CAPO IV

Scontento dei Valtellinesi--Congiura dei Grigioni e dei

Valtellinesi--Sacro Macello.

Ma, dolorosa verità! L'uomo ha più da temere le passioni dei suoi

simili che i disastri della natura. Gran doglia andava continuando

alla Valtellina il severo procedere dello _Strafgericht_, che per

racconciare la libertà guastava la giustizia: provocava lo sdegno dei

nobili col toglierli singolarmente di mira, mentre i popolani (se le

fazioni non ne traviavano il senno) si accorgevano che, percossi i

capi, rimarrebbero essi alla mercede dei predicanti. Nella Valtellina

intanto i Grigioni ogni di più prendevano rigoglio addosso ai

Cattolici, e questi dovevano mandar giù e mandar giù; e se dicevano

parola di lamento, i padroni si voltavan loro con un viso, quasi i

buoni ed i belli fossero essi. Se ti fai a leggere gli scritti di quei

giorni, ti apparrà come i signori vivessero timorosi e tremendi, nei

sudditi fosse un'ira, un cordoglio, un'affannosa speranza, il silenzio

della paura in tutto il paese, l'idea della vendetta in tutti i cuori,

e quel sordo rumore dello sdegno di Dio che si appressa.

Sciagura al governo, che intende col terrore comprimere i soggetti

mentre potrebbe colla giustizia amicarseli! Tristo a quello, il cui

egoismo crede riparar al male coll'acquistare tempo! I perseguitati

grigioni e valtellinesi, e quelli che riputavano meglio un onorato

ribelle che uno schiavo cittadino, cercando fuor di patria sicurezza,

libertà di lagnarsi, speranza di vendicarsi, si davano attorno per

introdurre le armi straniere nella valle non solo, ma nei Grigioni.

Anche il popolo dal terrore alla pietà, poi allo sdegno passò. E prima

parlottar segreto, poi aperte querele, ché nei patimenti sembra

consolazione il gridare e lamentarsi, e venire per il più leggero

appicco a parole, e tutt'insieme a sassi e coltelli. Avendo voluto i

Reti introdurre una chiesa evangelica in Boalzo e Bianzone, s'opposero

a tutta lor possa i Cattolici. E per vendetta di Biagio Piatti i

Cattolici ammazzarono un evangelico di Tirano, e diedero tal avviso

che mal per lui al predicante di Brusio, _primizie de' Martiri_.(63)

Anche al Calandrino, mentre predicava a Mello, una banda s'avventò, e

lo ferì a morte. Anzi avendo i predicanti, dopo la pasqua, fatto una

solita loro accolta in Tirano, i terrieri in arnese d'armi s'erano

rimpiattati al ponte della Tresenda per trucidarli: ma lor ventura

volle ne sentissero fama a tempo per ripararsi.

Intanto i Valtellinesi non lasciavano cura per trovare rimedio

efficace ai mali sì lungamente pazientati. Dal duca di Feria, nuovo

governatore del milanese, e dal Gueffier ambasciadore francese

ricevevano subdoli incentivi: trattarono colle Corti d'Austria e di

Spagna, ma l'ambigua politica di questa niente lasciava trarre a riva.

Il papa, a cui inviarono non una sola volta, li consolava con un mondo

di promesse, ma intanto li teneva confortati ad una pazienza, che loro

pareva ormai intempestiva. Sopratutto adoperavano i fuorusciti, gente

che, nimicissima di chi la proscrisse e nulla avendo a sperare nella

quiete, tutto nei tumulti, badando ai suoi odj più che ai comuni

interessi, è perpetua autrice di partiti estremi e ruinosi, purché

riesca non tanto al proprio trionfo, quanto a danno o a dispetto

dell'inimico. Colle consuete esagerazioni costoro gridavano per il

mondo l'oppressione della patria loro, e confortavano i Valtellinesi a

levarsi una volta per la causa santa, promettendo tener mano con essi.

Poiché ad ogni partito si vuole un rappresentante, un capo, tal fu

Giacomo Robustelli di Grossotto, parente dei Planta perseguitati,

perseguitato egli stesso, uom d'alto sangue, agiato dei beni di

fortuna, d'animo gagliardo e male al servire disposto, e ricco di

quell'ambizione che dei sagrifizj altrui sa fare vantaggio proprio.

