello sfarzo di

comparire in pubblico colle mostre della ricchezza e dell'eleganza e

un'alterigia sciocca verso chi presumeva da meno di lui per la fortuna

e pel grado sociale; onde avveniva che tra i famigli egli avesse poco

o punto simpatia, e tutti invece fossero più disposti a favorire il

segretario, il quale in realtà superiore di grado al maggiordomo era

in fatti meno di lui altezzoso e superbo, e di cui la vita modesta non

offuscava gli sguardi a nessuno, non chiamava in alcun modo l'invidia

e le maligne supposizioni della gente.

«Avvenne frattanto che il vecchio marchese ammalasse e di quella

malattia che esser doveva l'ultima; il maggiordomo fu pieno di cure

per esso; il suo ufficio era più adatto a concedergli di star presso

il malato, e questi era così contento de' suoi servigi che quasi non

voleva intorno altri più che il maggiordomo. Fece il marchese il suo

testamento e questo mostrò gli effetti di quel suo stato presente

dell'animo, poichè mentre Biale vi era appena nominato e col legato

d'un ricordo da nulla, vi si contenevano invece per Pannini alcune

espressioni le più lusinghiere di riconoscenza per quanto aveva egli

fatto in beneficio dei Campidoro, e il lascito d'un vistoso legato.

«Quando, morto il marchese, Biale ebbe conosciuto il tenore di quel

testamento, egli provò una rabbia come forse non aveva ancora provato

mai. Amante come ti ho detto esser egli del guadagno, aspramente gli

cuoceva la meschinità del regalo a lui lasciato, appetto alla

vistosità di quello destinato al suo rivale; gli cuoceva del pari e

fors'anco più la sconoscenza che aveva fatto passar sotto silenzio i

servizi da lui resi ai Campidoro per magnificar quelli di quel rivale

medesimo cotanto favorito. Gli parve una vera ruberia che s'era fatta

a suo danno: ruberia di denaro e ruberia di considerazione; e il

colpevole di questo misfatto era Pannini, il quale se ne vantaggiava e

trionfava. L'odio suo contro di costui, il qual odio non aveva pur

bisogno di crescere per diventare enorme, tuttavia s'infierì vieppiù.

Pannini, da parte sua, ebbe la stoltezza e l'audacia di quasi menar

vampo di questo suo successo; e i suoi contegni verso Biale presero un

non so che di sprezzante, che erano pel padre di Carlo una continua e

reiterata e sempre più pungente provocazione.

«Biale si racchiuse in un cupo silenzio, parve cedere innanzi al

rivale, ma si raccoglieva invece per trovar modo di perdere affatto

l'odiato suo nemico.

«Ti ho detto che il modo di vivere di Pannini era tale da destare

anche le maligne supposizioni della gente, e le aveva destate difatti.

I famigli susurravan piano, e le comari del quartiere ripetevano forte

che a pagare tutto il lusso del signor maggiordomo non bastavano le

paghe onestamente da esso guadagnate, ma concorrevano alcune

particelle dei redditi della casa di Campidoro, abilmente da esso

stornate ne' suoi conti. Il male e le colpe dei nostri nemici si

credono molto agevolmente e con molto diletto; Biale credeva codesto

di Pannini, e determinò provarlo ai padroni e vi si accinse con tutta

la pertinacia e la sagacità dell'odio.

«Non saprei dirti come ci sia riuscito; il fatto è ch'egli raccolse

certi documenti e li presentò al marchese ed alla marchesa, i quali ne

furono convinti che il loro maggiordomo rubava a man salva. Il modo

con cui Pannini aveva ottenuto dal vecchio padrone moribondo que'

vantaggi e quelle note di encomio nel testamento non era piaciuto

nemmeno all'allora vivente marchese ed a sua moglie, i contegni del

maggiordomo di poi avevano sempre più indisposto l'animo loro verso di

esso: onde, alle rivelazioni avute da Biale, senza voler scendere a

spiegazioni di sorta, senza il menomo rimprovero nè altro, il marchese

e la marchesa, pagato Pannini di quanto per ogni ragione gli

spettasse, gli fecero significare che aveva da considerarsi aver

cessato di essere loro maggiordomo.

«A Pannini fu come una tegola che gli fosse cascata sul capo

passeggiando. Capì che la sua disgrazia la doveva a Biale, e se glie

ne accrescesse odio è facile pensarlo: fosse l'accoramento per questa

sua sventura o la rabbia di non potersi vendicare, il fatto è che non

andò molto tempo ch'egli si morì lasciando suo figlio in povere

fortune e nell'animo di lui l'odio verso il Biale, maggiore ancora di

quello ch'egli non avesse.

«Questo suo figlio, che è poi il padre del marito della signora Lisa,

aveva ancor egli, come e più che il padre, un grande amore per lo

sfarzo e per lo spendere, e trovavasi disgraziatamente al verde.

Venduto quel poco che gli era rimasto dell'eredità paterna, egli era

andato ad arruolarsi in un reggimento dell'esercito, e in questa

carriera militare, che egli abbracciava quasi per disperazione, doveva

trovarsi a fronte il figliuolo del nemico di suo padre, il quasi a lui

coetaneo Carlo Biale.

«Questi aveva scelto tale carriera parte per inclinazione, parte

eziandio per torsi da casa, dove l'umore diventato acre, intollerante

ed ingiustissimo di suo padre, gli rendeva quasi insopportabile il

soggiorno. Dopo la cacciata del Pannini e ancora più dopo la morte di

lui, Biale mentre di fisico pareva invecchiato di dieci anni, di

morale era divenuto il più cupo, il più irritabile, il più scontroso

degli uomini. Si sarebbe detto che una pena interna lo rodeva

continuamente, e ch'egli non potendo nè scacciarla nè sfogarsene

altrimenti, si travagliava maledettamente in una continua rabbia

contro sè stesso e contro altrui; rabbia che tutta incessantemente

andava a cadere sul capo del povero Carlo.

