XI.

_Premia — Storia nuova di cose vecchie — La Cravairola._

Premia, mezz'ora sopra Baceno, è un villaggio con discreto albergo. La

parrocchiale di Premia venne costrutta dai Valvassori e conserva ancora

qualche antica pittura. Amoretti nella sua escursione su queste alture

accenna ai granati che si rinvengono in questi dintorni aggiungendo

esservene di quelli del diametro di un pollice. Premia è sopra il

livello del mare 800 metri.

Entrai nell'albergo con eccellente appetito — che il cielo conservi

sempre a me ed a voi, amabilissimi compagni. Nella sala due deschi

erano occupati: presso una finestra stavano assisi ad una tavola

imbandita di pochi piatti e di molte bottiglie tre uomini, di varia

età e d'aspetto signorile, che facevano echeggiare il vôlto del

frequente tintinnio dei bicchieri e dei motti che si cacciavano addosso

a bruciapelo, il tutto frammezzato da qualche sonora apostrofe al

cameriere ed al cuoco. Avevano intenzione di recarsi alla cascata della

Frua in val Formazza.... ma dopo tre giorni d'esitazione, s'accorsero

che le gambe non corrispondevano all'intenzione e ritornarono al piano.

Ma di loro fra poco.

Il vostro zingaro sedette dirimpetto all'altro tavolo, attorno al quale

stavano assise due persone venerande, una per l'età, l'altra per pudica

ed ingenua bellezza.

Un vecchio prete egli era dei monti ossolani, che dalla Formazza faceva

ritorno al presbiterio, conducendo con sè quella cara giovinetta, di

sedici o diciott'anni, sua nipote. La ragazza, vestita alla montanina,

aveva ad una un fare spigliato ed una confidenza rispettosa col vecchio

prete, sì che ognuno, senza maliziare, la avrebbe detta sua parente.

Il vecchio, malgrado i settantacinque che gli pesavano sulle spalle,

era tuttora, come tutti i montanari, vegeto, rubizzo. Due occhi

vivissimi ne illuminavano la serena fisionomia, su cui pure gli anni

e molte fatiche e molti pensieri avevano tracciato profondi solchi.

Egli, naturalmente, mangiava adagio; e la nipote, che aveva quelle

due saldissime fila di denti, dei quali avrei dovuto favellarvi,

per non correre la posta, occupava gli intermezzi, trangugiando,

per passatempo, del pane. Il vecchio, fra un boccone e l'altro,

chiacchierava tranquillamente della stupenda cascata della Frua e di

certi loro parenti di lassù.

Se non che — un guaio c'è dappertutto — la giovinetta si trovava

proprio in faccia a quei signorini, che andavano a gara a darle certe

occhiate, sul significato delle quali non v'era il menomo dubbio; per

cui la poveretta arrossendo, una volta che fu anche l'ultima, stava col

capo chino sul petto, sì che lo zio le serviva di schermo.

Oh! ecco una scoperta! Guardando attentamente i tre commensali,

ravvisai in essi tre zingari da me visti in una città dell'alta Italia,

ove erano noti _lippis et tonsoribus_.

Tre zingari; ma intendiamoci, non confratelli che s'accontentassero

di guardare e di pensare come il vostro compagno di viaggio, che

anzi la cronaca scandalosissima della repubblica artistica voleva che

allungassero un tantino le mani sull'altrui, quando per far suo, quando

per il bel vezzo di manomettere.

Una volta fecero un tiro solenne alla Fama... la poverina, stanca

dal continuo strombettare, godeva il fresco della sera sulla porta

del tempio... i birboni, mascherati da grand'uomini, tentano di

penetrare nel sacrario senza le debite carte di sicurezza... Ma sì!

da quell'altura ritornarono ruzzolando fino al melmoso piano della

mediocrità!

Uno di questi, a vent'anni, scombiccherò un dramma. S'era tolto

a maestro — s'intende alla prima — Shakespeare, e malgrado una

quantità di falserighe, dopo aver violato la storia ed il senso

comune, berteggiava la decenza sotto pretesto di romanticismo. Gli

applausi di _centocinquanta amici_ — l'infelice non aveva nemmeno

un nemico! — gl'inocularono il tenia della vanità. Da quella notte

memoranda, il cappello rovesciato sulla nuca o sul naso, la chioma

svolazzante attorno al viso senza parola, gli occhi spiritati,

l'incesso barcollante, — finse d'essere invaso dal demone ruggente

dell'ispirazione. Dopo quella notte Alfieri era _anche lui_ uno

scrittore tragico.

