CAPO V

La Valtellina indipendente--Invasa dai Grigioni--Politica delle

potenze--Battaglia di Tirano--Governo della Valtellina--La Valtellina

resa ai Grigioni--Lamenti--Il trattato di Milano è cassato I Grigioni

espulsi dalla Valtellina--Invasi dagli stranieri--Riconoscono

l'indipendenza della valle--Ne spiace alle potenze--Ambagi

diplomatiche--La valle consegnata ai Papalini--Occupata dai

Francesi--Trattato di Monson.

Il primo respiro da una lunga oppressura sembra un trionfo per i

popoli, e facilmente si persuadono che la felicità d'una subitanea

riuscita sia tutto merito proprio, e rimanga compiuta l'opera, mentre

appena fu incominciata. Ma a vincere basta talvolta l'impeto, a

conservare ed ordinare la vittoria si richiedono senno, concordia,

abnegazione, virtù rare in ogni tempo. E quella perseveranza che è il

più difficile eroismo. Quante rivoluzioni felicemente iniziate, non

vedemmo noi o fallire il momento dopo per inettitudine degli uomini, o

riuscire a meschinissimi effetti per l'accorto aspettare dei nemici, e

per la improvvida fiducia dei trionfanti?

Quelle gioje così vivaci e così spesso fuggevoli, furono gustate

allora dai Valtellinesi, i quali, dichiaratisi indipendenti,

scancellate le impronte della retica dominazione si diedero un governo

provvisorio, e cominciarono a far decreti. Presero al fisco i beni dei

Grigioni, restituirono la patria agli sbanditi, i possessi alle

chiese. Chiamarono frati a predicare e confessare, accettarono il

calendario gregoriano, la bolla in _Coena Domini_, il concilio di

Trento. Invitarono il vescovo a far la visita, stabilirono

l'inquisizione contro gli eretici, levarono il seminario acattolico,

indi, con larghe proferte, trassero dalla loro i Bormiesi. Più allora

che mai saria convenuto a questi osservare quel loro statuto _de

comunione non habenda cum Valle Tellina_, ma i politici, sperando che

i passi delle regie truppe, _quasi al tocco d'un Mida, convertirebbero

in oro perfino le rupi_, e i devoti per essere _quella santa

rivoluzione a Dio dedicata,_(71) indussero i Bormiesi a prendere

quel che chiamavasi il partito santo, il partito di Dio.

I Valtellinesi, in generale ragunata, sortirono al grado di capitano

generale della valle, e governatore, Giacomo Robustelli, con 200 scudi

il mese "per aver cominciato l'impresa di nostra libertà con sue gravi

spese e danno", suo luogotenente il Guicciardi. Sentendo il vicino

pericolo, sfondarono i ponti, bastionarono paesi, si rassodarono di

uomini, armi, danaro, nervi della guerra. Mandarono ambasciatori a

quanti erano di momento in quell'affare, ai Cantoni svizzeri, al

nunzio apostolico in Lucerna, al papa, all'arciduca Leopoldo

d'Austria, e lettere particolari di gran calore a tutti i popoli

cattolici, dando pieno conto del fatto loro per loro giustificazione(72).

Anche ad Andrea Paruta, generale veneto di terraferma, spedirono per

sincerarlo ed imbonirlo: ma furono accolti a dir poco, freddamente. E

Venezia, salda coi Grigioni e malvolta verso i sollevati, richiamò

dalla Valtellina tutti i suoi sudditi, e allestì di armi il confine. E

in generale s'aveva poca simpatia per assassini, e spiaceva la

prevalenza che Spagna veniva ad acquistare.

Che il governatore di Milano avesse notizia della meditata

sollevazione, non si può dubitarne. E come altri ai dì nostri, avrà

accarezzato il tentativo con quelle parole che non legano il forte,

eppur dal debole sono accettate per promesse. Sciagurati i popoli al

momento che su quelle debbono contare. S'appoggiarono a una canna, e

questa si ruppe e straziò loro la mano. E i popoli invece di

confessare d'essersi ingannati, incolpano altrui e gridano all'inganno

e al tradimento.

I Valtellinesi più sempre tenevano raccomandati al duca di Feria i

soccorsi che dicevano promessi. Ma questi stava colle mani giunte, o

temesse far manifesto d'aver sin da prima intesa coi Valtellinesi, o

volesse attendere finché con qualche bel fatto avessero dato segno di

valore, prova di fermezza, speranza di esito prospero, e mostrato se

dovesse il mondo chiamarli ribelli od eroi.