«Non ci volle poco a far consentire il padre ch'egli andasse soldato;

ma l'intervento del marchese, e della marchesa sopra tutto, la quale

andava pazza per le monture militari, valsero a vincere la sua

renitenza. Carlo a diciott'anni entrò semplice soldato in un

reggimento di fanteria; non volle esenzioni e privilegi nella vita del

soldato, benchè la protezione dei Campidoro gliene avrebbe potuto

procurare d'ogni fatta, e non si distinse da ogni altro che per zelo e

buona condotta. Ma tuttavia la protezione della nobile famiglia non

gli fu inefficace, perchè passato rapidamente pei gradi subalterni,

quattro anni dopo d'essersi arruolato, egli era promosso ufficiale. Il

figliuolo del disgraziato Pannini da molti più anni si impazientava

alla soglia di questa ambita promozione nel grado subalterno di

sergente. Ma in quella ecco avvenire a Carlo una sciagura e

svelarglisi un tremendo segreto che doveva influire su tutta la sua

vita di poi.

«Era egli di guarnigione a Genova, quando riceve una lettera pressante

che lo invita a venire senza il menomo indugio a Torino, se vuole

ancora vedere in questo mondo suo padre, assalito da una violenta

malattia, e condannato senza rimedio. Il colonnello del suo

reggimento, che di molto amava e stimava il giovane Carlo, gli dà

tosto di suo capo il permesso di venirsene, ed egli accorre colla

maggiore rapidità che gli era concessa. Arriva che suo padre è proprio

all'agonia; ma nel moribondo è ancora tutta la sua cognizione, ed è

ardente, pieno d'impazienza il desiderio di veder suo figlio, di

potergli dire alcune ultime parole prima di chiuder per sempre gli

occhi. Carlo s'accosta al letto, tremante, piangente, e quasi non

riconosce suo padre in quel cadavere in cui non c'è più di animato che

due occhi sbarrati, febbrili, riarsi da un fuoco interno, agitati e

quasi direste paurosi. Il morente gli fa cenno accosti più che può

l'orecchio alle sue labbra, da cui greve, affannato, penoso esce il

rifiato interrotto dal singhiozzo della morte, e Carlo si curva sul

giacente e questi con quel filo di voce che gli rimane sussurra:

«--Non morivo tranquillo senza svelarti una cosa che da tempo mi

tormenta... che è un mio gran rimorso... che temo Dio non mi

perdoni...

«Un singhiozzo l'interruppe: Carlo volle dire alcune parole di

conforto, ma il padre accennando cogli occhi lo lasciasse parlare,

temendo di non avere il tempo di finire la fatale confidenza, si

affrettò a soggiungere:

«--Pannini era innocente... Sono io che l'ho rovinato... io che l'ho

fatto morire nella miseria calunniandolo... «Carlo fece un moto di

sorpresa che poteva anche dirsi di orrore.

«--Ah!... potessi riparare... balbettò ancora il morente in cui la

voce veniva meno, poi torse gli occhi, agitò le labbra per pronunciare

altre parole, ma nessun suono ne uscì più; una lieve contrazione ne

corse i lineamenti, e il capo ricadde abbandonato sul guanciale. Era

morto.

«Pensate qual esser dovesse l'animo dell'onesto, intemerato Carlo, in

presenza del cadavere di suo padre dopo una rivelazione siffatta!

«Il pensiero che subito sorse nella dolorosa confusione ond'era stata

invasa la sua mente all'apprendere quel fatale, inaspettato segreto,

siffatto pensiero era quello cui avevano accennato le ultime parole

pronunziate da suo padre, le quali rivelavano di certo il desiderio

con cui egli era morto; era quello che non poteva a meno di sorgere in

un'anima così onesta: riparare!

«Ma come farlo? In qual modo e in qual misura? Carlo stette innanzi a

suo padre morto, le mani serrate con forza di contrazione muscolare,

muto, immobile, pallido, fissando quel cadavere come se da quei

lineamenti distesi dalla mano della morte, da quelle labbra chiuse per

sempre gli dovesse venire tuttavia un'indicazione del come eseguire il

dover suo, poichè egli non aveva menomamente indugiato a sentire che

quello era oramai un suo impreteribile dovere.

«Che notte fosse quella ch'egli passò dopo la morte del padre e la

terribile rivelazione, egli solo potrebbe dirlo, e non disse mai a

nessuno; ma il mattino la sua decisione era presa. Per prima cosa si

recò dai signori di Campidoro ed apprese loro tutta la verità, perchè

nel loro concetto fosse riabilitata la memoria del morto maggiordomo.

Egli aveva sentito che di due sorta doveva essere la riparazione da

farsi al calunniato: una morale, distruggendo il falso giudizio che di

lui aveva recato chi l'aveva creduto colpevole; l'altra materiale,

risarcendo per quanto a lui fosse possibile la famiglia di quella

vittima, dei danni finanziari che aveva sofferto. Dopo aver dunque

manifestato il vero al marchese ed alla marchesa di Campidoro, fece

due parti dell'eredità che gli aveva lasciato suo padre ed una fece

pervenire misteriosamente al figliuolo di Pannini. Verso di costui

egli non aveva nessun debito di svelare la colpa di suo padre: purchè

lo risarcisse ampiamente di quello che aveva perduto. Gli fece

pervenire la vistosa somma come il pagamento d'un debitore di suo

padre, che desiderava rimanersi sconosciuto. Pannini accolse questo

come un bel regalo della sorte, e non cercò altro, non sospettando

nemmeno che la cosa potesse venire da Biale; e siccome era sempre del

medesimo umore spendereccio, si diede a farla alla grande con quei

denari, per quanto gli consentiva la vita di subalterno militare.

Avrebbe rinunziato a questa uggiosa esistenza, ma i Campidoro volendo

alla loro volta risarcire in alcun modo il figliuolo del loro antico

maggiordomo, ottenevano a poco andare anche per lui le spalline da

ufficiale, ed egli trovandosi assai leggiadro e piacente sotto la

montura, continuava volonteroso. Poco dopo si univa in maritaggio con

una bella ragazza che gli arrecava una discreta dote, e ne nasceva un

figliuolo, che è il presente Gustavo Pannini.