Il poverino diluì il poco midollo che gli restava in produzioni

d'occasione, in cui riduceva in versi gli articoli dei diarii.

Consumato quel foco che non riscaldava nessuno, un bel dì, fruga e

rifruga, fa la terribile scoperta, che la fantasia non ha mai voluto

covargli un pulcino nella zucca. Sacco vuoto, senza fede, roso

dall'invidia e disperato di sè, un bel dì, o piuttosto, un brutto dì,

volle finirla..... e si precipitò dalla soffitta della sua lirica

senz'ali nel pozzo d'un giornale politico-letterario — sono tutti

letterari i giornali! — e si fece critico.... Non c'è da meravigliarsi

se di laggiù — guercio com'è — chiama sole una meteora passeggera.

Gli scrittori che credono di potere prevenire le staffilate di quella

severa ed acuta critica che ha illustrato i mondi delle arti, corrono

ad ammansarlo.... È vecchia ed in gran parte giusta l'accusa, che

gl'Italiani non s'occupano di studi critici. Ma, per Iddio, se vediamo

uomini di solenne ingegno dopo d'avere declamato contro la vanità

dei diarii, che benedicono e maledicono senza dare ragione, si fanno

codazzo di scolaretti scribacchianti, e nonchè tollerare questi stupidi

portachitarre, li incensano, li blandiscono! _O vanitas!_

Del resto, menandogli buono il vezzo di scorrere a rompicollo i campi

delle arti, su cui non ha mai saputo seminare, è un buon diavolaccio,

niente scrupoloso, e se lo invitate a pranzo, vi divertirà assai.

L'altro, dalla barba prolissa....

Diamine, dirà il lettore, che capigliature, che barbaccie! Ve n'ha da

imborrarne un pagliericcio! Eppure, lettore, mio, conviene sappiate

che la capigliatura lunga e maledettamente ingarbugliata, la barba da

Mosè sono per un artista che conosce il rispettabile pubblico una vera

necessità. Che diavolo di talento volete voi sia racchiuso in una zucca

pelata?

La barba ed i capelli incolti danno chiaramente a conoscere:

1. Che l'artista è tanto sublimato alla sfera della poesia, che

ei riguarda le cesoie ed il pettine del parrucchiere come cose

perfettamente inutili....

2. Che è un originale, un capo scarico, un essere anfibologico che sa

d'ora in ora farsi angelo o demonio, secondo il garbo che dà ai diversi

peli coll'aiuto delle sole mani....

Un maestro di musica, con cui ho stretta conoscenza, un giorno,

dopo d'avermi dato un saggio d'un suo melodramma, mi confidava, che

preparavasi a comparire degnamente innanzi al pubblico lasciandosi

crescere i pochi capelli.

3. La copia dei capelli è viva immagine della forza: la lunghezza

esprime il disprezzo degli usi del bel mondo, e l'arruffatura la

continua lotta delle idee: tre cose che hanno gli incontestabili

effetti d'ingannare il pubblico e di economizzare alla barba dei

parrucchieri.....

— Signor scrittore, vorreste dirne quale affinità hanno i parrucchieri

colle arti?

— Più di quanto pensate. Vi faccio grazia di quanto potrei dirvi

sull'influenza dei sarti e dei cappellai, ma vi domando:

Amabili lettrici, come vi figurate — nel caso ci pensiate — il vostro

umilissimo compagno di viaggio? Io giurerei sui peli della barba

avvenire, che se io mi presentassi a voi colla faccia e la nuca

pelata, con una di quelle ciere che non differiscono in nulla da quelle

d'ogni galantuomo, senza eccentricità d'abiti e di modi, a chi dicesse

presentandomivi:

Ecco il tal dei tali, autore del tal libro e di molte opere future e

postume — voi, con quel candore con cui solete ammazzare un uomo che vi

è indifferente, rispondereste sbadigliando:

— Ah! Sì..... è _proprio lui_ l'autore di quel libro?