Servendo nell'armi, era da Carlo Emanuele di Savoja stato fatto

cavaliere dei ss. Maurizio e Lazzaro, e molt'aura si era tra i suoi

acquistato coll'affabilità e splendidezza, sicché parve opportuno

centro alle trame per liberare la patria. Ben giungeva all'orecchio

dei dominanti come si parasse mal tempo, farsi appresto d'armi e

danari per venirne ad una: ma il sangue del Rusca era montato al

cielo, grave giudizio stava per avvenirne, e Dio gli inebbriava col

calice che manda talvolta a popoli e a principi, il sopore(64).

Ciò faccia saggi i signori della terra, che il pubblico bene, se vuol

che il suddito soffra alcuna cosa, vuol a più forte ragione che, chi

comanda, paventi stancarne l'obbedienza, schermo d'armi non bastare

ove ingiustizie si continuano, e mostrare più ancora dissennatezza che

atrocità chi ai lamenti dei popoli risponde "Confido nel mio

esercito".

Non intenderà mai la storia chi guardi i passati avvenimenti dalla

camera propria, anzi che trasportarsi in mezzo agli uomini, ai

costumi, alle opinioni tra cui furono compiti. La tolleranza, questo

dolce frutto della civiltà fecondata dal vangelo, per la quale noi

consideriamo fratello l'uom di qualunque credenza, e lasciamo a Dio lo

scrutare i cuori e punir gli errori dell'intelletto. La tolleranza che

nei secoli forbiti si risolve in accidiosa indifferenza tra l'errore e

la verità, e fa oggi da molti guardar come buone del pari tutte le

religioni purché morali, era affatto estranea a secoli dove le

pratiche religiose tenevano il primo posto nella società, dov'era

profonda la persuasione che una credenza sola portasse alla salute, le

altre alla perdizione. Chi però dice che la tolleranza fosse

proclamata dai riformatori, mentisce, e basterebbe a sbugiardirlo

questo nostro racconto. Le persecuzioni furono tra essi comuni non

meno che tra i Cattolici, altrettanto fiere e più durevoli, e nelle

dissensioni religiose di quel secolo si trattava solo qual parte

dovesse scannare l'altra; se in Francia i Cattolici trucidare gli

Ugonotti o in Inghilterra il contrario.

Anche in Valtellina si ha per costante che i Riformati si fossero

giurati a fare un vespro siciliano, e ridurre alla nuova religione la

valle, non lasciando razza né generazione dei Cattolici. Questo fatto

potrebbe, se non giustificare, scusare almeno l'estremità dei

Valtellinesi: ma è egli altrettanto vero, quanto asseverantemente

ripetuto? Il Ballarini, il Tuana ed altri scrittori cattolici lo

affermano; e che il governatore di Sondrio si fosse lasciato sfuggire

di bocca, non andrebbe molto che sarebbero tutti d'una fede. Nelle

suppliche sporte dal clero e dal popolo di Valtellina al re cattolico

ed al cristianissimo si asserisce questa congiura. Possibile ardissero

mentire così sfrontatamente in faccia a quelle corone? Parrebbe anzi

che unissero alle suppliche l'atto di quella congiura(65). Ma perché,

mentre si conservarono le suppliche perì tal documento? Come, fra

tanti fasci di carte, che ad altri ed a me non parve fatica rovistare,

questa non si rinvenne? Ben si ragiona di qualche lettera, ed il

Bajacca asserisce nel 1619 esserne caduta in mano dei Cattolici una,

di non si sa qual predicante, che si leggeva "Dio vi salvi, fratelli.

Non potendo la patria conservarsi in altra guisa che col levare di

mezzo i dissidenti, si conchiuse che vengano dalle fondamenta tolte la

città ed il vescovo di Coira, poi la Rezia tutta per riguardo ai

papisti". Ne recitano pure un'altra lunga latina, che suona in questo

tenore: "Fratelli, il dado è gittato... usiamo prestezza: non diamo

agli avversarii tempo a respirare... I papisti non si devono ridurre

alla disperazione se non si possono insieme prendere ed uccidere,

poiché spesso la disperazione è causa di vittoria. Mentre dunque il

ferro è caldo, battiamo: di poi l'occasione sarà calva: moviam loro

liti, molestiamoli citando, disputando, mormorando: calunniamoli,

finché lice quanto piace; quelli d'alto ingegno irretiamo colle

astuzie: allontaniamo così qualunque pericolo possa alle cervici

nostre sovrastare; tronchiamo le più alte: prima il vescovo, gli

abati, i prelati, i ministri avversi prendiamo, poi gli ispanizzanti;