«Ma volle sventura che un giorno Carlo Biale, promosso ad un grado

superiore, fosse cambiato di reggimento, e mandato in quello appunto

in cui era Pannini. Nell'animo di costui non era punto scemato l'odio

che nutriva verso il figliuolo del nemico di suo padre, di cui non

sospettava, e non avrebbe creduta mai la generosa azione a suo

riguardo.

«La severità di modi, l'asciutto riserbo di Carlo dispiacquero sempre

più a Pannini, il quale non lasciava occasione di scoccare qualche

frizzo mordace contro di lui: nè valse a placarlo il modo degno e

leale con cui Carlo trattava; e tutti, in breve, nel reggimento furono

persuasi che una gran ruggine era fra quei due, e che sarebbe bastata

una lieve circostanza a far nascere fra loro una collisione: questa

circostanza Pannini tentava ad ogni modo di far nascere, e Biale

invece con pari cura e con successo migliore faceva ad impedire. Di

codesto, come accade, fra gli ufficiali del reggimento si faceva un

gran discorrere, e chi temeva per l'uno e chi per l'altro, con

discussioni calorose che minacciavano persino produrre le più triste

conseguenze; gli amici di Pannini cominciavano a tacciare di

pusillanimità la prudenza di Biale, e i parteggiatori di quest'ultimo

battezzavano per impertinenza la volontà provocatrice del primo. In

verità Pannini aveva molti più aderenti che non Carlo, il quale,

venuto l'ultimo nel reggimento, colla serietà del suo carattere

allontanava da sè la famigliarità e la confidenza che sogliono aver

luogo fra camerati.

«Le cose erano a questo punto, quando la circostanza tanto aspettata

da Pannini avvenne pur troppo. Si era in piazza d'armi alle manovre, e

Biale in mancanza dell'aiutante maggiore faceva egli siffatto

servizio. In un movimento qualunque, Pannini, che comandava un

pelottone, si sbagliò e Carlo l'ebbe ad ammonire: era un movimento

importante, occorreva fosse eseguito rapidamente, e si era sotto gli

occhi del colonnello severissimo, che avrebbe acerbamente rampognato

l'errore: per ciò le parole di Biale furono forse più vivaci ed

impazienti che non sarebbero state in altro momento, e Pannini sentì

montarsi la stizza, offeso il suo orgoglio, che era cotanto,

nell'essere rimbrottato in presenza del reggimento. Si fermò egli

fuori delle righe, al posto in cui si trovava, e rispose alcune

insolenti parole al suo correttore; Biale rimbeccò ordinandogli, come

superiore, tacesse ed obbedisse: in quella soprarrivò il colonnello,

che volle sapere ciò che accadesse: informatone brevemente da Carlo,

il comandante del reggimento, il quale in siffatte cose era

scrupolosissimo, disse forte colla sua voce chiara di comando:

«--Sottotenente Pannini, cinque giorni di arresto nella propria

camera.

«Pannini tornò al suo posto pallido e mordendosi le labbra.

«--Biale me la pagherà: l'udirono mormorare fra i denti i suoi vicini.

«Mentre il sottotenente, era agli arresti, i suoi amici andavano

dicendo a bassa e ad alta voce che appena uscitone, Pannini avrebbe

domandato ragione a colui che era stato causa fosse così punito; e

Biale quando questa voce gli venne all'orecchio si contentò di fare un

sorriso e di crollar le spalle. Invero il signor Carlo non aveva

nessun'apprensione da provare per un simile scontro, tra perchè era

coraggiosissimo innanzi ad ogni pericolo, tra perchè nel maneggio

d'ogni arma andava dei primi nel reggimento e di molto innanzi al suo

avversario.

«La cosa avvenne infatti com'era stata prevista. Il giorno stesso in

cui erano finiti gli arresti di Pannini, questi alla prima radunata

degli ufficiali investiva aspramente il suo nemico e lo sfidava a

duello. Biale s'era proposto d'esser calmo e di non accettare la

tenzone, riparandosi dietro la buona ragione che avendo parlato a

Pannini in qualità di superiore e per cose di servizio, non poteva

essere il caso di darne conto con un duello, ma come si fa ad esser

calmi quando un uomo vi provoca insolentemente in presenza d'una

frotta di compagni che si sanno pronti a prendere la vostra

moderazione per un meno nobile sentimento, e si ha il sangue di

venticinque anni nelle vene? Biale dimenticò tutti i suoi propositi di

mitezza innanzi alla tracotanza del suo avversario e, accettato il

duello, volle che fosse alla spada, l'arma degli scontri più seri, e

con tali condizioni che lo rendessero pericolosissimo.

«--Così, pensava egli, l'avrò finita una buona volta con questo matto.

«Le cose furono intese appuntino, ed il giorno dopo doveva aver luogo

il combattimento. Appena calmato un poco il bollore del sangue, nel

signor Carlo era tosto entrato già un rincrescimento di quanto ora

avvenuto, e s'era già pentito dell'aver così facilmente ceduto

all'impeto del suo momentaneo risentimento. Che? Aveva egli da

battersi col figliuolo dell'uomo che doveva a suo padre la rovina?

Così, se il padre aveva danneggiato questa famiglia nelle sostanze e

nella fama, egli, Carlo, l'avrebbe priva del suo unico attuale

sostegno? Come ti dissi, Pannini erasi ammogliato ed era da pochi mesi

padre d'un bambino; Carlo pensò a questo meschinello di fanciullo, ed

avrebbe dato non so che cosa per evitare quello scontro... Ma sì, come

s'aveva da fare oramai? Tutto era stabilito, l'ora fissata, preso il

convegno: per ritrarsene ci voleva ben altro coraggio di quello che

Carlo si credeva d'avere. Affrontare la lama dell'avversarlo era un

nonnulla per lui, ma affrontare i severi giudizi, lo scherno, il

disprezzo di tutto il reggimento, che sapeva non gli sarebbero mancati

quando egli si fosse tirato indietro, era troppo, e non gli pareva

affatto di sentirsene la forza.

