X.

_Stonazioni della fama. — Le Ossolane non sono più quelle d'una volta.

— Cajo Mario ed i Cimbri. — Innocenzo IX di Cravegna. — Banchetti

funebri. — La valle Diveria._

Di ritorno a Domodossola, senz'altra dimora, corriamo alla valle

Antigorio, da cui, per l'altipiano di Formazza e la salita del Gries,

discenderemo nella Svizzera.

Crevola trovasi appunto là dove sboccano le valli Divedro ed Antigorio.

La maraviglia, l'illustrazione di Crevola — all'ombra di qual campanile

non havvi _un'illustrazione_? — è il ponte della strada al Sempione,

che varca per la prima volta l'arrabbiata Diveria; i periti vi dicono

che esso è largo otto metri — come la strada — lungo cento e alto

trenta. A mezzo un'enorme torre di granito si erge dal letto della

fiumana a sostenerlo; scendete la scala che sta presso le casipole

vicine e guardate insù — neh, che il ponte ha del pittoresco? Ma gli è

pur vero che questo ponte è più celebrato di quanto l'architettura o le

difficoltà superate meritino. L'Amoretti lo dice imponente; l'Ebel un

capolavoro d'architettura; Boniforti lo chiama famoso se non altro per

constatare l'opinione universale. Io mi stringo umilmente nelle spalle

e senza detrarre al merito del ponte, faccio a me stesso la semplice

domanda: se questo è un famoso capolavoro, quali parole potranno

adoperarsi per favellare del ponte sulla Dora del Mosca, di quello sul

Niagara in America e del viadotto da Marghera a Venezia?

Questa smania di celebrare, come sublimi, cose per nulla singolari,

non è generalmente invalsa negli scrittori italiani, i quali debbono

piuttosto accagionarsi (forse pel continuo spettacolo di cose grandi in

arte ed in natura) di una certa indifferenza nel notare al viaggiatore

ciò che per universale consentimento è veramente degno d'ammirazione.

Non parlo delle guide renane e svizzere: ogni rigagnolo d'acqua che

fila da una rupe di dieci metri è una meraviglia. Intanto gl'Italiani,

sì poco curanti della patria loro, sanno generalmente raccontare d'aver

visto questo e quello al di là dei monti, e ignorano quanto sta a dieci

passi dalla loro casa.... Credo di non ingannarmi asseverando che gli

Italiani sentono la bellezza della loro patria senza curarsene punto,

come un nato ricco non dà pregio a quegli agi, ad ottenere i quali i

poveri si travagliano spesso invano tutta la loro vita. Ma senz'altre

digressioni entriamo nella valle Antigorio ritornando a Crevola.

La lapide latina, che leggesi sopra un muro della Chiesa di S. Vitale,

accenna ad una feroce pugna combattutasi presso Crevola nell'anno

1487 tra gl'Italiani e gli Svizzeri: Bernardino Corio parla di questa

battaglia nelle sue storie, ed in questa narrazione è notevole che

gl'Italiani non avessero che _due_ morti, mentre gli Svizzeri ne

contassero _duemila_, o secondo gli storici Alemanni soli _ottocento_,

numero tuttavia troppo disparato per non eccitare al lettore alcun

dubbio sulla veracità della storia. Ad ogni modo gli Svizzeri uccisi

furono tanti che i loro cadaveri caduti nella Diveria avevano formato

una chiusa di tale altezza da servire di ponte agli Italiani.

Narrasi pure che le donne ossolane, inferocite dalla barbarie del

nemico, che prima di questa pugna aveva manomesso ogni cosa in quei

dintorni, quanti Svizzeri fuggenti s'erano ricoverati nei boschi o

nelle capanne scannassero, e strappato il cuore sanguinoso dai loro

petti ne ammanissero pasto ai cani.

Ancora adesso le belle Ossolane vi rapiscono il cuore, ma non è provato

che lo diano ai cani.

Fra i morti vi furono Renato Trivulzio, capitano degli Italiani, ed

Albino Desilinon, capitano degli Svizzeri.

Sulle rupi di Crevola sorgeva nel medio evo un castello, che fu dei

Silva, famiglia che diede prodi capitani. Di questo castello non

rimangono se non macerie coperte di muschio e di obblìo.

*

* *

Poco sopra Crevola, a destra, sopra un poggio lieto di vigne e di

campi, scorgesi Montecrestese, al di là della Toce; il sole vi matura

un vino schietto e rubino. Qui presso la Toce precipita fragorosa in

un profondo gorgo, su cui, non sono molti anni, era gittato un ponte

altissimo e senza parapetto, sul quale non si varcava quell'abisso

senza pericolo.

