_La Frua o cascata della Toce — Quanto costi un sorriso di donna._
Il Valloncello di Unterderfrutt è circondato dalle falde del Picco
di Gigeln, a destra — dalla rupe della Frua a settentrione, — e dalle
ultime digradanti balze del Nuefelgiuh a sinistra ed al fondo. Al di là
della Toce poche stalle in mezzo ad una breve prateria attorniata dai
macigni dinoccolati dalle rupi imminenti, danno ricovero nell'estiva
stagione agli armenti che si vengono a pascolare.
Lo sguardo non può soffermarsi più d'un istante sulla cornice che
inquadra il meraviglioso spettacolo della Toce, la quale ad un tratto,
lasciato il queto alveo superiore, trabocca dal ciglione della rupe
stagliata in tre orizzontali gradini, uno sull'altro cadente, ed
irritandosi ad ogni labbro, rimbalza spumeggiante nell'aria, ricade
in sottilissima polvere d'argento per spandersi nuovamente in mille
spruzzi, cascatelle e zampilli, formando così una piramide gigantesca,
la quale, allorchè il sole vi diffonde i suoi raggi luminosi, tutta
sfavilla di mille diamanti.
Bello è contemplarla all'aurora colorirsi a porporine tinte, smagliante
come l'acciaio brillare al mite chiarore della luna, e nelle incerte
ombre della notte innalzarsi come un immenso fantasma in mezzo a quelle
moli rigorose. La severità del sito, i cento sibili confusi in un sol
urlo dell'aria percossa, le scagliose rocce del Gigeln, le superiori
macchie di larici, fra cui fischia il vento, destano nello spettatore
il senso, non so se più di meraviglia o di terrore, che nega la favella
innanzi agli spettacoli più sublimi.
Nel fitto dell'inverno, benchè il volume delle acque montane scemi
d'assai, la cascata presenta una vista non meno sorprendente: le
notturne bufere ed il gelo asprissimo sogliono in poco d'ora indurare
i fili, gli spruzzi, i zampilli, i veli cadenti; ed allora si vedono
pendere e sorgere su quei lucidi macigni una serie infinita di
stalattiti cristalline, che riflettono la luce con mille colori, mentre
l'acqua scompare sotto questa scintillante armatura.
Dal ciglio al piano la cascata misura duecento metri; è quindi delle
più considerevoli per l'altezza, mentre per la mole dell'acqua essa
non la cede forse ad alcuna delle più vantate di tutta l'Europa. La
cateratta del Reno presso Sciaffusa non va annoverata propriamente
fra le cascate. Lo Stauback presso Lauterbrunn supera in altezza la
cascata della Toce di un quarto circa; ma siccome quel torrente è molto
povero di linfe, ne avviene che buona parte va dispersa nell'aria in
sottilissima nebbia; mentre la Toce, anche nell'inverno, per le molte
sorgenti perenni, ha tuttavia una notevole quantità di acqua. Poco
più, poco meno può dirsi lo stesso della Tamina, di quella di Martigny
e della stessa del Reichenback, e d'altre che ometto per brevità o
inferiori per l'altezza o pel volume dell'onde. Celeberrime in Italia
sono le cascatelle di Tivoli: le quali a petto della Frua sarebbero
meschina cosa, ove non concorressero a renderle più famose le memorie
delle vicinanze, in cui ad ogni passo ti si rammenta la Sibilla
Tiburtina, e Mario, Scipione, Virgilio, Sallustio, Flacco, Catullo,
Orazio e Mecenate, i quali venivano dalla tumultuosa Roma a cercare
silenzi e riposi al rezzo dei laureti sulle sponde dell'Aniene.
Il Casalis, nelle poche linee consecrate alla valle di Formazza, dice
la cascata della Toce essere la più bella dell'Europa; il Boniforti
l'accenna come la bellissima delle Alpi italiane e non inferiore a
nessuna della Svizzera; l'Amoretti, che unico percorreva queste valli
fra gli scrittori italiani, quantunque non si lasciasse trasportare
d'entusiasmo che per ciò che era mineralogia, tuttavia la dice
mirabile. L'Ebel stesso la magnifica, benchè per errore la diminuisca
d'un terzo d'altezza. Ecco le sue parole: «Siccome, eccettuata la
cateratta del Reno, non vi ha nella vicina Svizzera una cascata con
massa sì considerevole d'acque, quella della Frua, è, senza dubbio,
delle più notevoli che vi abbia.»