Il successo era stato in questo mezzo udito gravissimamente dai

Grigioni in Chiavenna, i quali in grosso numero trovandosi, ebbero

tempo di pararsi in difesa, steccare gli accessi, farsi prestare dai

Chiavennaschi giuramento di durare in fede. Ond'è che quella parte

rimase immacolata di sangue. Il governo grigione poi, avutone avviso,

si affrettò a far piangere amaro il fatto ai Valtellinesi, e a ciò

chiese l'aiuto dei confederati. La lega grigia era quasi tutta

cattolica, e impediva i provvedimenti contrari ai propri fratelli di

religione. Talché rifiutò le armi, e solo la lega Cadea e le Dritture

si ordinarono a vendetta e, sotto Giovanni Guller ed Ulisse Salis,

3000 uomini spedirono per lo Spluga a Chiavenna, e per Chiavenna in

Valtellina. Il Robustelli e gli altri capi volevano mostrarsi degni

del primo posto coll'adoprar vivamente a raccogliere difensori,

sperando che l'ardore adoprato nella subitanea sommossa durerebbe alla

lunga difesa. Ma pericolosa e inutile è quella che si fa

tumultuariamente e senza ordine, e il popolo precipitoso,

sconsiderato, che piglia l'armi in fretta, in fretta le gitta. I

Grigioni, o schivando, oppure valorosamente superando le opposizioni,

grossi ed impetuosi investirono Traona, occuparono il ponte di Ganda,

e varcato su quello l'Adda, voltarono difilato sopra Sondrio, dove

altri giungevano da Val Malenco. Sondrio, abbandonata di soccorsi e

imperfetta di mure, non potea, non che una regolare oppugnazione,

neppur reggere una battaglia di mano. Onde i cittadini, credendo, come

si fa delle male nuove, ogni cosa peggio del vero, e ripieni di

presentimenti funesti per vedute meteore, determinarono abbandonarla,

ricovrandosi ad Albosaggia, terra montuosa sulla sinistra dell'Adda,

ove potrebbero ancora difendersi col fiume e coi ridossi. Miserabile

spettacolo, vedere le lunghe file degli abitanti con infinito sbattito

d'animo, seco trascinare quel che di più caro avevano, e piangere e

desolarsi. E l'affetto di quelli che dovevano abbandonare gli infermi

e i vecchi, e le povere monache di San Lorenzo, uscite dall'asilo ove

si erano ripromessa pace perpetua, venire, alla guida dell'arciprete

Paravicini,(73) attraverso ai monti per ricovrarsi a Como. Entrarono i

Grigioni in Sondrio, uccisero due infermi trovati, e n'ebbero i

mirallegro da alcune donne salvatesi col fingersi cattoliche, e le

quali ora gettavano ai loro piedi i rosarj e gli scapolari di che

s'erano fatto scudo.

Ho sempre creduto il più inutile uffizio della storia il divisare per

minuto i casi delle guerre. Tanto, mutati i nomi, è uniforme questa

scienza dei figli di Caino. Da per tutto invasioni e fughe, incendj di

paesi, racquisti, vittorie, sconfitte alterne, sangue, lacrime,

terrore, desolazioni d'ogni parte. Stando ai sommi capi delle cose,

dirò come il Feria, veduto che ai Grigioni davano soccorso ed i

Cantoni protestanti e la Repubblica di Venezia, mandò giù la visiera,

gravò il Milanese in 900.000 lire, ottenne che Madrid dichiarasse la

valle sotto la protezione reale, e bandì inimicizia e guerra ai

Riformati. Aggiungeva legna al fuoco Paolo V papa, che offrì 80.000

scudi d'oro, bramoso di mettere una barriera all'eresia. Si udirono i

predicatori in Milano esortare i fedeli all'impresa, che denotavano

col titolo, così spesso e stranamente abusato, di crociata.

Tutta Europa si mise in ragionamenti di politica per quell'angolo

d'Italia, piccolo sì, ma che, per la sua postura, faceva gola a troppi

potentati. Imperocché la Valtellina, come dicemmo, dall'estremo

occidentale tocca il Milanese, dall'opposto il Tirolo; gli altri due

lati confinano coi Veneziani e coi Grigioni; ed è noto che allora un

ramo austriaco imperava in Germania, un altro nella Spagna, nel Nuovo

Mondo e in tanta parte d'Asia. Immensi possessi, tra cui andavano

perduti il Milanese e il Napoletano. Cadeva la Valtellina alla Spagna?

Ecco aperto e spedito un passo, onde tragittare qualunque esercito

dalla Germania in Italia, volessero o no gli Svizzeri ed i Grigioni.

Che se in tal modo si fossero dato mano i domini austriaci dalla Rezia

fino alla Dalmazia, avrebber tolto in mezzo la Venezia e gli altri

Stati Italiani, impedendo a questi i soccorsi esterni, e divenendo

arbitri della Penisola. Veniva poi il papa, sperando in quel torbido

pescare grandezza alla Chiesa od ai nipoti; veniva la Francia

ingelosita della baldanzosa potenza austriaca, come la chiamava il

Richelieu. Dall'altra parte i Riformati della Rezia, di Svizzera, di

Germania, d'Olanda, fin d'Inghilterra, sostenevano, per interesse di

religione, gli antichi dominatori: i predicanti, in ogni paese,

narravano ed esageravano l'assassinio, chiedendone vendetta, a nome

non solo della fede, ma dell'umanità. Non è dunque meraviglia, dice il

Capriata, se, come per la bella Elena i Greci ed i Trojani, così per

la Valtellina i principi, con tutto lo sforzo dell'imperio e

dell'autorità, si travagliassero.

I Valtellinesi come seppero che il re cattolico li aveva presi sotto

la sua protezione, alzarono bandiera spagnuola, se non disciplinati,

certo arditi all'opera, e mentre alcune truppe del Feria passavano

nella Geradadda, per fare una diversione ai Veneziani, altre salirono

nella valle, rammezzarono ai nemici la marcia, difesero Morbegno,

ripresero il ponte di Ganda, e don Girolamo Pimentello, generale della

cavalleria milanese, munì i passi, occupò la riva di Chiavenna, talché

i Grigioni dovettero ripassare le Alpi retiche. Non già per restare

dalle offese, ma per rinfocarle. Imperocché, accresciuti dall'oro

veneziano e dai soldati svizzeri, piegando su per il lungo

dell'Engadina riuscirono, per la valle di Pedenosso, a sboccare sopra

Bormio in numero di 7.500, e chi dice fin di 12.000(74) soldati.

Avevano mandato innanzi Giovanni Scinken cancelliere di Zug, persona

di gran ricapito, a cercare i passi dai Bormiesi. Ma alcuni, còltolo

fra le gole, lo scannarono e seppellirono con obbrobrio. Fu olio a

fiamma: i Grigioni, più inacerbiti, piombarono sul paese, ed unendo

cupidigia e crudeltà al fanatismo religioso, si piacevano profanare

quanto i Cattolici avevano in venerazione, nella marcia vestire

piviali, tunicelle e cotte, sfregiare e bersagliare le imagini devote,

illaidire i lavacri battesimali ed il sacro pane, coi crismi ungersi

gli stivali, mutilare sacerdoti, menar danze nelle chiese al profanato

suono degli organi, usare a desco i calici e le patene: empietà che,

per gli animi commossi, non potevano succedere senza sangue.

