_Stonazioni della fama. — Le Ossolane non sono più quelle d'una volta.
— Cajo Mario ed i Cimbri. — Innocenzo IX di Cravegna. — Banchetti
funebri. — La valle Diveria._
Di ritorno a Domodossola, senz'altra dimora, corriamo alla valle
Antigorio, da cui, per l'altipiano di Formazza e la salita del Gries,
discenderemo nella Svizzera.
Crevola trovasi appunto là dove sboccano le valli Divedro ed Antigorio.
La maraviglia, l'illustrazione di Crevola — all'ombra di qual campanile
non havvi _un'illustrazione_? — è il ponte della strada al Sempione,
che varca per la prima volta l'arrabbiata Diveria; i periti vi dicono
che esso è largo otto metri — come la strada — lungo cento e alto
trenta. A mezzo un'enorme torre di granito si erge dal letto della
fiumana a sostenerlo; scendete la scala che sta presso le casipole
vicine e guardate insù — neh, che il ponte ha del pittoresco? Ma gli è
pur vero che questo ponte è più celebrato di quanto l'architettura o le
difficoltà superate meritino. L'Amoretti lo dice imponente; l'Ebel un
capolavoro d'architettura; Boniforti lo chiama famoso se non altro per
constatare l'opinione universale. Io mi stringo umilmente nelle spalle
e senza detrarre al merito del ponte, faccio a me stesso la semplice
domanda: se questo è un famoso capolavoro, quali parole potranno
adoperarsi per favellare del ponte sulla Dora del Mosca, di quello sul
Niagara in America e del viadotto da Marghera a Venezia?
Questa smania di celebrare, come sublimi, cose per nulla singolari,
non è generalmente invalsa negli scrittori italiani, i quali debbono
piuttosto accagionarsi (forse pel continuo spettacolo di cose grandi in
arte ed in natura) di una certa indifferenza nel notare al viaggiatore
ciò che per universale consentimento è veramente degno d'ammirazione.
Non parlo delle guide renane e svizzere: ogni rigagnolo d'acqua che
fila da una rupe di dieci metri è una meraviglia. Intanto gl'Italiani,
sì poco curanti della patria loro, sanno generalmente raccontare d'aver
visto questo e quello al di là dei monti, e ignorano quanto sta a dieci
passi dalla loro casa.... Credo di non ingannarmi asseverando che gli
Italiani sentono la bellezza della loro patria senza curarsene punto,
come un nato ricco non dà pregio a quegli agi, ad ottenere i quali i
poveri si travagliano spesso invano tutta la loro vita. Ma senz'altre
digressioni entriamo nella valle Antigorio ritornando a Crevola.
La lapide latina, che leggesi sopra un muro della Chiesa di S. Vitale,
accenna ad una feroce pugna combattutasi presso Crevola nell'anno
1487 tra gl'Italiani e gli Svizzeri: Bernardino Corio parla di questa
battaglia nelle sue storie, ed in questa narrazione è notevole che
gl'Italiani non avessero che _due_ morti, mentre gli Svizzeri ne
contassero _duemila_, o secondo gli storici Alemanni soli _ottocento_,
numero tuttavia troppo disparato per non eccitare al lettore alcun
dubbio sulla veracità della storia. Ad ogni modo gli Svizzeri uccisi
furono tanti che i loro cadaveri caduti nella Diveria avevano formato
una chiusa di tale altezza da servire di ponte agli Italiani.
Narrasi pure che le donne ossolane, inferocite dalla barbarie del
nemico, che prima di questa pugna aveva manomesso ogni cosa in quei
dintorni, quanti Svizzeri fuggenti s'erano ricoverati nei boschi o
nelle capanne scannassero, e strappato il cuore sanguinoso dai loro
petti ne ammanissero pasto ai cani.
Ancora adesso le belle Ossolane vi rapiscono il cuore, ma non è provato
che lo diano ai cani.
Fra i morti vi furono Renato Trivulzio, capitano degli Italiani, ed
Albino Desilinon, capitano degli Svizzeri.
Sulle rupi di Crevola sorgeva nel medio evo un castello, che fu dei
Silva, famiglia che diede prodi capitani. Di questo castello non
rimangono se non macerie coperte di muschio e di obblìo.
*
* *
Poco sopra Crevola, a destra, sopra un poggio lieto di vigne e di
campi, scorgesi Montecrestese, al di là della Toce; il sole vi matura
un vino schietto e rubino. Qui presso la Toce precipita fragorosa in
un profondo gorgo, su cui, non sono molti anni, era gittato un ponte
altissimo e senza parapetto, sul quale non si varcava quell'abisso
senza pericolo.
