_Ascensione del Gries — Diacciai — Le Alpi parlano._
=Entrai per lo cammino alto e silvestro.=
_Dante_.
Partii da Morask pel Griesberg. Il sentiero addentratosi in una gola
ove per poco le falde dei monti non si combaciano, orma sopra la neve
ad una florida prateria, e di là, costeggiando per la ripida salita
il torrente che gorgoglia nelle crepature della rupe erbosa, guida
al valloncello di Bettelmatt, famoso pei cacii che fornisce l'Alpe
Anderlin. Prima di giungervi, voi valicate un breve contrafforte che
chiude anche da questa parte l'altipiano, mentre il torrente sbattuto
di sasso in sasso in bianca spuma s'interra nella forra che a furia
di pazienza e di secoli ha scavato attraverso al muro: badate veh! di
non sdrucciolarvi dal sentiero; chi vi trarrebbe di là ai casali della
valle? Il torrente solo.
Eccoci alle cascine. Esse stanno addossate ai frantumi che ingombrano
il passo nell'angusta bocca della scabrosa valletta del Gemmsland, in
cui l'ombra eterna e i massi paurosi e il deserto d'ogni vita incutono
orrore. La chiude in fondo il Siedel (3218 m.), dalla vetta del quale
fra spaventose diacciaie or piane, or gonfie come onda marina, or rotte
a bizzarre colonne d'ogni architettura, vedesi sorgere solitario il
picco del Blinnenhorn (3552 m.) l'altissimo dei monti che s'estollono
attorno alla nostra valle.
Mi riposai presso il letto del Griesbach, dall'onde biancheggianti,
dai ciotoli tersissimi, screziati a mille colori, e trovai fra le
ghiaie l'_asbesto_ bianco che i montanari dicono sughero alpestre.
Al di là del torrente, nella prateria un numeroso armento di bovine
agitava pascolando i sonagli delle collane. Alcuno di quegli animali
s'avvicinava a noi pauroso, e dopo averci a lungo guardato con occhio
stupito per le foggie disusate, ricorreva in mezzo agli altri di
gran galoppo. È incredibile il piacere che produce il tintinnìo dei
campanelli, il muggire, lo scorazzare festoso delle giovenche e dei
vitelli che con piede sicuro dichinano rapidissimamente per le pendici;
in questi animali pascolati liberamente all'aria, giorno e notte, senza
impacci di catene e di guinzagli, scorgi una sveltezza di moti che non
trovi in quelli del piano, lenti e taciturni.
Ma già il sole dardeggia; su ancora, un'ora, la più faticosa, e ti
riposerai sulle sponde dei due laghetti da giardino, da cui zampilla il
Griesbach.
Pervenni sulla cima dell'erta trafelato ed ansante per la soverchia
fretta con cui la brama di toccare la desiderata fronte dell'Alpe
m'aveva spinto per l'erta. Con animo palpitante, varcata l'ampia
murena, che con mirabile vicenda le diacciale ingoiano e rigettano,
mi trovai sul lembo dell'eterno diacciaio che dorme su quelle vette
supreme, dal Gries allo Stafelclogberg, abbracciando così dalla destra
pressochè tutta la valle di Formazza.
Eccomi sopra di esso. — Sento sotto di me — novissimo senso — un cupo
rumoreggiare, — fiumi forse che cascano echeggiando dalle caverne nelle
viscere del monte — forse, come la tradizione paesana, sono le anime
dei defunti che cantano preci di remissione. Lunghi, diritti, immensi
crepacci stagliano tutta la gigantesca massa — dove appena visibili,
dove a bocca aperta come mostri.
In questi crepacci, da cui il piede rifugge istintivamente, dormono
laggiù negli antri sonori, da dodici anni, due giovani francesi. Io
guardo in giù, nell'azzurra abisso senza fondo, e pavento di sentire
che gli infelici vi sdrucciolarono, o vi furono spinti dalla bufera
— non morti e che laggiù, feriti, col martoro di un'agonia che li
sorprende esuberanti di vita, senza speranza di sfuggire alla loro
sorte inevitabile, dolorosa, senza conforto alcuno d'affetti umani o
divini, imprecano al fato, o rassegnati aspettano di agghiadare fra le
braccia della morte, richiamando alla memoria le immagini dei cari...
