Corruzione dei Grigioni--Forte di Fuentes costrutto--Mal governo della
Valtellina--Ingiurie alla religione repulsate dai Cattolici--Nicolò
Rusca è tratto al tribunale e morto--Ruina di Piuro.
Come sperar bene alla Valtellina quando i suoi dominatori erano
all'ultimo della corruzione? La religione li divideva, li divideva la
politica: cedevano a seduzioni, a lusinghe. I prìncipi vi tenevano
ambasciatori quando apertamente quando velati, che con donativi,
pensioni, croci d'onore facevano che uno favorisse a Francia, uno a
Spagna, uno a Venezia: tutti dimenticassero la patria. Due fazioni
singolarmente ponevano a scompiglio la Rezia: una venduta a Spagna ed
ai Cattolici, l'altra a Francia, ed agli Evangelici. Capi di quella
Rodolfo Pianta, di questa Ercole Salis, le due famiglie primarie dello
Stato.
Il grosso dei Grigioni però essendosi sottratto al dominio austriaco,
ed avendo abbracciato il calvinismo, aveva in uggia l'Austria e la
Spagna, e dei Francesi l'amicizia guardava come primo fondamento di
libertà e potenza. Prevalendo i Salis, venne rinnovata con Enrico IV
una lega di offesa e difesa, nella quale non si faceva eccezione
veruna a favore del Milanese. Con questo ducato avevano i Grigioni
accordato una convenzione di buona vicinanza, per cui il commercio
andrebbe senza verun impedimento, non concederebbero essi il passo ad
esercito che venisse contro il Milanese: in compenso dovesse il
transito delle merci volgersi pel paese delle leghe(42).
All'udire dunque della nuova convenzione coi Francesi, gran lamento
alzò il conte di Fuentes, il più memorabile fra i governatori
spagnuoli di Milano, che nel cuor della pace tenne sempre un
numerosissimo esercito, pauroso ai vicini, sgradito anche al suo
padrone, al quale voleva mostrarsi necessario col fingere pericoli o
farli anche nascere, e intanto esercitava tutte le prepotenze d'un
governo militare.
Con umore siffatto doveva esser poco disposto a inghiottire il torto,
e mandò minacciando ai Grigioni di trattarli come nemici. Questi, non
che mostrar paura, si collegarono anzi con Venezia, come quella che
non perseguitava i riformatori, siccome le altre potenze, ma ostava al
papa, e comportava una mezzana libertà di coscienza(43). Ne dispiacque
non meno alla Francia che alla Spagna, quella perché Enrico ambiva
maneggiar egli solo i Reti e che i Veneziani dovessero ricorrere a lui
qualvolta bisognassero di gente armata, questa perché si trovava
allontanata dalla speranza di legarsi i Grigioni, e di sottoporre
tutta Italia, potendo aver ostacolo nei Veneziani. A nulla approdando
colle parole, il governatore sdegnato pose mano a fabbricare un
fortalizio, detto dal suo nome(44) sul colle di Montecchio al primo
entrare della Valtellina ove, dominando gli sbocchi di Chiavenna, il
lago e la valle, teneva questa in soggezione e poteva, quando riavesse
talento, impedire alla Rezia i viveri ed il commercio. Stante però che
il duca Francesco II Sforza aveva stipulato coi Grigioni non si
porrebbe veruna fortificazione in quel giro, questi levarono querele,
e procurarono anche impegnare in esse i loro alleatì: ma nessuno si
mosse, del che furono, se non con verità almeno con accortezza,
accagionati i dobloni spagnuoli. E il Fuentes continuò, finì,
intercise il commercio col Milanese e ponendo genti e navi alle
Trepievi (così chiamano i paesi posti all'estremo del lago di Como),
confermò la voce che Spagna volesse ricuperare la Valtellina.