Lettrici mie, se mai sarò tanto fortunato di potermivi inchinare, io

verrò a voi dopo d'aver fatto uso di tutti gli specifici infallibili

(compreso quello d'una parrucca), onde ravvisiate sotto la posticcia

figura iperbolica quell'io, che, ecc., ecc.

O voi tutti genii perduti nella nebbia dell'indifferenza, consultate

la quarta pagina dei giornali, se la natura non vi classificò fra gli

animali pelosi! Colla _composition créatrice des cheveux et moustaches

du professeur Derk de Sandwich _(anche laggiù vi sono professori)_,

qui garantit la beauté, la multiplication et la création _(sic)_ de la

barbe et des cheveux..._ (tra parentesi, costa L. 10 al vasetto)... in

poco volgere di tempo vi sarà dato entrare nel tempio della gloria per

non uscirne per tutti i secoli dei secoli, in grazia del capilligeno. O

progresso... della chimica!

Quel tale dalla barbaccia, per tornar a bomba, o alla barba se volete,

si sognò d'essere Michelangelo, nientemeno. Dopo d'avere sonnecchiato

per dieci anni nelle sale delle accademie, credette di svegliarsi

_caricaturista_. Ignorava che non basta saper disegnare per mettere in

ridicolo, che anzi il concetto è tutto.

..... L'arte affacciatasi un istante al cervellino, vi trovò la

parodìa: pensate se la pudica avrebbe voluto dividere la stanza

con quella mezzana. Che volete? Nessuno capì le sue caricature,

come nessuno aveva capito le sue dipinture storiche; sicchè adesso,

lasciati i lapis, fa progressi rapidissimi nel facile mestiere di genio

incompreso. Tanto peggio per l'Italia!

Il terzo dall'occhialino, che inforca senza posa la groppa del naso

bernoccoluto, mangia, beve, veste panni, fuma come un turco, e affetta

articoli di politica nei diarii, frammezzando le serie disquisizioni

sul riordinamento della carta mondiale con romanzi originali

italiani tradotti dal francese... Intanto aspetta che un ministro

scoprendo questo diamante nell'immondezzaio degli scribacchianti, lo

incastoni in qualche ufficio. Da dodici anni egli è in attesa della

propria scoperta: intanto qualche ciocca s'imbrina. Egli, ormai

stanco d'aspettare, è deciso di gettarsi a capofitto nelle file

dell'opposizione..... Guai alla vittima!

Il bello poi sta nel sentire come questa confraternita s'incensa nei

giornali... l'egregio mio amico... il celebre autore... _Sic itur ad

astra!_

Ma zitto, sentiamoli.

— Sì, vi ripeto, che anch'io voglio ritirarmi alla campagna...

— Per farti anacoreta? Hai ragione. Deciditi una volta a far penitenza

de' tuoi peccati... il pelo si fa grigio, e Cristo ti guardi dal farla

tardi!

— E solo?

— Oibò; aspetto solamente l'incontro d'una bella ragazza...

— A che?

— Per farne il bastone della mia vecchiaia.

— È forse necessaria una ragazza? Prenditi una vecchia.

— Puah! Io intendo sempre d'imitare chi fa professione di dare buon

esempio.

— Non ti sarà tanto facile trovare un modellino sì aggraziato... (cara,

cara!)

— Lo credo io. Tanto più che non porto in capo... mi capite... il

salvacondotto.

— Beati quelli! Paradiso di qua e di là; mentre noi aspettiamo

l'inferno nel purgatorio... Se rinasco, m'immaschero anch'io.

— E vedere come si conservano freschi, aitanti oltre il mezzo secolo...

mentre io a quaranta...

— Essi non consultano mai la quarta pagina dei giornali!

— A proposito. Ieri all'ufficio postale ho letto l'_Armonia_: vi

faccio sacramento che non vi ha diario che lo sopravanzi per spiritose

concezioni, per purità di lingua e per strettissima logica...