Proseguendo la strada, poco oltre a sinistra troviamo Vira attorniato
da vigneti, e poi a destra Ponte Manlio, così detto dal Console Manlio,
che vi si era accampato colle proprie legioni nella spedizione contro
i Cimbri, ed aveva quivi gettato un ponte sulla Toce. Si sa — da chi
non l'ignora — che i consoli Manlio e Cepione vennero sconfitti da
quei feroci abitatori delle foreste nordiche, già vincitori di Cassio
Longino; sconfitte che dovevano far risplendere di più la sanguinosa
vittoria di Caio Mario, colla quale questo capitano di gran mente e
di forme atletiche atterrava, al dire di Tito Livio, duecento mila
barbari, e menava in trionfo novanta mila prigioni. La fortuna, dando
lo scacco al suo collega Catulo vinto dai Cimbri sulle rive di questa
stessa Toce, gli apparecchiava nuovi allori.
Nei piani del Ticino, tra Novara e Vercelli, nei campi Raudj, si
combattè l'estrema pugna tra Roma ed i Cimbri; Caio Mario, morti cento
e quarantamila nemici, s'incamminava a Roma, traendo seco settantamila
prigioni, a Roma che per la quinta volta lo eleggeva console.
Meravigliosa cosa! Non v'ha paese anche nascosto fra inospitali monti
in cui i Romani non abbiano impresso il marchio dell'arrogante loro
grandezza.
Ma lasciamo le glorie dei Romani ai pochi che le studiano, e _marciamo_
su Crodo, capoluogo di mandamento di tutta la vallea, lasciato
Campomanlio a destra e passando sotto una galleria tagliata a ferro
e fuoco nella viva roccia. Presso Crodo credesi s'allagasse la Toce
formando un bacino considerevole d'acqua; e monsignor Bescapè, vescovo
di Novara, il quale nelle sue visite pastorali studiava e notava la
natura e gli uomini, parla di un tempietto a S. Martino che allora
chiamavasi Capolago, tempietto che tuttora esiste, a quanto mi si
disse.
Crodo è forse nella più infelice posizione della valle: ad ogni
infuriare del torrente Alfenza, ogni abitante paventa non si
rinnovellino per lui l'estreme scene del diluvio universale, senza la
speranza di una novella arca di Noè; chè l'Alfenza, diroccando piante,
ciottoli e massi immani, forma a sè dinnanzi barriere che un istante
dopo distrugge, sfogando con tremende urla il rabbioso impeto sulle
mura di Crodo. Perchè dunque i nostri nonni presero stanza in un sito
tanto minacciato? Ciò diranno pure i Domodossolani: ma quei babbi —
senza _ministeri d'agricoltura_ — rispettavano con religiosa temenza
le foreste, sapendo — senza _studi forestali_ — come le piante mentre
abbelliscono le falde montane e purificano l'aere, colle radici sì
tenacemente s'abbarbicano alle zolle, alle roccie, che nessuna forza di
torrente o di voluta che rovini sopra di loro, varrà a sterparle ed a
strascinare con sè il terreno su cui sorgono. Se la improvvida cupidità
dell'oro non viene frenata, fra poco tempo una pianta sulle Alpi sarà
una curiosità, come una cascata.
Pochi minuti sopra Crodo sta lo stabilimento idropatico con sorgente
d'acqua minerale ed albergo: ve lo indico con piacere nel caso vi possa
giovare; ed in ogni caso se non vi sarà utile la linfa colla doccia
ed il bagno, vi gioverà senza dubbio l'albergo confortevole e più di
tutto l'aria vivissima. La bella strada calessabile, la vicinanza a
Domo, la freschezza del sito, invitano nella stagione estiva copia di
visitatori.
Quantunque l'appetito m'eccitasse a giungere presto a Baceno, non volli
tralasciare di fare una visita a Cravegna, terricciuola microscopica
sulle ultime falde del Corno Cistella, per soddisfare la mia curiosità
di conoscere almeno di vista il villaggio che gli Ossolani citano
volentieri come patria del compaesano che ebbe più splendida sorte fra
quanti emigrano dai loro monti.