Queste pratiche, anzichè ravvivare, davano l'ultimo tuffo alla
Valtellina. Vi si crebbero le guarnigioni a carico del paese. Ogni
ombra pigliava corpo: i signori grigioni, ingordi d'aversi intorno
timidi soggetti anziché buoni amici, potevano quanto ardivano, ed
ardivano quanto volevano, sostenuti com'erano dai novatori. I quali,
come interviene allorché il debole vuole ad ogni costo ajutarsi sopra
il contrario, mirando unicamente all'utile proprio, vedevano bene che
i loro religionarj crescessero in autorità. Quindi coloro che erano
venuti come alleati, disponevano come donni e padroni, principalmente
da che ebbero a sé arrogata la nomina degli ufficiali. Allora mandare
a magistrato uomini di più che bassa mano, soperchiatori perché
persuasi di meritare il pubblico disprezzo, non guardare nelle cariche
a merito, ma a chi più ne dava, schiudere d'ogni preminenza i buoni,
conculcare i diritti e lo statuto, corrotte le sindacature, nelle
cause civili trovati lacciuoli a dovizia per costringere le parti a
dividere l'avere con giudici ingordi, franco il peccare, il benfare
spesse volte ruina. Si addormentavano sugli interessi della patria i
tristi, quelli io dico, cui piaceva fare il lor talento, e da poveri
venuti ricchi, da abjetti tremendi, usurpare i beni delle chiese, per
ispalle d'amici e per danaro scontare delitti, leccare i superiori per
mordere i soggetti. I buoni che osavano alzar la voce, erano
perseguitati sotto quella maschera d'oltraggio e di sangue che si
chiama ragione di stato.
Le cose della religione poi erano tornate a peggio che mai per
l'addietro non fossero. Ogni giorno nuovi editti, che pretendendo
parole di libertà religiosa vietavano le indulgenze, tacciavano di
superstizioso il culto del paese, cassavano le dispense, berteggiavano
i decreti papali. Negli statuti di Valtellina, stampati il 1549,
furono intrusi alcuni a favore dei Riformati. Nel 1585 trovandosi
unite a Chiavenna le insegne dei Grigioni, conchiusero di nuovo intera
libertà di religione; lo che, ed allora ed altre volte poi, significò
persecuzione della cattolica. Eccedeva dunque il governo, eccedevano i
magistrati cacciando i Gesuiti e cassando le donazioni lor fatte,
processando i miracoli di san Luigi, proibendo la pubblicazione dei
giubilei ed eccitando quistioni di giurisdizione, solito appiglio,
eccedevano i predicanti contro i monumenti dell'avito culto, opera
empia agli occhi dei Cattolici, impolitica agli occhi di tutti. Più
eccedeva la ciurma e l'astinenza delle carni in quaresima(45), rubando
ostensori e spargendo le particole, sfregiando tabernacoli, facendo
smacchi ai sacerdoti nelle processioni del Sacramento, ed in quei
devoti riti della settimana santa, che uom non può vedere senza
sentirsi fin nell'intimo dell'animo commosso ad una patetica
devozione.
Né si creda che noi caviamo queste fosche dipinture dai soli
Valtellinesi. Pascal ambasciatore francese, in una sua relazione,
chiamava il governo grigio "esecrabile tirannia, che sovra il capo e
le fortune dei buoni incrudelisce". Il Bottero verso il 1590 scrive:
"In Valtellina i Cattolici sono fuor di modo straziati dai Grigioni,
che puniscono con varj pretesti i preti e quei che si convertono,
forzano i curati a celebrare matrimonj in gradi vietati, non
consentono l'introdurre buoni sacerdoti forestieri, obbligano tutti
alla messa ed alla predica degli eretici, onde i Cattolici sono
costretti, per penuria di buoni ecclesiastici, servirsi d'apostati e
d'uomini di mal affare e scandalosi, e divengono a poco a poco
eretici".
Si moltiplicavano dunque le gozzaje: per una parte e per l'altra
tirandosi al peggio che si facesse, ogni sospetto si pagava colla
vita. Così fu (per tacer altri) del conte Scipione Gámbara bresciano,
che per aver ucciso un suo cugino, casi ordinarj in quel beato tempo
antico, era fuggito a franchigia in Tirano, ed ivi, secondo che l'uso
e il suo delitto portavano, si teneva attorno una masnada di _buli_,
come si chiamavano i bravi. Entrò gelosia nei Grigioni ch'egli volesse
dar mano a stabilire l'inquisizione, e liberare la valle dai
Protestanti: onde, còltolo, e coi metodi consueti in tali procedure,
convintolo di trama col cardinal Sfondrato e coll'inquisitore
Montesanto, egli, come nobile, fu decapitato a Teglio, il suo complice
Lazzaroni di Tirano squartato vivo, e le spese del processo caricate
alla valle. Peggio avvenne quando Ulisse dei Paravicini Capello di
Traona, che reo di molto sangue campava sul bergamasco la vita, osò
una notte ricomparire con venti sicarj in patria, e trucidare i
magistrati. L'atroce fatto seppe di ribellione ai Grigioni, e quindi
il sospetto, quindi lo sdegno pose in maggior urto gli animi, ed i
cattolici, o per colpa o per pretesto, venivano, or l'uno or l'altro
spicciolati, modo sicuro d'indebolire le fazioni. Così la certezza
dell'odio pubblico faceva prendere tali provisioni, che lo rendevano
implacabile. Qualche buon ordinamento veniva talora(46), ma di corto
cadeva nell'oblio e non rimaneva che il peggio.
