II.

_La Frua o cascata della Toce — Quanto costi un sorriso di donna._

Il Valloncello di Unterderfrutt è circondato dalle falde del Picco

di Gigeln, a destra — dalla rupe della Frua a settentrione, — e dalle

ultime digradanti balze del Nuefelgiuh a sinistra ed al fondo. Al di là

della Toce poche stalle in mezzo ad una breve prateria attorniata dai

macigni dinoccolati dalle rupi imminenti, danno ricovero nell'estiva

stagione agli armenti che si vengono a pascolare.

Lo sguardo non può soffermarsi più d'un istante sulla cornice che

inquadra il meraviglioso spettacolo della Toce, la quale ad un tratto,

lasciato il queto alveo superiore, trabocca dal ciglione della rupe

stagliata in tre orizzontali gradini, uno sull'altro cadente, ed

irritandosi ad ogni labbro, rimbalza spumeggiante nell'aria, ricade

in sottilissima polvere d'argento per spandersi nuovamente in mille

spruzzi, cascatelle e zampilli, formando così una piramide gigantesca,

la quale, allorchè il sole vi diffonde i suoi raggi luminosi, tutta

sfavilla di mille diamanti.

Bello è contemplarla all'aurora colorirsi a porporine tinte, smagliante

come l'acciaio brillare al mite chiarore della luna, e nelle incerte

ombre della notte innalzarsi come un immenso fantasma in mezzo a quelle

moli rigorose. La severità del sito, i cento sibili confusi in un sol

urlo dell'aria percossa, le scagliose rocce del Gigeln, le superiori

macchie di larici, fra cui fischia il vento, destano nello spettatore

il senso, non so se più di meraviglia o di terrore, che nega la favella

innanzi agli spettacoli più sublimi.

Nel fitto dell'inverno, benchè il volume delle acque montane scemi

d'assai, la cascata presenta una vista non meno sorprendente: le

notturne bufere ed il gelo asprissimo sogliono in poco d'ora indurare

i fili, gli spruzzi, i zampilli, i veli cadenti; ed allora si vedono

pendere e sorgere su quei lucidi macigni una serie infinita di

stalattiti cristalline, che riflettono la luce con mille colori, mentre

l'acqua scompare sotto questa scintillante armatura.

Dal ciglio al piano la cascata misura duecento metri; è quindi delle

più considerevoli per l'altezza, mentre per la mole dell'acqua essa

non la cede forse ad alcuna delle più vantate di tutta l'Europa. La

cateratta del Reno presso Sciaffusa non va annoverata propriamente

fra le cascate. Lo Stauback presso Lauterbrunn supera in altezza la

cascata della Toce di un quarto circa; ma siccome quel torrente è molto

povero di linfe, ne avviene che buona parte va dispersa nell'aria in

sottilissima nebbia; mentre la Toce, anche nell'inverno, per le molte

sorgenti perenni, ha tuttavia una notevole quantità di acqua. Poco

più, poco meno può dirsi lo stesso della Tamina, di quella di Martigny

e della stessa del Reichenback, e d'altre che ometto per brevità o

inferiori per l'altezza o pel volume dell'onde. Celeberrime in Italia

sono le cascatelle di Tivoli: le quali a petto della Frua sarebbero

meschina cosa, ove non concorressero a renderle più famose le memorie

delle vicinanze, in cui ad ogni passo ti si rammenta la Sibilla

Tiburtina, e Mario, Scipione, Virgilio, Sallustio, Flacco, Catullo,

Orazio e Mecenate, i quali venivano dalla tumultuosa Roma a cercare

silenzi e riposi al rezzo dei laureti sulle sponde dell'Aniene.

Il Casalis, nelle poche linee consecrate alla valle di Formazza, dice

la cascata della Toce essere la più bella dell'Europa; il Boniforti

l'accenna come la bellissima delle Alpi italiane e non inferiore a

nessuna della Svizzera; l'Amoretti, che unico percorreva queste valli

fra gli scrittori italiani, quantunque non si lasciasse trasportare

d'entusiasmo che per ciò che era mineralogia, tuttavia la dice

mirabile. L'Ebel stesso la magnifica, benchè per errore la diminuisca

d'un terzo d'altezza. Ecco le sue parole: «Siccome, eccettuata la

cateratta del Reno, non vi ha nella vicina Svizzera una cascata con

massa sì considerevole d'acque, quella della Frua, è, senza dubbio,

delle più notevoli che vi abbia.»