Giovanni della Noce nasceva di padre cravegnese in Bologna sul
principio del secolo XVI. I risparmi del padre, facchino, o la
protezione di qualche mecenate strapparono il giovanotto all'oscura
sorte della famiglia. Addottorato, egli seppe in breve schiudersi
attraverso alla folla dei preti che assediano il Quirinale una
via col proprio ingegno. Acciuffata così la fortuna colla stima
dei pontefici, di grado in grado, canonico, vicario, referendario,
vescovo, ambasciatore a quella Venezia che allora era ancora in grado
di liberare l'Europa dai Turchi, fu poscia patriarca a Gerusalemme ed
infine cardinale. Quando nel 1591 egli venne eletto pontefice assunse
il triregno col nome d'Innocenzo IX. Scrisse varie opere che io non
lessi e che voi non leggerete. Beneficò i compaesani. Uno dei tratti
singolari della sua vita fu che egli cambiò il nome paterno con quello
di Facchinetti per rammentarsi certamente nell'insperata prosperità la
propria origine; come già gl'imperatori romani traevano dietro di loro
nei trionfi campali uno schiavo, che di quando in quando rompeva le
acclamazioni universali colla fatal voce: rammentati di essere mortale!
Due discendenti d'Innocenzo furono cardinali nel secolo XVII.
*
* *
Da Cravegna, seppure il curioso lasciata la strada vi si è portato,
in mezz'ora di cammino si è a Baceno, la borgata più popolosa di tutta
la valle, situata alle falde di Pizzo di Robbio contrafforte del monte
della Gran Loccia, non lungi dalla foce della Diveria nella Toce.
Compagno mio, non t'incresca di digredere dal cammino per visitare la
solitaria vallata di Croveo, che qui appunto schiude le sue porte e
della quale nessuno fece mai parola.
Essa sta rinchiusa fra le Alpi culminanti che muniscono l'Italia
verso il Vallese, la cortina dei contrafforti che digradano a destra
dell'Antigorio dal Reti, e quella della sinistra della valle Divedro.
Le tante pieghe delle Alpi Massime che si svolgono in questa conca
formano una serie di valloncelli, che nella state verdeggiano per
riaddormentarsi poi sotto la neve per sette mesi. Fra queste vallate
la più nota è quella di Agaro, piccolo villaggio abitato tutto l'anno,
alle sponde del torrente che sbocca poi sopra Croveo; torrente che
nel secolo XVI distruggeva interamente il villaggio. Il cardinale
Morozzo, considerate le pessime stradicciuole per buona pezza dell'anno
coperte di ghiaccio, voleva accordare alla chiesa di Agaro il dritto
di seppellire i morti in cimitero proprio senza recarli a Baceno; ma
quei montanari ricusarono _per non perdere i diritti antichi_. Notevole
è l'usanza degli Agaresi di convitarsi a funebre banchetto il giorno
della tumulazione di un loro consanguineo, uso che dura tuttavia;
ignoro poi se non avvenga qualche volta che il più addolorato, mercè a
Bacco, non diventi il più brillo.
Giacchè toccai qui di questi usi, aggiungerò che in tutta la valle
Antigorio e la Formazza ognuno morendo lascia una o più libbre di sale
per ogni focolare del suo villaggio.
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Baceno è un grazioso, pulito, pittoresco villaggio. Nei tempi andati
era il capoluogo di tutta la valle Antigorio, come ne è tuttora il
borgo più popoloso. Esso siede sopra uno scaglione di monte sulle alte
sponde della Diveria, poco lungi da Verampio, sito ove questa mesce le
sue limpide onde colla Toce biancheggiante. In Baceno ebbero potenza i
feudatari della valle Antigorio.
I più conosciuti per le loro tiranniche giunterie furono i Valvassori
De Rodes, i quali tanto malmenarono questi onesti valligiani da
eccitarli a sorgere per scuoterne l'iniquissimo giogo. I Valvassori
tenevano castello e corte in Premia, ed avevano una certa giurisdizione
feudale anche sulla valle Formazza e sulla maggior parte della
vall'Antigorio, secondo il diploma di Ottone IV imperatore dato a Pavia
il 25 aprile 1210.
Le terre di Baceno producono ancora vino, frumento, frutta ed erbaggi
di ottima qualità. La strada costrutta recentemente dal ponte di
Crevola e che fra breve — coll'aiuto di Dio e dello Stato — sarà
condotta fino al confine svizzero, venne fornita a spese dei comuni
della valle con considerevoli sacrifizi, avendo essi dovuto quasi
dappertutto tracciarla nella viva roccia granitica, non senza costrurre
una serie di ponti sopra i torrenti che ad ogni svolgere di pendice
s'adimano nella Toce. Quello che cavalca la Diveria a Baceno, la quale
mugge in un gorgo profondo, è dei più notevoli.