Sotto la protezione dei signori, che dicevano: _"Credi quel che ti
piace, ma fa quel ch'io ti comando"_ ogni tratto qualche nuovo
Cattolico disertava, anche preti e curati. Essendo ordinato che ove
fossero più di tre famiglie riformate convenisse accomodarle di
_baserga_(47) e di ministro a spese comuni, i Cattolici si vedevano
costretti a mantenere i predicanti coi benefizj ecclesiastici. E non
compatendo la religione loro che i preti predicassero dalla bigoncia,
ond'era sceso dianzi il ministro calvinista, conveniva si
provvedessero di nuove chiese. Intanto, predicanti a gara gli uni
degli altri venivano fin da lontanissimo per far proseliti: prima
pochi per giuoco, poi molti per curiosità, indi più per diversi
affetti s'affollavano a udire il nuovo vangelo, i cui più soliti
ornamenti erano rampogne ed ingiurie. Credendo ciascuna parte essere
in possesso della verità, e l'avversaria trovarsi nell'eresia, lo zelo
esacerbava gli odj da fratello a fratello.
Rinfacciavano i novatori a quei della messa, come li chiamavano, che
una fede inculcata senza il consentimento della ragione, degenera
presto in superstizioni, e molte in fatto se n'erano introdotte(48), e
si prodigavano le indulgenze(49) a scapito della morale. I preti
cattolici, temendo fin quell'esame e quella luce, il cui bisogno eleva
e ingrandisce l'anima, ma che generava l'orgoglio del senso
individuale, inculcavano che una religione scandagliata e analizzata
cessa di esser fede, e si lamentavano di veder chiamate a scrutinio le
cose che il cattolico guarda con umile meraviglia, e che Iddio, per
occulti giudizj, tolse alle dispute dell'uomo, ingiungendogli "Credi e
adora". L'augusto Sacramento, di cui Cristo volle fare un simbolo di
pace e di concordia e che, _assunto in sua commemorazione,_ ricordasse
ai figli suoi il _sangue versato a salute comune,_ diveniva pretesto
d'acerbe contese. E pareva che ciascuna parte si fosse proposto di
mostrare, colla condotta meno evangelica, di possedere il vero
vangelo. Vi erano sì i buoni che gridavano da una parte e dall'altra:
"Se la nostra fede è la vera, se viene da Dio proviamolo col deporre
questa rabbia anticristiana: la carità move da Dio, la discordia
dall'inferno: _unitevi di spirito e di cuore, e Dio sarà con voi: il
nostro non è il Dio delle contese, ma della pace e dell'amore"_(50).
Così dicevano: ma quando mai il discorso dei savj la vinse sopra
l'orgoglio e l'egoismo delle opinioni?
I Cattolici però potevano dire ai loro avversarj: "O voi che venite a
mostrarci in errore: non siete uomini voi pure, non siete voi pure
all'errore soggetti? Noi seguitiamo la tradizione d'uomini pii, e più
vicini al tempo del Redentore: voi nasceste pur jeri. Noi stiamo ad
un'autorità di origine divina, al sentimento del genere umano; voi
surrogate la più fredda delle umane doti, la ragione, il più variabile
appoggio, la particolare persuasione. Voi venite a predicare l'amor di
Dio: eppur da voi nascono la scissura e la desolazione della patria".
Fondati su questo e sulle tante ragioni, che anche umanamente rendono
inconcussa la fede nostra, contrastavano i Cattolici al progresso dei
Riformati: e poiché non v'è caso di gran timore senza che vi sia di
gran coraggio, si narrano molte e ribalde e generose opposizioni.