Incontro a loro si erano mossi i Valtellinesi e gli Spagnuoli col

Pimentello, traendo anche le artiglierie del forte di Fuentes. Varie

incomposte avvisaglie dapprima: poi grossa e brava battaglia si fece a

Tirano, ove ben otto ore durò un tremendo menar di mani, finché i

Valtellinesi ebbero la migliore. Oltre 2.000 fra Grigioni ed ajuti si

dissero periti chi di ferro, chi nell'Adda, fra i quali il colonnello

Florio Sprecher. Il prode Nicola da Myler, capo degli ausiliarj

bernesi, in sul partire per la guerra, toccando i bicchieri coi suoi

amici, aveva promesso di riportar loro tante chierche di papisti,

quante anella contava una lunga catena d'oro, che gli pendeva dal

collo. Ucciso lui, quella catena fu mandata in dono e trofeo al

governatore Feria. Cinquanta Spagnuoli si divisero le spoglie di

Bormio e 30.000 ducati della cassa militare. Memorabile vittoria, la

quale, anzichè al valor confidente di chi combatte per la patria e per

la religione, il popolo devoto volle ascrivere a prodigio del Dio

degli eserciti, asserendo che la versatile statua dell'arcangelo

Michele, posta sul pinacolo del santuario della Madonna, per quanto

durò la pugna, si tenesse rivolta, benché contrario spirasse il vento,

contro ai Grigioni, vibrando minacciosamente la spada. Il Feria fece

stampare tal prodigio, e lo mandò a Madrid, insieme con una imagine

dei ss. Gervaso e Protaso, che sulla facciata della chiesa di Bormio,

fatta bersaglio delle fucilate, ne era rimasta illesa.

I Grigioni più che di passo ripiegarono verso Bormio, indi in patria:

avendo prima con insoliti ed aspri consigli irritato i loro soggetti,

poi con armi insufficienti mostrato incapacità di ritornarli alla

rotta pazienza. I Valtellinesi sbarrarono quel calle con una fitta

muraglia. Altre ne eressero a Tirano, a Sondrio, a Morbegno e gli

Spagnuoli rimasero a tutela.

Ma tutela migliore fu il mettersi della vernata, che chiuse di nevi e

ghiacci tutti i passi. Onde, sostando il pericolo, la Valtellina, come

libera di sé, in universale assemblea, si recò in mano tutta

l'autorità del governo, nominò i magistrati e pose fra i primi un

rappresentante del ducato di Milano. Rese le monache ai conventi,

riconsacrò le chiese, disperse le ossa degli eretici, promise di tutto

soffrire, anziché tornare alla distrutta dominazione; ed entrò in quel

secondo stadio delle insurrezioni, dove gl'intriganti sottentrano ai

convinti.

Mentre l'inverno quetava la guerra delle armi, risvegliava una guerra

di penne fra i gabinetti, agitandosi il destino della valle da

politici, da giureconsulti, da teologi e da quei tanti che ponevano in

campo ragioni sopra di essa. Né dormiva la Valtellina, mandando al

papa, ai re, alle repubbliche, affinché la conservassero indipendente.

Più che i soccorsi e la diplomazia a gran vantaggio le tornavano i

lunghi odii civili delle Tre leghe, ove Cattolici e Riformati

litigavano fieramente, in apparenza per dissenso religioso, in fatto

per i raggiri della Spagna e della Francia, che volevano far prevalere

ciascuna il proprio interesse. A maneggi e ad armi soprastettero in

fine i Cattolici, ed il Feria usò pienamente questa sbattuta a pro

della sua corona, lasciando, come spesso accade, i fiacchi nelle

peste, e conchiudendo in Milano una perpetua lega, a condizione che la

Valtellina tornasse ai Grigioni con buoni patti, e i Grigioni

concedessero libero passo alle truppe spagnuole.

Quanto la lega grigia, cattolica di sentimento, si tenne lieta di

questo accordo, altrettanto le altre due, singolarmente la bassa

Engadina, la avversarono sollecitate dai Veneziani e dai Francesi che,

per non lasciar crescere la Spagna, volevano rialzare i Reti, e

restituire loro la valle in pieno diritto. Anche i predicanti

schiamazzavano contro quel capitolato, onde si ruppe a baruffa, ed il

Feria mandò armi che sostenessero la guerra fraterna. La quale scoppiò

nel marzo, ed i Riformati, dati nell'armi e nel sangue in Engadina,

ritolsero Tosana ai Cattolici. Gli assaliti in gran terrore mandarono

verso Bellinzona le loro masserizie; ma sebbene i Riformati

respingessero fin là alcuni Borgognoni venuti a difesa dei Cattolici,

in fine la fortuna si volse a pro di questi, che ajutatì dai Luganesi,

ricacciarono gli assalitori.

Allora i potentati e Gregorio XV succeduto papa ed informato da

persone gelose dell'austriaca potenza, scrissero al re di Spagna

contro il Feria, quasi fosse turbatore della comune pace,

supplicandolo perché rendesse le cose di Valtellina in punto di comune

soddisfazione.

Giunsero le lettere quando il re stava negli estremi di sua vita, e

corse fama che nel testamento egli legasse al figlio ed erede suo

l'obbligo di restituire la valle ai Grigioni. In fatto l'imbecille

Filippo IV successogli, perché non paresse occupare l'altrui, né

soperchiare la libertà italiana, stabilì in Madrid che la valle

ritornasse ai Grigioni nell'antico assetto di cose, demoliti i forti,

levati i presidii, perdonata la ribellione: il re di Francia, gli

Svizzeri e Vallesiani stessero mallevadori per i Grigioni.

Pensate qual dire ne facessero gli insorgenti, fomentati forse dalla

Spagna a rivoltarsi ed or dalla Spagna consegnati ai nemici!

Mormoravano che il Cattolico avesse condisceso fiaccamente alla

moglie, sorella del Cristianissimo. Spedirono uomini a posta a dire, a

pregare, a lagrimare. Sposero anche al re cattolico gagliarde

significazioni in una lunga supplica, della quale questi erano i sensi

e quasi le proprie parole(75): "Soffra la serenissima vostra maestà

che noi poveri clero e cattolici di Valtellina veniamo supplichevoli

in atto ad umiliare nostre ragioni ad una corona, che degnò prenderci

in protezione; ad una corona che ha per primo fregio la santa croce ed

il titolo glorioso di cattolica. Tardi, e ce ne rincresce, le abbiamo

dichiarate le nostre querele, sicché la M. V. mal informata, (lasci

pur dirlo) sì per la politica, sì per la religione, trascorse a

concedere qualche speranza ai pravi eretici Grigioni di ripossederci.