rissiamo gli altri fra loro affinché si consumino: questi cacciamo,

quelli abbattiamo: se non taglieremo, saremo tagliati: oppressi

quelli, nulla è a temere... E ch'io lo dica in una parola: coll'esilio

e la morte di 300 uomini saremo sicuri".

Fin qui la lettera. Ora ti par questo l'ordinamento d'una congiura! O

non anzi il gridare, concediam pure d'un fanatico, ma che non fa che

gettare in mezzo un suo pensamento? Mi dirai che parlar oscuro si

suole in cose di tanto rilievo; ma od egli non temeva che la lettera

cadesse sott'occhio cattolico, e diceva poco; o sì, e diceva troppo.

Chi poi vergò quella lettera? donde? quando? a chi?(66) Manca ogni

data, ogni autenticazione. Come poi cadde in mano ai Cattolici?

Miracolosamente, vi dicono: risposta vaga, che cresce le dubbiezze. E

se considero come pochi fossero i Riformati a petto dei Cattolici,

come fra questi ne fossero di baldanzosi, che, quantunque sbanditi,

vivevano in patria fidando nei satelliti e nel proprio braccio, tanto

da ardire fino insultare i magistrati, sempre più scemo fede a questa

congiura, e vengo a crederla uno spediente, che il secolo nostro non

ignorò. Accusare la parte che soccombette, coprendo l'atrocità colla

calunnia e ammantando di difesa il misfatto.

Ma nulla più facile che ottener credenza perfino all'assurdo in mezzo

al turbinio dei partiti, cui primo effetto è annichilare il buon

senso. Vi si diede dunque retta. Le apparenze si recavano a realtà, i

veri mali s'invelenivano, si fingevano dei non veri, e quelli e questi

aumentavano l'accanimento. Era quello un tempo di rivoluzioni. La

Francia, dopo il macello della famosa notte di san Bartolomeo che

molti guardarono come generosa vendicazione di libertà nel credere, si

era agitata fra guerre terribili, che appena allora avevano posa.

L'Olanda si scoteva sanguinosamente dal giogo della Spagna in nome

della religione. In nome di questa la Boemia rompeva guerra

all'imperatore. Tutta Germania era in tumulto per quella che poi si

chiamò guerra dei Trent'anni. Quanto valga l'esempio nelle rivolte non

fa mestieri ch'io lo dica; né dovette essere allora inefficace a

persuadere i Valtellinesi a procacciare con mano forte ai casi loro.

Il cavaliere Robustelli accozzò nella propria casa a Grossotto alcuni

Valtellinesi di maggior recapito e di spiriti più vivi e con parole da

quel dicitore felice che egli era, discorse i danni ed i pericoli

della patria e della religione. Qui gran disparere. Chi esortava

ancora a pazienza: come si tollerano le brine ed i rovesci del tempo,

doversi tollerare la mala signoria. Esservi altri legali mezzi a

sperimentare, i subugli alla fine non far bene che ai tristi. Essi,

che fin qui potevano mostrare la ragione, non volessero gittarsi al

torto col soverchio avventurarsi, colle rivolte, esperimento

pericoloso quanto la trasfusione del sangue, non s'ottiene che di

cangiar padrone, forse di ribadir le catene, certo di perdere

l'inestimabile dono della pace. I moti popolari, facili ad eccitarsi,

difficili a mantenersi. A parole tutti esser buoni, ma al fatto si

sente che altro è immaginare, altro è soffrire, quando, raffreddo il

primo bollore, si conosce di non aver altro che aperto un varco di

pianto in pianto e d'un male in un peggio. Così dicevano quelli cui

pare che la perseveranza conduca ben più innanzi che non l'impeto; e

che disposti a non transiger mai colla prepotenza confidano fiaccarla

colla sofferenza attiva, persone che il secolo nostro condanna col

titolo di moderati.