«Era già notte, e Carlo, solo nella sua camera, preparava alcune carte

e disponeva di alcune sue cose nella previsione d'una possibile

disgrazia che gli toccasse nel duello la mattina a venire, quando il

soldato che gli faceva da domestico venne ad annunziargli che una

signora con fitto velo sul volto domandava con viva istanza parlargli.

Carlo, che non indovinava menomamente chi esser potesse, ordinò che

fosse introdotta. Entrò una donna che pareva appena potersi reggere in

piedi, tanto era vacillante il suo passo, e di cui le mani tremavano

come foglie mosse dal vento. Mentre Biale la salutava rispettosamente

e muoveva verso di lei, la dama si sorresse al mobile che trovò più

vicino colla sembianza di chi ha proprio esaurite tutte le sue forze.

«--Signora, disse Biale con accento incoraggiante, con chi ho l'onore

di parlare, e che cosa mi vale il favore d'una sua visita?

«La signora, il cui petto ansimava penosamente, levò il velo che

discendeva dal suo cappellino e mostrò il viso pallido, disfatto,

inondato di lagrime della giovane moglie di Pannini.

«Biale diede indietro d'un passo meravigliato e turbato.

«--Signora, balbettò egli, non sapendo affatto che cosa si avesse da

dire: signora, lei qui!....

«La donna per tutta risposta si lasciò cader seduta, e, coprendosi col

fazzoletto la faccia, ruppe in un pianto dirotto ed angoscioso.

«Carlo stette un poco dritto innanzi a quella donna, assai imbarazzato

di quel che avesse da dire o da fare; ma poichè alcun tempo era

trascorso in silenzio ed ei sentiva che qualche parola gli toccava

pure di rivolgere a quella desolata, cominciò con voce impressa di

riguardo e di pietà:

«--Signora, si calmi, faccia coraggio, la prego... La sua venuta mi fa

pensare ch'ella creda ch'io possa qualche cosa per lei; mi dica ciò

che ha da comandarmi, ed io la accerto che mi farò una premura di

servirla in tutto quanto mi sarà possibile.

«La donna si levò con impeto, si rasciugò in fretta le lagrime, e

giungendo le mani come fa chi supplica con ardore, disse con accento

pieno di commozione:

«--Sì, ella può molto per me. Ella può tutto, ed io sono venuti a

scongiurarla non voglia gettar nella rovina e nel dolore una famiglia.

«Per farla breve, la moglie di Pannini era venuta a pregare il signor

Carlo di non battersi col marito di lei; e lo fece con tante

preghiere, con tanta insistenza, con tali ragioni, che un cuore anche

meno umano di quello di Biale ne sarebbe rimasto commosso. Ma quello

che la povera donna domandava pareva all'avversario di Pannini

impossibile: come si fa a disdire un duello senza che ne sia offeso

l'onore, massime trattandosi di militari? Egli promise che avrebbe

fatto di tutto per risparmiare la vita del suo nemico; ma codesta

promessa non valse a tranquillare quella povera anima sgomenta di

moglie e di madre.

«Quando sarebbero stati a fronte nel giuoco tremendo in cui si tratta

di salvare la propria vita colla morte altrui, che sì che avrebbe

avuto ancora molto potere una tale promessa! Ella aveva bisogno di

sapere che non sarebbero andati sul terreno; ella si rivolgeva a

quella generosità e pietà dell'animo che sapeva in Biale cotanta; ella

lo pregava in nome d'un bambino che sarebbe rimasto orfano, gli

svelava un doloroso segreto della sua famiglia, ed era che il marito

col suo soverchio spendere aveva ormai consumato tutte le sue e le

sostanze della moglie, così bene ch'egli morendo avrebbe lasciata la

vedova e il figliuolino nella miseria. Avrebbe il signor Carlo voluto

tanta jattura? Tu sai che eloquenza disordinata, fuori di tutte le

regole, ma efficace, ha una donna commossa, che vuole arrivare a uno

scopo, una donna che prega per ciò che ha di più caro al mondo. Biale

aveva le lagrime agli occhi, ma non poteva dare alla supplicante una

risposta qual essa desiderava.

«--Ma vuol'ella adunque, finì egli per esclamare, che io sacrifichi

alla sua tranquillità il mio onore?

«--Voglio che non mi tolga il padre di mio figlio, l'unico sostegno

che mi rimanga.

«E poichè vide che Carlo rimaneva irremovibile, ella con atto ed

aspetto disperati partissi, ma lanciando sul giovane queste parole

come una maledizione:

«--Dio non le possa perdonar mai, se ella avrà ad essere l'assassino

della mia famiglia.

«Biale rimase solo sotto l'impressione di quelle crude parole che gli

penetrarono profondo nell'anima.--L'assassino di quella

famiglia!--Tutta notte sentì intronare nel suo cervello quest'orribile

grido. Era dunque fatale che quelli del suo sangue fossero funesti ai

Pannini? Quel povero bambino, quando fosse rimasto orfano, con che

forza avrebbe gridato al cielo vendetta contro di lui, come aspramente

il rimorso avrebbe travagliato il cuore di Carlo! Aveva egli riparato

in parte al danno recato a quella famiglia da suo padre per

recargliene egli stesso uno maggiore? Andar sul terreno era un esporsi

a diventar omicida; la donna sconsolata che era venuta a supplicarlo

aveva avuto ragione di non contentarsi della promessa da lui voluta

dare di risparmiare i giorni dell'avversario; ben sentiva egli stesso

che in faccia alla punta della spada nemica difficilmente sarebbe

stato padrone di sè. Dunque?... Non aveva egli verso il figliuolo

della vittima di suo padre doveri diversi e maggiori che non verso

ogni altro?... Quando egli fosse giunto a persuadersi che questo

dovere lo aveva, l'avrebbe compito senza fallo, qualunque cosa gli

avesse costato; ma respingeva questa persuasione. Lottò lungamente;