E dalla religione cominciando, la quale più deve stare a cuore alla M.

V., che, sull'esempio de' gran padri suoi, tanto adoperò per

conservarla pura, resti servita di considerare in che pessima guisa

sieno corse le cose da quando cademmo sotto il giogo di quel popolo,

barbaro di costumi, empio di fede. Sarebbe un non finire mai

l'annoverare le vicende nostre, già per abbastanza relazioni fatte

note al gran teatro del mondo, talché ormai de lamenti son nojati

coloro, che non provano il martello di queste acerbe disavventure:

ruine, demolizioni di chiese: mutati i templi di Dio in _baserghe_

d'abominazione: i sabati volti in obbrobrio: il santo Nicolò Rusca

tratto al martirio: quanti Cattolici avevano fermezza, perseguitati,

cacciati: istituite scuole d'empi dogmi, sicché potevamo dire con

Isaia: La vite s'infiacchì, gemettero quei che giubilavano perché

trasgredirono la legge, mutarono il diritto, dissiparono il patto

sempiterno. Non più onore al culto, non più il dovuto rispetto alle

venerabili immunità del clero, al quale il gran Costantino, specchio

singolare degli imperanti, come vedesi chiaramente in Rufino 1. X c.

10 dell'istoria Ecclesiastica, aveva detto: _Dio costituì voi

sacerdoti, e vi diede podestà di giudicare anche noi regnanti, e

quindi noi giustamente siamo giudicati da voi, ma voi non potete

essere giudicati dagli uomini, perocchè dal solo Iddio voi aspettate

il giudizio_. Che più? I Grigioni, li cui consigli Dio perda tutti

così, avevano ultimamente fatto trama di sagrificare fino ad uno i

Cattolici per radicare la scellerata eresia dell'empio e maledetto

Calvino in questa bella Italia, ov'è (al dir del poeta) la sede del

valor vero e della vera fede.

"Così tollerarono i Valtellinesi, lo sa Iddio, fin all'estremo, quando

si stancò la loro longanimità; e dalla schiavitù di Babilonia

aspirando alla libertà della vera Gerusalemme, fecero siccome Giuditta

che trucidò il nemico della sua patria, siccome i Macabei che

s'armarono contro gli Assiri, siccome i savi di Giuda che si tolsero

all'ubbidienza di Joram re, perché _dereliquerat dominum Deum_. Il

Signore, che per far molto non ha bisogno di molti, avvalorò con

evidenza di effetti il braccio di quelli, che avevano posto mano

all'aratro senza guardarsi indietro. I re, gli infallibili papi

autenticarono la santa impresa, colla quale ci togliemmo dal collo il

retico e l'eretico giogo. Quali furono l'opere nostre dopo che,

ajutante Dio, ci vendicammo in libertà? Rimettere in onore i santi ed

il clero, introdurre il calendario gregoriano, proclamare il

sacrosanto sinodo di Trento, ristabilire il santo uffizio

dell'inquisizione, ottimo a tutelare la fede.

"Ed ora crederemo noi che la M. V. abbia fatto alcuni capitoli per

ritornare questa mondata terra di Gessen nelle mani d'eretici

perversi, i quali, siccome avevano fatto del loro paese una Babele di

discordie, una Tebe di tragedie, così dal nostro avevano cacciato la

quiete, la pietà e poco meno che la religione? Volete dunque si

rinnovino tutti gli abomini, si cancelli quanto di santo e di

cattolico fu introdotto dopo il '20, torni la nostra patria un rifugio

ed un seminario di Calvinisti? Né vi ricorda quant'oro e quanto sangue

abbiano sparso i vostri gloriosi antipassati per conservare pura la

ss. religione? Né vi ricorda che poc'anzi, ricevendo la corona, avete

giurato a Dio ottimo massimo di proteggere la fede romana, e di

estirpare le eresie?

"Vi avranno forse detto che la Valtellina spetta per diritto a'

Grigioni. Falso, falso giacché quella spontaneamente in torbidi giorni

si strinse in lega coi Reti: e solo dopo che l'uomo inimico seminò la

zizzania e l'eresia, che ha per base la ingiustizia ed è nemica de'

legittimi e madre de' tirannici imperii, questi mutarono la

confederazione in padronanza, e ci fecero come schiavi stare così, che

non potevamo star peggio. Fu dunque non ribellione la nostra, ma un

richiamo alla preziosa e imprescrittibile libertà. Però avessero pure

avuto i Grigioni diritto sopra di noi: chi non sa come, per comune

sentenza de' teologi non si sia nodo gordiano di suddito, di padre, di

fratello così tenace, che l'eresia, come spada d'Alessandro, non lo

recida? Per questo la santa memoria di Gregorio IX _ae haereticis capo

ultimo_, assolse d'ogni debito di fedeltà verso un padrone caduto in

eresia: e Lucio papa, _ad abolendum statuimus_, ordinò si scaccino gli

eretici sotto pena di scomunica.