Forse i Francesi s'erano avvicinati al Faul, nero fantasima che sorge
nel mezzo della diacciaia, ove dessa pare ondeggi come i fiotti marini.
Forse venendo in Italia, non s'erano attenuti alla loro sinistra, verso
la murena, ove i fessi sono meno frequenti e meno spaziosi — forse
da animosi perlustratori s'erano addentrati, verso il Ritzenhörner,
in quella vasta e terribile solitudine, su cui torreggia il Blinnen
— forse avviluppati dalla bufera avevano dimenticato un momento di
tastare coll'inseparabile _alpenstok_ se mai sotto il mobile strato
della neve non si sprofondava un crepaccio.....
L'Alpe tenta come il mare l'audace — ma spesso l'uno e l'altro, dopo
avergli rivelato i misteri più stupendi, ingoia gelosamente il sedotto.
L'uno e l'altro ti sfidano col loro fascino: se tu vinci una volta
impune, pensa che essi possono vendicarsi atrocemente.
Ambidue toccano il cielo. Ambidue cantano sì altamente la grandezza
della natura che la tua piccolezza ne rimane subitamente atterrita.
Dopo questo senso istintivo, tu osservi e le une e l'altro con
desiderio. In breve mille attrazioni sorgono ad innamorarti di loro: da
quell'istante non sono più due mostri, li ami e ti amano. Se loro sei
fedele amico, ti riveleranno la meravigliosa armonia che li unisce al
resto del mondo, la bellezza del loro essere e la grande generosità con
cui spargono dovunque la vita.
I diacciai dall'orrenda solitudine ti diranno che sotto la larva della
morte alimentano la vita, i fiumi che fecondano le riarse pianure. La
bufera stessa che schianta l'annoso pino come il tenero lichene, ti
dirà colle mille voci come da queste supreme convalli ventando, fuga
l'aria corrotta e sparge la salute. Così la tempesta marina. Mille
naufraghi disperati ti fanno imprecare ad essa. Ma la morte è la vita:
sono indivisibili, necessarie sorelle.
Nè meno mirabili ti saranno per amore le foreste e gli intangibili
pizzi nembosi.
Affidati ad un legno sull'incerta superficie del mare, sali sui vertici
alpini, e sentirai come necessità l'amore, come bella la libertà —
sentirai come se ti battesse in petto cuore di poeta.
Come l'anima, l'alpe ed il mare ti saneranno il corpo. Se la tua mente
paralitica non si scote, se il tuo corpo non riacquista elasticità e
vigore — tu sei già due volte morto.
Dal cucuzzolo del Gries, a cui salii di qui in mezz'ora, scorgesi
assai meglio il sottostante diacciaio, e meglio soprattutto lo stupendo
panorama delle Alpi Vallesane e Bernesi, che compensa largamente della
fatica della giornata. Il Grimsel, la Jungfrau, il Fisteraarhorn,
lo Stokhorn ed altre celebrissime Alpi s'estollono al dissopra della
verde cortina che separa dall'Oberland il Vallese; mentre a destra il
Rothental, il Nufenenstock, il Kuliboden, ed a sinistra il Faul ed il
Gemmsland pare sorgano a conversare con quelle fiere torri elvetiche.
Disceso il cono del Gries, ecco a mezzo il diacciaio, venire verso
di me a lunghi passi una strana apparizione. La doveva essere un
cacciatore fanatico che s'avventurava soletto fra le solitudini alpine,
col capo difeso da uno sdruscito cappellaccio a tre acque, le ossute
gambe infilate e diguazzanti in un paio di brache spelate, le uose
fino al ginocchio, due scarpaccie a mo' di barca da fare il giro del
mondo, mare e terra, un grosso zaino alle spalle, la lunga carabina ad
armacollo e il bastone ferrato nelle mani.
L'abito di prete cozzava a vista sì duramente colle venatorie munizioni
sotto cui sudava il poveretto, che al vederlo colla lunga e sparuta
persona arrampicarsi brancicando per l'erta, gli era la più risibile
cosa del mondo.