Poniamo fra le prime i divisamenti dell'arciprete Schenardi di
Morbegno che in uno scritto latino sul _propagare la fede cattolica
nella Rezia_, suggeriva che quando i ministri eretici, ogni ottava del
_Corpus Domini_, venivano a celebrare i loro conciliaboli, nel ritorno
fossero còlti in imboscata in quel tratto di terreno presso Bocca
d'Adda che spetta al Milanese(51), e mandati a Roma. Tommaso della
Chiesa in val Malenco caldeggiava i Riformati; onde morto il parroco
del luogo, e sepolto il tempio di colà da una frana, fece di tutto per
indurre quei valligiani a valersi del ministro degli Evangelici, per
l'uomo dotto che sapevano lui essere: e con maniere a maraviglia
scaltrite, spacciava che la parola di Cristo, predicata da questo,
varrebbe assai più che non la messa dei papisti, che non orazioni
recitate in una lingua che non intendevano. Riboccar di baje le
prediche dei loro preti, di idolatria il culto; ove trovavano che il
vangelo comandasse il celibato ai preti? e il digiuno? e la
confessione auricolare? O che! vi farete a credere che uomini di
intendimento scòrti e nel viver santi, cima di principi e dottori
abbiano cercato sì sottilmente nel vangelo e nei dogmi solo per
dannarsi? E soggiungeva altre cose or serie, or ridicole, che non
sarebbero cadute a vuoto senza la fermezza di Tomaso Sassi pastore, il
quale si fece a gridare: stessero attaccati al _credo_ vecchio, non
volessero seguire piuttosto il nuovo che il sicuro(52), non
lasciassero rapirsi la consolazione dei sacramenti, che mescono il
gaudio e la sanzione del Cielo alle più solenni circostanze della
vita, dalla culla al letto di morte. E dopo morte, su in paradiso i
padri loro che v'erano giunti credendo all'antica, stavano ad
aspettarli. Quanto dolore se li vedessero precipitarsi coi nuovi
nell'inferno! Con tali o sì fatti argomenti, tolti dal lume del
natural discorso, il buon uomo rimutò i terrazzani dal proposito di
cambiar religione.
Anche il sesso imbelle spiegò costanza a sostenere il rito degli avi.
In Caspoggio, terra della val Malenco, mentre i mariti estivavano
com'è costume sugli _alpi_ (chiamano così i pascoli montani), venne
saputo dalle donne che i riformati intendevano seppellire in S. Rocco
un loro bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistar
possessione di quella chiesa. Che fan elle? si allestiscono ben bene
di sassi, e rinserratesi nella chiesa, aspettano il funebre convoglio.
Come s'avvicina, ecco fuori lo stormo, che schiamazzando alla
donnesca, con una tempesta di pietre pone in volta il funerale. Caso
che diede da ridere in quei contorni, e da stizzire a parecchi.
In Sondrio ancora si accingeva il governatore ad entrare per viva
forza nella chiesa cattolica, e ridurla al nuovo rito. Ma un Bertolino
di colà, uomo tagliato all'antica, commise a Giangiacomo, suo
figliuolo di gran cuore, che colla daga alla mano contendesse ai
Riformati l'entrare in chiesa. Ciò adempì egli sì bravo, che al
governatore non bastò l'animo di proceder oltre: ma voltosi in traccia
del Bertolino e scontratolo, tutto in gote si querelò del figliuolo,
che gli avesse, nel maggior pubblico della gente, usata quest'onta. Al
che il buon Sondriese rispose le molli parole che frangono l'ira, e
menossero a casa, ove a lui ed al suo satellizio improvvisò una lieta
merenda, spillando la miglior botte. E lì bevi e ribevi, fra l'ilarità
parliera delle tazze cominciò il Bertolini a gettar motti di scusa pel
figliuolo, onde il governatore, per iscambio delle cortesie ricevute,
si mostrò disposto a mettere in non cale l'affronto. Allora ecco
entrare Giangiacomo, né in aspetto d'avvilito, ma sempre accinto della
sua daga, e con un fiasco del più pretto vino, che cominciò a mescere
in giro alla ragunata. Non faceva però egli atto né mostra di voler
chiedere scusa e quando alcuno ne l'interrogò, diede un fischio, ed in
men ch'io nol dica uscirono fuori quindici garzoni in tutto punto
d'armi. Additando i quali al governatore, che pensate come si
sentisse, "Ecco (esclamò Giangiacomo) e me e questi pronti pel
governatore e per la repubblica fino all'ultimo sangue, solo che non
ci si tocchi la religione nostra: ma se alcuno presumesse recarci in
ciò al talento suo, non risparmieremo la vita a tutela della nostra
santa fede". Tra pei generosi modi del giovinotto, tra per la paura
dell'armi e il lenocinio del buon vino il governatore, che non doveva
essere un Verre, abbracciò Giangiacomo ed il padre, e in lieti
brindisi finita la festa, depose per allora ogni pretensione sulla
chiesa.
Altri fatterelli succedevano ogni dì, che non sempre si risolvevano in
un riso, e che rivelavano un'izza reciproca, per cui dominati e
dominatori erano pronti a correre ai risentimenti. I Riformati ne
davano ogni colpa a Nicolò Rusca, arciprete di Sondrio. Era questi
nato in Bedano terra del luganese, da Giovanni Antonio e Daria
Quadrio. Studiò prima sotto Domenico Tarillo curato di Comano, uomo di
buone lettere ed investigatore delle antichità, e recitò in quel paese
la prima volta dal pergamo, come sogliono i novelli cherici, un
discorso altrui. Fu poscia a Pavia, indi a Roma, poi nel collegio
elvetico di Milano, ove a san Carlo ne parve sì bene, che talvolta
abbattutosi in esso, postagli sul capo la mano: "Figliuol mio (gli
disse), combatti buona guerra, compi tua carriera. Per te è riposta
una corona di giustizia, che ti renderà in quel giorno il giudice
giusto".
Monsignor Volpi di Como gli diede la parrocchia di Sessa: indi
compreso di che gran parti egli fosse in sapere, in saviezza, in
cristiana prudenza, lo chiamò arciprete di Sondrio. Peso enorme a quei
dì. Il predecessore suo Niccolò Pusterla era stato, con sei zelanti
cattolici, rapito in prigione, e colà, vollero dire, avvelenato dal
governatore, perché in tempi di fazione si crede non si esamina. Delle
contrade vicine molte assentivano ai Riformati, altre erano miste(53),
sicché avevano due ministri: dei Sondriesi un terzo si era sviato
dalla Chiesa romana. Aggiungi che dal 1520 al '63 v'era stato intruso
arciprete Bartolomeo Salice, che contemporaneamente era arciprete di
Berbenno, curato di Montagna, arciprete di Tresivio e in nessun luogo
risedeva, lasciando che il gregge sviasse a pascoli infetti. Dei
benefizii si valeva per dotare nipoti. Portò anche le armi, il che
tutto giovava miserabilmente alla diffusione dell'eresia. Di quel
tempo venne a predicar a Sondrio un frate in aspetto di somma dottrina
e pietà. E il popolo che da gran tempo non udiva più prediche, accorse
alle sue: ma ben presto egli si scoperse eretico. Se ne levò tumulto,
ed egli rifuggì ai Mossini in casa Mingardini, donde seguitava a
predicar ai nuovi convertiti. L'arciprete Salice non se ne dava
pensiero. Blandiva i Grigioni nella speranza di esser fatto vescovo di
Coira, e quando infatti Pio IV vel destinò egli rinunziava ai tanti
benefizii in Valtellina. Ma poiché non fu confermato, si trovò
sprovvisto e morì poveramente in Albosaggia.
Il Rusca, chiamato a quel posto, tentò sottrarsi al grave incarico.
Indi per obbedienza l'assunse, collo zelo del buon pastore che offre
l'anima per le pecorelle.
Deditissimo agli studi, sapeva di greco e d'ebraico, non che di
latino: altamente sentiva delle cose celesti, e _usando la spada dello
spirito che è la parola di Dio_, era tutto in predicare con una
dottrina chiara, corrente e morale, piena dei lumi della somma verità,
escludendo quanto potesse avere dell'agro e del contenzioso. Trovata
la chiesa squallida, vi rimise belle suppellettili, buon organista,
solenni funzioni. Imperterrito si oppose alle pretendenze dei
novatori, i quali, oltre esigere dal capitolo la provvigione di 30
zecchini pel ministro evangelico, volevano ch'egli cedesse porzione
del suo giardino per fornirli di cimitero, si sonassero le campane al
venerdì santo, ed altre sì fatte novità. Intervenne a varie dispute,
ove per chiarimento del vero si solevano mettere in contraddittorio un
per uno gli articoli della fede. Dispute che, secondo il solito, non
convincevano alcuno, e finivano sempre col gridarsi da ambe le parti
il trionfo(54).
Ma quale veniva chiamato _martello degli eretici_, si mostrò
singolarmente allorquando i Riformati ottennero si istituisse a
Sondrio un collegio, del quale il rettore e tre dei cinque professori
fossero calvinisti. Fin dal 1563 si era divisato, poi aperto nel 1584
un collegio, dove si accettassero cattolici e no; e dove naturalmente
nessun cattolico andava. Cadde, e allora voleva rinnovarsi. Ma senza
guardare in faccia né ai Salis che lo proponevano, né al re
d'Inghilterra che si diceva somministrar il danaro, si attraversò il
Rusca a questa impresa, e riuscì a sventarla, ed unire anzi
un'accademia che propagasse le cattoliche dottrine.