"O forse a questo fare si indusse la M. V. pel desiderio del bene e

della quiete di questa valle? Qual bene! Quale quiete! Se i Grigioni

tanto aspramente ne trattavano in buona pace ed in sicurezza d'amore,

che non faranno tornando irritati col ferro alla mano, sopra un popolo

vinto ed abbandonato? Si rinnoveranno gli orrori del tribunale di

Tosana; faranno più che prima alle peggiori per la vita, per la roba e

(quel che più ne importa) per la religione; né sarà cosa che non si

credano lecita dopo che quei valorosi campioni, i quali, con singolare

sdegno di zelo e di ragione, restituirono la libertà alla patria, la

quiete alla fede, saranno stati scannati sull'altare della vendetta,

senza poter neppure dire, ohimé! _Difficilimum imperare nolentibus_:

noi parliamo esperti, e tutti siamo pronti a morire (e ne fossimo

degni!) per la santa religione. S'eterneranno adunque gli sdegni fra

sudditi e signori, e di tutto che ne potesse nascere, Dio chiederà

conto alla M. V. Né v'impedisca la promessa legata a coloro, giacché

niuno è tenuto a portar fede agli infedeli. Bensì ponete mente alla

perfidia de Grigioni a mille segni palesata; che cacciarono i

ministri, vilipesero i legati, uccisero i soldati vostri. E voi li

premierete a danno de' Valtellinesi, fedeli a voi quanto Dio vel dica?

"Deh piuttosto, se albergate alcuno spirito di pietà, movetevi in

favore d'un paese, che solo da Voi, dopo Dio, spera salute. E noi

siamo italiani di nome, di lingua, di costumazione, di generoso

sentire: e sopra noi s'inazzurra il limpido cielo di quella bella

Italia, ov'è sì grande il nome ed il potere di V.M.. Perché da quella

separarne? Perché tornarci al giogo che la Dio grazia scotemmo,

anziché formare di noi fedeli vassalli, che benedicano in eterno alla

vostra bontà? Prostrati in umilissimo aspetto, colle ginocchie a

terra, con tutte le viscere del cuore e pel sangue del Figliuolo di

Dio, noi vi esortiamo _ne tradas bestiis animas confitentium Deo_.

Trovi la M. V. come comporre la pubblica tranquillità: ma deh non ci

tradiscano le mani, in cui a confidenza ci siamo noi posti. Mantenga

questa porta d'ltalia senza macchia né ruga di eresia, e non che a'

suoi ventidue regni, che il Cielo conservi, ma al mondo tutto faccia

manifesto, che è propriamente quale si intitola, difensore

principalissimo della santa, cattolica, romana religione". Queste

ragioni, esposte cogli ingredienti d'allora come cogli ingredienti

d'adesso si fanno i proclami e gl'indirizzi odierni, giravano colle

stampe, e quantunque non lasciassero i Grigioni di rispondervi(76),

pure furono di qualche momento presso il re di Spagna; e forse egli

aveva acceduto a quel trattato soltanto per gettare polvere negli

occhi, e studiava del come snodarsene; tanto più dopo che gli fu, a

prove di consigli e di valore, mostrata la fermezza dei Valtellinesi.

E la fortuna mandò tempo al suo disegno: perocchè adunatasi in Lucerna

la dieta svizzera cattolica, vi si presentarono i Grigioni dando

l'atto del perdono generale alla Valtellina, e chiedendo la

restituzione di questa. Il Tommasini inviato di Spagna, o vi fossero

di fatto o volesse vederli, notò dei cavilli in quell'amnistia; e gli

Svizzeri, forse abbagliati dai dobloni di Spagna, ricusarono

interporsi mallevadori, e così l'accordo andò sturbato.

Allora di nuovo sulle armi i Grigioni: e sicuri d'avere chi li

secondava al lembo del bergamasco e del bresciano, fatto massa,

irrompono nel bormiese con 12.000 soldati, saccheggiano, mandano a fil

di spada e di vergogna, colla crudeltà di barbari e fanatici

vincitori. Ma il governatore Feria si era inteso coll'arciduca

Leopoldo, il quale già al primo tumulto avendo fatto capo nel forte di

Santa Maria nella tirolese valle di Monastero (_Munsterthal_), tosto

invase i retici confini. Il Feria stesso veniva su per la Valtellina,

accolto a stendardi sciorinati, a saluti di trombe, d'artiglierie, di

campane, acclamato il protettore, il liberatore. A Sondrio il

Robustelli gli fece comodità della sua casa, ed il padre maestro

Cherubino Ferrari Legnani teologo carmelitano recitò, poi stampò un

_elogio a perpetua memoria et a gloria immortale de l'ill. et eccell.

sig. il sig. D. Gomez de Figueroa et Cordova, duca di Feria ecc. per

l'heroica et santa impresa d'aver cacciati gli eretici dalla

Valtellina_, ove colle ampolle proprie di quella età, vien dicendo

come la Valtellina gli erge a perpetua memoria un monumento, ove archi

sono gli intelletti dei popoli, piramidi le memorie, trofei le

volontà, statue i petti, colossi i cuori.

All'ancipite pericolo si erano i Reti ricoverati in casa, e gli

Spagnuoli inseguendoli, avevano stimato bene mettere il fuoco a

Bormio, bruciando settecento case, e tredici sole lasciando illese!

Tanto e amici e nemici parevano in gara di far male. Ripiegò poi il

Feria sopra Chiavenna, e snidatine i Grigioni, li perseguitò per Val

di Reno e per la Pregalia.

Ecco maturato per i Grigioni l'amarissimo frutto di loro dissensioni.

I Planta, capi della parte cattolica e spagnuola, scacciati,

chiamarono vilmente le armi straniere contro la patria: onde

l'arciduca d'Austria per la valle di Monastero mandò il generale

Baldiron con 10.000 uomini ad occupare l'Engadina, e Coira stessa.

D'ogni parte venivano cacciati gli eretici, presa vendetta delle

antiche ingiurie, respinti i Salis; e dopo scene compassionevoli di

assassinii fraterni, le Dritture furono staccate dalla Rezia e poste a

dominio austriaco. Fra il terrore delle spade straniere e lo

scompiglio della guerra intestina, i Grigioni, oramai non più capaci

di sé, dopo essersi ostinati in tempo, dovettero cedere fuor di tempo,

ed ai cenni del vincitore stipularono in Milano una perpetua

confederazione colla Spagna, concedendo i passi liberi alle truppe di

questa. Quanto alla Valtellina, avesse piena ed assoluta libertà

civile e religiosa, pagando il tributo di 25.000 scudi. Acattolici non

vi potessero dimorare, e dentro sei anni dovessero vendere quanto vi

possedevano. L'arciduca manderebbe alla valle un commissario per

rendere la giustizia. Chiavenna, sgombrata dagli Spagnuoli, fu ceduta

ai Grigioni. Ma poiché questi non mandavano ufficiali che tenessero

ragione, i Chiavennaschi si providero d'un governo lor proprio.