Proseguendo la strada, poco oltre a sinistra troviamo Vira attorniato

da vigneti, e poi a destra Ponte Manlio, così detto dal Console Manlio,

che vi si era accampato colle proprie legioni nella spedizione contro

i Cimbri, ed aveva quivi gettato un ponte sulla Toce. Si sa — da chi

non l'ignora — che i consoli Manlio e Cepione vennero sconfitti da

quei feroci abitatori delle foreste nordiche, già vincitori di Cassio

Longino; sconfitte che dovevano far risplendere di più la sanguinosa

vittoria di Caio Mario, colla quale questo capitano di gran mente e

di forme atletiche atterrava, al dire di Tito Livio, duecento mila

barbari, e menava in trionfo novanta mila prigioni. La fortuna, dando

lo scacco al suo collega Catulo vinto dai Cimbri sulle rive di questa

stessa Toce, gli apparecchiava nuovi allori.

Nei piani del Ticino, tra Novara e Vercelli, nei campi Raudj, si

combattè l'estrema pugna tra Roma ed i Cimbri; Caio Mario, morti cento

e quarantamila nemici, s'incamminava a Roma, traendo seco settantamila

prigioni, a Roma che per la quinta volta lo eleggeva console.

Meravigliosa cosa! Non v'ha paese anche nascosto fra inospitali monti

in cui i Romani non abbiano impresso il marchio dell'arrogante loro

grandezza.

Ma lasciamo le glorie dei Romani ai pochi che le studiano, e _marciamo_

su Crodo, capoluogo di mandamento di tutta la vallea, lasciato

Campomanlio a destra e passando sotto una galleria tagliata a ferro

e fuoco nella viva roccia. Presso Crodo credesi s'allagasse la Toce

formando un bacino considerevole d'acqua; e monsignor Bescapè, vescovo

di Novara, il quale nelle sue visite pastorali studiava e notava la

natura e gli uomini, parla di un tempietto a S. Martino che allora

chiamavasi Capolago, tempietto che tuttora esiste, a quanto mi si

disse.

Crodo è forse nella più infelice posizione della valle: ad ogni

infuriare del torrente Alfenza, ogni abitante paventa non si

rinnovellino per lui l'estreme scene del diluvio universale, senza la

speranza di una novella arca di Noè; chè l'Alfenza, diroccando piante,

ciottoli e massi immani, forma a sè dinnanzi barriere che un istante

dopo distrugge, sfogando con tremende urla il rabbioso impeto sulle

mura di Crodo. Perchè dunque i nostri nonni presero stanza in un sito

tanto minacciato? Ciò diranno pure i Domodossolani: ma quei babbi —

senza _ministeri d'agricoltura_ — rispettavano con religiosa temenza

le foreste, sapendo — senza _studi forestali_ — come le piante mentre

abbelliscono le falde montane e purificano l'aere, colle radici sì

tenacemente s'abbarbicano alle zolle, alle roccie, che nessuna forza di

torrente o di voluta che rovini sopra di loro, varrà a sterparle ed a

strascinare con sè il terreno su cui sorgono. Se la improvvida cupidità

dell'oro non viene frenata, fra poco tempo una pianta sulle Alpi sarà

una curiosità, come una cascata.

Pochi minuti sopra Crodo sta lo stabilimento idropatico con sorgente

d'acqua minerale ed albergo: ve lo indico con piacere nel caso vi possa

giovare; ed in ogni caso se non vi sarà utile la linfa colla doccia

ed il bagno, vi gioverà senza dubbio l'albergo confortevole e più di

tutto l'aria vivissima. La bella strada calessabile, la vicinanza a

Domo, la freschezza del sito, invitano nella stagione estiva copia di

visitatori.

Quantunque l'appetito m'eccitasse a giungere presto a Baceno, non volli

tralasciare di fare una visita a Cravegna, terricciuola microscopica

sulle ultime falde del Corno Cistella, per soddisfare la mia curiosità

di conoscere almeno di vista il villaggio che gli Ossolani citano

volentieri come patria del compaesano che ebbe più splendida sorte fra

quanti emigrano dai loro monti.