Ma uom deliberato non vuol consiglio. E i più ai quali pareva lodevole

il far libera la patria od utile il comandarla o santo il purgarla

dalla eresia, sordi ad ogni voce di moderazione, per bocca del

Robustelli esclamavano essersi sofferto assai: dallo star pazientando

qual buona mercede ce ne venne? I timidi consigli ci fecero

disprezzati, i gagliardi ci faranno rispettati. Chi non comincia non

finisce. Dai padri nostri ne fu lasciata una patria da amare, un

patrimonio da difendere, il dovere di conservare le leggi da loro

promulgate. E la patria ed i beni e le leggi e, che più conta, la

religione ci hanno codesti stranieri tolto o contaminato. Chetare le

speranze in Dio? Quest'è lodevole quando cresca stimolo alle forze,

non quando sia pretesto a cessar dalle opere. Una misera pace ben si

muta anche colla guerra. Cento mila Cattolici, quanti ne abitano dalle

fonti del Liro a quelle dell'Adda, elevano un voto solo: cento milioni

di Cattolici in tutta Europa aspettano da noi esempio, e ci preparano

applausi e soccorsi. Noi dunque concorde volere, noi sdegno generoso,

noi magnanime speranze, noi armi giuste perché necessarie, formidabili

perché impugnate per la patria e per gli altari. Il papa ci benedice,

Spagna ci appoggia, la discordia dei Grigioni ci favorisce. Se

l'occasione fugga, chi più la raggiungerà? Chi non vuole quando può,

non può quando vuole. Torna meglio morire una volta che tremar sempre

la morte. Cadremo colle armi alla mano? Il mondo ci compassionerà, ci

ammirerà come martiri, come eroi. Sopravviveremo alla ben condotta

impresa? Quanto sarà dolce nei tardi nostri anni dire ai figli ed a

chi nascerà da loro: "Noi pugnammo per la patria e per la fede: se

liberi, se cattolici voi siete è merito nostro".

Applausi non mancano mai a chi parla alle passioni più che alla

ragione, e non tardarono ad entrar tutti nel parere più violento. Si

faceva grande appoggio sulle armi e sui maneggi dei Planta, si sperava

dai Cantoni cattolici; "Ribellione (diceva il capitano Guicciardi) si

chiama il macchinare e non compiere l'impresa". "Non mancheranno

ragioni (esclamava Anton Maria Paravicini) se non mancherà la forza di

sostenerle". "Tolgo sopra di me (soggiungeva il valente giureconsulto

Francesco Schenardi), il mostrare al mondo che abbiamo diritto d'esser

liberi ed indipendenti".

Ma come operare il gran fatto? Levarsi in arme, proponevano alcuni:

intimare ai Grigioni di partirsi, ai nostrali di convertirsi alla

fede; dar mano agli _ispazzinanti_ della Rezia per abbattere la parte

ereticale, e chiusi nei propri monti, respingere le armi che venissero

per soggiogarli. Ma "No no (gridava il dottor Vincenzo Venosta), non è

più tempo di mezzi consigli. Le ingiurie contro i principi non si

cominciano per farsi a mezzo: chi trae contro i padroni la spada,

getti il fodero, né ponga speranza che nel proprio valore. Or che

clemenza? che discorrere di diritto e non diritto, di pietoso o di

crudele, quando si tratta di salvare la patria e la religione? Non

sono costoro che uccisero Biagio Piatti ed il santo arciprete Nicolò?

Che chiesero a morte i migliori di noi? Che congiurarono per

iscannarci tutti inermi? Volti Iddio sovr'essi il loro consiglio, e si

scannino fino ad uno quanti eretici dannati al demonio vivono in mezzo

all'ovile di Cristo. Se noi li uccidiamo, se ne parlerà alcun tempo,

indi scaderà fin la memoria loro: se vivi li lasciamo, continueranno a

darsi attorno, cercando a noi nemici, a sé vendetta. Gusti il popolo

la voluttà del sangue, e sia suggello al voto di eterna nimistà con

questi esecrati padroni". Quel caldo parlare vinse i ritrosi pareri, e

fece precipitare la bilancia dei consigli esagerati. Onde, accesi

tutti in gran volontà di un passo terminativo, serrandosi le mani con

quella potenza che è data dall'accordo delle volontà, giurarono

ridurre le vendette ad un colpo e fare a pezzi quanti eretici natii o

stranieri, fossero nella valle. E senza punto frammettere, venne

spedito il capitano Giovanni Guicciardi di Ponte per amicare il

cardinale Federico Borromeo, il duca di Feria e gli altri magnati del

governo milanese. Nel che riuscito a poca fatica, ed avutone anzi 3000

doppie,(67) assoldò esuli e gente d'ogni sorta pel primo sforzo di

liberare la patria.