Così parevano composte le cose: ma agevolmente si conosceva che non

era a durare questo assetto. Gli emuli dell'Austria, che contavano lor

perdita ogni guadagno di essa, e quelli che sempre in lei videro la

più pericolosa nemica dell'italiana indipendenza, la miravano troppo

di mal occhio godersi alla quieta un paese così ambito, mediante il

quale le era aperta l'Italia, mentre dalla Rezia poteva, per l'Alsazia

e pel Palatinato del Reno, acquisto suo recente, spedire qualunque

esercito nelle Fiandre ove la guerra fervea. I principi italiani ne

temevano per la propria indipendenza: al duca di Savoja rincresceva

che più non fosse mestieri ricorrere a lui per ottenere un passaggio

ch'egli sapeva farsi pagare: ai Veneziani il vedersi rapito il frutto

di un'alleanza comprata a peso di zecchini. Tutti gridavano contro gli

Spagnuoli come col titolo di religione insidiassero la libertà,

invadessero gli altrui possessi.

È vezzo antico degli Italiani ricorrere alla Francia nei loro

pericoli, e dei Francesi il professarsi tutori delle italiche libertà.

Allora pure la Francia, sollecitata dalla Savoja e da Venezia, formò

una lega per la libertà d'Italia contro la casa d'Austria(77), mandò

ambasciatore alla Spagna il signore di Bassompière, che prima

sott'acqua poi a viso aperto, dichiarò la sua corte pronta a sostenere

il trattato di Madrid, e rimettere i Grigioni in possesso della

Valtellina. Il re di Spagna non voleva udirne. Pure per non crescersi

altri nemici, calò ad un di mezzo, cioè di consegnare in serbo i forti

della valle al papa, il quale dovesse custodirli con genti proprie, ma

a spese della Spagna, finché le due corone vi prendessero su un

partito decisivo. Infatti Orazio Ludovisi duca di Fiano, nipote di

Gregorio XV, occupò i forti coi papalini, cioè con una mano di banditi

e di ribaldi.

Di questo partito seppe assai male al _partito santo_, che vedevano

prepararsi lo sdrucciolo per restituir la Valtellina, salvo il decoro

della Spagna: ma misero chi non ha dal canto suo che la ragione, e

commise le proprie sorti a fede di re e a maneggi di diplomazia!

Sapeva pur male ai Veneziani cotesto incremento fosse del re o del

papa(78). Si lamentavano, e il papa destreggiava rispondendo sulle

generali, lasciando però trapelare come volentieri costituirebbe di

quel paese un principato ai suoi parenti.

Fra tali macchinazioni Gregorio XV morì, e gli successe Urbano VIII,

propenso alla Francia. Era egli appena sublimato al sommo degli

uffizi, quando in Avignone, città francese obbediente ai papi, si

combinò lega tra Francia, Inghilterra, Danimarca, Venezia, Olanda,

Savoja ed i principi di Germania a danno della Spagna e

dell'imperatore, singolarmente per costringerli a restituirle il

Palatinato del Reno e la Valtellina: tanto di generale importanza

questa pareva! Dovevano i collegati movere guerra di conserto in ogni

punto, fin nell'America e nelle Indie: il re di Francia intanto

assalirebbe il Milanese, susciterebbe i Grigioni, ed entrerebbe nella

Valtellina.

Il papa non appariva che vi avesse avuto parte: ma pure gran gelosia

ne dava alla Spagna, massimamente che franco procedeva nelle cose

della Valtellina, e messala in guardia al conte di Bagno(79), aveva

fatto consegnare a questo anche Chiavenna e la Riva, non comprese nel

primo accordo. Non è però che il papa fosse da vero risoluto a

restituirla, avvegnaché da una parte vi repugnava l'interesse suo,

dall'altra una consulta di teologi, radunata a posta, lo aveva fatto

certo che non poteva in coscienza rimettere i cattolici sotto gli

eretici, con urgente pericolo delle anime. Ma il re cristianissimo

che, vedendo la Spagna occupatissima in guerra, voleva cogliere le

rose mentr'erano fiorite, e scancellare dall'Italia l'austriaco nome,

intimò al pontefice che o demolisse i forti della valle, o li

restituisse alla Spagna, affinché egli potesse, senza lesione delle

sante chiavi, entrare ostilmente in quel paese, siccome aveva

deliberato di fare per richiamare a libertà i Grigioni, e sottrarli

affatto dal giogo austriaco. Si peritava Urbano cercando tempo dal

tempo, e di cortesissime parole(80) confortava i valligiani, che

stavano in grande ansietà di lor futuro destino.

Se non che mentr'egli la tentenna d'oggi in domani, il re francese

move a soccorso dei Grigioni. Ed era tempo, giacché i Grigioni si

trovavano all'ultimo tuffo. Gli Austriaci vi avevano perseguitato i

Riformati, singolarmente i ministri, soffocata ogni favilla di

libertà, rapite le armi. Colonie di cappuccini d'ogni lingua furono

mandate: tedeschi nel Pretigau, a Tavate, a Coira: i milanesi nella

Pregalia; bresciani in val Santa Maria, e ne era sostenuto

l'apostolato colla forza. Molti rimasero martiri fra questi, molti

martiri fra i Protestanti(81).

Quando si volle a forza costringere quei di Pretigau ad usare alle

chiese cappuccine, ruppero a schiamazzi. E questo esser troppo:

"morremo senza patria, senza libertà, ma salviamo almeno le anime

nostre". Fuggirono dunque nelle selve, le quali tosto si cangiarono in

armerie: con falci e coltella e pesanti mazze trapuntate di chiodi

corsero addosso agli Austriaci il giorno delle palme 1622, e quanti

trovarono uccisero esultando fin le donne allo sterminio dei tiranni

della patria loro(82).