Giovanni della Noce nasceva di padre cravegnese in Bologna sul

principio del secolo XVI. I risparmi del padre, facchino, o la

protezione di qualche mecenate strapparono il giovanotto all'oscura

sorte della famiglia. Addottorato, egli seppe in breve schiudersi

attraverso alla folla dei preti che assediano il Quirinale una

via col proprio ingegno. Acciuffata così la fortuna colla stima

dei pontefici, di grado in grado, canonico, vicario, referendario,

vescovo, ambasciatore a quella Venezia che allora era ancora in grado

di liberare l'Europa dai Turchi, fu poscia patriarca a Gerusalemme ed

infine cardinale. Quando nel 1591 egli venne eletto pontefice assunse

il triregno col nome d'Innocenzo IX. Scrisse varie opere che io non

lessi e che voi non leggerete. Beneficò i compaesani. Uno dei tratti

singolari della sua vita fu che egli cambiò il nome paterno con quello

di Facchinetti per rammentarsi certamente nell'insperata prosperità la

propria origine; come già gl'imperatori romani traevano dietro di loro

nei trionfi campali uno schiavo, che di quando in quando rompeva le

acclamazioni universali colla fatal voce: rammentati di essere mortale!

Due discendenti d'Innocenzo furono cardinali nel secolo XVII.

*

* *

Da Cravegna, seppure il curioso lasciata la strada vi si è portato,

in mezz'ora di cammino si è a Baceno, la borgata più popolosa di tutta

la valle, situata alle falde di Pizzo di Robbio contrafforte del monte

della Gran Loccia, non lungi dalla foce della Diveria nella Toce.

Compagno mio, non t'incresca di digredere dal cammino per visitare la

solitaria vallata di Croveo, che qui appunto schiude le sue porte e

della quale nessuno fece mai parola.

Essa sta rinchiusa fra le Alpi culminanti che muniscono l'Italia

verso il Vallese, la cortina dei contrafforti che digradano a destra

dell'Antigorio dal Reti, e quella della sinistra della valle Divedro.

Le tante pieghe delle Alpi Massime che si svolgono in questa conca

formano una serie di valloncelli, che nella state verdeggiano per

riaddormentarsi poi sotto la neve per sette mesi. Fra queste vallate

la più nota è quella di Agaro, piccolo villaggio abitato tutto l'anno,

alle sponde del torrente che sbocca poi sopra Croveo; torrente che

nel secolo XVI distruggeva interamente il villaggio. Il cardinale

Morozzo, considerate le pessime stradicciuole per buona pezza dell'anno

coperte di ghiaccio, voleva accordare alla chiesa di Agaro il dritto

di seppellire i morti in cimitero proprio senza recarli a Baceno; ma

quei montanari ricusarono _per non perdere i diritti antichi_. Notevole

è l'usanza degli Agaresi di convitarsi a funebre banchetto il giorno

della tumulazione di un loro consanguineo, uso che dura tuttavia;

ignoro poi se non avvenga qualche volta che il più addolorato, mercè a

Bacco, non diventi il più brillo.

Giacchè toccai qui di questi usi, aggiungerò che in tutta la valle

Antigorio e la Formazza ognuno morendo lascia una o più libbre di sale

per ogni focolare del suo villaggio.

*

* *

Baceno è un grazioso, pulito, pittoresco villaggio. Nei tempi andati

era il capoluogo di tutta la valle Antigorio, come ne è tuttora il

borgo più popoloso. Esso siede sopra uno scaglione di monte sulle alte

sponde della Diveria, poco lungi da Verampio, sito ove questa mesce le

sue limpide onde colla Toce biancheggiante. In Baceno ebbero potenza i

feudatari della valle Antigorio.

I più conosciuti per le loro tiranniche giunterie furono i Valvassori

De Rodes, i quali tanto malmenarono questi onesti valligiani da

eccitarli a sorgere per scuoterne l'iniquissimo giogo. I Valvassori

tenevano castello e corte in Premia, ed avevano una certa giurisdizione

feudale anche sulla valle Formazza e sulla maggior parte della

vall'Antigorio, secondo il diploma di Ottone IV imperatore dato a Pavia

il 25 aprile 1210.

Le terre di Baceno producono ancora vino, frumento, frutta ed erbaggi

di ottima qualità. La strada costrutta recentemente dal ponte di

Crevola e che fra breve — coll'aiuto di Dio e dello Stato — sarà

condotta fino al confine svizzero, venne fornita a spese dei comuni

della valle con considerevoli sacrifizi, avendo essi dovuto quasi

dappertutto tracciarla nella viva roccia granitica, non senza costrurre

una serie di ponti sopra i torrenti che ad ogni svolgere di pendice

s'adimano nella Toce. Quello che cavalca la Diveria a Baceno, la quale

mugge in un gorgo profondo, è dei più notevoli.

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 37 / 54 题