Salite in venti minuti le risvolte della strada tagliata nella rupe,
dopo d'avere contemplato da vicino la caduta, eccoci sul ciglione da
cui precipita il fiume; di quassù, come da lato, come dalle capanne
d'Unterderfrutt, la scena si para sempre grandiosa. Da questo estremo
limite al sud della valletta di Uberaufderfrutt o di Sant'Antonio, si
spiega dinanzi una parte della valle, senza la vista però dei casolari
nascosti nelle anfrattuosità delle falde montane; alla sinistra della
Toce sorge una cappelletta con portico, dedicata a sant'Antonio, a lato
del Gigeln, altissimo picco direi d'un sol pezzo di viva roccia, che si
disterra da questi altipiani.
*
* *
Catterina era la più bella ragazza della valle Formazza: gli occhi
gareggiavano colle labbra nel sorriso, ed il suo cuore non era meno
generoso dell'aspetto. Non era una sola fanciulla in tutta la vallata
che nel segreto del cuore non le invidiasse la bionda e foltissima
capigliatura, e l'arcana potenza di ammaliare quanti l'avvicinavano.
Nell'estate, in mezzo al suo armento, quando cantava, gli animali
alzavano il capo attenti, e cessavano di pascolare...
Nelle lunghe giornate d'inverno, accanto a sua madre, filava il lino, e
tutti credevano che passando fra le sue dita bianche e sottili il filo,
s'indorasse.
Nell'ampia e pulita stufa della sua casa convenivano nelle serate
invernali i più formosi garzoni dei casolari, tutti innamorati di lei,
che sorrideva a tutti senza conoscere l'amore.
Quando in coro colle amiche intuonava una bella canzone, Pippo
differiva alla domane la confessione di quanto sentiva per lei. Ma
avrebbe potuto spiegarlo?
Tuttavia un bel mattino, non si sa se a caso, Pippo incontrò Catterina
nella foresta dell'Hireli che riconduceva una capra smarrita. Di
tutte le cose toccantissime ch'egli s'era da tanto tempo studiato di
favellarle, non potè dir motto. Ma quando alla sera la Catterina con
voce più soave del consueto cantò:
«Nel profondo del mio cuore v'ha una cellula ch'io sentii vuota
fino a quest'oggi.
Io viveva senza assaporare la vita; io vedeva senza guardare; io
ignorava tutto.
Ora la cellula è piena di un mondo — una tua parola ha fatto il
miracolo.
Attorno ad essa mille immagini — e son tutte la tua. Perchè sfugge
tuttavia dall'anima un sospiro?»
allora Pippo uscì dalla capanna troppo angusta. La brezza notturna
gli ricompose gli spiriti, e il povero innamorato potè sclamare: dov'è
l'uomo più felice di me?
S'egli era intieramente felice, perchè la sera susseguente andò coi
compagni in casa della fanciulla e ne tornò senza aver profferito
parola in tutta la sera? Era desso geloso?
Il vecchio Giovanni, il padre di Catterina, possedeva una foresta di
pini secolari, ubertosi pascoli nella valle e meglio di cento capi di
bestiame. Mentre stava un giorno soletto guardando il suo armento che
pascolava sull'alpe di Balmarossa, vide venir a sè Pippo.
— Benvenuto Pippo! cercate di me?
— _Deo gratias_, potè rispondere il giovane, affannato dalla salita
sotto la sferza del sole di agosto, e più ancora dalla tema di non
ottener quanto bramava.
— Sedete e parlate.
— Se voi siete contento, io mi torrei in isposa la vostra figliuola.
— Voi siete onesto... ma troppo povero. Sapete che la Catterina è fra
le più ricche della valle?
— Io non desidero che la fanciulla.... E volle soggiungere le mille
cose che aveva pensato per istrada — ma la dura parola del vecchio gli
annodò in gola ogni risposta.
Giovanni, vedendo il meschino grondante di sudore impallidire, lo
trasse con sè alla capanna dell'alpe, gli presentò una coppa di latte
munto allora, e con voce meno acerba:
— N'avete parlato alla Catterina?
— Disse di amare me solo.
— Poichè la è così, io non voglio fare due infelici. Voi siete giovane,
e la fortuna ama i giovani. Quando avrete da pascolare dieci bovine,
Catterina sarà vostra.
Pippo, rasserenata la fronte, abbracciò il vecchio, e scese correndo
quelle alture senz'accorgersi della malagevolezza del sentiero e della
china precipitosa. Prese commiato dalla vecchia madre piangente invano,
e dall'amata che sorrise alle promesse del giovine animoso — e partì
per Roma, per Roma tanto lontana.
Dopo un anno, Catterina seppe che l'amante spossato per incessanti
fatiche era caduto ammalato. Da quel dì una mano ignota portava
sull'altare della Vergine un mazzo di fiori perlati di rugiada, quali
mai non si videro trapuntare le praterie della valle. Ve n'era di
quelli a mille colori, come la spuma della Frua.