Non crederete che, fra tanti complici, questi trattati passassero

nascosti ai Grigioni: ma dagli interni tumulti occupati rimessamente

provvedevano, mentre i Valtellinesi per questo appunto acceleravano

vieppiù. E già avevano composto che il 19 luglio, mentre gli

Evangelici erano assembrati alla predica festiva, dovessero assalirli

e trucidarli nel punto stesso, truppe milanesi entrerebbero nella

valle. I Planta dal Tirolo, il Giojero, già podestà dì Morbegno, dalla

Mesolcina, piomberebbero sopra la Rezia. Tutti quei concerti insomma

che al tavolino pajono immancabili, e all'atto svaniscono, lasciando

chi vi credette in faccia alla nuda realtà. Disajutò gravemente

quest'ordine esso Giojero, che ai 13 di quel mese valicò il San

Bernardino, e sceso in val di Reno, difilò sovra Coira, presumendo con

un avventato colpo dare buon cominciamento all'impresa: ma dai

Grigioni respinto, sperperata quella sua marmaglia, fu mandato in fumo

il tentativo.

Né però i congiurati fecero come sbigottiti e vinti al primo colpo

fallito: anzi tenevano pronto armi, munizioni e bravi per un terribile

domani. Ma di rado van piane queste pratiche. Il capitano Giammaria

Paravicini di Ardenno, cancelliere generale ed uno dei più vivi in

tale faccenda, dando nome di dover accudire a certi suoi poderi in

Vacallo, terra nei baliaggi svizzeri, si era messo colà per far còlta

di gente, con cui doveva, appena cominciata la strage, mozzare le

strade del chiavennasco perché di là non venissero Grigioni in

soccorso. Ora non so qual urgentissimo negozio lo chiamò di tutta

prontezza a Milano, donde fece inteso a Giovanni Guicciardi come per

ciò fosse mestieri dare al fatto l'indugio di otto giorni, finché

spedito egli si fosse dagli affari per cui era partito. Quanto se ne

turbasse il Guicciardi lascio a voi pensarlo, ben sapendo di qual

momento sia un'ora sola nelle crisi d'un popolo come d'un malato.

Spedì dunque per il Robustelli, che da Grossotto a Tirano in diligenza

venuto, nella tinaja del podestà Francesco Venosta unitisi molto alle

strette, si consultarono su qual partito fosse a pigliare al caso. Per

evidenti segni appariva il loro consiglio essere trapelato ai Grigioni

o per ispioni, genia non mai scarsa, o per qualche parola mal

avvisata, o per quei piccoli segni che si notano quando si ha niente

indizio d'una pratica. Onde, vigili in loro terrore, si erano recati

in miglior guardia, avevano raddomandate dai Valtellinesi le chiavi di

tutte le pubbliche fortificazioni ed armerie, rifrustavano con rigore

alcune case, avevano posto su ciascun campanile chi, ad ogni primo

rumore, toccasse a stormo, proibito l'uscir dalla valle e fin lo

spedire lettere, tenuti ben d'occhio i caporioni, disposta una tela di

cagnotti che ronzassero alle frontiere.

E appunto in queste guardie cadde un corriere, spacciato a posta con

lettere dal Robustelli al Paravicini. Ciò sapevano i congiurati,

ignorando però come il corriere fosse stato destro abbastanza, da

gettare nell'Adda i dispacci, che avrebbero messa in luce la trama.