Salite in venti minuti le risvolte della strada tagliata nella rupe,

dopo d'avere contemplato da vicino la caduta, eccoci sul ciglione da

cui precipita il fiume; di quassù, come da lato, come dalle capanne

d'Unterderfrutt, la scena si para sempre grandiosa. Da questo estremo

limite al sud della valletta di Uberaufderfrutt o di Sant'Antonio, si

spiega dinanzi una parte della valle, senza la vista però dei casolari

nascosti nelle anfrattuosità delle falde montane; alla sinistra della

Toce sorge una cappelletta con portico, dedicata a sant'Antonio, a lato

del Gigeln, altissimo picco direi d'un sol pezzo di viva roccia, che si

disterra da questi altipiani.

*

* *

Catterina era la più bella ragazza della valle Formazza: gli occhi

gareggiavano colle labbra nel sorriso, ed il suo cuore non era meno

generoso dell'aspetto. Non era una sola fanciulla in tutta la vallata

che nel segreto del cuore non le invidiasse la bionda e foltissima

capigliatura, e l'arcana potenza di ammaliare quanti l'avvicinavano.

Nell'estate, in mezzo al suo armento, quando cantava, gli animali

alzavano il capo attenti, e cessavano di pascolare...

Nelle lunghe giornate d'inverno, accanto a sua madre, filava il lino, e

tutti credevano che passando fra le sue dita bianche e sottili il filo,

s'indorasse.

Nell'ampia e pulita stufa della sua casa convenivano nelle serate

invernali i più formosi garzoni dei casolari, tutti innamorati di lei,

che sorrideva a tutti senza conoscere l'amore.

Quando in coro colle amiche intuonava una bella canzone, Pippo

differiva alla domane la confessione di quanto sentiva per lei. Ma

avrebbe potuto spiegarlo?

Tuttavia un bel mattino, non si sa se a caso, Pippo incontrò Catterina

nella foresta dell'Hireli che riconduceva una capra smarrita. Di

tutte le cose toccantissime ch'egli s'era da tanto tempo studiato di

favellarle, non potè dir motto. Ma quando alla sera la Catterina con

voce più soave del consueto cantò:

«Nel profondo del mio cuore v'ha una cellula ch'io sentii vuota

fino a quest'oggi.

Io viveva senza assaporare la vita; io vedeva senza guardare; io

ignorava tutto.

Ora la cellula è piena di un mondo — una tua parola ha fatto il

miracolo.

Attorno ad essa mille immagini — e son tutte la tua. Perchè sfugge

tuttavia dall'anima un sospiro?»

allora Pippo uscì dalla capanna troppo angusta. La brezza notturna

gli ricompose gli spiriti, e il povero innamorato potè sclamare: dov'è

l'uomo più felice di me?

S'egli era intieramente felice, perchè la sera susseguente andò coi

compagni in casa della fanciulla e ne tornò senza aver profferito

parola in tutta la sera? Era desso geloso?

Il vecchio Giovanni, il padre di Catterina, possedeva una foresta di

pini secolari, ubertosi pascoli nella valle e meglio di cento capi di

bestiame. Mentre stava un giorno soletto guardando il suo armento che

pascolava sull'alpe di Balmarossa, vide venir a sè Pippo.

— Benvenuto Pippo! cercate di me?

— _Deo gratias_, potè rispondere il giovane, affannato dalla salita

sotto la sferza del sole di agosto, e più ancora dalla tema di non

ottener quanto bramava.

— Sedete e parlate.

— Se voi siete contento, io mi torrei in isposa la vostra figliuola.

— Voi siete onesto... ma troppo povero. Sapete che la Catterina è fra

le più ricche della valle?

— Io non desidero che la fanciulla.... E volle soggiungere le mille

cose che aveva pensato per istrada — ma la dura parola del vecchio gli

annodò in gola ogni risposta.

Giovanni, vedendo il meschino grondante di sudore impallidire, lo

trasse con sè alla capanna dell'alpe, gli presentò una coppa di latte

munto allora, e con voce meno acerba:

— N'avete parlato alla Catterina?

— Disse di amare me solo.

— Poichè la è così, io non voglio fare due infelici. Voi siete giovane,

e la fortuna ama i giovani. Quando avrete da pascolare dieci bovine,

Catterina sarà vostra.

Pippo, rasserenata la fronte, abbracciò il vecchio, e scese correndo

quelle alture senz'accorgersi della malagevolezza del sentiero e della

china precipitosa. Prese commiato dalla vecchia madre piangente invano,

e dall'amata che sorrise alle promesse del giovine animoso — e partì

per Roma, per Roma tanto lontana.

Dopo un anno, Catterina seppe che l'amante spossato per incessanti

fatiche era caduto ammalato. Da quel dì una mano ignota portava

sull'altare della Vergine un mazzo di fiori perlati di rugiada, quali

mai non si videro trapuntare le praterie della valle. Ve n'era di

quelli a mille colori, come la spuma della Frua.