alla fine vinsero la pietà e quel sentimento esagerato del suo debito

verso Pannini, cui la sua anima di probità dilicatissima aveva

concepito: determinò che non avrebbe a niun conto incrociato la spada

col figliuolo dell'antico maggiordomo di casa Campidoro. Giunto il

mattino, scrisse due lettere: una ai suoi padrini, l'altra al suo

avversario; diceva in entrambe che più mature considerazioni fatte lo

avevano deciso a non battersi altrimenti, che molto gli doleva quanto

era avvenuto fra lui e Pannini; ma di quanto riguardava il servizio,

egli superiore di grado non aveva da renderne ragione nessuna, e se

nei fatti suoi v'era alcuna cosa all'infuori di ciò che avesse offeso

il sottotenente, egli, stato sempre lontanissimo dall'avere una simile

intenzione, non esitava a dichiarare aperto la sua maggiore stima per

l'avversario.

«Questo diportarsi di Carlo fu uno scandalo per tutto il reggimento,

che lo tacciò senza esitazione per atto di viltà. I padrini di Biale

accorsero strepitando al suo alloggio: ma un uomo come quello non

aveva potuto risolversi ad un passo di tal fatta senza molto

travaglio; appresero ch'egli era in letto con una febbre gagliarda e

trovarono nell'anticamera il suo fido soldato di servizio che per

ordine del medico non lasciava penetrare nessuno presso di lui.

«Per una settimana, durante cui Biale fu ammalato, Pannini trionfò

presso i compagni, di cui non uno era disposto ad approvare la

condotta del signor Carlo: non una visita venne a dimostrare al malato

la simpatia e il riguardo di alcuno de' suoi compagni d'arme. Solo una

donna venne copertamente una sera a ringraziarlo piangendo di

riconoscenza: era la moglie di Pannini, la madre di Gustavo. Tutta

l'ufficialità del reggimento aveva sentenziato che Biale era indegno

di appartenere al loro corpo, e che bisognava assolutamente fargli

prendere le sue dimissioni.

«Quando Carlo si presentò la prima volta dopo ciò ai suoi commilitoni,

tutti gli volsero le spalle col più appariscente disprezzo, nessuno

gli diresse la parola, ed a ciò ch'egli disse non fu risposto, come se

da nessuno fosse udito: egli divenne più pallido di quel che già era

in seguito a quella settimana di malattia, si morse le labbra, ma

incrociate le braccia al petto, stette immobile senza più aggiunger

verbo.

«Sopravvenne il colonnello, il quale naturalmente era stato informato

di tutto. Per ragioni di servizio dovette egli rivolgere la parola a

Biale, ma lo fece con più asciutta brevità e con burbero accento più

che non mai prima, e innanzi di partirsi gli disse bruscamente che

desiderava parlare con lui e lo attendeva ad una data ora in casa sua.

«Quando Carlo si recò dal colonnello, questi lo accolse nel suo

salotto, dritto innanzi al camino, con una faccia delle più

accigliate. Lasciatolo appena varcar la soglia, il colonnello

interrogò Biale con impetuosa vivacità:

«--È egli vero ciò che apprendo sul suo conto, signor luogotenente?

«--Che cosa? domandò a sua volta Biale con rispetto, ma con fermezza e

in contegno tutt'altro che di colpevole.

«--Che lei, sfidato da Pannini, al momento del duello ha rifiutato di

battersi?

«--È vero: rispose con serena semplicità il signor Carlo.

«Il colonnello diede uno scossone e fece una fiera alzata di capo come

cavallo che adombra.

«--Diavolo! esclamò egli, mandando lampi dagli occhi. Questo è

grave... molto grave... Ed io che ho sempre stimato in lei un buon

ufficiale!... Alla croce di Dio, avete voi paura?

«Biale arrossì fino alla radice dei capelli: ma i suoi occhi

mostravano che non era di vergogna quel suo rossore.

«--No, signor colonnello, non ho paura: diss'egli fermamente, ma senza

tono di millanteria.

«--Orsù, vediamo un poco... Qui sotto ci dev'essere una qualche

ragione, ed io non sarò malcontento di saperla.

«--Sì signore, la ragione c'è: una ragione che mi rende la vita del

signor Pannini più sacra di qualunque altra, ma questa ragione è un

segreto, ed io non lo posso dire a nessuno, nemmanco a lei.

«La faccia del colonnello s'imbrunì minacciosamente.

«--Eh via, queste son favole: diss'egli crollando il capo con

espressione di molto malcontento. Crede lei che la cosa possa passar

così liscia senz'altro?

«Tacque, come per aspettare una risposta: Carlo rimase immobile e

taciturno.

«--Avrà visto che accoglimento grazioso le hanno fatto i suoi

compagni...

«Biale ebbe una dolorosa contrazione del volto, come uomo a cui si

tasta aspramente una piaga; ma tornò tosto nella sua impassibilità.

«--Ho visto, diss'egli freddamente.

«--Ed hanno ragione, corpo di bacco! proruppe con collera il

colonnello. Sa ella, un ufficiale che rifiuti una soddisfazione

d'onore, che cosa gli resti di meglio da fare?

«--Dare le sue dimissioni, rispose freddamente Carlo.

«--Lei lo ha detto: disse con forza il colonnello, che pareva perdere

la pazienza.

«Biale s'inchinò.

«--È ciò che faccio fin da questo momento. Le manderò la mia domanda

per iscritto quest'oggi medesimo.

«Il colonnello aggiunse seccamente:

«--Procurerò che il Ministero soddisfi il più presto possibile il suo

desiderio.

«Fece un lieve cenno del capo per indicare che il colloquio aveva da

esser finito, e Biale uscì di là col tormento maggiore e la rabbia

repressa che uomo possa soffrir mai.

«--Anche il colonnello mi disprezza!.... pensava egli. Oh! non ho io

ripagato abbastanza il debito di mio padre?