In così terribile intradue che fare? Fuggire, proponeva il Guicciardi,

mentre lo scampare era a tempo, e serbarsi a migliore opportunità. Ma

dissentivano fermamente gli altri due: essersi ormai là, dove se

andasse al contrario avevano giocata ogni speranza. Già era in forza

dei padroni un dei loro complici, che al domani doveva esaminarsi alla

corda: e se i tormenti gli strappassero la verità? Poi se anche

riuscisse a loro di fuggire, che ne sarebbe dei tanti, che per

confidenza avevano preso parte con loro? Che della patria, abbandonata

ad un offeso padrone? Già sono in punto d'armi molti satelliti, già il

Paravicini mandò un gomitolo di 40 uomini i quali, dato che siano

scarsi di numero, basteranno poco o assai a coprire il terziere

inferiore. I momenti che il vile usa a fuggire, il prode gli adopra al

vincere. Si tolga dunque ogni indugio al fatto, usando quell'audacia

che padroneggia gli eventi.

Neppur tanto bisognava perché anche l'altro scendesse nel loro parere:

onde navigando perduti, vinse il partito di dar corpo al feroce

disegno, se ne andasse quel che volesse. Le terre superiori non erano

da verun accattolico abitate, né i Bormiesi avevano di che lagnarsi

dei Grigioni(68). Doveva dunque la strage cominciarsi a Tirano, ove

aggregati i manigoldi in casa del Venosta, coll'avidità del fanatismo

già pareva loro mill'anni d'essere al sangue. Appena si oscurò quella

notte, trista per cielo perverso, più trista per i disegni che vi

dovevano maturare, sono fuori, altri a guardare le vie perché non esca

fama del fatto, altri a serragliare la strada di Poschiavo, altri a

collocarsi opportuni. Poi in un sogno pieno di fantasmi e di paure,

quale scorre fra il concepire d'una terribile impresa ed il compirlo,

stettero aspettando l'ora pregna di tanto dubbio avvenire, con quel

gelo di cuore, con quell'indicibile sospensione d'animo, che non

conosce se non chi la provò. Là sul biancheggiare dell'alba quattro

archibugiate danno il segno convenuto, le campane suonano a popolo,

compunti il cuore di paura, balzano dal sonno i quieti abitanti, ma

come all'uscire ascoltano gridare 'ammazza ammazza', e vedono darsi

addosso ai Riformati, tutti sentono il perché di quell'accorruomo.

Ogni cosa è un gridare, un fuggire, un dar di piglio all'armi, chi per

difesa, chi per offesa, e piombare sovra i nemici, e difendentisi

invano, gridanti a Dio mercé della vita e dell'anima, tra le braccia

delle care donne che ponevano i bambini a pié dei sicarj per

ammansarli, e tra i singulti degli innocenti figliuoli, nelle case,

per le strade, sui tetti, trucidarli. Il cancelliere Lazzaroni,

valtellinese riformato, fuggì ignudo su per li tetti, e s'occultò in

luogo schifo; ma additato da una donna, fu finito, e con lui un

cognato suo cattolico, che gli aveva dato mano al camparsi. Il pretore

Giovanni di Capaul si rendette alla misericordia dei sollevati, ed i

sollevati l'uccisero. Trascinarono nell'Adda il pretore di Teglio. Al

cancelliere Giovan Andrea Cattaneo non valse il farsi scudo del petto

di una sposa, che pur era cugina del Robustelli e del Venosta. Non al

Salis vicario della valle ed al cancelliere suo il fuggire a

franchigia nella casa del capitano Omodei, leale cattolico aborrente

di quelle estremità. Al ministro Basso fu tronca la testa e posta, fra

barbari dileggi, sul pulpito da cui soleva predicare. Ben sessanta

vennero in diversa foggia scannati, fra cui tre donne, e le altre ed i

fanciulli perdonati se abbracciassero la cattolica fede. II

Robustelli, entrato a Brusio in val di Poschiavo, schioppettò un

trenta persone, poi mise fuoco al paese. Falò, diceva egli, per la

ricuperata libertà di religione.

Che premeva a costoro? Che difendevano essi? La religione di Cristo?

No, se ne falsavano il primo precetto, il supremo distintivo, amare.

Era abitudine di antichi riti, era quel furore che accompagna le

fazioni, era zelo iniquamente incitato da fanatici capi, che

predicavano questi orrori nel nome del Dio della pace, a sostegno di

una religione, che deve essere propagata con armi incolpate, colla

santità degli esempj, coll'efficacia della parola e della grazia.