Pippo, colto dalla febbre, consumò ogni sparagno: quando riebbe in
parte l'antico vigore, i medici lo consigliarono di fare ritorno
all'aria natia. Nullameno cercò lavoro coll'insistenza di un proposito
che non vacilla: debole ancora, il frutto del lavoro bastava appena
alle necessità della vita. Intanto la madre lo richiamava — si sentiva
a morire e voleva rivedere ancora una volta il figliuol suo. Partì
povero e sconfortato da quel paese ove era giunto con tante speranze.
Di ritorno trovò nella sua capanna un cadavere. Dopo la sepoltura della
madre, quella porta non s'apriva ed i vicini dicevano di sentire la
notte dolorosi lamenti.
Egli sarebbe morto di dolore, se un mattino una voce dilicata e
tremante non avesse cantato sotto le finestre di quell'abituro
la nota canzone dell'amore... Pippo venne fuora: quasi non era
riconoscibile..... era anche povero — tuttavia Catterina gli sorrise.
Pippo comprò una carabina ed in poco tempo divenne il più destro
cacciatore di quelle alpi. Di quando in quando inviava alla fanciulla
del selvaggiume. Scoprì un giorno appiedi delle orrende diacciaie di
Cavergno una camozza col suo nato: decise di ammazzare la madre per
avere vivente la piccola — fermò di averla ad ogni costo.
Chi sa contare quante volte il cacciatore corse pericolo di morte? I
camosci, in grazia del sottovento, sentirono l'appressarsi dell'uomo,
valicarono le creste difficili del Kastel con piede snello e sicuro.
E Pippo su per le roccie, dietro ai veloci animali. I quali s'erano
indirizzati verso le giogaie del Thallihorn, sfiorando appena la
cornice a picco, al di là del lago di Kastel, sull'abisso che si
sprofonda giù giù fino al vallone di Kerback. Pippo, sicuro che per
stanchezza la capretta non potrà correre lontano, s'avventura su quel
passo, largo due palmi, fra il cielo e l'inferno — sente smottarsi
sotto ai piedi il sentiero — non s'arresta; si mette carponi e così
valica l'abisso, in fondo al quale, laggiù, acute roccie stendono in su
le loro scarne ed affilate mani bramose di sangue.
Il capretto alfine è quasi sfinito dal correre, e giace oltre il
burrone della Toce a pie' della madre che lecca pietosa ed accarezza
il nato, e guarda attorno con sospetto. Se Pippo giunge a varcare
inosservato il burrone, le selvaggie creature sono sue. Bisogna
dinoccolarsi al fondo e risalire la parete opposta. Ma se scivola
sopra malsicuro sasso il piede? Sei morto. Se staccasi sopra il capo
un macigno da lungo tempo desideroso di riposare in fondo all'oscura
fossa? Sei seppellito. È facilissimo nella discesa repente avvallare
a fascio; e non sarà impossibile arrampicarsi pell'ertissimo muro di
fronte? E se mentre tu corri manifesto pericolo di orrenda morte, un
sasso maledetto cade sonando sulle pietraie ed avverte la camozza?
Mille terribili pensieri attraversarono come sinistro lampo la mente
del cacciatore... ma Catterina, quando le avesse condotto la svelta
capretta, come gli sorriderebbe!
Scivolò al fondo, s'inerpicò — dopo dieci prove — sino all'orlo opposto
del burrato, e di là, fra le scabre roccie imberciando con mano ed
occhio sicuri la preda, scoccò il colpo. La palla sibilò acutamente —
tutti gli echi si destarono — quando il fumo si diradò, vide la camozza
fare ancora due passi, inginocchiarsi e cadere spirante presso il
lattante... Povera ed innocente bestiuola! Ma che non vale un sorriso
di Catterina?
Il lattante smarrito trillava di dolore senza fuggire, sicchè Pippo
potè di leggieri impadronirsene. Catterina lo accettò con festa, gli
cinse il collo d'una rossa collana a cui penzolava uno squillante
campanello, e lo diede ad allattare ad una capra. Ella stessa lo
conduceva ai pascoli della Frua, tutta lieta di vederlo sì gaiamente
saltellare.
Da qualche tempo Pippo non s'avventurava più alla perigliosa caccia dei
camosci: ritornava dai monti carico di pietruzze, delle quali alcune
bianche come il latte, altre porporine come le labbra di Catterina,
altre screziate d'oro. La cera raggiava di speranza e d'amore. Gli
era apparso il genio delle Alpi e gli aveva indicato una caverna in
cui stava nascosto un ricco tesoro di preziosi metalli e di rarissime
perle. Il pavimento era tutt'oro — le pareti a colonne di malachite,
smeraldo e lapislazzuli — il vôlto stellato di rubini e di granati.