Le armi del Baldiron e del Feria ricomposero per allora la quiete. Ma

covava lo scontento, e finché un popolo non ha perduto né il coraggio

che ispira l'amore della libertà, né la confidenza in sé, nulla ha

perduto: gli spunterà il giorno della rigenerazione. E spuntò ai Reti,

i quali sfuggendo l'oppressa patria, empivano Europa dei loro lamenti,

e singolarmente facevano capo al marchese di Coevres, il quale di

ambasciatore mutato in capitano, raccolse truppe, intanto che nella

Valcamonica s'erano lesti gli ajuti veneziani.

Era orditura di Richelieu, il quale venuto allora ministro, avea

persuaso a Luigi XIII volersi armi a sostenere e risolver i trattati.

Onde all'ambasciatore di Francia che da Roma si lagnava degl'impacci

attraversati a quest'affare, rispose: "Il re ha cangiato di consiglio,

e il ministero di massima. Si spedirà un esercito in Valtellina che

renderà il papa meno incerto, e più trattabili gli Spagnuoli".

Queste mosse non restavano nascoste al Feria, e ne invocava una

providenza. Ma alla sua corte era egli scaduto di credito come primo

autore di questo moto di Valtellina, che alfine non partoriva che

guai. Ed il papa, dicendole sottili invenzioni spagnuole, non volle

ricevere in Valtellina guarnigione austriaca. Se così pensava da vero,

il fatto lo disingannò, avvegnaché il Coevres, che fu poi maresciallo

d'Estrée, spiegata bandiera francese, entrò in Coira, restituì alla

libertà le Dritture, cacciò il vescovo, rimise il primiero stato, e

marciò sopra la Valtellina. Il 29 novembre entrò in Poschiavo, poi per

Brusio fu sopra il castello di Piattamala, difeso dai soldati del papa

con quel valore che li fece passare in proverbio: espugnatolo, si

condusse a Tirano(83). Il Bagno, che ivi si trovava pieno d'orgoglio

ma vuoto di valore, senz'altro cedette; il che se non fu tradimento,

fu inescusabile viltà.

Quivi il Coevres conchiuse un trattato coi deputati della valle,

promettendo gli alleati proteggerebbero il paese. Grigioni non

entrerebbero nei forti, solo resterebbero finché fosse stabilito un

ragionevole governo. Intanto si solleciterebbe una decisione

all'affare. Il Robustelli, adoprato invano a difesa della patria, che

aveva tratta in sì infelice ballo, si ridusse sul Milanese a Domaso.

Il Bagno a Verceja. La valle tutta fu occupata dai Francesi, esultando

quelli, cui non l'intera libertà stava a cuore ma il cambiar di

signori. Il papa mosse bensì qualche lagnanza ma quietamente, cui più

quietamente rispose il re di Francia, incolpando il Coevres d'avere

trasceso le sue commissioni. Del che un gran dire fu pel mondo: che la

Francia mostrasse così poco rispetto alla santa sede? Che voltasse

contro di essa le armi dopo solennemente impegnata la fede sua di

nulla innovare in Valtellina? E che il papa fosse così cieco del fatto

suo, da trascurare gli avvisi del Feria, e prima del riparo attendere

il colpo? E di poi si lamentasse così debolmente? E conchiudevano che

Urbano se la passasse d'intesa colla Francia, o perché, non essendo

uomo da nipoti, non trovasse di verun pro lo spendere in tenere questi

forti, o perché fosse venuto nel comune pensiero degli Italiani

sbigottiti dalla crescente dominazione austriaca. Si ragiona

ancora(84) che il conte di Bagno, rimbrottato della niuna difesa

opposta, mostrasse brevi di Roma, ove gli era così ordinato. Ma in

tempi di caldi partiti chi può scoprire la verità fra le mutue

incriminazioni?

Grand'apprensione prese il Feria non volessero i Francesi, mentre

l'aura era destra, calare sul milanese, e ritorre parte dei suoi a chi

aveva voluto occupare i possessi altrui. A chi viene di Valtellina due

strade si aprono al Milanese: una per il fondo della valle, e questa

dà di petto nel forte di Fuentes, messo così opportunamente, da

intercidere ogni passaggio; l'altra rasenta la montagna sulla dritta

dell'Adda, per capitare al laghetto di Mezzòla e a Riva di Chiavenna,

donde ancora per i monti si riesce alle Tre Pievi superiori del lago

di Como. Questa strada diviene pure impraticabile se sia occupata la

Riva, dove null'altro era che un'osteria ed un portico in angusto

valico fra il lago ed il monte, e soverchiata da una montagnuola, dove

tirando a gittata, affatto si impedisce il passare. Riuscì al Feria

d'occuparla, giovato anche dalle milizie urbane comasche, e la pose in

atto di difesa. A tempo: giacché il Coevres, ridotta ad ubbidienza la

valle e Bormio, difilò sopra Chiavenna. Ma trovato quel cozzo, dovette

ripiegare, e per iscoscese vallate, senza artiglieria, scendere sopra

quel borgo, che prese dopo qualche resistenza. Di là ritorse verso

Riva, ma questa piccola Gibilterra gli resistette molto utilmente. Ed

invano ebbe Novate, invano occupò le alture sovraposte, donde si

rotolavano macigni sulla fortezza: che anzi agli Spagnuoli venne fatto

di sorprendere i Francesi, e legatili a coppia, spettacolo miserabile,

li trabalzarono dalle greppe. Il milanese generale Serbelloni, con uno

spadone a doppio taglio, si precipitava in mezzo ai nemici, ed a chi

spaccava il cranio, a chi fendeva il ventre, a chi in due la persona;

eroe se avesse pugnato per la patria. E quando a lui fu sostituito il

Pappenheim coi Tedeschi, questi fece non men cara costare al francese

quell'osteria, anzi poté togliergli tutte le fortificazioni là intorno

e spingersi fino a Traona.