Guai se la plebe comincia a gustare il sangue! È un ubbriaco, che più

beve, più desidera il vino. "Ripurgato così (uso le parole del

Quadrio) dalla eretica peste Tirano e le sue vicinanze", si spedirono

a Teglio uomini vestiti di rosso, che annunziassero il felice

incammino dato all'impresa. All'avviso, i Besta corrono coi manigoldi

addosso alla chiesa degli Evangelici e prima li prendono a tiri di

scaglia dalle finestre, poi, atterrate le porte, a coltella li

sgozzano. Diciannove rifuggirono nel campanile, e gli insorgenti,

messovi fuoco, li soffocarono. D'ogni sesso, d'ogni età, fin settanta

ne uccisero, fin un cattolico, Bonomo de Bonomi, perché non prendeva

parte all'esecrando atto. Fin te, povera Margherita di quattordici

anni, che, colla viva eloquenza d'una giovinezza innocente, opponevi

il capo alle ferite dirette al sessagenario tuo padre Gaudenzio

Guicciardi.

Intanto Giovanni Guicciardi levava a strage i paesi da Ponte in giù e

la val Malenco e drizzava i sollevati con forte mano sopra Sondrio,

sede del magistrato supremo della valle. Al governatore di colà

l'usata moderazione giovò per ottenere che colla famiglia riparasse in

patria. Settanta altri, di viva forza apertosi il passo tra gli

assassini, fidati nella disperazione, si salvarono per Malenco

nell'Engadina, e si sparsero a Zurigo, a Ginevra, a Sangallo. Toltì

questi pochi, la plebe, gridando _Viva la fede romana_, saccheggiò le

case, e fece orribile guazzo di sangue. Si figuri a cui regge l'animo

l'orrore di quel giorno, quando ben cenquaranta furono trucidati, ed

un Agostino Tassella, coll'insensata gioja del delitto, come di

bellissima prodezza andava trionfante d'averne egli solo _mandati

diciotto a casa del diavolo_; e un tal Cagnone si vantava pronto a

trafiggere anche Cristo; e la ciurmaglia, stanca ma non satolla,

facendo insane gavazze in Campello, gridava: ecco la vendetta del

santo arciprete.

A Bartolommeo Porretto di Berbenno fu scritto l'ordine dell'uccisione,

ma il buon uomo mostrò la lettera ai Riformati. Qual ebbe merito la

sua virtù? Un furibondo Cattaneo trucidò lui e due altri cattolici:

esordio alla strage dei calvinisti di colà.

La fama precorsa aveva intanto fatto agio a molti delle squadre

inferiori di cansarsi. Ma quando i satelliti, messi alla posta sulle

frontiere, ebbero sentore della sommossa, precipitarono a Morbegno per

pigliar parte all'impresa _gloriosa_ dei fratelli. Alcuni calvinisti,

assicurati di salute sulla pubblica parola, furono richiamati, e poi

crudelmente ed iniquamente ammazzati. I predicanti Bortolo Marlianici,

G. B. Mallery di Anversa, M. A. Alba furono uccisi. L'Alessio campò

con Giorgio Jenatz predicante di Berbenno ed altri. Francesco Carlini

frate apostato e predicatore calvinista, fu mandato all'inquisizione,

ove abjurò. Paola Beretta, monaca apostata, inviata anch'essa a quel

tribunale, resistette, e fu arsa viva.

Andrea Paravicini da Caspano, preso dopo molti giorni, fu messo fra

due cataste di legna e minacciato del fuoco se non abjurasse: durando

costante, fu arso vivo. E si videro spiriti celesti aleggiargli

intorno a raccoglierne lo spirito. Né fu questo il solo prodigio, onde

le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti segni mostrasse a

ciascuna il suo favore.

Ignobili affetti presero il velo della religione, e coll'eterna

iracondia del povero contro il ricco, contadini e servi piombarono sui

loro padroni, i debitori su cui dovevano, i drudi sui cauti mariti.

Molte donne, ancora e nella florida e nella cadente età andarono a fil

di spada: Anna Fogaroli, Pierina Paravicini, Caterina Gualteria,

Lucrezia Lavizzari scannate: Cristina Ambria, moglie di Vincenzo

Bruni, e Maddalena Merli precipitate dal ponte del Boffetto. Ben venti

nel solo Sondrio(69). Anna di Liba vicentina di sette lustri con un

bambolo alla mammella, perché ritrosa a rinnegare la fede che aveva

abbracciata col marito Antonello Crotti di Schio, venne in quattro

trinciata. Costanzina di Brescia, giovinetta di viva bellezza, era

troppo piaciuta ad un giovinastro, che chiestala invano d'amore, covò

la vendetta sino a quel giorno quando di sua mano le passò la gola.