Questo perpetuo e vivo contradditore dei loro disegni non poteva non
essere in gran dispetto agli acattolici, che miravano a torselo d'in
sugli occhi. Dapprima Gio Corno da Castromuro capitano della valle lo
condannò in grave multa perché avesse rimproverato ad un giovane suo
popolano l'aver assistito alla predica dei Calvinisti. Ma i Sondriesi
presero le armi, e si fu ad un pelo di far sangue: onde il capitano
denunziò l'affare a Coira. Il Rusca difeso da Anton Giojero ministrale
della val Calanca, fu assolto, ed il capitano ammonito. Gli apposero
quindi d'aver fatto trama con un Ciapino di Ponte per ammazzare o
tradurre all'inquisizione(55) Scipione Calandrino predicante di
Sondrio. Il Ciapino fu messo a morte: a Nicolò, che ne aveva assistite
le ultime ore, confortandolo in quella estrema e maggiore di tutte le
umane necessità, attaccato un processo, che lo costrinse a ricoverare
a Como. Giustificatosi, tornò più glorioso, aggiungendosi alla virtù
il lustro della persecuzione. Tanto più bramavano i nemici suoi di
metterlo per la mala via, e la fortuna mandò tempo al loro
proponimento.
Ci fu veduto come, fra i Grigioni, tutto andasse in brighe di potenze
straniere; fra le quali si dimenticava l'interesse della patria. Gli
ambasciatori francesi, con disapprovare la lega fatta coi Veneziani,
caddero in sospetto di esser d'accordo colla Spagna: sicché
l'ambasciatore Gueffier, denigrato dai predicanti, dovette fuggire
negli Svizzeri: quinci lamenti e turbolenze, fra le quali pigliavano
il sopravento i predicanti, venuti ormai il tutto del governo, come
succede ai pochi che schiamazzano mentre i più stanno savi e
tranquilli. E avendo intesa con Zurigo, Berna e Ginevra, non cessavano
di gridare doversi far nello Stato una sola religione, essere violate
le costituzioni poi bocconi stranieri, si operasse una volta
efficacemente a rintegrare la libertà, riformare il governo e simili
altre parole, che sempre discendono grate nelle avide orecchie della
plebe. Fidati nel favore di questa, sotto Gaspare Alessi ginevrino
predicante di Sondrio, accozzarono un loro concilio prima a Chiavenna
presso Ercole Salis, uomo per servigi ed ingegno in gran nome, poi a
Bergun, paese romancio alle falde pittoresche dell'Albula. Ivi
dichiararono la fazione spagnuola funesta alla Rezia ed alla
religione, micidiale l'alleanza di Francia, buona quella sola di
Venezia: e si concertarono sul come dar superiorità alla parte loro.
Consiglio di volpi, tribolo di galline. Quei predicanti, presa
dall'operare audacia all'operare, corsero intorno gridando contro gli
Austriaci, e che v'erano maneggi per quelli, e che il governatore di
Milano aveva disseminato danari per la Valtellina, e che per
reprimerla si doveva stabilire il tribunale inquisitorio, il quale
correggesse la costituzione venuta omai in gran punto. Il popolo
s'infiamma, tanto poco basta a travolgere le menti di chi, non a
ragione ma ad empito, si conduce. Ercole Salis se ne fa capo,
l'Engaddina e la Pregalia levansi in arme, i castelli dei Planta
fautori degli Ispani sono diroccati, uomini malfattori, accesi in
rabbiosa ira, entrano a forza in Coira. Dispersi o carcerati come
ribelli i preti e persone di gran bontà, tutta quella moltitudine si
conduce a Tosana (_Tusis_), paese romancio a piè del fertile
Heinzenberg fra il Reno posteriore e la formidabile Nolla. Ivi
stanziando le 25 bandiere, con un migliajo e mezzo di soldati,
proclama 13 capitoli per conservare la libertà, e pianta lo
_Strafgericht_. Chiamano così un criminale straordinario di giudici
scelti dalle comunità grigione, che viene ordinato con autorità
dittatoria ogni qual volta alcuna fazione sovverta il paese, si scopra
abuso nel governo o macchinazione contro lo statuto. Questa volta
v'aggiunsero un consiglio di predicanti.