«La notizia che Biale aveva domandata la dimissione corse sollecita

per tutto il reggimento: si rise alle sue spalle e si dissero di lui

le più schernevoli parole del mondo.

«Alla prima riunione degli ufficiali che ebbe luogo di poi, Carlo

presentandosi ebbe un accoglimento ancora più insultante ed offensivo

di prima. Ogni sguardo egli se lo sentiva addosso oltraggioso come una

ceffata: una voce chiara e spiccata disse forte:

«--Eccolo qua il codardo.

«Carlo camminò con passo risoluto verso colui che aveva pronunciate

cotali parole: era egli uno dei più arditi e battaglieri uffiziali

dell'esercito. Tutti i presenti si volsero a prestar attenzione a ciò

che stava per succedere.

«--È egli a me, domandò Biale con voce fremente ma contenuta, ch'ella

ha dato del codardo?

«Quell'altro lo guardò dall'alto al basso con supremo disprezzo.

«--A lei: rispose villanamente.

«Carlo non fu più padrone di sè: gli era da parecchi giorni che

soffriva cotanto, e la sua anima inasprita non ne poteva più, e il suo

sangue agitato dalla febbre gli bolliva irrefrenabilmente. Alzò la

mano ed un solenne schiaffo risuonò sulla guancia dell'ufficiale che

aveva detta quella parola: codardo.

«Naturalmente il percosso fece per gettarsi sul suo offensore, i

vicini s'intromisero perchè la lotta non si cambiasse in ignobile

pugillato, e, senza lasciar tempo in mezzo, i due contendenti,

accompagnati da quasi tutti gli ufficiali del reggimento si recarono

fuori della città a battersi colla sciabola medesima che avevano

allato.

«Ad una così seria offesa non poteva corrispondere che un seriissimo

duello. Biale aveva ancora il sangue eccitato e non aveva più campo ad

ascoltare voce alcuna di ragione. Si gettò contro l'avversario con

tutto l'impeto d'un uomo che vuole la morte di chi gli sta di fronte,

mentre l'avversario con pari ardore si slanciava contro di lui. Fu un

duello breve, ma terribilissimo per furore dei combattenti. Biale più

aitante di persona e più destro rimase vincitore: per una finta al

capo indusse il nemico a scoprire il petto, ed allora con rapida mossa

partendo a fondo lo colpiva in pieno petto con una puntata e lo

passava fuor fuori.

«Fino allora la sua esaltazione feroce era durata in Carlo; a quel

punto cessò ad un tratto. Nel volersi ritrarre indietro, dopo tirato

il colpo, egli senti la sciabola trattenuta, e pesare grave su di essa

il corpo dell'avversario. Nello stesso tempo i suoi occhi, fissi sul

volto del nemico, videro i lineamenti di costui contrarsi, poi

distendersi tosto, le labbra aprirsi e non mandare che un'esclamazione

soffocata, ed un pallore di morte spargersi sulla fronte e sulle

guancie dell'infelice. Carlo gettò un grido e spiccò un salto

all'indietro, abbandonando la guardia della sua sciabola. Il corpo

dell'altro ufficiale non più sostenuto cadde stramazzone per terra.

Tutti, eccetto Biale, gli furono attorno. Era morto.

«L'uccisore stava là, quasi più pallido dell'ucciso, ch'egli guardava

fisso con occhi sbarrati che esprimevano il più profondo orrore.

Quando gli fu pôrta la sua sciabola sanguinosa estratta dal cadavere,

e' la ruppe al suolo e ne gettò i pezzi lontano.

«Egli si allontanò solo di colà e lungamente si aggirò per la più

deserta campagna. S'era fatto omicida volontario ed un tremendo

rimorso gli tormentava l'animo: per risparmiare Pannini aveva ucciso

un innocente: a cagione di costui adunque egli vedeva spezzata la sua

carriera, fatto incerto il suo avvenire, chè nella vita militare non

voleva più continuare a niun patto, e macchiate le mani di sangue.

«Dopo quest'orribil fatto i suoi compagni gli avevano restituita la

loro stima: ma egli aveva orrore di sè medesimo. Fu mandato per tre

mesi agli arresti in fortezza, ed egli sopportò la pena, a suo

giudizio troppo mite, con una dolorosa rassegnazione. Il colonnello

nel frattempo gli fece capire che se avesse voluto ritirare la domanda

della dimissione, ciò vedrebbero molto volentieri e il reggimento ed

egli stesso; Carlo rispose che non avrebbe più cinto una spada finchè

non si trattasse di combattere un nemico straniero.

«Tornato alla esistenza di semplice cittadino, cercò un impiego

privato e l'ottenne presso una casa di commercio. Più tardi prendeva

moglie, e ne aveva un'unica figliuola, che è la signora Lisa.

«Quanto il signor Carlo amasse moglie e figliuola è superfluo il

dirlo: eppure questo grandissimo affetto non lo impedì che, scoppiata

la guerra dell'indipendenza in quel meraviglioso anno che fu il

quarantotto, egli non avesse più bene finchè non fosse riammesso

nell'esercito a spartire con esso i rischi di quella gloriosa lotta.

Chiese l'antico suo grado e l'ottenne; ed a quarant'anni cominciò la

guerra cogli spallini da luogotenente.

«La Lisa aveva allora poco più d'un lustro, ed era la più cara ed

intelligente bambina che si potesse vedere. Ella piangeva, serrandosi

colle piccole braccia al collo del padre; sua madre piangeva

reclinando il capo addolorato sulle spalle del marito: ma nulla valse

a smuovere il signor Carlo dal fatto proposito. Abbandonò moglie e

figliuola, ed ebbe la fortuna di essere uno dei primi a varcare il

Ticino e calpestare il suolo lombardo.

«Vedi stranezza del caso! Nel giugno, dopo la battaglia di Goito, dove

il comandante del battaglione a cui Biale apparteneva cadde

gloriosamente, fu nominato un nuovo maggiore: e questo che veniva da

un altro reggimento era nientemeno che Pannini; il quale, continuata

la carriera militare, trovavasi in tale occasione promosso a quel

grado.