Eppure il reverendo Blummenkranz era stimabile persona. I compaesani
non lo dicevano _liberale_, nel senso popolare, — benchè fosse largo di
cuore e di mano — perchè non frequentava le bettole; ma assicuravano,
che, venuta la stagione delle foglie, il suo cervello ne andasse tanto
in visibilio da farneticare. Dopo la prima neve rientrava in se stesso.
Le stramberie della sua religione per la natura gli erano perdonate in
grazia del fervore con cui pregava Iddio a non dimenticare le messi
dei campi, i fiorellini delle praterie e le pinete. Don Blummenkranz
nato in Germania era stato altra volta un abate del bel mondo. A Berna
e a Ginevra non sono affatto spariti i ricordi delle sue dissertazioni
sulla necessità dell'amore.
La sua figura — innegabilmente ridicola — pareva una vivente
confutazione delle sue parole. Disingannato dagli uomini, senz'odiarli,
intese tutte le forze dell'anima nell'amore della natura dalla quale
otteneva rivelazioni sconosciute e voluttà arcane.
— Tutto parla, diceva Blummenkranz, ed io finirò per comprendere la
meravigliosa espressione delle cose.
Forse aveva amato una donna — ma qual donna avrebbe avuto compassione
di un essere così strano?
Malgrado i profondi studi naturali, egli dovette provare che la
cosmologia non era che un intoppo per la carriera ecclesiastica. Da
chierico fatto cappellano, e punto a capo.
_Contentus parvo_, egli non si crucciava di nulla. La natura
lo compensava largamente dell'irrisione degli uomini. Secondo
Blummenkranz, un uccello parlava più chiaramente d'un avvocato; gli
amori delle piante non erano una finzione imaginosa, ma una storia.
Credeva — senza oltraggio alla religione — agli spiriti che popolano
l'aria, l'acqua e le case, ed era in stretta famigliarità coi genii
delle Alpi. Conosceva le cause per cui i pizzi erano stati battezzati
con una parola anzichè con un'altra, quindi infinite leggende. Siccome
non aveva mai posto piede oltre la Svizzera, si meravigliava alla
descrizione delle vaste pianure, ed inorridiva al pensare, che vi
potesse essere una radura così sconfinata da non scorgere un monte e
che un uomo potesse vivere senza amare le Alpi.
Di lassù, appaiatosi meco, in tre ore discendemmo nella valle Egina
nel cantone Vallese, alle sponde del Rodano spumante, donde io contava
di recarmi al vicino Obergestelen sulla via al Grimsel. Il varco del
Gries, dal centro dell'alta Italia, è la via più breve al Bernese.
Lasciato D. Blummenkranz, m'avvio alla volta della mia meta. Se
non che io faceva i conti senza il temporale, che in pochi minuti,
abbuiato l'orizzonte angusto, si rovesciava nella valle. Alle prime
goccie ritornai frettolosamente sui passi miei, e ormai stanco dal
lungo cammino, bussai ad una capanna presso una chiesuola, invocando
ospitalità per amore di Dio e delle poche mie monete.
La porta della capanna venne aperta, ed una pertica, voglio dire il
reverendo Blummenkranz inchinandosi, m'offrì cordialmente il tetto
ed il desco. Lo credereste? Fu quella una delle più belle sere delle
mie peregrinazioni. La cena parchissima, forse insufficiente, ma
l'anfitrione era sì curioso nel novellare! Compresi che il romito
era miglior cultore dei piaceri dell'immaginazione che non della
caccia. Perchè adunque la carabina? Perchè, mentre tutti tenevano
per ragionevolissima cosa l'arrischiare la vita nella caccia, nessuno
certamente avrebbe compresa e rispettata la passione entusiastica del
povero cappellano.
Accomiatandomi, il reverendo Blummenkranz mi pose nelle mani un foglio,
dicendo: Serbatelo per memoria mia. — Risalendo, due giorni dopo la
mia gita a Meyringen, allo Stauback, l'Eginenthal, lessi in fronte alla
carta donatami: