_L'orrida forra di Unterwald._
Appena oltrepassato il malinconioso casolare di Unterwald (Foppiano),
ci addentriamo in una stretta gola, oscura, sinistra. La scena che ti
colpisce dal ponte d'Untergeschen è stranamente terribile. A destra,
crollante sopra una rupe, una torre inghirlandata d'ellera e di
muschio, sta per sfasciarsi. Forse è l'ultimo monumento della guerra
contro i Cimbri — forse l'innalzarono i Cimbri nella loro discesa.
Guardati dal favellare contro i Romani ed i Cimbri — essa potrebbe
vendicare su te gli uni e gli altri.
Lo Sternehorn, gigantesco monolite insofferente di neve; che inabissa
quaggiù i fianchi repenti, soffoca la forra. Le pinete dalle funebri
ombre incutono sacro terrore. Immani macigni rimbalzati qua e là
sotto e sopra, s'arrestarono colpiti da spavento. Fra le poche zolle,
nei loro crepacci, sugli scaglioni inferiori, lacrimano minutissimi
zampilli. In mezzo si rivolta, s'arrabbia di masso in gorgo con orrendo
muggito la Toce tutta spumeggiante d'ira. È l'acqua che si ribella
contro la terra. Intanto il sentiero, incerto, s'innoltra serpeggiando
fra i sassi e sale faticosamente verso il lembo dell'orizzonte che
s'affaccia lassù.
Dove sbocca questa fossa?
Le membra si diacciano sotto la vampa settentrionale che dal cigliare
del pozzo si sferra quaggiù in un turbine di nevischio e di spruzzi
del fiume; il petto ansante chiede riposo e mite temperie — ma su!
su! qui non consentono sosta nè le spinose selci della strada, nè
le ombre assideranti. Su! anche i pini, i larici si slanciano con
forza da quest'umida caligine all'insù per giungere ad ottenere un
raggio di sole. I loro rami tremolando ne invocano la caldura onde
gli uccelli migranti vi si posino in ciarle d'amore. Ma invano! Non
un raggio scende di là ed i _merli d'acqua_ stessi (Wasseramsel) non
osano soffermarsi alle loro radici. I corvi soli, gl'incresciosi corvi
spiccano il volo dalle bozze soprastanti e scendono nel burrone sopra
gli alberi infelici a funestarli col loro rauco gracidare.
Se qui la natura sembra spirare soffocata dalle moli gigantesche e
sfinire di languore, oh! come trista dev'essere la valle di Formazza!
Un grazioso fanciullino incontrato ad una risvolta ne assicura che fra
pochi istanti toccheremo l'altipiano desiderato.
Rincorato, dando uno sguardo ancora allo spettacolo sottostante,
invidiai — e non per la prima volta — il pennello del Gonin per
ritrarre questa terribile scena, in cui per rafforzare il colore locale
non sarebbe punto necessario d'innestare episodii drammatici — sì alto
qui parla la natura!
Ma ecco la bocca dell'androne, ecco la luce, il sole e col sole il
sorriso della vita!
Guardo in giù, attraverso ai pini, e auguro ai Formazzesi non venga
giammai loro il ticchio di sterpare la boscaglia protettrice del mal
passo — o nessuno s'addentrerà nella spaccatura senza che, eterna spada
Damoclea, non minacci o voluta di neve o frana o macigno!
Guai a voi!