Allora, pretendendo rintegrare la libertà politica col togliere ogni
libertà legale, mandano a compimento i feroci disegni. E una furia
d'accusatori esce addosso a quanti erano sospetti: cioé, come il
solito delle rivoluzioni persecutrici, a chiunque avesse nome di
ricchezza o di bontà. Là il settantenne podagroso Zambra, quasi,
comprato dai dobloni spagnuoli, avesse favorito l'erezione del forte
di Fuentes, venne squartato; là bandita una taglia sul capo di Rodolfo
e Pompeo Planta, del vescovo di Coira Giovanni Flug, e di altri
profughi, ed erette forche sulle spianate lor case(56).
Il dottor Antonio Federici di Valcamonica, mutatosi per opinioni
religiose in Valtellina, prese moglie a Teglio, e si fece protestante.
Egli diede voce che Biagio Piatti, cattolico infervorato di questo
paese, avesse subornato un fratello di lui ed altri della Valcamonica,
perché venissero, e quando i protestanti di Boalzo si trovavano alla
predica, gli uccidessero. Il Piatti fu arrestato, e così altri
supposti complici, intanto che un fratello di esso uccideva Paolo
Besta che aveva recato l'ordine dell'arresto. Biagio, messo alla
tortura, confessò quel delitto e quanti altri se ne vollero, e fu
decapitato dal tribunale inquisitorio, e tenuto per martire dai
Cattolici.
Francesco Parravicini d'Ardenno, settagenario e infermiccio, si
presenta a quel tribunale per iscolpar il proprio figliuolo contumace,
e il tribunale non potendo ottenere si ritirasse, gli coglie addosso
un'accusa. E poiché le sue infermità non permettono di alzarlo sulla
corda, gli serrano i pollici in un torchietto e sebbene stesse saldo a
negare, il condannano in 1500 zecchini. E migliaja di zecchini furono
imposti ad altri.
Nicolò Rusca, a cui da tanto tempo i predicanti, come a sturbatore dei
loro divisamenti, volevano il peggior male che a nemico si possa, non
fu dimenticato dallo _Strafgericht_. Marcantonio Alba di Casal
Monferrato, predicante di Malenco a capo di quaranta satelliti, la
notte del 22 giugno, colto nella sua arcipretura, per l'alpestre via
di Malenco e dell'Engaddina lo trascinò a Tosana. Si dice inviasse nel
tempo stesso per arrestare molti altri, che però, in sull'esser presi,
tranne un Piatti suddetto ed un Castelli, fuggirono, probabilmente
avvertiti da quei Grigioni che saviamente disapprovavano tali
violenze.
Come appena i Sondriesi udirono entrato in forza dei nemici un pastore
che sì caramente guardavano, sorse in tutti una pietà tanto più
generosa quanto che proscritta. Nel primo furore si voltarono per far
rappresaglia addosso a Gaspare Alessio predicante, ma s'era ridotto in
salvo: diressero quindi una deputazione a scolpare l'arciprete, ma non
fu ricevuta: i Cantoni cattolici e Lugano sua patria mandarono Gian
Pietro Morosini a perorarne la causa. Ma il tribunale, cercando casi
vecchi e dubbi come recenti e certi, gli rinnovò l'accusa
dell'attentato contro il Calandrino. Poi di avere subornato il popolo
a non ubbidire alle Tre Leghe, cercato tornar cattolici i riformati,
tenuto commercio di lettere col vescovo e con altri, esortato in
confessione a non portar le armi contro il re cattolico; aver
istituita la confraternita del Sacramento, che asserivano portare
micidiali armi sotto le devote cappe.
Indarno gli avvocati suoi lo scusavano intemerato, protestando la
candidezza dell'animo suo, e come in 28 anni da che era arciprete
fosse stato al bene ed al male che s'aveva, fedele alle Leghe, se non
devoto, tutto in gran fare per l'anime altrui, non avendo in desio che
il bene della religione. Operato bensì che si mitigassero i decreti
pregiudizievoli alla cattolica religione, non ordito però mai contro
il governo. Quanto al Calandrino non che adoprar seco dispiacere od
agrezza, avergli usate quelle maniere di maggior cortesia che il caso
permetteva, visitandolo talora, e prestandogli anche libri. Ma qual
pro delle difese in caso di stato quando già è prestabilita la
condanna? Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di
carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura
due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I
furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo
l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal
luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava
perdono ai nemici, pietà per i suoi(57).