«Il nuovo maggiore, al primo presentarglisi degli ufficiali del

battaglione, riconobbe tosto Biale; onde, non manifestato nulla in

presenza degli altri, quando furono in sul congedarsi, egli pregò

l'antico suo collega di volersi soffermare un momento con lui. Rimasti

soli, gli disse che aveva gran bisogno d'una franca spiegazione da

colui che al tempo della loro contesa era suo superiore, ed ora

trovavasi suo subalterno. Col fatto Biale aveva dimostro che non era

per nessun ignobile motivo ch'egli aveva rifiutato di battersi con

Pannini, e il colonnello a costui aveva ripetute di poi le parole

dettogli da Biale medesimo: che una segreta ragione gli aveva impedito

d'incrociare il ferro con colui che l'aveva sfidato; Pannini ora, al

momento di veder cominciare una nuova fase di necessariamente

seguitate e frequenti attinenze fra di loro, desiderava sapere questa

segreta ragione, od almeno conoscere se in essa v'era cosa alcuna che

leder potesse il suo onore e la sua delicatezza.

«Senza punto esitazione Biale s'affrettò a dichiarare che quest'ultimo

supposto non reggeva menomamente, e ch'egli di chi gli parlava aveva

sempre avuto piena stima; ma poi circa allo svelare questo segreto

motivo egli esitò, apparve manifestamente impacciato, e finì per dire

che la memoria della stretta relazione che passava un tempo fra le

loro famiglie e dell'infanzia passata insieme in gran parte, gli

faceva considerare Pannini quasi come un parente e lo avea reso

ripugnantissimo ad una lotta fratricida con esso.

«Il padre di Gustavo si contentò di questa spiegazione; gli anni lo

avevano fatto più calmo e più assennato anche lui: tese francamente la

mano al suo antico avversario, e disse che aveva riconosciuto in

appresso come in quella circostanza la ragione non istesse dalla sua

parte, che molto eragli doluto d'esser egli stato causa delle

disavventure che n'erano successe a Carlo, che glie le perdonasse, e

poichè egli aveva ricordato le antiche attinenze e l'antica amicizia

d'infanzia volesse anche da canto suo far rivivere quel passato e

considerar lui come suo antico camerata ed amico.

«Biale rispose, non senza commozione, a quel franco e leale parlare,

ch'egli avea tutto dimenticato; che d'altra parte, egli non aveva mai

dato colpa a lui dei tristi avvenimenti che gli erano capitati, ma

piuttosto alla sorte, e che nulla eragli più caro di risuscitare

l'antica domestichezza e l'antica affezione.

«Così fu in realtà, e da quel punto ogni rancore fra quelle due

famiglie fu spento; cosa di cui non poco si rallegrò il bravo cuore

del signor Carlo.

«Il quale al fuoco delle battaglie erasi mostrato uno de' più

valorosi. Dopo il primo scontro a cui prese parte il battaglione,

sotto il comando di Pannini, questi domandò ed ottenne pel suo antico

rivale la medaglia d'onore pel valor militare; e ad un fatto d'armi

posteriore, Pannini domandava ed otteneva del pari pel valoroso Biale

il grado di capitano nel medesimo battaglione.

«Le loro condizioni domestiche erano quasi identiche, ed uguali le

apprensioni e i timori del loro cuore di padre. Pannini aveva un

figliuolo di dodici anni incirca, di cui era solo sostegno, ed a cui

morendo non avrebbe lasciato che debiti; senza pur cessare

d'affrontare imperterrito ogni rischio, egli temeva la morte che

avrebbe lasciato solo al mondo in sì infelici condizioni il figliuolo.

Biale aveva ancor egli una moglie e una figliuola dilettissime, e con

pena pensava egli pure alla sorte di quelle care persone, quand'egli

soccombesse. Vennero a promettersi scambievolmente che quello dei due

sopravvivesse non avrebbe abbandonato la famiglia del caduto e glie ne

terrebbe luogo per quanto gli fosse possibile.

«Dopo ciò Pannini, il quale da qualche tempo sembrava agitato da

funesti presentimenti, fu più tranquillo, e con maggiore audacia

ancora s'espose ai pericoli, pur rampognando il capitano di troppa

imprudenza. La disgraziata campagna del quarantotto finì senza che nè

l'uno nè l'altro fossero rimasti vittima; il signor Carlo era stato

ferito bensì, ma lievemente, e dopo poco tempo aveva potuto riprendere

il comando della sua compagnia.

«Durante l'armistizio, il capitano era venuto ad abbracciare la moglie

e la figliuola, e Pannini, accompagnatolo in una licenza di pochi

giorni, gli aveva fatto conoscere suo figlio Gustavo cui faceva

educare in un collegio convitto di provincia. Il giovinetto aveva una

cert'aria d'intelligenza ed un aspetto di franchezza che molto erano

andati a sangue di Biale. Il maggiore aveva detto a suo figlio

additandogli il capitano, che in caso egli morisse, avesse poi a

considerare costui come suo padre: e il ragazzo s'era gettato al collo

del genitore con tanta effusione ed aveva detto con tanta sensitività:

«Oh no, papà, non morire, non dirlo nemmanco!» che il signor Carlo

n'era stato commosso ed avea preso ad augurare assai bene del

carattere e del cuore di Gustavo.

«I presentimenti di Pannini ebbero sfortunatamente ragione nella corta

e disastrosa campagna del quarantanove. A Novara, in sul primo

avanzarsi verso il nemico del suo battaglione, il maggiore cadeva

colpito in pieno petto da una palla tirolese. Raccolto sanguinoso egli

non fece che chiamare con tutta istanza presso di sè il capitano

Biale. Venuto costui, il ferito gli disse a stento colla voce che gli

mancava, mentre ad ogni parola il sangue gli sgorgava a ondate dalla

bocca.