In breve tutti gli strali si spuntavano sulla tranquillità apatica del

prete, il quale tuttavia lasciava spuntare a fior di labbra un certo

risolino indefinibile, forse allora che una favilla spiccava da tanto

fumo. Bevi e ribevi, trinca e cionca, i tre finirono per ingolfarsi nel

razionalismo, e manomettendo quel po' che ne avevano letto stampato

su per le gazzette, diedero un furioso assalto a tutte le religioni

_positive_.

Io che me ne stava fra tanta battaglia spettatore indifferente, pensai

quanti pensieri dovevano frullare in capo al prete della montagna,

certamente ignaro di ogni contesa filosofica, e che aveva forse creduto

che non vi fossero al mondo religioni diverse dalla cristiana, turca ed

ebrea. Ma egli sorbiva tranquillamente una fumante tazza di caffè.

Intanto nella via stessa dell'albergo una donna vecchia, scarna,

giallognola e quasi cieca, appoggiandosi ad un bastoncino, si recava

innanzi ad un'immagine della madonna di Revalvegezzo da qualche

Raffaello del paese tratteggiata sul muro, e ginocchioni vi orava tutta

raccolta.

Nella sala dell'albergo la discussione non cessava: discussione

veramente non era poichè l'affare principale consisteva nel

rincarire la dose a chi aveva parlato prima. Mentre s'arrovellavano

sull'adorazione delle immagini, ad un tratto, vista la vecchierella che

pregava, eccotela in ballo.

— La vedete quella donna? Credete voi che nell'atto suo entri un cicino

l'adorazione dell'Ente?

— Impostura!

— Ostentazione, dico io.

— Nè l'uno, nè l'altro; ma idolatria, sempre idolatria, paganesimo,

superstizione.

— Farebbe molto meglio a filare alla conocchia!

— Sarei curioso di sapere cosa n'avrà dopo di avere sonnecchiato un

paio d'ore davanti quella crosta.

E alzandosi anche lui, s'avanzò verso la tavola del prete, e fatto un

leggero cenno col capo, col sorriso sulle labbra, chiese al vecchio:

— Scusi, sor abbate, se le interrompo il _chilo_.....

— Parli, signore, sono qua a sentirlo.

— Dica un po' lei, che è della professione e che può parlarne in

cattedra, se quella donna non farebbe molto meglio..... ma lei ha

sentito certamente i nostri discorsi..... l'amico mio giornalista grida

come un ossesso!... favorisca adunque dirne chi di noi gli pare abbia

ragione.

Il prete gli ficcò, _intus et in cute_, uno sguardo acutissimo, che

tradotto in volgare voleva forse dire:

— Voi vorreste divertirvi alle mie spalle, neh? Guardate che io vi

faccio pagare lo scotto!

— Signori, tutto quanto hanno detto, mi torna meno nuovo di quel che

si credono. Dimorai lunghi anni in Allemagna ed a Parigi..... Io, me lo

permettano, risponderò loro con una domanda.

— Oh! pensi.

— Quella donna è miserabile, si vede; è quasi cieca... è forse priva di

famiglia, o, Dio non voglia, maltrattata da' suoi come un fastidioso

mobile. Dunque senza gioventù, senza salute, senza vista, senza il

cinismo d'un cuore isterilito nei disordini, senza conforti materiali

e domestici, e quel che è più orribile, senza speranza! Agirà per

ostentazione? Per carpire alle paesane sue il titolo di devota od un

tozzo di pane? Poca ambizione e dura condizione. Ad ogni modo soffre e

senza speranza di meglio, non è vero? Andate ora, sulla supposizione

più onesta, a scalzare la predilezione idolatra che può per avere

un'immagine anzichè per un'altra! Che vogliono darle, o signori, per

consolazione, in cambio d'una fede, che vendica colla vita avvenire i

dolori della presente?

. . . . . . .

E corse dietro alla vecchia per recarle il frutto d'una parola, atto

che la fanciulla abbelliva colle grazie della giovinezza e della

carità... Non dico che fosse tutta carità spontanea, pura... ma a buon

conto, senza sofisticare, la carità venne posta in atto.

*

* *

Da Premia, a destra, oltre la Toce, si sale per un cattivo sentiero

alla Cravairola, regione al di là della catena dal Pizzo del Forno alla

Corona del Groppo, la quale trovasi oltre al confine naturale e versasi

nella valle Ticinese.