Da quel dì la ruggine cominciò a serpeggiare in arabeschi sulla canna
della carabina dimenticata in un canto della casa, ed i ragni a tessere
le loro tele polverose sull'acciarino.
In quella un congiunto gli scrisse da Roma non indugiasse a partire a
quella volta, gli affari procedere con meravigliosa fortuna; avrebbero
diviso come le fatiche i frutti. Pippo sorrise alle esortazioni degli
amici e partì in sua vece un altro.
Egli vendette la fidata carabina e s'avviò all'Anzasca. Poco tempo
appresso ritornava con alcuni di quei valligiani che saggiano e
conoscono la virtù d'ogni pietra.
La domane — appena s'inalbava l'orizzonte — con cinque altri giovani
robusti, muniti di vanghe e di acute marre, tutta la frotta, Pippo in
testa, s'incamminò spedita verso il Griesberg; a Bettelmatt penetrò
nel deserto androne del Gemmsland, e, accesi branchi di pino, entrò nel
tenebroso speco. Appena la luce delle torcie resinose arrossò la bocca
dell'antro, un urlo spaventevole gelò il sangue e la parola ai compagni
— ed un lupo si slanciò rabbioso fuori di quelle tane — ma Pippo non
aveva più la carabina, ed il lupo fuggì ratto. Triste presagio! Pippo
ed i suoi amici scavavano con ardore e trasportavano al sole un mucchio
di pietre, ed i minieratori le esaminavano attentamente una dopo
l'altra. A mezzo il giorno questi ultimi dissero ad alta voce: non v'ha
qui indizio d'oro nè di granati. Pippo impallidì! I compagni pietosi
lavorarono fino a sera, secondando la febbrile ansietà dell'amico.
Venne la sera senza che nulla si fosse scoperto; le pietre scavate con
tanta fatica e tanta speranza non avevano valore di sorta. Pippo stava
tuttavia lavorando quando i tizzoni si spensero. Nessuno osava far
motto. Oscurata la spelonca, Pippo si coricò estenuato sulla soglia di
quell'antro malaugurato, gemendo; bagnava la polvere col sudore che gli
gocciava dalla fronte; ma non una lagrima sola. Chiamatolo invano, i
compagni coi minieratori discesero prima della notte nella valle.
Chi non avrebbe detto Pippo morto? — Dormiva?
Questo è certo che quand'egli fu solo gli apparve Catterina assisa
a banchetto di nozze, su cui stava fumante la sua bella camozza.
Sollevò il capo dal duro origliere, e smarrito discese fra le tenebre
d'altipiano in altipiano. Di quando in quando una voce soffocata,
disperata — o Catterina! Catterina! — ululava per quelle callaie
dirupinate.
Intanto un uragano precipitava dalle diacciale del Griesberg, ove le
streghe menavano ridda al bagliore dei lampi ed assordava coll'orrendo
frastuono il misero che s'aggirava in quei valloni. I lupi, turbati
nei covili, scorrevano pei greppi cogli occhi di carbone, urlando
attorno a Pippo, mentre le aquile ed i corvi turbinandogli sul capo,
lo stordivano colle strida minacciose. Ma Pippo scendea sempre.
Sdrucciolava sull'erba, sui macigni; cadeva nelle rabbiose fumane; ma
discendeva sempre.
Certamente l'anima della madre lo guidava.
Quando l'aurora si raffresca nei vapori della Toce, egli grondante
acqua da tutta la persona, coi capelli pioventi lungo le guancie
livide, gli occhi stralunati, le mani peste e lacere, i piedi
sanguinosi, giunse all'altipiano di Uberaufderfrutt da cui s'inabissa
il fiume.
Il cielo si rasserenava, ed i monti si spogliavano delle loro clamidi
fumanti.
Pippo, giunto sul ciglione della cascata, stava per discendere, quando
— oh! come lampeggiarono di gioia i suoi occhi! — vide nel sottoposto
piano la Catterina, che guidava al pascolo la diletta camozza. Pippo
fuori di sè gridò: Catterina! — Stese le braccia e si slanciò verso
l'amata. Ahi!... la rupe si sprofonda — Pippo, stretto nelle gelide
braccia della cascata, sobbissa — rimbalza sui tre scaglioni — colora
un istante del suo sangue la roccia omicida — e sdrucciola ai piedi di
Catterina.
La piccola camozza leccò il sangue che sgorgava a rivi dal corpo
frantumato di chi le aveva ammazzato la madre, quindi fuggì alle libere
aure del Gigeln.
Ecco perchè ogni mattino, allo spuntare dell'aurora, la cascata si
arrossa, e si sente dalle roccie superiori il trillo d'un camoscio.
E Catterina?
Credete voi che ella d'allora in poi sorridesse tuttavia?
Così ha fine la leggenda della Frua.