«--Ricordati di mio figlio.... per me la è finita... mio figlio... mio

figlio... per carità!

«Lo sguardo inquieto, convulso, supplicante diceva assai più d'ogni

parola.

«Biale gli prese una mano e stringendola pronunziò con accento

solenne:

«--Sta tranquillo: gli farò da padre; te lo giuro!

«Il moribondo, chè oramai gli era tale, si rasserenò; i suoi occhi,

chè la parola non poteva più, ringraziarono con effusione; fu portato

alle ambulanze e dopo pochi minuti morì.

«Biale tornò incolume, e riabbracciato la moglie e la figliuola, corse

al collegio a vedere Gustavo. Gli narrò la morte gloriosa del

genitore, e gli confermò ch'ei non l'avrebbe abbandonato mai. Il

maggiore, come già ti dissi, non lasciava che debiti; il signor Carlo

sopperì del proprio alle spese degli studi del giovinetto, il quale

ogni vacanza veniva a passarla in casa del capitano come se fosse la

casa paterna. Quando si trattò di scegliere per Gustavo una carriera,

il capitano lo lasciò libero affatto; solamente gli fece notare come

il suo utile, ed anco il suo dovere, richiedessero che piuttosto

s'appigliasse ad una di quelle professioni che non vogliono tanto

lungo il tirocinio, per dar compenso di guadagni a chi le abbraccia.

Nell'opinione del bravo capitano, Gustavo aveva l'obbligo di venir

pagando a poco a poco, a seconda che guadagnasse, i debiti lasciati da

suo padre, e quindi, quanto più presto egli sarebbe riuscito a far

fruttare l'opera sua, e tanto meglio sarebbe stato. Gustavo scelse il

traffico bancario in cui sognava più rapidi e più vistosi i guadagni,

entrò negli uffizi del borsiere Bancone, seppe guadagnare le buone

grazie del primo commesso fatutto, il signor Padule, e col tempo

divenne segretario della banca.

«Intanto il signor Carlo aveva nuovamente rinunciato alla divisa ed al

grado militare: cessata la guerra, egli aveva voluto tutto ridonarsi

agli affetti ed agli interessi domestici. Colla dote recata dalla

moglie e con quello che egli aveva avanzato delle paterne sostanze la

famiglia possedeva una modesta agiatezza, in cui sembravagli di poter

vivere tutti tranquilli e felici senz'altro; e così sarebbe avvenuto

se poco tempo dopo loro non fosse piombato addosso un grandissimo

dolore: la morte della madre di Lisa. Il signor Carlo ne soffrì di

molto, e sulla sua faccia ordinariamente severa si stese quella tinta

di profonda mestizia che più non l'ha abbandonata di poi. Suoi soli

amori gli rimasero Lisa, primo ed immenso affetto, poi Gustavo. Anche

questi due giovanetti s'amarono, e più e in modo diverso che non

fratello e sorella. Se ne avvide il padre, e pensò che un maritaggio

fra di loro avrebbe fatto la felicità dei due giovani e quindi anche

la sua. Gustavo non possedeva niente fuorchè i debiti di suo padre che

aveva ancora da pagare, ma era laborioso, riconoscente, di carattere

buono ed amava con passione la Lisa: era bensì alcun poco intinto

ancor egli della pece di suo padre e di suo nonno, vale a dire,

mostravasi troppo ambizioso di sfoggio e troppo ghiotto di ricchezze:

ma pure tollerava con paziente coraggio la povertà delle sue fortune;

eppoi, miglior merito di ogni altro in lui, miglior ragione di tutte,

Lisa lo amava.... Il capitano li unì; ed ora vivono tutti insieme le

più beate creature del mondo, e dirò, senza tema d'errare, le migliori

altresì.

«E adesso dubiti tu ancora, mio caro Vanardi, che il capitano sia uomo

da non darsi pensiero delle disgrazie d'un pover'uomo, padre di

famiglia?

--No, rispose Vanardi. Ora ho anzi speranza, e di molto; e te ne

ringrazio, Giovanni, come di cosa già fatta. Sarò computista (e trasse

un sospiro): ma almeno avrò assicurato il pane della mia famiglia....

Ed a proposito di pane, bisogna appunto ch'io vada a comprar qualche

cosa da pranzo pei miei poveri bimbi, poichè mercè tua lo posso.

Addio. T'aspetterò dunque domani con una risposta del come il capitano

Biale e sua figlia abbiano assunta la protezione di questo povero

individuo.

E s'avviava per andarsene, quando si ricordò di quell'altro motivo che

l'aveva condotto dall'amico, quello cioè di narrargli le impressioni

del suo padrone di casa alla vista del ritratto di madama Orsacchio,

partecipargli i suoi sospetti e consultarlo sul da farsi in benefizio

di quell'infelice ch'egli non dubitava fosse vittima dei peggiori

trattamenti del crudele marito.

Selva non aveva conosciuto nè i Cioni nè gli Orsacchio, ma sapeva

tutte le vicende di quell'avvenimento dalla bocca di Vanardi medesimo,

e non era poco l'interesse che egli aveva preso alla sconosciuta sorte

della povera Gina.

Udito ciò che in questo momento glie ne disse Antonio intorno alla

visita del signor Marone, Giovanni rispose che quel fatto non era

bastevole per dar fondata speranza di essere in sulle traccie della

sparita donna; il padrone di casa, da qualunque interrogato, non

avrebbe di certo risposto secondo i loro desiderii, poichè era più

facile fosse d'accordo col signor Orsacchio che non altro; ad ogni

modo egli ci avrebbe riflettuto su di meglio, e guardato se c'era

possibilità alcuna d'averne un filo da potersi guidare, essendo che

stimava doverosa carità d'ognuno, e tanto più di Antonio che era stato

amicissimo dello sventurato amante di quella donna, il venire in

soccorso della infelice, non d'altro rea che d'un innocente amore

natole in cuore prima ancora che a forza le si facesse sposare un uomo

indegno d'ogni affetto.

La carità del prossimo · 第 11 / 35 题