Pippo, colto dalla febbre, consumò ogni sparagno: quando riebbe in

parte l'antico vigore, i medici lo consigliarono di fare ritorno

all'aria natia. Nullameno cercò lavoro coll'insistenza di un proposito

che non vacilla: debole ancora, il frutto del lavoro bastava appena

alle necessità della vita. Intanto la madre lo richiamava — si sentiva

a morire e voleva rivedere ancora una volta il figliuol suo. Partì

povero e sconfortato da quel paese ove era giunto con tante speranze.

Di ritorno trovò nella sua capanna un cadavere. Dopo la sepoltura della

madre, quella porta non s'apriva ed i vicini dicevano di sentire la

notte dolorosi lamenti.

Egli sarebbe morto di dolore, se un mattino una voce dilicata e

tremante non avesse cantato sotto le finestre di quell'abituro

la nota canzone dell'amore... Pippo venne fuora: quasi non era

riconoscibile..... era anche povero — tuttavia Catterina gli sorrise.

Pippo comprò una carabina ed in poco tempo divenne il più destro

cacciatore di quelle alpi. Di quando in quando inviava alla fanciulla

del selvaggiume. Scoprì un giorno appiedi delle orrende diacciaie di

Cavergno una camozza col suo nato: decise di ammazzare la madre per

avere vivente la piccola — fermò di averla ad ogni costo.

Chi sa contare quante volte il cacciatore corse pericolo di morte? I

camosci, in grazia del sottovento, sentirono l'appressarsi dell'uomo,

valicarono le creste difficili del Kastel con piede snello e sicuro.

E Pippo su per le roccie, dietro ai veloci animali. I quali s'erano

indirizzati verso le giogaie del Thallihorn, sfiorando appena la

cornice a picco, al di là del lago di Kastel, sull'abisso che si

sprofonda giù giù fino al vallone di Kerback. Pippo, sicuro che per

stanchezza la capretta non potrà correre lontano, s'avventura su quel

passo, largo due palmi, fra il cielo e l'inferno — sente smottarsi

sotto ai piedi il sentiero — non s'arresta; si mette carponi e così

valica l'abisso, in fondo al quale, laggiù, acute roccie stendono in su

le loro scarne ed affilate mani bramose di sangue.

Il capretto alfine è quasi sfinito dal correre, e giace oltre il

burrone della Toce a pie' della madre che lecca pietosa ed accarezza

il nato, e guarda attorno con sospetto. Se Pippo giunge a varcare

inosservato il burrone, le selvaggie creature sono sue. Bisogna

dinoccolarsi al fondo e risalire la parete opposta. Ma se scivola

sopra malsicuro sasso il piede? Sei morto. Se staccasi sopra il capo

un macigno da lungo tempo desideroso di riposare in fondo all'oscura

fossa? Sei seppellito. È facilissimo nella discesa repente avvallare

a fascio; e non sarà impossibile arrampicarsi pell'ertissimo muro di

fronte? E se mentre tu corri manifesto pericolo di orrenda morte, un

sasso maledetto cade sonando sulle pietraie ed avverte la camozza?

Mille terribili pensieri attraversarono come sinistro lampo la mente

del cacciatore... ma Catterina, quando le avesse condotto la svelta

capretta, come gli sorriderebbe!

Scivolò al fondo, s'inerpicò — dopo dieci prove — sino all'orlo opposto

del burrato, e di là, fra le scabre roccie imberciando con mano ed

occhio sicuri la preda, scoccò il colpo. La palla sibilò acutamente —

tutti gli echi si destarono — quando il fumo si diradò, vide la camozza

fare ancora due passi, inginocchiarsi e cadere spirante presso il

lattante... Povera ed innocente bestiuola! Ma che non vale un sorriso

di Catterina?

Il lattante smarrito trillava di dolore senza fuggire, sicchè Pippo

potè di leggieri impadronirsene. Catterina lo accettò con festa, gli

cinse il collo d'una rossa collana a cui penzolava uno squillante

campanello, e lo diede ad allattare ad una capra. Ella stessa lo

conduceva ai pascoli della Frua, tutta lieta di vederlo sì gaiamente

saltellare.

Da qualche tempo Pippo non s'avventurava più alla perigliosa caccia dei

camosci: ritornava dai monti carico di pietruzze, delle quali alcune

bianche come il latte, altre porporine come le labbra di Catterina,

altre screziate d'oro. La cera raggiava di speranza e d'amore. Gli

era apparso il genio delle Alpi e gli aveva indicato una caverna in

cui stava nascosto un ricco tesoro di preziosi metalli e di rarissime

perle. Il pavimento era tutt'oro — le pareti a colonne di malachite,

smeraldo e lapislazzuli — il vôlto stellato di rubini e di granati.