Caterina si era ad onta dei fratelli, sposata in un Marlianici

protestante, ed i fratelli si piacquero sfracellare il cognato, e

balzare nell'Adda la miserabile che lo piangeva.

Poi per molti giorni, come bracchi entrati sulla traccia, si mettevano

fuori all'inchiesta i villani con forche e picche e moschetti e

crocifissi tutto insieme, facendo gesti e schiamazzi, ridicoli se non

fossero stati tremendi. Le selve si mutarono in armi. I coltelli delle

chete mense, le benefiche falci erano travolte al misfatto. Nelle

caverne, disputate ai lupi e agli orsi, si trucidavano freddamente i

latitanti. Quali perirono di fame. Tratto tratto uno sparo annunziava

un nuovo assassinio. Non v'è così solitaria valle, ove tu non possa

dire: qui fu versato sangue. Non eco di quei taciti poggi, che non

abbia ripercosso ì miserabili lai di moribondi. E fortunato chi moriva

di primo colpo, senza vedersi scannate innanzi le persone care, senza

bevere a sorsi una morte disperata, straziati a membro a membro, coi

visceri divelti, col corpo spaccato dalla polvere accesa nella gola...

Vien meno la virtù della favella a descrivere quell'orribile arte di

strazio. Deh quante vedove fece quel giorno! Quanti orfani! Quanti

nodi d'amore barbaramente troncati!

Che più? Fanatici frati, sacerdoti del Dio che perdona, aizzavano la

moltitudine, quasi non credessero poter essere zelanti senz'essere

feroci. Battista Novaglia a Villa tre di sua mano ne scannò; frate

Ignazio da Gandino venne a posta da Edolo; l'arciprete Paravicini

inanimava i suoi Sondriesi a tuffarsi nella strage dei fratelli; il

Piatti, curato di Teglio, attaccò il dottor Federici di Valcamonica,

_e fatto il segno della croce quale portava nella mano sinistra e una

spada nella destra, ammazzò detto dottor Calvino con altri seguaci_;

il domenicano Alberto Pandolfi da Soncino, parroco delle Fusine, con

uno spadone a due mani guidava il suo gregge a trucidare i fratelli di

quel Cristo, che aveva detto: _Non ucciderai_. Il _Sacro Macello_ e

allora e poi fu lodato come santo e generoso da storici, da principi e

da papi(70). Ma al secolo mio, al secolo che pure macchiò le mani di

sangue e di che sangue, e di quanto, io non ardirò domandare se possa

lodarsi quella impresa: domanderò solo se possa scusarsi. Grave è

l'oppressione dei reggitori, cara la religione in cui si nacque, siano

vere le vessazioni tutte, finanche la congiura: ma era d'uopo scannare

i nemici? Avvisati del pericolo, non bastava provvedere alla difesa? E

volendo pur togliersi di suggezione, non si poteva intimare ai

Riformati che abbandonassero quella terra? Intimarlo con quella

potente concordia, a cui nulla possono negare gl'imperanti? Che dirà

il lettore quando saprà che dei 600 uccisi (l'appunto non si può dire

essendo chi li scema e chi d'assai li cresce) poche decine erano

Grigioni, gli altri indigeni o rifuggiti d'Italia? Ma l'età si era

rifatta barbara. Sull'Italia, la prima svegliata, tornava la notte dei

mezzi tempi, e ve l'addensavano gli stranieri suoi dominatori. Poi di

tempo in tempo si getta fra i popoli un furore, simile alle epidemie,

durante il quale ogni riparo di ragione, ogni consiglio di prudenza

esce indarno. Quasi per una adamantina fatalità, bisogna che si compia

il reato, che si colmi la misura, per lasciare poi ai popoli il

pentimento quando dalla colpa e dal delirio vedono germogliare

inevitabili la miseria, l'oppressione, il tristo disinganno e il

tardivo pentimento.

Il Sacro Macello Di Valtellina · 第 9 / 15 题