Le dissensioni sorte anticamente fra gli Ossolani ed i Valmaggesi

finirono per accendere quelle scaramuccie, le quali per essere

guerreggiate fra contadini non sono meno micidiali; di qui rapinarsi il

bestiame, spesso diruparlo, incendiare le capanne; finchè, stanchi di

queste reciproche rappresaglie a cui avrebbe tenuto dietro la comune

miseria, ricorsero ai proprii governi verso la metà del secolo XVII.

Senatori della Camera di Milano ed inviati della Repubblica Elvetica

convennero sul Lago Maggiore e là stabilirono i confini. È inutile

il dire che avevano tutti ragione. Dopo la sentenza, infierirono più

atroci le rappresaglie. Finalmente in una sanguinosa rissa essendo

stato ammazzato l'istigatore principale, un bandito della Valmaggia, di

cui si portò in giro la testa sopra una picca, placata col sangue l'ira

comune, la luttuosa lite ebbe fine.

Da Premia per Piedilago, detto dai valligiani Piedilatte, i due

Cadarese e S. Rocco, si perviene in due ore sotto quel Salecchio già

accennato da noi. Questo villaggio, il più alto della valle Antigorio,

è situato sopra un breve gradino del monte della Punta di Campo. Da

lassù godesi bella vista sopra una parte della sottostante valle,

mentre tutt'attorno al villaggio rallegrano estesi pascoli smaltati

di odorosissimi fiorellini. Chi da Salecchio volesse recarsi in valle

Formazza, di cui di lassù scorgesi la bocca, senza discendere la via al

basso malagevole assai, vi può pervenire con un sentiero che guida al

santuario di Puneigen, in due ore.

Questo sentiero corre sull'orlo del pendìo montano qua e là

rapidissimo, e dopo la neve diventa pericoloso, non però come

l'asprissimo che vi conduce da S. Rocco stagliato nell'immenso muro

granitico, che s'aderge al N. O. Sicchè Salecchio è quasi segregato —

nell'inverno — dal resto del mondo. Pochi inverni or sono il sindaco

ed il vice-sindaco di Salecchio vollero discendere per quest'ultimo

calle a S. Rocco; gli sciagurati sdrucciolarono sul vivo diaccio che lo

copriva, e rimbalzarono — orribile a dirsi! — di roccia in roccia sino

a valle.....

Il santuario di Puneigen od Autilone non ha nulla di rimarchevole per

architettura, ma il sito è assai pittoresco. Sorge sopra una balza del

Martello tutta lieta di piante e di erbe, attorniata da rupi scoscese

che si specchiano in un laghetto. Dall'estremo labbro verso levante,

la vista sulle nudi rupi del Rizoberg, sull'abisso che si sprofonda

nella sottostante Antigorio, e verso mezzodì sui pascoli che allegrano

le falde dei due Salecchio, compensa la poca fatica di farvi una

digressione dalle porte della Formazza.

Da S. Rocco che ha una bella chiesuola ed una fisonomia ancora aperta,

sorridente, italiana, in poco d'ora giunsi per Balmalarice, Passo, ad

Arivasco.

Bella cascata è quella del Vuova, qui presso.

Io solo so quante volte incespicai sulla malagevole stradicciola per

guardare le gigantesche rupi di granito venato a strati orizzontali che

assiepano la valle. Gli obelischi egiziani appetto a quelli che se ne

potrebbero trarre parrebbero birilli.

Perchè non ho io la potenza della fede che rimove i monti ed il genio

di Michelangelo? Vorrei innalzare sulla vetta suprema delle Alpi tale

un monumento alla verità, che toccasse le stelle. Il granito non è ciò

che manca per ora.

Il gruppo di casupole, che è Arivasco, non ha nulla che possa

trattenerci, se non fosse questa nidiata di vispi fanciullini, la

folleggiante gaiezza dei quali contrasta non poco colla severità del

paese. La valle sì spaziosa va chiudendosi: ecco Unterwald. Siamo

finalmente in Formazza?

Fra mezz'ora, rispose una donna.

Perchè, dissi poi tra me, le mezz'ore di piacere non sono tutte lunghe

quanto codesta per salire alla Formazza?

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 38 / 54 题