Giunto oltre la diacciaia del Gries, sedutomi sul cigliare della balza
imminente a Bettelmatt, mi riposai, leggendo quanto segue:
«LE MONTAGNE PARLANO.
«— Su, Blummenkranz, quest'oggi salirai sulle Alpi, le vere Alpi, le
Alpi che mi dividono dall'Italia — il paese di cui non ho pronunciato
una volta il nome senza sussulto. Quest'oggi sono felice — me ne
rallegro cordialmente.
Di lassù spingerò lo sguardo nelle sue valli, ove sole e terra vanno
d'accordo nel fecondare e nel crescere — ove, senza dubbio, i fiori
sono più coloriti e le frutta più gustose.
Chi sa se non sentirò quell'aria piena di vita e d'armonie che suona sì
melodiosa scossa dalle vibranti cetre dei suoi poeti?
Forse i miei occhi vedranno poco — ma la mia anima? Dirò: conosco
anch'io _la terra ove fioriscono gli aranci_!
Pervenuto al vertice, m'inginocchiai riverente per salutare quel paese
che amo senza conoscere, e con tutte le facoltà dell'animo mio, dissi:
«T'amo, perchè io so da lunga pezza che noi abbiamo saldato ogni
partita per l'antica ruggine coi Romani; perchè comprendo che se tu
non vieni a noi col perdono sulle labbra, gli è che le ferite non sono
ancora rimarginate — t'amo e mi auguro di vedere la mia patria stretta
con fratellevoli nodi a te, che tutti i nostri bardi cantarono con
esultanza, e che la sola tirannìa ed i suoi odii feroci ne hanno fatto
sprezzare e combattere come maledetta.»
Profondo silenzio regnava attorno. Sospeso fra terra e cielo, quella
m'incantava, questo mi rapiva....... Le fronti delle Alpi corruscavano;
i loro manti erano agitati; il cervello del Griesberg su cui posava
era palpitante: dal rododendro esalavano inebbrianti profumi; in ampi
circoli le aquile si libravano nell'aria; i tordi montani cominciavano
a cinguettare misteriose note di amore, mentre il vento susurrava i
pastorali accenti del _ranz des-vaches_... Era allucinato?
Le nebbie, in cui i monti si avvolgevano, sfumarono; la luce innondò
da capo a piedi quei giganti che s'avanzavano, oh meraviglia! da ogni
parte attorno al Griesberg, come a parlamento — forse per ingannare la
noia secolare.
— Dunque noi che ardimmo scalare il cielo saremo turbati nella pace del
nostro sepolcro da questi embrioni superbi?
— O Grimsel, le parole che tu soffi, eruttando fumo e faville per
lo sdegno della tua maestà conculcata, trovano nella mia anima una
clamorosa eco. Sì, non vogliamo essere manomessi dall'uomo, o per la
morte come i Diablerets mi sfascierò sopra di esso!
— Meglio così, caro Firsteraarhorn, disse arrossando la Jungfrau
pudica, che io non vedrei più questi nani insolenti arrampicarsi sul
mio petto per baciare quella fronte che la sola bufera aveva per tanti
secoli tôcca. O meglio un fulmine mi scaraventasse giù nelle valli,
che gl'inverecondi baci di questi uccelli spennati!... Ahi! dove il mio
verginal candore?
Un'orrenda voce di scherno tuonò:
— Gran cosa in verità! Quanto volonteroso io non mi torrei i baci, di
cui fai sì grande scalpore, quando tu volessi scambiarli coll'atroce
ferita, che mi aprono nel bel mezzo del corpo... A me che pure tanto li
amai da nascondere la face che alta portava sul capo; ma guai a loro se
io riapro il varco al torrente di fuoco, che m'arde e rugge in petto!
— Infelice _Cenisio_, che sarebbe degli sciagurati senza di noi? Chi
loro feconderebbe la terra coi fiumi e temprerebbe l'aria coi venti?
La _Rocciamelone_ chiese la parola per la _Rosa_ immacolata.
— Immacolata! mormorò ironicamente la _Jungfrau_..... e Saussure, e
Vincent, e Zumstein, e il prete Gnifetti li conta per nulla?
— Facciamo osservare alla maligna _Jungfrau_ che non tutte le cinque
foglie vennero tocche.
— Cessate, rituonò il _Bianco_, la ridicola questione. I Romani ci
rispettarono con religiosa temenza, e questi vanerelli d'un secolo
impertinente osano contaminarci le candide stole! Ma a che ragunammo
questo onorando consesso? Per lagnarci delle clamidi insudiciate? Vi
cruccia lieve offesa quando vedete in noi bollire una fiera passione?
Se non vi talenta sentirvi prudere le membra da quest'insetti,
inghiottiteli nelle pieghe de' vostri manti. Mi lagno forse io? La
sventura del Cenisio è sventura che a noi tutti sovrasta. L'umana
famiglia minaccia di ridersi di noi, di attraversarci in ogni
guisa sotto mille pretesti. Confortiamo il Cenisio, e troviamo modo
d'impedire tanta ingiuria.
Il _Bianco_ stese una mano al _Cenisio_ — a cui mancavano per conforto
anche le salmodie della Novalesa; — commosso dalla regale degnazione,
svenne in braccio all'Iserano. Lo _Stock_ corse lesto in suo soccorso.
Alle lamentevoli grida del vegliardo, alle parole del _Bianco_ erano
accorse attorno attorno quant'Alpi regnano dal Simmering al Tenda.
Aperto il parlamento dal monte _Bianco_, considerato il caso esposto
— per un fatto personale — dallo stesso Cenisio, parlarono uno dopo
l'altro e sovente anche due o tre alla volta — tacevano da tanto tempo!
Il _Cenisio_ propose di sloggiare dall'Italia, terra ingrata per
eccellenza alle Alpi; il _Cervino_, ponderato l'irresistibile amore al
paese, propose di congiungersi tutte in sì orrenda maniera che nessun
passo si aprisse. Un viva — a gran maggioranza — accolse il singolare
progetto. Senonchè al punto di passare allo scrutinio, il _Viso_ chiese
la parola con voce, che fu sentita quasi nota fuori di chiave.
Il _Viso_ — siede a sinistra — educato a metà in Francia, tutto
pieno d'idee cosmopolitiche e fors'anco perchè nessuno gli aveva
sfiorato la pelle, cominciò a sfoderarne delle nuovissime sulla
bella tendenza degli uomini ad unificarsi — parlò dell'abolizione dei
neri, dei doganieri, dell'emancipazione della donna e di altre cose,
che colorando le Alpi come i più cocciuti nemici della fratellanza
universale loro minacciano più che mai la sorte d'essere traforate
e affettate — e finì con tanta eloquenza per proporre ognuno si
togliesse in pace il suo destino in grazia del progresso dei tempi,
con tanta eloquenza che i venerandi oratori, ritornati al loro posto,
ricominciarono a russare saporitamente.
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