Quel giorno stesso fu segnalato da un gravissimo disastro naturale,
perché di doppio danno avesse a piangere la Valtellina. Vuole la
tradizione che un antichissimo scoscendimento di montagna abbia
coperto Belforte(58) sul cui cadavere s'eresse Piuro, grossa terra
posta a quattro miglia da Chiavenna, nella valle che mena alla
Pregalia. Scorre sul fondo di quella valle la Mera fra due pendii di
montagne, l'uno volto a settentrione tutto pascoli e selve. Quello che
alla plaga del mezzodì riguarda, popolato, senza perderne spanna, di
frutti, di vigneti, di casini, di crotti(59).
Sulla cui falda lentamente inclinata sedeva il paese, pieno "di case
nobili e ricchi mercatanti con ampli cortili e portici, con colonnati,
sale spaziose di vaghe pitture ornate, da stufe alla tedesca
superbissime pel lavoro di intaglio e di commisso, ben addobbate di
tappezzerie di Fiandra e d'altri preziosi drappi, di sedie di velluto
con frange d'oro, di copiose argenterie, di scrigni ben lavorati... di
ameni giardini e spaziosi con ispalliere d'aranci, cedri, limoni...
non solo ne' vasi di legno e di terra cotta, ma di bronzo ancora e di
rame, o molti inargentati e indorati"(60).
Erano poi lodate per una delle belle cose del mondo le case dei
signori Vertemate, i cui giardini sono dal tipografo Locarni(61)
paragonati alle delizie di Posillipo, alla riviera di Genova, ai
romani palagi. Tanta ricchezza vi portavano il passaggio delle merci,
la vendita dei laveggi di pietra ollare che là presso si tagliano, e
la manipolazione della seta, della quale scrive alcuno vi si
lavorassero 20.000 libbre ogni anno.
Nella montagna settentrionale, alla pietra ollare (_clorite
schistosa_) grossolana, untuosa al tatto e liscia sovrastava un
monticello, che chiamavano Conte, di argilla e terriccio. In questo
già da un pezzo i terrieri avevano avvisato qualche crepaccio; ma
quell'estate continuarono più giorni a ciel rotto rovesci di piogge,
che insinuandosi fra la roccia e il monticello, lo scalzarono. E già
franava sopra le vigne del prossimo villaggio di Schillano, ed i
pastori vennero annunziare come e pecore ed api fuggissero da quella
balza. Né perciò si atterrirono quei di Piuro. Mal per loro, giacché
sull'oscurare del 25 agosto (4 settembre secondo il calendario
gregoriano) ecco in un subito scuotersi la montagna di Conte,
ondeggiare. E fra un sordo fragore quasi d'artiglierie murali, lo
scrollato colle scivola sul lubrico pendio della montagna, precipita
sopra Schillano e Piuro, seppellisce uomini e case. I Chiavennaschi
che udirono il fracasso videro caligarsi il cielo, volare fin là il
sommosso polverìo, ed interrompersi il corso della Mera, durarono la
notte intera in dubbio della sorte dei loro amici, di sé stessi: la
mattina rivelò deplorabile scena. Era Schillano grande in quantità di
48 fuochi, di 125 Piuro con 930 abitanti, nobili famiglie e buone
borse, molti tornati appena dalla fiera di Bergamo. Ed anima viva non
ne campò. Dopo alcun tempo la Mera si aperse un nuovo corso fra il
dilamato terreno: si tentò, si scavò, nulla poté ritrovarsi che
masserizie e cadaveri(62). Non mancarono prodigi al terribile caso: la
cometa che in quel tempo aveva atterrito i popoli e i re. Predizioni
portentose: angeli che avvisarono del pericolo, demoni che infierivano
la procella, chi l'attribuì a vendetta di Dio per il licenzioso vivere
d'alcuni, o per i protestanti che vi avevano culto. I più giudicarono
non senza destino fosse accaduto appunto il giorno della barbara
uccisione dell'arciprete Rusca. Fermo tra i miserabili resti e nel
letto del fiume devastatore, che scorre sopra il diroccato borgo, ben
sei disumano se non ti senti stringere il cuore pensando a quelli, che
repente dalla quiete dei domestici lari, dalla preghiera,
dall'amichevole discorso, dalla soavità degli affetti famigliari,
vennero balzati in quell'incognita regione, dove solo si fa giusta la
retribuzione delle opere umane.