Da quel dì la ruggine cominciò a serpeggiare in arabeschi sulla canna

della carabina dimenticata in un canto della casa, ed i ragni a tessere

le loro tele polverose sull'acciarino.

In quella un congiunto gli scrisse da Roma non indugiasse a partire a

quella volta, gli affari procedere con meravigliosa fortuna; avrebbero

diviso come le fatiche i frutti. Pippo sorrise alle esortazioni degli

amici e partì in sua vece un altro.

Egli vendette la fidata carabina e s'avviò all'Anzasca. Poco tempo

appresso ritornava con alcuni di quei valligiani che saggiano e

conoscono la virtù d'ogni pietra.

La domane — appena s'inalbava l'orizzonte — con cinque altri giovani

robusti, muniti di vanghe e di acute marre, tutta la frotta, Pippo in

testa, s'incamminò spedita verso il Griesberg; a Bettelmatt penetrò

nel deserto androne del Gemmsland, e, accesi branchi di pino, entrò nel

tenebroso speco. Appena la luce delle torcie resinose arrossò la bocca

dell'antro, un urlo spaventevole gelò il sangue e la parola ai compagni

— ed un lupo si slanciò rabbioso fuori di quelle tane — ma Pippo non

aveva più la carabina, ed il lupo fuggì ratto. Triste presagio! Pippo

ed i suoi amici scavavano con ardore e trasportavano al sole un mucchio

di pietre, ed i minieratori le esaminavano attentamente una dopo

l'altra. A mezzo il giorno questi ultimi dissero ad alta voce: non v'ha

qui indizio d'oro nè di granati. Pippo impallidì! I compagni pietosi

lavorarono fino a sera, secondando la febbrile ansietà dell'amico.

Venne la sera senza che nulla si fosse scoperto; le pietre scavate con

tanta fatica e tanta speranza non avevano valore di sorta. Pippo stava

tuttavia lavorando quando i tizzoni si spensero. Nessuno osava far

motto. Oscurata la spelonca, Pippo si coricò estenuato sulla soglia di

quell'antro malaugurato, gemendo; bagnava la polvere col sudore che gli

gocciava dalla fronte; ma non una lagrima sola. Chiamatolo invano, i

compagni coi minieratori discesero prima della notte nella valle.

Chi non avrebbe detto Pippo morto? — Dormiva?

Questo è certo che quand'egli fu solo gli apparve Catterina assisa

a banchetto di nozze, su cui stava fumante la sua bella camozza.

Sollevò il capo dal duro origliere, e smarrito discese fra le tenebre

d'altipiano in altipiano. Di quando in quando una voce soffocata,

disperata — o Catterina! Catterina! — ululava per quelle callaie

dirupinate.

Intanto un uragano precipitava dalle diacciale del Griesberg, ove le

streghe menavano ridda al bagliore dei lampi ed assordava coll'orrendo

frastuono il misero che s'aggirava in quei valloni. I lupi, turbati

nei covili, scorrevano pei greppi cogli occhi di carbone, urlando

attorno a Pippo, mentre le aquile ed i corvi turbinandogli sul capo,

lo stordivano colle strida minacciose. Ma Pippo scendea sempre.

Sdrucciolava sull'erba, sui macigni; cadeva nelle rabbiose fumane; ma

discendeva sempre.

Certamente l'anima della madre lo guidava.

Quando l'aurora si raffresca nei vapori della Toce, egli grondante

acqua da tutta la persona, coi capelli pioventi lungo le guancie

livide, gli occhi stralunati, le mani peste e lacere, i piedi

sanguinosi, giunse all'altipiano di Uberaufderfrutt da cui s'inabissa

il fiume.

Il cielo si rasserenava, ed i monti si spogliavano delle loro clamidi

fumanti.

Pippo, giunto sul ciglione della cascata, stava per discendere, quando

— oh! come lampeggiarono di gioia i suoi occhi! — vide nel sottoposto

piano la Catterina, che guidava al pascolo la diletta camozza. Pippo

fuori di sè gridò: Catterina! — Stese le braccia e si slanciò verso

l'amata. Ahi!... la rupe si sprofonda — Pippo, stretto nelle gelide

braccia della cascata, sobbissa — rimbalza sui tre scaglioni — colora

un istante del suo sangue la roccia omicida — e sdrucciola ai piedi di

Catterina.

La piccola camozza leccò il sangue che sgorgava a rivi dal corpo

frantumato di chi le aveva ammazzato la madre, quindi fuggì alle libere

aure del Gigeln.

Ecco perchè ogni mattino, allo spuntare dell'aurora, la cascata si

arrossa, e si sente dalle roccie superiori il trillo d'un camoscio.

E Catterina?

Credete voi che ella d'allora in poi sorridesse tuttavia?

Così ha fine la leggenda della Frua.

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 42 / 54 题