Come stesse allora la Valtellina pensatelo! Tutto era pieno d'armati

baldanzosi ed ingordi: Francesi e Grigioni a gara le succhiavano il

sangue, eccedevano in prepotenza rube e sacrilegi, i nobili, per lo

meno male s'erano fuggiti, ricovrando alle Tre Pievi ed al Milanese,

dove non cessavano d'industriarsi a pro della patria.

I segreti motivi della corte condussero finalmente una concordia,

praticata in Monson città dell'Aragona dove, quel che riguarda la

Valtellina, si stabilì vi si conservasse la religione cattolica,

ridotte le cose allo stato del 1617: i natii si eleggessero i propri

magistrati e governatori, senza dipendenza dai Grigioni; toccasse però

a questi il confermare gli eletti entro otto giorni, e ricevere un

annuo censo di 25.000 scudi d'oro; le fortezze fossero rimesse al papa

da demolire; Grigioni più non entrassero armati nella valle, né gli

Spagnuoli tenessero forze oltre le ordinarie alla frontiera milanese.

Questo trattato salvava il decoro della Spagna, la quale pareva sì

bene avere provveduto alla religione ed alla libertà di quei popoli.

Ma nessuno dubiti che di pessimo occhio nol vedessero i Grigioni, i

quali venivano così ad aver profuso invano il sangue e l'oro per

ricuperare la valle. Onde, cavillando, ricusavano stare in verun modo

agli accordi. Anche al Coevres ne sapeva male; ma buon grado o no che

ne avesse, dovette lasciare che, a nome del papa, entrasse Torquato

Conti, che fece demolire le fortezze e riscosse il giuramento. I

soldati francesi nel ritirarsi vollero danari; e perché tardo a

pagarli, bruciarono il casale di Piantedo. Il nuovo generale venuto

pretese un regalo, perché un regalo si era dato al Coevres. Pure la

Valtellina portava in pace, sperando finalmente composte le cose.

Non era ancor tempo. Imperocché i Grigioni chiedevano si osservasse il

trattato di Madrid, aizzati dai predicanti, da Venezia, dalla Francia.

Mentre la Spagna andava stimolando il partito santo nella speranza che

i Valtellinesi per istracchi si gettassero in braccio di essa. Intanto

però che si contrastava, la Valtellina godeva libero stato e pubblica

rappresentanza; inviava ai re, e ne riceveva messaggi ed ambascerie, e

d'ora in ora faceva ordini rigorosi contro gli eretici, pubblicava i

beni dei ricaduti e molti coperti riformati o dall'inquisizione o

dagli zelanti erano fatti capitar male. Poschiavo, che non aveva preso

parte al sacro macello, vedendo non potersi altrimenti sbrattare dagli

evangelici, meditò scannarli; e Claudio Dabene, cameriere del

Robustelli, fiero di lingua e di mano, entrò in quel borgo, e vi

uccise quanti calvinisti poté sorprendere. Del che domandato in

giudizio fu sostenuto a Tirano, ma ben presto prosciolto per grazia.

Leggo nello Sprecher e nel Quadrio che il curato fosse complice

dell'assassinio; voglio credere piuttosto al Merlo, il quale racconta

che esso curato Beccaria aperse il presbitero per ricovero agli

eretici chiesti a morte.

Quei pochi che sono avvezzi non solo a censurare in un libro quel che

vi è, ma a scoprire quel che vi manca troveranno che noi parlammo

degli avvenimenti, ma poco degli uomini: e vorrebbero avessimo posto

in prospettiva e in giuoco quei Robustelli, quei Guicciardi, quei

Venosta che ordirono prima, tesserono poi la rivolta. D'ogni eroe, ma

d'un rivoluzionario specialmente, la prima qualità è l'azione. Ora

qui, come spesso, l'ebbero impacciata da avvenimenti troppo gravi e

dalla preponderanza forestiera. A chi dirige una nave in gran fortuna

sarebbe giusto il domandar conto d'ogni comando, d'ogni movimento,

d'ogni scompiglio? Poi per un solo Washington, il quale comandi

generosamente, perché nobilmente obbedì, sappia non solo vincere i

nemici, ma, ch'è più difficile, vincere gli amici, affronti non solo

gli attacchi di coloro che offuscano colla loro bava ogni splendore,

ma anche la disapprovazione di chi all'essenziale delle teoriche

stesse ch'egli venera non sa fare i sagrifizii accidentali che

l'attualità esige. Ed altro non cerchi se non di poter dire _ho fatto

il mio dovere_; per un siffatto la storia ci offre centinaja di questi

capi, che all'atto non mostrano se non quanto male si conoscevano ed

erano conosciuti. Che quando vedono incalzar gli eventi esterni, e

dentro crescere l'irrequietudine, anziché confessar la propria

inettitudine e soffrire che il sole dissipi quelle rinomanze

misteriose che reggevano solo nel crepuscolo della considerazione,

disperano della libertà e proferiscono la bestemmia di Bruto.

Quanto ai Valtellinesi, neppur tra loro se la passavano in pace, e

facevano a torsi i bocconi l'un l'altro, in gare continue e spesso in

armi, scontenti del presente, ignari dell'avvenire, fremendo jeri

pazzamente per belar domani miserabilmente. Chè dopo le gravi

convulsioni dei popoli, gl'intriganti sogliono rimpiazzar i convinti;

i rivoluzionari di riflessione soccombere ai rivoluzionari di

passione, cui pesa il rispetto e rode l'invidia; al ciurmadore, l'uom

colto e ragionevole che non ne ha la sfacciataggine; si crede primo

acquisto il non tenere subordinazione; ribalderie colpite dalla legge

o dall'infamia, perdono vergogna col drappeggiarsi in una bandiera;

passioni irose od avide si sfogano a nome d'una causa santa; e palme

di martire si pretendono ad atti, che in tempi composti menerebbero

alla gogna.

Quelli che primamente sommossero la Valtellina non credeano certamente

procurarle lunga serie di sventure. Gran lezione ai macchinatori di

cose nuove! Eppure guai maggiori sovrastavano alla già misera valle ed

al resto della Lombardia.

Il Sacro Macello Di Valtellina · 第 10 / 15 题